Uberto Visconti
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| Obizzo
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| | Teobaldo
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| | MATTEO Magno 1295-1322
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| | | Galeazzo I 1322-28
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| | | | AZZONE 1328-39
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| | | LUCHINO 1339-49
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| | | Marco
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| | | GIOVANNI arcivesc. 1339-54
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| | | Stefano
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| | | MATTEO II 1354-55
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| | | BERNABÒ 1354-85
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| | | GALEAZZO II 1354-78
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| | | GIAN GALEAZZO 1378-1402
| | | primo duca nel 1395
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| | | Valentina in Luigi d’Orléans,
| | | ava di Luigi XII
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| | | GIAN MARIA 1402-12
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| | | FILIPPO MARIA 1412-47
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| | | | Bianca Maria in
| | | | FRANCESCO SFORZA
| | | | 1447-66
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| | | | Ascanio cardinale
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| | | | GALEAZZO MARIA
| | | | 1466-76
| | | | |
| | | | | GIAN GALEAZZO MARIA
| | | | | 1476-94
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| | | | | | Bona regina di Polonia
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| | | | | Caterina in Giovanni
| | | | | de’ Medici avo di
| | | | | Cosimo granduca
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| | | | LODOVICO il Moro
| | | | 1494-1500
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| | | | MASSIMILIANO
| | | | 1512-15
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| | | | FRANCESCO MARIA
| | | | 1522-26 e 1529-35
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| | | Gabriele Maria
| | | figlio naturale
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| | Uberto stipite di case ancora sussistenti
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| Gaspare
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| | Lodrisio
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| OTTONE arcivesc. 1277-95
Filippo Maria Visconti non lasciava figliuoli, onde molti si sporsero
al fiuto di sì pingue eredità. Fin allora nel Milanese non era stato
regolato il modo di succedere al dominio; e come negli altri principati
italiani, ora lo teneano i fratelli in comune, ora se lo spartivano, o
l’uno succedeva all’altro senza riguardo alla discendenza dell’estinto:
persino i figli naturali ne toccavano qualche porzione. Ora la casa
francese d’Orléans vi pretendeva a cagione di Valentina Visconti, cui
Gian Galeazzo, maritandola a Luigi d’Orléans, n’avea dato l’aspettativa
pel caso che i suoi figli morissero improli. Ma il titolo non valeva,
giacchè questo non era un feudo femminino; tanto minor diritto v’avea
lo Sforza, marito della figlia naturale, quantunque legittimata, di
Filippo Maria. Questo aveva un tempo pensato a nuocere ai Veneziani col
lasciare il suo paese ad Alfonso re di Napoli; il che avrebbe di tanto
avanzata l’unità italiana: e Alfonso in fatti produsse un testamento
a favor suo; ma foss’anche autentico, si trattava egli d’una proprietà
che si potesse lasciare a talento?
Il Milanese era uno Stato libero, riconosciuto nella pace di Costanza;
il che importava, secondo il diritto d’allora, che non potesse venir
ristretto a sudditanza di verun particolare. Venceslao l’avea ridotto
tale investendone Gian Galeazzo; ma sovrano dell’Impero non era già
il re di Germania, bensì gli elettori, rappresentanti l’antico senato
e popolo romano: e in fatto essi ne fecero rimprovero a Venceslao,
e fu uno degli aggravj per cui lo spodestarono[43]. Sigismondo
ne diede regolare investitura a Filippo Maria, riservandosi gli
antichi diritti imperiali[44]; ma realmente il Milanese, operando
come Stato libero, aveva affidato il governo politico ai Visconti, e
allo spegnersi di questi tornava di propria balìa. Sentirono questo
diritto i Milanesi, e mentre i Bracceschi inalberavano sul castello lo
stendardo di Alfonso di Napoli, ed altri suggerivano di darsi al duca
di Savoja fratello della duchessa vedova, Antonio Trivulzio, Teodoro
Bossi, Giorgio Lampugnani e Innocenzo Cotta eccitano alla libertà i
Milanesi, che a furia smantellano il castello, nido della tirannia
contro il popolo; e disingannati del dominio d’un solo come _pessima
pestilenzia_, proclamano l’_aurea repubblica ambrosiana_ (1447 14
agosto), tornando in istato di popolo al modo antico. Il vicario coi
dodici di provvisione eleggono ventiquattro capitani e difensori della
libertà del Comune, che furono confermati dal consiglio generale, e che
affollarono ordini buoni o meschini, come sempre avviene nei primordj;
rimettono i banditi; proibiscono il bestemmiare, i giuochi zarosi, il
portar armi; allestiscono ricoveri per poveri, e massime per contadini
che la guerra avea sturbati dai campi; si ravviano le scuole, invitando
i maestri _con condizioni che meritamente potranno accontentarsi_; e
da spontanee largizioni raccolgono ottocentomila zecchini _ad tuendam
patriæ libertatem_[45].
È uno dei temi più soliti e più facili agli epigrammi da caffè la
debolezza de’ governi usciti da una rivoluzione, come il vacillamento
delle rivoluzioni che non riuscirono: nè per verità da una reggenza che
durò meno di due mesi potevano pretendersi stabili intenti, concordi
progetti, efficace azione. Pure sarebbersi allora potute costituire in
Italia tre robuste repubbliche, di Firenze, Venezia e Milano, mettendo
in comune il senno educato dell’una, la potenza marittima dell’altra,
le colte lautezze dell’ultima; e associandosi alla forza degli
Svizzeri, opporre una federazione di liberi all’aumento delle monarchie
confinanti. Chi pensi che in quel tempo, essendo morto Carlo il
Temerario duca di Borgogna nel combattere gli Svizzeri[46], restavano
libere le Fiandre e i Paesi Bassi, comunità fiorentissime di commercio
e costituite al modo delle nostre, non può a meno di riflettere qual
diverso andamento avrebbe preso l’Europa se, invece di consolidarsi
le monarchie collo spartire la Borgogna tra Francia e Austria, fosse
prevalso il sistema repubblicano. Se i Milanesi vedessero allora
questa preziosa eventualità, è difficile il dirlo; ma trovo codardo
l’insultarli dell’aver preferito una forma di governo che allora
presentava tanto avvenire. Sgraziatamente però Firenze cominciava con
Cosmo de’ Medici a piegare a principato: Venezia dal doge Francesco
Foscari era intalentata a conquiste, a segno di posporvi la giustizia e
la pubblica libertà; e sperando quell’unione che più tardi effettuarono
gli Austriaci, spasimava di tutto il Milanese, e profittò del momento
per ciuffare Brescia e Bergamo.
Allora Venezia trovavasi all’apogeo della sua grandezza. Trieste, i cui
pirati avevano rapito le spose della ancor novella repubblica, indi
era stata sottoposta da Enrico Dandolo a capo de’ Crociati, non si
rassegnò mai al giogo, più volte rinnovò guerra, e nel 1367 si diede
al duca d’Austria; ma i Veneziani l’assalirono e presero per fame,
poi nella pace, chetato l’Austriaco a denaro, le imposero di giurar
fedeltà a San Marco; alla nomina di ciascun doge, lo stendardo del
leone sventolerebbe un giorno sul mercato di Trieste, e tutti gli anni
a Pasqua sul palazzo; i Triestini osserverebbero i trattati conchiusi
da Enrico Dandolo in appresso, e la Serenissima vi eserciterebbe la
giurisdizione penale. Nella guerra di Chioggia i Genovesi presero
Trieste, e la consegnarono al patriarca d’Aquileja: avendola Venezia
ripigliata (1382), i Triestini inalberarono di nuovo la bandiera dei
duchi d’Austria, i quali poi la tennero sempre: ma doveano correre più
di quattro secoli prima che acquistasse tale importanza sul mare, da
prevalere all’antica dominatrice.
Vedemmo come si fosse ampliata la signoria de’ patriarchi d’Aquileja
sopra tutto il Friuli, l’Istria, gran parte della Carintia e Carniola,
e la Stiria, con tanti poderi da estrarne ducentomila zecchini. Però
i papi aveano tratto a sè il diritto di nominare il patriarca, sicchè
ne cessò l’indipendenza; e avendo essi dato quella sede in commenda
a Filippo d’Alençon, i signori paesani ricusarono obbedienza a
questo, eleggendo un altro, donde baruffa civile, nè più fu possibile
sottometterli interamente. Il patriarca fu dunque costretto ricorrere
al popolò, agli stranieri, a bande mercenarie; e intanto i signori
si rendevano viemeno dipendenti, per quanto il patriarca cercasse
avvincerseli col moltiplicare i feudi e suddividerli e concedere
franchigie.
E si alleò a Francesco Carrara (1388), che colle armi occupò tutti i
paesi: ma i Veneziani, temendo che questo operosissimo loro nemico
tenesse il Friuli per sè e intercettasse i loro commerci colla
Germania, presero parte con Udine «con altre città, riottose al
patriarca, e annichilarono nel modo che dicemmo la potenza dei Carrara.
Venuto poi il patriarcato al tedesco Lodovico Theck (1414), e questo
avendo favorito l’imperator Sigismondo, Venezia ne colse occasione di
tor via que’ vicini, ostinatamente avversi. Pertanto occupò il loro
paese finchè non fosse compensata delle spese di guerra; ma queste
ammontavano a tanto, che il patriarca non potè più pagarle; onde a quel
prelato, fin allora il più ricco d’Italia dopo il pontefice, altro non
rimasero che i castelli di San Vito e San Daniele, e lo stipendio di
cinquemila ducati che ricevea dalla Repubblica.
Adunque il dominio veneto si estendeva in Italia dall’Isonzo al
Mincio; oltre il litorale dell’Adriatico sin alle foci del Po, aveva ad
obbedienza fra terra le province di Bergamo, Brescia, Verona, Crema,
Vicenza, Padova, la Marca Trevisana con Feltre, Belluno, il Cadore,
il Polesine di Rovigo, Ravenna, il Friuli, l’Istria eccetto Trieste
città imperiale; supremazia sulla contea di Gorizia, che prima faceva
omaggio al patriarca d’Aquileja; sulla costa orientale dell’Adriatico
teneva Zara, Spalatro e le isole che fronteggiano la Dalmazia e
l’Albania; avea tolto Veglia ai Frangipani, Zante a un Catalano; in
Grecia occupava Corfù, Lepanto e Patrasso; nella Morea Modone, Corone,
Napoli di Romania, Argo, Corinto, avute a prezzo dai possessori che
non poteano difenderle dai Turchi; altre isolette dell’Arcipelago, e
qualche parte del litorale; finalmente Candia e Cipro.
Mentre in Italia si era limitata ad opporsi a chi vi predominasse,
tenendo per lo più coi pontefici, allora aspirò a dominarvi, donde
vennero le guerre che abbiam veduto con Filippo Maria, nelle quali, se
cresceva di credito nella penisola, sviavasi dal commercio, e rimaneva
esposta agli arbitrj de’ venturieri, coi quali usava or rigore, ora
carezze; or mandava al supplizio il Carmagnola, or se ne redimeva
coll’ascrivere fra i nobili il Gattamelata e Michele Attendolo. E
d’acquistare il Milanese le dava lusinga lo sfasciarsi di questo alla
morte di Filippo.
Per quell’assurdo concetto che repubblica significhi obbedire a
nessuno, le singole città ridestando le municipali gelosie, colsero
pretesto dalla rivoluzione di Milano per sottrarsi a questa,
riformandosi a reggimento municipale indipendente, ed elessero signori
e governi distinti, preferendo l’indipendenza dei singoli alla libertà
di tutti. Como, Alessandria, Novara seppero accordarsi colla Repubblica
ambrosiana, ma a patti che tendeano principalmente a ricuperare la
giurisdizione ed aggravare i popoli soggetti: tal era il senso dei
sessantasette capitoli stipulati dai Comaschi, diretti a ristabilire
il dominio della città sopra il contado e sopra la Valtellina e il
Chiavennasco. Pavia, Parma, Tortona vollero reggersi da sè; Lodi e
Piacenza introdussero guarnigione veneta; Asti si chiarì pel duca
d’Orléans; gli esuli signorotti tornavano, e riprendevano gli aviti
possessi e la baldanza di tiranneggiare perchè aveano sofferto; se non
altro, saccheggiavano; dappertutto rinasceano le antiche cupidigie; ma
s’erano talmente abituati all’obbedienza, che, appena uno primeggiasse,
lo chiedevano signore.
L’attività scompigliata produceva debolezza universale; mentre erasi
perduto l’uso delle armi, d’ogni parte sonavano minaccie; la Repubblica
era in grande setta e divisione nell’interno, fra le pretensioni
dei capitani di ventura, che nè poteansi licenziare nè tenere in
obbedienza; lo schiamazzo popolare diventava potenza, sempre micidiale,
ed or faceva ardere i libri del censo, ora demolire il castello,
soliti carnevali dei neoliberati; i cittadini medesimi si divideano in
partiti, quale pendendo all’Impero, quale ai reali di Francia, al duca
di Ferrara, a Venezia. Luigi di Savoja credette opportuna l’occasione
di fermar piede in Lombardia, e si collegò col re francese, a patto
che Genova e Lucca si conquistassero per questo, Alessandria si desse
al Monferrato, le terre fra il Ticino, l’Adda e il Po, coi castelli di
Trezzo e Pizzighettone, ad esso, duca di Savoja[47]. Venezia aveva già
rotta guerra a Filippo, e adesso la continuava contro la Repubblica, ed
accostavasi minacciosa all’Adda.
In que’ frangenti che tolgono il senno anche ai più savj, i capitani
della Repubblica parvero dimenticare le pretensioni di Francesco
Sforza; ed aggirati o spinti dai Ghibellini, affidarono ad esso le
armi, perchè li difendesse da’ nemici. Egli mostrò obbedire a coloro
cui sperava comandare; dal carcere, ove l’avea cacciato Filippo
Maria, trasse Bartolomeo Coleone, condottiero bergamasco, e se lo
fece compagno alle imprese; colle artiglierie abbatteva mura che
prima arrestavano gli eserciti, e prosperò nella guerra _marchesca_.
Assediata Piacenza, la piazza più forte dopo Milano, riuscì a prenderla
ed entrar per la breccia (1447 16 9bre): fatto portentoso e quasi
nuovo nell’arte guerresca d’allora, ove la difesa era ancor superiore
all’offesa. La città venne abbandonata al peggiore saccheggio e a
tutti gli obbrobrj de’ soldati, che violentavano a scoprire i tesori;
diecimila cittadini furono venduti; i ferramenti, i legnami portati a
vendere nelle vicine città; nè Piacenza più risorse.
Ma lo Sforza non operava a pro di Milano; anzi, dopo ch’ebbe con
insigni vittorie, e massime con quella di Caravaggio (1448), fiaccato
i Veneziani che erano stati a un punto d’acquistare il Milanese, e
fattone prigioniero l’esercito, arsa la flotta, patteggiò di lasciar
loro non soltanto Bergamo e Brescia, ma e il Cremasco e la Geradadda,
cioè fino all’Adda, purchè l’ajutassero a succedere a Filippo Maria.
L’accordo fu accettato (18 8bre).
Francesco aveva un buon esercito, i Milanesi nessuno; prima Pavia,
poi Piacenza, poi altre città lo chiedeano signore; perfidie non
lo sgomentavano, e Cosmo de’ Medici amico suo gli aveva insegnato a
badare alle convenienze proprie, non alle altrui, e che il mondo non
si governa coi paternostri. In Milano rincalorivano le parti di Guelfi
e Ghibellini; e i primi, guidati dal Trivulzio, avrebbero voluto
una pace che assicurasse la Repubblica e dai nemici e dal difensore:
il Lampugnani, il Bossi ed altri Ghibellini ricusavano la pace con
Venezia, che sottraeva tanto territorio, e che preparerebbe forse la
dominazione di quella città: il vulgo tumultuava ora per questi, ora
per quelli, secondo l’opinione o le ciancie o il denaro. Carlo Gonzaga
di Mantova, fatto comandante della città, batteva la mira a rendersene
signore appoggiandosi ai Guelfi, sicchè i Ghibellini entrarono in
trattati collo Sforza per garantire o qualche franchigia alla patria
o qualche vantaggio a sè; ma scoperti, furono mandati al supplizio
Lampugnani ed altri, molti in fuga, confiscati i loro beni. Allora
prevale quella seconda schiera che sottentra sempre ai moderati; e
nuova gente senza credito, traforatasi nel governo e impinguatasi
delle confische, impresse l’impeto rivoluzionario, eccitò i Milanesi
a resistere al traditore, al disertore, giurando piuttosto darsi al
granturco e al demonio; spedirono per tutto bandi che il diffamavano;
promisero diecimila zecchini di mancia e altrettanti in fondi a chi
l’uccidesse; chiesero soccorsi dal duca di Savoja, i cui soldati non
dando quartiere, facevano quel peggio che sapessero. I Milanesi stessi
aveano scritto milizie paesane con fucili, arma nuova che, per quanto
imperfetta, incuteva terrore ai dapprima invulnerabili corazzieri; e
le battaglie divennero sanguinose, e costarono la vita a molti prodi
condottieri.
Ma lo Sforza era di lunga mano superiore per sentita di guerra,
e sostenuto dai Veneziani, che tradivano cittadini liberi per
procacciarsi un pericoloso vicino. Tardi s’accorsero dell’ambizione
dello Sforza, e fecero pace colla Repubblica Ambrosiana; e avendo lo
Sforza ricusato riconoscerla, spedirono truppe a soccorso di Milano
(1449 27 7bre): ma l’incerta fede de’ capitani di ventura, disertati
dalla Repubblica per mettersi dove la fortuna piegava, e il valore
d’esso Sforza ne elisero l’effetto. Milano, disperata di miglior
consiglio, proponeva di sottomettersi alla Serenissima; ma lo Sforza,
domate Monza, Melegnano, Vigevano e le altre città provinciali, cinse
la capitale. Il popolo, visti uscir vani tutti i suoi partiti, si levò
a rumore, mosso dall’oro nemico, secondo la frase antica e moderna;
cassò i magistrati popolari, ostinantisi alle armi, per surrogarvene di
ghibellini: i quali però neppur essi aveano un disegno premeditato, nè
sapeano finire la guerra, a terminar la quale erano stati eletti. Carlo
Gonzaga, che avea mostrato l’ambizione del comando, non l’abilità, come
vide i nuovi capitani della libertà non favorire alle aspirazioni sue,
ma voler lui stesso obbediente, patteggiò collo Sforza, facendosi dare
Tortona in compenso del tradimento. Gaspare Vimercato in parlamento
dipinse la trista situazione: — I soccorsi piemontesi sono fiacchi,
lontani quei di Napoli, pericolosi quelli dei Veneti; ecco crescere
ogni giorno orrida e irreparabile la fame; più che un disperato
resistere, non val meglio cercare pane e riposo allo Sforza? alla
fine egli vanta de’ diritti, sicchè avrà minor bisogno d’infierire,
e piuttosto desiderio di conservare». La proposizione fu accolta
al solito da fischi ed urli, tra i quali però il senso comune si fe
strada; la fame operò il resto, e il popolo assalì a tumulto il palazzo
del governo; onde s’inviò a fare la sommessione, e lo Sforza spedì
tosto gran ristoro di viveri, che il fece benedire.
Ondate di Milanesi andavano a visitarlo ognidì al suo quartier
generale, e gli sciorinavano elogi in versi, elogi in prosa, sonori
quanto le imprecazioni che in suo vitupero eransi fatte testè, da
ciascuno a chi peggio. Poi, il giorno della sua entrata (1450 26
genn.), «avevano preparato un carro trionfale con un baldacchino di
panno d’oro, e così con gran moltitudine aspettavano il principe avanti
alla porta Ticinese. Ma Francesco per la sua modestia ricusò il carro
e il baldacchino, dicendo tali cose essere superstizioni da re; il
perchè, entrando, andò al sagro e massimo tempio di Maria Vergine, e
fermo innanzi alla porta, si vestì di drappo bianco sino a’ piedi,
la qual veste era di consuetudine che si vestivano i duchi quando
pigliavano la signoria» (CORIO); ebbe la corona ducale, e il Milanese
si racconciò nella monarchia militare. Francesco addormentò il popolo
colle feste; coi belligeranti strinse buoni accordi; l’una dietro
l’altra tornò in obbedienza le città, che preponevano ad una libertà
procellosa una tranquilla servitù, ed ultime anche Como e Bellinzona;
e incominciava una nuova politica e una nuova dinastia, preconizzata ai
destini più insigni, e che pure dovea, fra micidj e tragedie, giungere
a stento alla sesta generazione.
Egli seppe mettere nel fodero la spada, colla quale aveva acquistato
un sì bel dominio, e attese a far dimenticare la violenta origine
e riconciliarsi i popoli col modo migliore, il beneficarli; non
diè carico a’ suoi avversi; non lasciò campo a quelle riazioni, che
irritano ed inimicano; resse con saviezza, restituendo al governo il
vigore senza la crudeltà de’ Visconti; e riuscì uno dei principi più
grandi e, secondo il tempo, de’ più buoni. Nella capitolazione erasi
stipulato non si darebbe impiego a verun forestiero, i tribunali
starebbero sempre in Milano, non rincarite le gabelle, garantiti i
creditori dello Stato, messi fuor di città i soldati. Vedendo che «la
plebe, riavvezzata alle armi, si ricordava della libertà», lo Sforza
pensò ricostruire l’abbattuta fortezza; ma non volendo con ciò mostrare
diffidenza, sparse tra il popolo suoi creati, che persuadessero ciò
come ornamento e sicurezza della città; e per quanto i meglio avvisati
si opponessero, gli altri prevalsero, e le parrocchie pregarono il
duca di fabbricare il castello, che riuscì il meglio forte d’Italia in
piano. Monumento più insigne della Sua munifica pietà rimane l’Ospedal
grande, sontuosa fabbrica nella quale raccolse i varj ospedali della
città; compì il naviglio che mena l’Adda a Milano. Sul trono serbò
i modi franchi acquistati negli accampamenti; liberale dell’oro,
asserendo non esser nato per fare il mercante; onorò le arti, favorì
i letterati; davasi premura di smentire le dicerie sul conto suo, e di
spiegare i motivi delle sue azioni.
Tutto che militare, associò la sua politica a quella del negoziante
Cosmo de’ Medici, che gli continuò sempre una grossa pensione; dissipò
una lega che Venezia aveva giurata a danno di lui col re di Napoli, il
duca di Savoja, il marchese di Monferrato, i Senesi, i Correggeschi:
e seppe mostrarsi necessario ai varj potentati. Doppio matrimonio il
collegò coi reali di Napoli, altri col marchese di Mantova, colla
Savoja e con Francesco Piccinino, capitano non degenere dal padre,
pel qual modo si furono riconciliati Sforzeschi e Bracceschi: e se
ai Veneziani fu costretto lasciare Bergamo, Brescia, Crema, col loro
circondario, di rimpatto acquistò Savona e Genova.
Questa città non parve sottrarsi al duca di Milano che per
avventarsi più dissennata nelle discordie tra Fregosi e Adorni,
i quali strappavansi a vicenda l’effimero dogato. Ne conseguì tal
debolezza, che la Repubblica, atterrita anche dall’avanzarsi de’
Turchi i quali avevano occupato Costantinopoli, non credette poter
difendere la Corsica e la Gazarìa altrimenti che col cederle al
Banco di San Giorgio. In questo soltanto si conservava la virtù
repubblicana; non fazioni, non corruttela, non turbolenze, ma quieta
e savia amministrazione, attenta previdenza da mercanti; esempio
che sciaguratamente non sapessi imitare dai cittadini. I quali di
nuovo ricorsero allo sciagurato partito di darsi a’ forestieri; e
Carlo VII di Francia, avutane la signoria, spedì Giovanni d’Angiò a
governar Genova (1458), e la fece sua piazza d’armi per guerreggiare
il Napoletano. Ma d’una tal guerra stanchi i Genovesi, si sollevarono
contro Francia (1461), e Carlo tentò invano coll’armi ridomarli.
In quei fatti cominciò a segnalarsi il cardinale arcivescovo Paolo
Fregoso, che poi, valendosi della costernazione in cui era Genova per
le crescenti conquiste de’ Turchi e per le interminabili nimicizie co’
reali di Napoli, ottenne per intrighi di far salire al dogato un suo
cugino Spinetta. Costui in breve fu cacciato di posto, non però di
speranza; e in tre Fregosi fu mutata quell’anno la dignità di doge,
che per costituzione era in vita (1463). Alfine riuscì ad aversela
l’arcivescovo, e ne informò il papa, che rispose: Non dissimuleremo la
meraviglia al sentirti accettare il governo temporale d’una città che
a lungo non tollera governanti. Tu ’l sai per prova, ed a noi stessi
giunsero a un tempo le nuove della tua prima elezione e dell’infelice
cacciata. Non è certo impossibile esser principe e vescovo insieme; ma
corre obbligo tanto maggiore di operare virtuosamente. Molte cose si
condonano in un secolare, che sono intollerabili in un ecclesiastico.
Ad una norma non procedono l’Impero e la Chiesa. Il sacerdote vuol
essere tutto clemenza, tutto carità e amor paterno, astenersi dal male
vero, schifare pur l’apparente. Se tali sono le tue intenzioni, se vuoi
giusto e piamente imperare, non solamente sopra il tuo popolo, ma su
te stesso; se non l’ingiuria del prossimo ma ti proponi la difesa del
nome cristiano contro gl’Infedeli, confidando che cotesto principato
sia stato a te conferito secondo le leggi della tua patria, e che
ne userai a benefizio del popolo, in nome della santa Trinità noi lo
benediciamo».
Già prevedete che neppure l’arcivescovo doge vi si assodava; e si
tornò ad esibirsi a Luigi XI di Francia, re positivo, che non amava
gl’incrementi non fruttiferi, e sopra ogni merito stimava l’obbedire
e star quieti, si fosse popolo o baroni. Quando dunque i Genovesi
offersero di darsi a lui, rispose: — Ed io li do al diavolo».
Quell’astutissimo facea gran conto de’ consigli e’ dell’amicizia di
Francesco Sforza, il quale nella guerra di Borgogna lo sussidiò anche
di quattromila cavalli e duemila fanti, capitanati dal proprio figlio
Galeazzo Maria, che mostrarono anehe oltremonti non esser bugiarda la
reputazione del valore sforzesco: in compenso Francesco si fe cedere
Savona, aspirando a Genova. Frattanto Monaco, Finale, Ventimiglia
erano sollevate, Cipro si staccava, e l’arcivescovo doge non curava o
non sapeva rimediarvi; vilipesi i magistrati, rispettato chi avesse
baldanza; i luoghi di San Giorgio caduti a ventitre lire; i Fregosi
stessi a guerra fra loro. Molti malcontenti fuggivano a Milano, e
Francesco gli accoglieva; alfine mandò bande sopra Genova (1464), e
bastò perchè l’arcivescovo se ne andasse; il Castelletto non tardò
a cedere, e ambasciadori vennero (13 aprile) ad offrire la superba
capitale della Liguria, e seco la Corsica, al signor di Milano.
Questi poteva aspettarsi qualche ostacolo alla sua potenza per parte
dell’Imperatore. Sigismondo avea sposato la figlia Elisabetta ad
Alberto d’Austria, e sudato perchè a questo passassero le corone
d’Ungheria e Boemia: in fatto l’ottenne (1439), come anche quella di
Germania. Morendo prestissimo, Alberto lasciò la moglie gravida d’un
figliuolo, che fu detto Ladislao Postumo; e suo cugino Federico III
d’Austria assunto all’Impero, ebbe regno più lungo che qualunque altro
suo predecessore, e concentrò in sè le eredità de’ tre rami austriaci.
Pigro e pusillanime, le lodi dategli da Enea Silvio Piccolomini, che
prima fu suo segretario, poi papa Pio II, non l’assolvono dell’avere
per negligenza e avarizia lasciato che l’Impero andasse sossopra fra
guerre ripullulanti, mentre portava al colmo la propria famiglia, a’
cui membri attribuì il titolo d’arciduchi, e adottò per divisa AEIOU,
volendo esprimere _Austriæ Est Imperare Orbi Universo._
Anch’esso volle scendere in Italia (1452), non per rinnovare la maestà
dell’Impero, ma per farsi incontro ad Eleonora di Portogallo sua
fidanzata; il giornale di questa comparsa attesta quanto i nostri,
malgrado tante sciagure, precedessero in civiltà i forestieri. Nicolò
Lanckman suo cappellano, per giungere in Portogallo, dovette col suo
seguito travestirsi da pellegrino: eppure o bande di masnadieri, o
prepotenti comandanti delle città li spogliavano tratto tratto[48];
felici allorchè trovassero qualche banchiere fiorentino che li
rifornisse di denaro. Federico a Siena ebbe incontro ben quattrocento
dame di quella terra: dovette cercare un salvocondotto dal Coleone,
che allora guerreggiava in Romagna[49]: entrando in Firenze, Carlo
Marsuppini segretario della Repubblica gli recitò un’orazione latina
gonfia di stile e vuota di cose, quale usavano gli eruditi; il
Piccolomini rispose frasi positive e dirigendo alcune domande, alle
quali il Marsuppini non seppe rispondere perchè non preparato.
Federico traeva seco il nipote Ladislao Postumo, si può dir
prigioniero; e avendo gli Ungheresi tramato di rapirglielo, i
Fiorentini l’impedirono, ma invano s’interposero presso l’imperatore
a favor di quello. A Roma fu sposato e coronato (18 marzo); a Napoli
visitò lo splendido Alfonso: del resto faceva mercato e cortesia delle
antiche pretensioni imperiali; per denari conferì a Borso d’Este il
titolo di duca di Modena e Reggio, e conte di Rovigo e Comacchio;
per denari creò nobili e notaj e conti palatini quanti vollero.
Allorchè visitò Venezia, gli fu, tra altri donativi, presentato dalla
Signoria un magnifico servizio de’ cristalli di Murano; e sua maestà
fe cenno al buffone, il quale dando una spinta al tavolino su cui era
deposto, mandò ogni cosa a pezzi; e i nostri mostrandone dispiacere,
l’imperatore sclamò: — Fossero stati d’oro, non si sarebbero infranti».
Francesco Sforza sapea dunque da qual lato pigliare costui, che esitava
a riconoscerlo duca; e bastò si mostrasse risoluto a pagar con denari o
a difendere colle armi il titolo concessogli dal suo predecessore.
Sedici anni dopo, Federico tornò in Italia, e tutti almanaccavano
reconditi fini al suo viaggio; ma scopo unico n’era lo sciogliere un
voto alla madonna di Loreto: a Roma baciò le mani e i piedi del papa,
gli tenne la staffa, assistette da diacono alla sua messa. Non volle
riconoscere il successore di Francesco Sforza, dicendo che duca di
Milano era lui stesso; ma nulla fece per sostenere tale pretensione.
Meglio fortunato degli altri condottieri, lo Sforza potè dirsi anche
l’ultimo. E noi non vogliamo staccarci da costoro prima di salutare
Bartolomeo Coleone bergamasco. Nel suo castello di Malpaga erasi
dato alla quiete, al bere, al novellare e sentir notizie de’ suoi
commilitoni, fossero le prosperità dello Sforza o i supplizj del
Piccinino, del Caldora, del Brandolini, d’altri, contro cui ritorceasi
il ferro de’ principotti dacchè più non ne bisognavano. Dichiarato
capitano generale dei Veneziani, vi fu onorato come principe dalla
Signorìa e dal popolo: ma egli struggeasi di qualche impresa; finchè
Venezia finse congedarlo (1467) acciocchè passasse ai fuorusciti
fiorentini, cospiranti a ricuperare la patria. A molti condottieri che
gli si unirono, si opposero altri pagati dal papa, dal re di Napoli,
dal duca di Milano, da Firenze, capitanati da Federico d’Urbino; ed
esso gli affrontò alla Molinella, giornata famosa ne’ fasti delle
guerre d’avventurieri. Le lunghe manovre finirono con una pace, ove
promettevasi mandar tutte le forze contro i Turchi, sotto al Coleone;
ma l’impresa non ebbe effetto. Egli tornò al suo ritiro, dove gli
giungevano ripetuti inviti dal re di Francia, dal duca di Borgogna,
spesse ambasciate, e domande di consigli, e visite di principi (1475).
Ricchissimo e senza figli, pensò tramandare il proprio nome con
opere di beneficenza: lasciò alla Basella una chiesa, due monasteri
a Martinengo; a Bergamo donò i bagni di Trescore, il canale de’
mulini, tremila ducati d’entrata per costituire doti, e vi eresse la
ricchissima cappella di San Giovanni. Dell’ingente sostanza, dotò
per due terzi tre sue figlie maritate nei Martjnenghi, quattromila
ducati a due altre, cenquarantunmila a luoghi pii, altra liberalità
ai poveri, ai servi, ai coloni, ai buffoni di sua casa. De’ rimanenti
ducentosedicimila ducati costituì erede la repubblica di Venezia, oltre
un credito di settantamila; o diecimila in contanti perchè gli elevasse
una statua, e dotasse povere zitelle.
Ma da questo tempo i capitani di ventura pérdono importanza, e i
principi hanno dominj estesi quanto basti per levar truppe su quelli
e finanze per mantenerle[50]. Fra le battaglie interminate che da due
secoli si combattevano, i politici aveano immaginato che unico modo
di conservare Italia fosse il mantenervi la bilancia fra gli Stati. A
ciò contribuivano le alternate alleanze; a ciò viepiù i condottieri
col passare dall’uno all’altro, in guisa che lo Stato più poderoso
poteva al domani trovarsi sguarnito, e il debole essere rinforzato
con sussidio di denari. Specialmente Firenze, posta di mezzo fra
Venezia e Milano a settentrione, Napoli e il Patrimonio della Chiesa a
mezzodì, accostavasi agli uni o agli altri secondo vedeva necessario di
correggere la prevalenza di questi o di quelli. È quel famoso sistema
d’equilibrio, che l’ammodernata Europa si vanta d’avere inventato, dopo
che la sua politica cessò d’essere costituita sopra idee morali.
Le città dell’antica Lega Lombarda stavano tutte a dominio d’un solo,
eccetto Bologna che alternava fra tirannia e franco stato. La Sesia
segnava i confini del Milanese col Piemonte, ove i duchi di Savoja
per molto tempo nessun altro acquisto fecero che della contea d’Asti.
La Toscana obbediva ai Fiorentini, tranne Siena e Lucca indipendenti;
Ferrara e Modena agli Estensi, pacifici e colti come educati dal
Guarino veronese; Mantova ai Gonzaga, prodi guerrieri, e insieme
istrutti nelle lettere da Vittorino da Feltre; Urbino passava dai
Montefeltro a casa della Rovere; Romagna era sminuzzata in cento
signorie, divise fra l’alto dominio papale e l’imperiale.
A Venezia, più che rimestare le cose d’Italia, sarebbe stato opportuno
curar quelle d’oltremare, dar fiore alle colonie di Levante, e farle
partecipi della cittadinanza: eppure, mentre diciottomila cavalli ed
altrettanta fanteria pose in campo contro il duca di Milano, in Morea
non mantenne mai meglio di duemila uomini di truppe regolari. A voler
prolungare la’ sua grandezza, minacciata dalle conquiste ottomane e
dalla nuova direzione presa dal commercio, le sarebbe giovato farsi
potenza illirica, o almeno trasferire in qualche isola di Dalmazia
il porto troppo infelice in città, e dove a questa avrebbe servito
d’antemurale; e raccogliendoci i Greci che fuggivano dalle spade
turche, e soccorrendo agli Albanesi che vi resistevano, alzare una
potenza a contrasto dell’ottomana[51]. Ma i nobili stavano attaccati
alla città, da cui traevano il titolo di loro preminenza; il popolo
credeva patriotismo il concentrare nelle isole tutta la vita; i
mercanti voleano aver terre da spogliare; e intanto chi ne profittava
era il nemico comune.
Che che però ne fosse della convenienza d’aver surrogato una politica
guerresca alla pacifica che Tommaso Mocenigo raccomandava, Francesco
Foscari avea per trentaquattr’anni coperto Venezia di gloria militare,
e campatala dalla minaccia dei Turchi. Ma come si tornò in pace con
questi e coll’Italia, rivisse dentro la parzialità dei Loredano,
implacabilmente ostile al doge. Non paga di contrariarlo in ogni
proposta, in ogni interesse, volle essa trafiggerlo nella parte più
sensitiva, cioè in Jacopo, unico figlio sopravissutogli. Poco innanzi,
le costui nozze eransi celebrate con pompa principesca: trentamila
persone per dieci giorni s’affollarono sulla piazza San Marco a vedere
le giostre che vi avea bandite Francesco Sforza, e dove il marchese
d’Este e il Gattamelata fecero prova di sè (1445), tra gli applausi
delle patrizie vestite di broccato d’oro. Ora a questo figlio fu data
accusa d’aver ricevuto regali da principi forastieri, e nominatamente
da Filippo Visconti; e interrogatone avanti al padre e al consiglio de’
Dieci, fra gli spasimi della tortura confessò. Relegato in Romania,
per fievole salute ottiene di restare a Treviso. Ma dopo cinque anni
essendo ucciso Ermolao Donati uno de’ suoi giudici, n’è imputato Jacopo
(1450), e messo di nuovo alla tortura, benchè negasse[52], fu bandito
alla Cánea, nè gli si consenti il ritorno, sebbene un Erizzo morendo
si confessasse reo di quel sangue. Jacopo allora, struggendosi pel
desiderio della nativa laguna, dei cadenti genitori, della moglie e
de’ figli; nè trovando chi in Venezia parlasse a suo pro, si volge al
duca di Milano perchè gl’impetri di recare in patria le ossa infrante.
Era severamente vietato interporre stranieri in cose di Stato: perciò,
essendo la lettera intercetta (1454), ed egli chiamato, «dopo trenta
squassi di corda» confessa averla scritta apposta ond’essere ricondotto
in patria almeno pel processo. Un nuovo giudizio lo confina a Candia,
concedendogli d’abbracciare i parenti, ma senza poter confondere le
lacrime che sotto l’occhio dell’autorità. «Il doge era vecchio in
decrepita età, e camminava con una mazzetta. E quando egli andò,
parlogli molto costantemente, che parea non fosse suo figliuolo,
_licet_ fosse figliuolo unico. E Jacopo disse: _Messer padre, vi prego
che procuriate per me acciocchè io torni a casa mia_. Il doge disse:
_Jacopo, va e obbedisci a quello che vuole la terra, e non cercar più
oltre_. Ma si disse che il doge, tornato a palazzo, tramortì» (SANUTO).
Il figlio morì di crepacuore; il padre continuò a subire la nimicizia
de’ Loredani; ed essendo morti due di essi quasi subitaneamente; ne fu
imputato egli stesso; Jacopo Loredano finse di crederlo, e s’impegnò
a vendicarsene (1457). Fatto dei tre inquisitori, imputò il Foscari
d’avere per la perdita del figlio mostrato un dolore che sapea di
rimprovero, e come vecchio e acciaccoso propose di deporlo. Due volte
il Foscari aveva esibito di abdicare, e, non che consentirglielo, era
stato indotto a giurare di non ripetere la domanda finchè la guerra
il rendeva necessario: ma allora, benchè fosse caso senz’esempio,
fu obbligato a rassegnar la sua carica fra ventiquattr’ore, e uscì
dal palazzo, dov’era abitato per trentacinque anni, senza figliuolo
nè amici nè forze, tra un popolo che l’amava, ma che più temeva
l’inquisizione allora appunto istituita (1457), tra i varj corpi dello
Stato, nessun de’ quali osava protestare contro questa violazione della
popolare sovranità. Quando la squilla di San Marco annunziò sortito il
suo successore (23 8bre), il vecchio Foscari spirò; e sulla sfarzosa
tomba erettagli ne’ Frari fu scritto: «Eccovi, o cittadini, l’effigie
del vostro doge Francesco Foscari, per ingegno, memoria, eloquenza,
inoltre giustizia, forza d’animo, consiglio, per lo meno degno di
pareggiar la gloria de’ più gran principi: non mai troppo mi parve
l’amore verso la mia patria; gravissime guerre in terra e in mare per
la salute e dignità vostra per più di trent’anni con somma fortuna
sostenni; sorressi la pericolante libertà d’Italia; i perturbatori
della quiete repressi colle armi; Brescia, Bergamo, Ravenna, Crema
aggiunsi allo Stato vostro; d’ogni ornamento crebbi la patria; data a
voi la pace, stretta Italia in tranquilla lega, esauste tante fatiche,
dopo ottantaquattr’anni di vita e ventiquattro di dogato all’eterna
pace passai. Voi la giustizia e la concordia conservate, acciocchè
sempiterno sia questo impero».
Il Loredano, alla partita di debito che aveva aperta ne’ suoi registri
a carico de’ Foscari per la morte dei suoi parenti, contrapponeva
_Pagata._ Bel tema di romanzi e tragedie, e opportuno contrapposto
all’ambizione fortunata dello Sforza: nè noi siamo disposti a
scagionare ingiustizie e tirannie, vengano da repubbliche o da despoti,
da forestieri o da nostrali.
Ma l’amor delle arti, della quiete, delle lettere invadeva principi
e popoli, non più la sola guerra; l’interesse, che un tempo si
fermava unicamente sul capitano, dirizzavasi anche al letterato e
al pittore; e d’altra materia empiremo noi il libro che succede a
questo di perpetue battaglie. Repente l’attenzione e i ragionamenti
si volsero sulle conquiste de’ Turchi; e la presa di Costantinopoli
(1453) fu guardata da tutti come domestica sciagura, come un pericolo
universale, del quale si doleano d’essersi accorti troppo tardi. Allora
Francesco Sforza concepì il divisamento di stringere tutta Italia
in federazione, all’intento d’escluderne gli stranieri qualunque si
fossero, e conservare la pace interna; e mediante frà Simonetto da
Camerino (1454), fu stipulata in Lodi tra esso Sforza e i Veneziani,
come padroni disponendo anche degli altri Stati d’Italia: Cosmo de’
Medici, i signori di Savoja, di Monferrato, di Modena, di Mantova,
le repubbliche di Siena, Lucca, Bologna e il papa vi aderirono; e da
ultimo anche Alfonso di Napoli: onde per un momento Italia respirò
dalle battaglie, e potè sperare che una confederazione le salvasse
l’indipendenza e la libertà. Fu un sogno anche questa volta.