CASE D’ANGIÒ E DI DURAZZO.

CARLO di Francia 1266-85

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| CARLO II _lo Zoppo_ 1285-1309

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| Carlo Martello re d’Ungheria

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| | Caroberto re d’Ungheria

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| | Luigi re d’Ungheria

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| | Andrea 1º marito di Giovanna I

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| ROBERTO il Savio 1309-43

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| | Carlo duca di Calabria

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| | GIOVANNA I 1343-81

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| | | nel 1380 adotta Luigi d’Angiò

| | | figlio di Giovanni II re di Francia

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| | | Luigi II

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| | | Luigi III nel 1423 adottato

| | | da Giovanna II

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| | | RENATO 1435-42

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| | Maria

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| Filippo principe di Taranto

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| | Luigi 2º marito di Giovanna I

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| | Roberto conte di Acerra 2º marito di Maria

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| | Margherita moglie di Carlo III

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| Giovanni duca di Durazzo

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| Carlo duca di Durazzo 1º marito di Maria

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| | tre figlie

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| Luigi conte di Gravina

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| CARLO III _della Pace_ 1381-86

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| LADISLAO 1386-1414

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| GIOVANNA II 1414-35

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| Nel 1420 adotta ALFONSO re di

| Aragona e di Sicilia 1442-58

Allo spettacolo di tante irrequietudini, è facile esclamare contro

il governo repubblicano; e il Denina, «per far comprendere quanto sia

meglio del popolare il governo monarchico ereditario ed assoluto per

la quiete e felicità pubblica», oppone a que’ trambusti «il regno di

Napoli, ove, da che i principi angioini si furono stabiliti, si godè

internamente pace tranquilla»[20]. Vediamo se il fatto sia così.

Roberto, che tutta la lunga vita stette a capo della parte guelfa in

Italia, ampiamente estendendo l’autorità e nulla i dominj, fu poco

lodato in tempo che l’ammirazione si dirigeva al valor militare, e si

appropriò a lui il motto di Dante, essersi fatto re chi era piuttosto

da sermone[21]. Amò cordialmente la pace; eppure vedemmo quante guerre

cagionasse o sostenesse. Tentò anche ricuperar la Sicilia, e soccorso

da suoi alleati e da truppe di Provenza e di Piemonte, la assalì con

quarantaduemila uomini, settantacinque galee, tre galeoni, trenta

vascelli da trasporto, trenta sagittarj e censessanta barche coperte;

ma prima la tempesta, poi il clima mandarono in dileguo tanto apparato;

i ripetuti suoi assalti non fecero che sperperare il paese, e re

Federico tenne testa.

Per lasciare in quiete i suoi, Roberto si valse delle truppe

mercenarie, cercando denari in ogni guisa, fin col permettere ai

giudici di commutare varie pene in multe: così disavvezzava i sudditi

dalle armi. Pio al modello di san Luigi di Francia suo zio, assegnò

ogni mese tremila ducati a eriger chiese e conventi, e comprare

beni per frati e monache; ottenne dal sultano d’Egitto che dodici

Francescani fossero addetti al santo sepolcro, come sempre si è

continuato; fabbricò superbamente Santa Chiara, sua cappella regia,

dove poi fu sepolto con immenso mausoleo e compendioso epitafio[22].

Dotto, e dei dotti protettore, «o fosse (dice il Petrarca) occupato

negli affari di guerra o di pace, o si ristorasse dalle sofferte

fatiche, giorno e notte, passeggiando e sedendo, volle sempre aver

libri. Prendeva argomenti sublimi al suo ragionare; e benchè scarsa

e quasi niuna occasione ne avesse, protesse con regia munificenza

gl’ingegni del suo secolo. Non solo udiva con singolare pazienza coloro

che gli recitavano lor composizioni, ma gli applaudiva ed onorava del

suo favore. Così continuò fino all’estremo: già vecchio, filosofo e

re, qual egli era, non vergognossi mai d’imparare, nè mai gl’increbbe

di far parte agli altri di ciò che avesse imparato, ripetendo che

coll’apprendere e coll’insegnare l’uomo si fa saggio. Que’ medesimi

che, o per odio o per prurito di maldicenza, cercano sminuirne le lodi,

non gli contrastano quella della dottrina. Egli peritissimo nelle sacre

scritture, egli spertissimo ne’ filosofici studj, egli oratore egregio,

egli dottissimo nella medicina, solo la poesia coltivò poco; di che,

come gli ho udito dire, si pentì in vecchiezza»[23].

Collocò nell’Università i migliori maestri, fece voltar in latino

Aristotele e Galeno; insigni giureconsulti illustrarono il suo regno,

quali Bartolomeo da Capua suo protonotaro e consigliere, Nicola d’Alife

segretario della regia cancelleria, Andrea d’Isernia detto il principe,

l’auriga, l’evangelista de’ feudisti, Luca da Penna ed altri, noti tra

la folla de’ commentatori. Di regolari magistrati e di opportune leggi

confortò il Reame. Il clero, depresso dagli Svevi, poi rialzato sotto

gli Angioini fino a sottrarsi d’ogni giurisdizione regia, fu da lui

sottomesso ai magistrati in casi d’ingiurie e violenze.

Ma o perchè Roberto si trovasse occupato altrove, o perchè rifuggisse

dal disgustarli, atteso la vicinanza dell’emula Sicilia, i baroni

crescevano di potere e d’arroganza; circondatisi di clienti e vassalli,

nei loro castelli ricoveravano malfattori; non essendovi chi osasse più

chiamarli in giudizio, trascorrevano ad ogni eccesso; tornavano sulle

guerre private, eludendo e le commissioni cioè lettere arbitrarie del

re, e le minaccie della Corte di Roma, e il rigore de’ giustizieri.

Anche i banditi crebbero tanto, che bisognò contro di essi inviare

regolari eserciti, ma con poco profitto, essendo protetti dai baroni.

A ben peggio si cascò allorchè Roberto, dopo trentaquattro anni di

regno, morì (1343). Del perduto figliuolo eragli rimasta Giovanna,

alla quale volendo togliere un competitore e procurare un appoggio

domestico, destinò sposo Andrea, nato da Caroberto re d’Ungheria,

figlia del suo fratello maggiore Carlo Martello (t. VII, p. 384);

e lo fece educare a Napoli perchè acquistasse i modi e l’amore de’

futuri sudditi. Cure al vento. Quando successero nel regno e ne’

tesori, Giovanna era sul toccare de’ sedici anni, e di qualche mese

minore il marito; e la splendidezza di loro reggia non avea pari in

Europa, eccetto quella d’Avignone. Ivi Sancia da Majorca vedova di

Roberto, Caterina imperatrice titolare di Costantinopoli, Margherita

di Táranto regina vedova di Scozia, teneano altrettante corti; Maria,

sorella di Giovanna, segretamente maritata a Carlo duca di Durazzo,

sfavillava di bellezza e ingegno; Agnese di Périgord, madre di questo,

compiva il regio circolo; e tutti lusso a gara, e feste, comparse,

raffinatezza, amori rinterzati, intrighi inverecondi; inciampi alla

fragile Giovanna. Andrea, candido uomo e dolce, non avea dismesse

le grossolane usanze magiàre, tratto inelegante, strani gusti, umore

indolente; e pretendendo gli competesse il regno non per la moglie,

ma per diritto ereditario, non rassegnavasi alla superiorità pretesa

da questa. Adunque due fazioni divisero la Corte e tutto il regno; e

la ungherese crebbe pel favore del papa e più per la sventataggine di

Giovanna, che non soffriva gli affari la distraessero dagli spassi, ne’

quali accoppiava la ricercatezza della letterata pulizia italiana colle

pompe di Germania e Provenza; e la recita dei sonetti del Petrarca

e delle novelle del Boccaccio alternavansi coi giuochi floreali, co’

tornei, colle corti d’amore. Frà Roberto, zoccolante ungherese, maestro

d’Andrea e potente sopra la regina, a cavalcione dei due partiti,

diveniva arbitro del regno. Petrarca, che allora vide quella Corte,

prega il Cielo che campi l’Italia da simili disastri; esser Napoli una

Mecca, una Babele ove Cristo s’insulta, fede non v’è, nè giustizia o

pietà; i dominatori sono Falaridi, Dionigi, Agatocli; ma singolarmente

inveisce contro il frate, sporco, stracciato, brigante, superbo. —

Retorica.

Andrea, impacciato fra le cortigianerie, indispettito degli amori di

Giovanna col cugino Luigi duca di Táranto, volle essere consacrato

prima dei ventidue anni prefissigli da Roberto, e alla coronazione

fece drappellare ceppo e mannaja, come ad esprimere ne userebbe contro

gli offensori. Chi vuol fare non minacci. Quei che avevano motivo a

temerne, congiurarono, capo il conte d’Artusio figlio secreto di re

Roberto, e Filippina la Catanese, lavandaja, venuta balia di Luigi, e

diventata confidente della regina; Giovanna, se non consentì, almeno

non ostò che Andrea fosse strangolato e gittato da un terrazzo (1345 20

agosto).

Nessuno tolse da senno a farne processo e giustizia; solo il papa,

come alto signore del Regno, commise a Bertrando Del Balzo, gran

giustiziere, di cercare i colpevoli: e costui, sciorinando uno

stendardo ov’era effigiato l’assassinio, si trasse dietro il vulgo fin

al palazzo; nè la regina valse a impedire che la Catanese e i complici,

dopo orribili torture, fossero appiccati ed arsi. Giovanna intanto

sfacciatamente sposava (1347) il duca di Táranto; poi presentendo la

guerra civile, facea levata di vassalli e partigiani; e a Luigi il

Grande re d’Ungheria, maggior fratello di Andrea, scriveva scusandosi

innocente. Il quale le rispose: — Il disonesto tuo vivere, il ritenere

la podestà regia, la negligenza in punire il misfatto, le non chieste

scuse, ti palesano partecipe e rea dell’assassinio; nessuno sfuggirà

alla vendetta divina e all’umana».

Esso Luigi tiene posto segnalato fra i re dell’Ungheria, la quale, di

fresco sbarbarita nè ancora spossata dalla viziosa costituzione, al

tempo di lui si collocò fra le primarie potenze d’Europa. Egli era

al tempo stesso re di Polonia, sovrano della Bosnia, della Servia,

della Bulgaria, della Moldavia, della Valachia, onde estendeva i

dominj sulle genti slave dall’Adriatico al mar Nero e alla foce della

Vistola; rispettato dai Tedeschi, temuto dagli Italiani. Chiese al

papa dichiarasse Giovanna immeritevole del regno, e ne investisse

lui stesso, che s’accingeva con un esercito a far giustizia. E benchè

il papa, che avea levato al sacro fonte un figlio postumo d’Andrea,

tentasse indurlo a rimettere la cosa al suo tribunale, egli pose in

pegno fin le gioje di sua moglie[24], e mosse a questa volta.

I Napoletani si erano divezzi dalla guerra: la gente di villa

non conosceva arme, nè portava in mano che una mazza di legno per

difendersi dai cani; invece di giacere alla serena, piacevansi di letti

soffici e di piumacci, e sempre erano a pettinarsi e lavare il viso a

mo’ di donne[25]. Non si potea dunque far conto che sui venturieri; ed

era a temere che i Siciliani, per isfavorire Napoli, dessero mano agli

Ungheresi. Pertanto Giovanna pattuì con quelli pace intera e assoluta

indipendenza; poi diffidando de’ pochi partigiani, all’avvicinarsi del

vindice fuggì in Provenza (1348).

Luigi, vincitore senza aver combattuto, volle vedere il terrazzo donde

era stato precipitato Andrea, e quivi, rinfacciando il misfatto a Carlo

di Durazzo che invano se ne giura incolpevole, lo fa stender morto e

trabalzare anch’esso nel giardino; molti creduti complici manda al

supplizio; gli altri reali spedisce in Ungheria. Entrato in Napoli

da conquistatore, attende a far processi, colloca a governo Ungheresi

e a reggente Stefano Laszk, principe transilvano; ma poichè la peste

cominciava, congeda le truppe e torna in Ungheria.

Paese facile a conquistare, difficile a conservare. Il papa negò a

Luigi l’investitura nè di Napoli nè della Sicilia finchè Giovanna non

fosse regolarmente convinta rea. I Napoletani, ben presto disgustati

dei forestieri e rimpiangendo le allegrie dell’antica Corte, invitavano

la regina, la quale dalle indagini fatte risultava innocente del

sangue d’Andrea. Assolta dunque dal papa che ne convalidò il nuovo

matrimonio, ella s’accinse a ricuperare il regno; vendette al papa

la città d’Avignone per ottantamila fiorini, e impegnò le gioje onde

far denaro; e assoldate truppe, coll’assistenza di Nicolò Acciajuoli

illustre fiorentino ricuperò il paese (1350), salvo alcuni castelli.

Intrepidamente frivola fra tanti pericoli, colle allegrie stordiva sè e

i sudditi; intanto che re Luigi sopragiungeva con trenta o quarantamila

Ungheresi.

Costoro, naturati coi loro cavalli, su cui fin da fanciulli viveano,

usavano unica difesa un giubbone di cordovano rinterzato, unica offesa

l’arco e lunga spada; selle e gualdrappe la notte scusavano di letto

e di copertura al cavaliero, il quale portava allato carne secca

polverizzata, che con poca acqua calda riduceva a bibita sostanziosa.

In tal modo aveano guerreggiato con Bulgari, Russi, Tartari, Serbi, in

pianure patenti ove il pascolo abbonda; ma gl’Italiani distruggevano le

proviande, e chiudevansi in terre castellate, di modo che gli Ungheresi

consumavansi per difetto di foraggi; e sebbene i nostri potessero

a pena sellare tre o quattromila cavalli, le ordinanze massiccie e

le solide armadure nostrali presentavano intoppo inaspettato. Gli

stranieri malmenarono il Reame, e lo presero tutto, eccetto Gaeta

ove s’erano ridotti Giovanna e il suo sposo: ma poichè fame e peste

li decimavano e il tempo del servizio militare scadeva, Luigi (1351)

dovette accettare una tregua, patto che il papa facesse riassumere a

processo la regina; e se fosse chiarita colpevole, il regno cadesse

al re d’Ungheria; se innocente, questi cederebbe a lei le piazze per

trecentomila fiorini. Giovanna a prova di testimonj giurati dimostrò

che un filtro l’aveva distolta dall’amare Andrea, e fu dichiarata

inconscia dell’assassinio di questo; laonde Luigi cedette le piazze, e

neppur volle il pattuito compenso, dicendo: — Guerreggio per giustizia,

non per guadagno». Giovanna tornò regina (1352), e Luigi di Táranto fu

coronato.

Fra ciò la Sicilia compiva le sue sorti separatamente dalle italiche.

I baroni, che erano stati repressi dagli Svevi, nella guerra succeduta

ai Vespri sentirono d’esser necessarj; e straordinariamente compensati

degli straordinarj servigi, talmente inorgoglirono, che appena

soffrivano d’essere inferiori al re; e sotto al debole Pietro II

(1337), figlio e successore di Federico I d’Aragona, pretendevano

rendere ereditarie le cariche più alte. Colle estese parentele e

colla clientela de’ popolani, ogni casa faceasi centro di partiti,

che ruppero a guerre sotto il nome e la capitananza degli Alagona e

dei Chiaramonti di Modica, dei Palici e dei Ventimiglia di Geràci;

tanto che tutta quella costruttura di Federico I 1342 andò a fascio,

nè quasi ombra rimaneva di governo centrale. Sotto Lodovico, succeduto

quinquenne (1355) al padre in tutela del giustiziere Blasco d’Alagona,

e sotto Federico II suo fratello sottentratogli di tredici, e indicato

col titolo di Semplice, raffittirono le guerre da casa a casa; e

«tanto mortalmente crebbe il furore delle loro parti, che senza alcuna

misericordia, come salvatiche fiere, ovunque s’abboccavano s’uccidevano

per agguati, per tradimenti; e per furti di loro tenute continovo

adoperavano il fuoco e il ferro,..... e tanto si disusarono i campi

della coltura, tanto si consumarono i frutti raccolti, che l’isola,

per addietro fontana d’ogni vittuaglia, per inopia e per fame faceva

le famiglie de’ suoi popoli in grande numero pellegrinare negli altri

paesi»[26].

Ai re di Napoli il momento parve buono per far valere le ragioni che

avevano dissimulate, non deposte; e Giovanna occupò Messina (1353),

promettendo alzarla capo della Sicilia; ma Chiaramonti e Ventimiglia

s’accordarono per ricuperarla. A Giovanna, padrona della Provenza e di

Napoli, sarebbe stata necessaria una bella marina; ma le guerre non le

permisero mai d’allestirla, anzi lasciò disfarsi ogni resto dell’antica

potenza marittima di que’ paesi. Bisognosa di navi, ne chiese quindici

in dono da Lodovico d’Aragona, a tal prezzo rinunziando i diritti

sull’isola, nè riservandosi che l’annuo tributo di tremila once. Ai

Siciliani parve baratto codardo questo riconoscere il regno come dono

della signora nemica; eppure ciò poneva fine alla lunghissima guerra

di Sicilia, costata tanto denaro e sangue: la soggezione non fu che

nominale, nè mai pagato il tributo.

Giovanna e Luigi di Taranto sedevano sul trono napoletano; ma che

poteano essi in regno sbranato dalle parzialità, e dove i baroni

non voleano deporre le armi, impugnate ne’ passati trambusti? Alcuni

scontenti v’invitarono la banda del conte Lando, che si rese terribile

ad amici e nemici: e per rimandarla si dovettero imporre straordinarj

accatti, e sospendere il consueto tributo al papa, che perciò ebbe a

mettere il regno all’interdetto. Luigi di Táranto, vagheggino da nulla,

morì di quarantadue anni (1362); e Giovanna, ad istanza de’ baroni,

sposò Giacomo III d’Aragona, re titolare di Majorca; ma il tenne

appartato da ogni autorità, e per lo più in Ispagna, finchè morì (1374)

senza farla madre. Essa contava quarantasei anni; tutti i suoi figli

erano morti; la sorella Maria non avea che tre figliuole, una delle

quali, Margherita, fu da Giovanna designata a succederle, sposandola

al cugino Carlo, figlio dell’ucciso duca di Durazzo, e che fu poi

conosciuto col nome di Carlo della Pace; uom bello, attraente, ma

profondamente simulato, e pronto sempre a rinegare la propria parola.

Ma l’intrinsichezza di questo con Luigi il Grande, sotto del quale

campeggiava in Ungheria e nel Friuli, ingelosì Giovanna, che repente

concesse la mano (1376), non il titolo regio ad Ottone di Brunswick,

che allora dimorava in Piemonte qual tutore del marchese di Monferrato.

Era il momento che contendeasi pel successore di papa Gregorio XI; e

Giovanna, favorendo Clemente VII, antipapa, diede impulso al grande

scisma d’Occidente; lo perchè Urbano VI la proferì scomunicata

e decaduta dal regno e da tutti i feudi, ed eccitò contro di lei

Carlo della Pace, di cui essa aveva deluso le aspettative. Il popolo

napoletano bolliva contro la regina perchè fomentasse lo scisma,

e acclamava il papa vero, e saccheggiava i palazzi; i baroni si

combattevano fra sè con grandi eccidj, e la regina non potea che

perdonarli e farli giurar paci che al domani erano violate. A

tanti pericoli sentendo non bastar sola, essa cercò un appoggio

coll’adottarsi erede Luigi d’Angiò (1380), secondogenito di Giovanni

II re di Francia; seme che dovea fruttare due secoli di guaj al Reame.

Esso Luigi per far denari s’appropria il tesoro regio di Francia,

smunge province, sacrifica gli Ebrei, sottrae le paghe ai soldati,

impone a Parigi una tassa su tutti i comestibili; e perchè il popolo ne

tumultuava, fa buttar nel fiume i capi delle arti.

Come Urbano VI a Carlo, così Clemente VII favorì all’Angioino,

assentendogli le decime sulle entrate ecclesiastiche in Lingua d’oc e

in Lingua di sì, e persino a favore di lui ergendo in regno d’Adria lo

Stato ecclesiastico, salvi il Patrimonio di San Pietro e la campagna

di Roma: così sagrificando l’indipendenza dello Stato ecclesiastico.

La morte del genitore trattenne Luigi d’Angiò in Francia; e intanto

Carlo, sollecitato dalle solite speranze dei profughi, colle bande

venturiere del Barbiano e dell’Acuto mosse ver Roma, dove, incoronato

da Urbano VI, e fornito di ottantamila fiorini col togliere gli ori e

fin i vasi sacri dalle chiese, dopo ronzato due anni coll’esercito a

ruina degl’italiani, penetrava nel Reame (1381). Dal popolo, inusato

alle armi, non soffrì resistenza; i baroni volevano male a Giovanna

dell’essersi eletto successore uno straniero; la Città dividevasi tra

Angioini e Carlisti, tra Urbanisti e Clementini; talchè impossibile

era la difesa, e Carlo, fra i mirallegro entrò in Napoli. La regina,

chiusasi nel Castel Nuovo, non ricevendo i soccorsi aspettati, si

arrese. Carlo le fece onore: ma spargendo ch’ella il guardasse come

un ladrone, e contro di lui sollecitasse continuamente Luigi d’Angiò,

la fece strozzare (1382). Comunque d’indole generosa, ingenua,

amorevole[27], colla inescusabile giovinezza e più col variare dei

mariti e degli eredi ella sovvertì allora e poi il Reame. Sua sorella

Maria di Durazzo non tardò a seguirla, e nel costei sepolcro spegnevasi

la discendenza di re Roberto.

Luigi avrebbe voluto rimanere in Provenza a raccorre la porzione

più solida dell’eredità di Giovanna; ma l’antipapa Clemente, per

contrariare al favorito di Urbano VI, lo spingeva a vendicare la sua

benefattrice, e conquistarsi così ricca corona. Egli dunque coronato

in Avignone re di Sicilia, di Napoli, di Gerusalemme, con bello e

forte esercito, con Amedeo VI conte di Savoja, e col favore di Bernabò

Visconti che sposò una figlia a un figlio di lui, e assistito dai

malcontenti, calò per Italia, e due anni continuò guerra a Carlo

della Pace. Questi, non sostenuto dai baroni, sì bruciato di denaro

che derubò alla dogana i panni de’ Fiorentini, Pisani e Genovesi

onde distribuirli a’ suoi fedeli, conobbe l’opportunità d’evitare gli

scontri, e secondo i consigli di Alberico da Barbiano, da lui fatto

connestabile del regno, aspettò che le malattie logorassero gli uomini,

i cavalli, il tesoro del nemico. Di fatto quel floridissimo esercito

fu ben presto a tal miseria, che i migliori cavalieri montavano asini;

il duca avea venduto vasi, gioje, fin la corona, nè copriva la corazza

se non d’un cencio dipinto; alfine morì di febbre a Bari; gli altri o

perirono (fra questi Amedeo di Savoja, a Santo Stefano in Puglia, 1384

12 marzo), o tornarono accattando e rubando.

Più colla politica che col valore avea trionfato Carlo, nè però ebbe

calma; e la fazione angioina, fedele al fanciullo Luigi II, erede

della Provenza e delle pretensioni dei defunto duca, lungamente

sconvolse il Regno. Inoltre egli si guastò affatto con papa Urbano,

che essendosi piantato a Napoli, pretendeva esercitarvi padronanza,

e voleva investisse a un tristo suo nipote il principato di Capua

e d’Amalfi, e altri possedimenti promessi quando fu coronato: onde

tempestò fra guerre e scomuniche scandalose, peggiorate dalla peste che

in quegli anni rinnovò i guasti per tutta Italia. Carlo, inorgoglito

dalla vittoria, era meno che mai disposto ad ascoltare le rimostranze

del pontefice che pretendeva moderasse le molteplici imposte sul Regno:

onde Urbano si chiuse in Nocera, pose alla tortura alcuni cardinali

imputati di congiura, e scomunicò Carlo, il quale a vicenda tormentava

i prelati napoletani che obbedissero all’interdetto, e mandò l’esercito

ad assediare l’ostinato pontefice. Questi s’affacciava ogni tratto al

balcone col campanello e colla torcia accesa scomunicando l’esercito

del re, finchè dopo sei mesi vennero in soccorso truppe mercenarie, che

lo trafugarono verso Salerno, d’onde s’imbarcò anelando vendetta (Cap.

CXVII).

Alla sorte del Reame venne a recare nuovi viluppi la morte di Luigi il

Grande d’Ungheria. Aveva egli menato frequenti guerre con Venezia, la

quale conservava sempre il titolo di signora di Dalmazia, di Croazia

e d’un quarto e mezzo dell’impero d’Oriente; mentre esso re, dacchè

pretese al Napoletano, avrebbe trovato opportunissimo possedere

Zara, anello fra i suoi paesi e la Puglia. Tentò dunque essa città,

ma i Veneziani gliela disputarono, e dopo diciotto mesi d’assedio la

presero. Ne serbò rancore Luigi, e favorì lo scontento degli Schiavoni,

i quali dalla signoria veneta aborrivano perchè sagrificati al

vantaggio della capitale, mentre sarebbero potuti fiorire di commercio

diventando lo sbocco dell’Ungheria. Quando si sentì bastante vigore,

Luigi intimò al veneto senato restituisse le città di Dalmazia,

antiche pertinenze della corona ungherese. Il senato ricusò e fece

navi; ed avendo l’emula Genova prestato a quel re sessanta galee

comandate da Antonio Grimaldi, i Veneti uniti ai Catalani, e capitanati

da Nicolò Pisani, a Lojera diedero una terribile rotta ai nemici

(1353), prendendone trenta galee con tremilacinquecento prigionieri,

che lasciarono consumar nelle carceri, oltre duemila che perirono

combattendo.

Non per questo re Luigi desistette dal molestare i Veneziani in

Dalmazia; e risolse attaccare Zara, Spalatro, Trau, Nona e al tempo

stesso Treviso, unica città che Venezia tenesse in terraferma. Occupate

Conegliano, Asolo, Céneda, que’ temuti cavalleggeri arrivarono sotto

Treviso, ma prenderla non poteasi con scorridori; i quali, impazienti

di lunghe fazioni, costrinsero il re a battere in ritirata, benchè

forte di trentamila uomini. Meglio ordinatosi, ricomparve egli, e

per tradimento ebbe la città (1354); e chiesto di pace, generosamente

dichiarò bastargli il ricupero delle città spettanti alla sua corona,

e che il doge rinunziasse al titolo che si arrogava su quelle, e gli

provvedesse ventiquattro galee, di cui egli pagherebbe le spese.

Morto Luigi (1382), la nobiltà consentì che Maria sua figlia, da

essi gridata regina, ne portasse i diritti a Sigismondo di Luxemburg,

figlio dell’impotente Carlo IV. Altri nobili però gridarono Carlo III

di Durazzo, che adottato da re Luigi, era cresciuto in quel reame e

formatosi a quelle armi; e di fatto egli, per ambizione del nuovo non

curando i disordini cui abbandonava il regno suo prisco, v’andò, ed

ottenne la corona angelica; ma la regina lo fece assassinare. Giovanna

era vendicata (1386). Allora va in estremo scompiglio l’Ungheria,

dove i Croati accorreano a punire il delitto con altri delitti e

brutalità. Côlta Maria, la mandavano a Margherita vedova di Carlo, se

non si fossero opposti i Veneziani: intanto le ribellioni fiaccarono

affatto l’Ungheria, e un nuovo re della Servia orientale ebbe Zara,

Trau, Sebenico, Spalatro e le altre città per lo innanzi possedute dai

Veneziani. Maria fu liberata da Sigismondo di Luxemburg suo marito, il

quale alla morte di lei (1395) restò re del paese, che trasmise poi a

Casa d’Austria.

Tra questo fare, il regno di Napoli, salito a tanta grandezza sotto

i Normanni, gli Svevi e Roberto il Buono, sfasciavasi sotto i costui

discendenti, e poco pesava sulla bilancia politica, mentre internamente

era campo di sciagurate battaglie fra bande di ventura e stranieri

semibarbari: le contribuzioni erano riscosse e consumate da costoro;

non esercito nè flotta v’avea che obbedisse al re, non fortezze ben

munite; esausto l’erario, effeminata suntuosità alla corte, la nazione

disabituata dalla guerra, sicchè nè i padroni confidavano in essa, nè

i nemici la temevano; e in conseguenza nè essa aveva a se medesima quel

rispetto che salva da vergogna, nè dagli altri l’otteneva.

L’intempestiva morte di Carlo III aggiunse mali a mali; e mentre

Ladislao, figliuolo di lui decenne, era proclamato re sotto la tutela

di Margherita, la fazione francese dei Sanseverino salutava l’altro

fanciullo Luigi, figlio di quel d’Angiò, due fanciulli in tutela di

due donne meno abili che intriganti. Maria di Blois tolse a Ladislao

quasi tutta la Provenza; i Napoletani, scontentati dall’avarizia di

Margherita e dall’avidità de’ suoi favoriti, si sollevarono anch’essi a

favore d’Ottone di Brunswick, vedovo di Giovanna e creato di Clemente

VII, che a nome dell’Angioino prese Napoli. Così due papi, due re,

due reggenti, fra le cui dispute i più negano obbedienza ad entrambi,

entrambi li scomunica papa Urbano VI, e tutto va sossopra. Luigi II

coronato in Avignone (1391), è in Napoli accolto fra gli applausi,

ma presto ridotto a rassegnare ogni potere a Ladislao (1399), che

riconosce il regno come benefizio della Sede apostolica[28].

Fra pericoli e congiure e guerre intestine costui s’addestrò

agl’intrighi, coll’età crescendo di coraggio; perfido politico quanto

Gian Galeazzo, e più valoroso, formò buone truppe, ebbe di molti

partigiani, tolse tutte le fortezze ai Francesi, punì i baroni che gli

avevano favoriti. La nobiltà ungherese, disgustata di re Sigismondo,

offrì la corona angelica a Ladislao, che v’accorse; ma poi trovandosela

contesa, vendette ai Veneziani Zara e le altre piazze di Dalmazia,

nè più dandosi un pensiero dell’Ungheria, pensò ingrandire in Italia,

prefiggendosi rinnovare la gloria di Federico II imperatore, e solendo

dire: — O Cesare o nulla». Per assodare la monarchia deprimeva i

baroni, che odiava tutti o parteggiassero pei Durazzo o per gli

Angioini; impedì tenessero più di venticinque lancie ciascuno, come

faceano col pretesto di pubblico servizio, ed anche queste fossero

stipendiate e alloggiate dallo Stato: intanto ammise chi che fosse ad

ottenere feudi, uffizj, sin la cavalleria.

Era allora la cristianità straziata dal grande scisma, e l’Italia

n’andava tutta in parti e in armi, sicchè non parea far guerra al papa

chi assalisse lo Stato papale. Ladislao colse il buon punto; e quando

(1404), dopo morto Bonifazio IX e ne’ primi tempi d’Innocenzo VII, Roma

sbranavasi fra il popolo e i grandi, egli cercò entrarvi, favorito

dai Colonna e dai Savelli. Il popolo s’impadronisce di Ponte Molle

e respinge il re; ma dodici cittadini ch’erano andati per trattare

un accordo con papa Innocenzo, vengono côlti dal nipote di questo e

trucidati. Il popolo si leva allo stormo della campana di Campidoglio,

caccia il papa, saccheggia. Ladislao teneva occhio a quella preda, e

mentre mena a ciancie il pontefice e i Fiorentini, occupa trionfalmente

Roma: Gregorio XII, bisognoso d’appoggio contro il papa emulo, dà a

Ladislao l’investitura di Roma, del Patrimonio, della marca d’Ancona,

di Bologna, Faenza, Forlì, Perugia e del ducato di Spoleto per

venticinquemila fiorini l’anno (1408 25 aprile); e fu il primo che se

ne intitolasse re, diventando padrone dello Stato di cui erano vassalli

i suoi predecessori.

Allora parvegli toccare il cielo col dito, sprezzò ogni ostacolo, e

in verità perchè non potea sperare di divenir re di tutta Italia?

Morto Gian Galeazzo, i Visconti erano ristretti nella Lombardia:

Venezia sentivasi ancora fiaccata dal duello con Genova: questa dalle

fazioni era costretta ad appoggiarsi alla protezione di Francia. Solo

i Fiorentini ostavano, e poichè nol vollero riconoscere, attenti che

nessun potentato preponderasse in Italia, Ladislao staggì le robe di

tutti i loro mercadanti in Roma (1409), e accumulato denaro, ne corse

guastando il territorio, onde il popolo lo chiamava il re guastagrano,

e i Fiorentini si videro nuovamente in procinto di perdere lo Stato.

Contro di lui essi presero al soldo Braccio di Montone, e favorirono

Luigi II, che venne cogli ajuti di papa Alessandro V e del suo

successore Giovanni XXIII, e colle scomuniche da questo avventate a

Ladislao. I gigli sventolavano a capo dell’esercito, e i Fiorentini

uniti a’ Senesi dissipano una spedizione mossa a conquistare tutta

Italia (1410); anzi prendono Roma, dove si stabilisce papa Giovanni.

Luigi, ben fornito di Provenzali e di fuorusciti, e de’ capitani

Paolo Orsini, Attendolo Sforza, Braccio di Montone, vince a Roccasecca

Ladislao (1411 19 maggio), facendo prigionieri quasi tutti i baroni

e lo stendardo reale; ma i soldati sperdonsi a saccheggiare, poi

rivendono le armi e i prigionieri per otto o dieci ducati l’uno, e

Ladislao li compra, compra i soldati stessi del suo nemico, il quale

deve colla vergogna ricoverare di là dai monti, ove presto finisce la

vita.

Ladislao invade Roma e lo Stato, rapinando malgrado de’ Fiorentini:

costringe Giovanni a disdire Luigi d’Angiò, e riconoscere Ladislao ne’

regni di Napoli e Sicilia; obbligarsi a ricondurre alla obbedienza di

lui quest’isola, allora in mano degli Aragonesi; nominarlo gonfaloniere

della Chiesa con quattrocentomila ducati, e perdonargli un arretrato di

ducati quarantamila dell’annuo tributo, tuttociò a patto che Ladislao

riconoscesse lui papa. E papa e re violarono ben presto gli accordi:

il primo raccoglieva bande, flagello de’ popoli, che non impedirono

a Ladislao di assalir Roma (1413) ed entrarvi saccheggiando, mentre

il papa fuggiva tra pericoli e patimenti infiniti, e chiunque del suo

seguito fosse preso, veniva spogliato nudo, spesso ucciso. Giustamente

si dolse Giovanni a tutto il mondo di tanta perfidia, e — Chi avrebbe

potuto credere alcuno audace e perverso a segno, di venirci a giurar

fedeltà, domandarci l’investitura in solenne adunanza, e all’ombra

di tali dimostrazioni ottener quello che non avrebbe pur eseguito

in guerra aperta? Ci rifugge l’animo dal dipingere il furore con cui

trattò Roma, i sacri tempj, le venerabili reliquie de’ santi»[29].

Ladislao non vi badò, e si spingea contro Bologna, sola rimasta al

pontefice, ma una terribile malattia, attribuita a veleni o a filtri,

e più credibilmente a lussuria, lo gettava tratto tratto in accessi

di rabbia, durante i quali trascorreva alle peggiori crudeltà; sinchè

frenetico morì a trentasei anni (1414 6 agosto). Maltrattò le proprie

mogli, e la repudiata Costanza obbligò a sposare un altro; provvedeasi

di concubine d’ogni stato; matto di superbia, non curante che de’

soldati, prodigò i beni della corona a guerrieri, vendendo uffizj e

cavalierati, assodò l’aristocrazia che prima voleva deprimere; e lasciò

la solita eredità di questi re soldateschi, confusione e indisciplina.

In mancanza di figliuoli, Giovanna II sua sorella gli successe,

rinnovando gli scandali e i disordini della prima Giovanna; deforme e

voluttuosa, perduta in licenziose feste a voglia d’indegni favoriti.

Vedova di Guglielmo d’Austria, e sperando ne’ reali di Francia appoggio

contro le pretensioni degli Angioini, sposò Giacomo di Borbone conte

della Marcia. Ben ella s’era riservato tutto il potere; ma Giacomo

volendo esser re anche di fatto, mise in prigione lei, al tormento

poi a morte ignominiosa Pandolfello Alopo, che essa avea fatto gran

siniscalco, conte, camerlingo, tutto. Indignò baroni e popolo quel

vedere Francesi collocati in tutti gl’impieghi, e trattata da schiava

la loro regina. Giulio di Capua dei conti d’Altavilla, condottiero

napoletano che aveva infellonito re Giacomo contro i favoriti, allora

congiurò d’ucciderlo, e ne informò Giovanna, che credette acquistar

grazia col darne spia al re. I congiurati furon messi a morte;

essa ebbe qualche larghezza, della quale profittando, i sudditi la

liberarono e rimisero al potere; e Giacomo ridotto ad umile condizione,

e fin prigioniero, poi sottrattosi, andò a morir frate.

Qui, cacciati i Francesi, vennero attribuite le dignità ad Italiani;

Giovanna riconobbe Martino V, gli fece omaggio, e gli restituì Roma

e tutte le conquiste di Ladislao; così suggerendole i suoi amanti,

e principalmente quel che era sotterrato all’Alopo nella confidenza

e nell’amore di lei, ser Gianni Caracciolo. Uomo d’intelletto e di

preveggenza rara, ed amato dal popolo, al cui sostentamento aveva

provveduto, avrebbe costui dominato dispoticamente se non l’avesse

contrariato Attendolo Sforza.

I caporali, che andavano in volta per la Romagna col piffero e il

tamburino ad ingaggiare venturieri, esibirono il soldo a un terriero da

Cotignola, di nome Muzio Attendolo, che stava zappando un suo podere.

Egli tentenna fra il sì e il no, e non sapendosi risolvere, lancia

sopra una pianta la zappa, risoluto di restarsene al suo mestiero

se ricaschi a terra. Rimase implicata fra i rami, ed egli accettò

le armi, tolse un cavallo dalla paterna stalla, e colla bravura e

l’arrischiatezza acquistò nome; e Alberico da Barbiano vedendoselo in

un diverbio saltar contro con violenza, gli disse: — Che? vorrai tu

far forza anche a me come agli altri? Ti chiameremo lo Sforza. Questo

soprannome gli restò, ed egli come capo di bande eccitò ammirazione,

invidie, nimicizie. Nel campo voleva severa disciplina; un uom d’arme

toglie il vestone pavonazzo d’un medico, e Attendolo, messoglielo

in dosso, lo manda in giro pel campo, sicchè quegli dalla vergogna

s’ammazza: uno scozzone di cavalli che sottraeva biada per venderla,

fa legare alla coda di cavalli e strascinare a furia: un ferrarese che

teneva seco una donna in figura di ragazzo, fece vestire da femmina

e girar così negli accampamenti. Corpo abituato ad ogni fatica e

stento, piacevasi solo a giuochi di forza; tutt’armato, poteva montare

a cavallo senza ajuto che delle staffe, e per molte miglia viaggiare

sotto quello scoglio ferrato; pronto a deliberare, prontissimo ad

eseguire, ardito ne’ pericoli, franco in gioventù, simulatore dopo

provati i tradimenti, spregiator delle ricchezze, valoroso ma senza

veruno de’ nobili concetti che fregiano il valore, soldato sempre di

causa altrui.

Col famoso condottiero Tartaglia avendo contribuito alla presa di

Pisa, fu da Firenze provvisto di cinquecento fiorini annui. Riuscito

ad uccidere per tradimento il traditore Ottobon Terzo, dal marchese

d’Este, cui rendeva Parma e Reggio, ottenne la terra di Montecchio.

Roberto imperatore gli concesse per arma un leon d’oro rampante

che tiene nella zampa destra un pomo cotogno. Luigi II d’Angiò e il

papa lo assoldarono nell’impresa contro Napoli; ma Ladislao riuscì

a tirarlo a sè, donandogli quattro castelli nell’Abruzzo; onde il

papa, che pur l’aveva investito della natìa terra di Cotignola, e

creato gonfaloniere della Chiesa, lo fece dipingere in più luoghi

appiccato pel piede destro con un cartello che cominciava _Io son

Sforza villan di Cotignola_, e ne enumerava dodici tradimenti. Che

contavano i tradimenti ove unica lode era il valore? Ladislao, avutone

utile servizio, lo eleva gran connestabile del Regno, e gli assegna

sette castelli del Patrimonio di san Pietro; altri ne acquista egli

come vassallo della repubblica di Siena; e chiamasi attorno i parenti

suoi, affidando loro i comandi nell’esercito, gente tutta allevata in

faticosa sobrietà, avvezza al ferire in paesane contese, e interessata

a sostener lui, unico appoggio di tutti.

Alla morte di Ladislao, l’Alopo, ingelosito del favore mostratogli da

Giovanna, lo sorprende e lo caccia in un fondo di torre; ma ben tosto

riconosciutolo necessario, gli offre in moglie una sorella e nuovi

dominj se metta a favor suo e della minacciata regina la sua banda. Re

Giacomo, riuscito superiore, insusurrato da Giulio di Capua suddetto,

alla sua volta lo chiude prigione, e così il gran venturiero alterna

fra le catene e il comando, fra gli amori della regina e l’odio dei

rivali.

Amico, poi emulo suo fu Braccio dei conti di Montone, perugino. Da una

fazione espulso di patria ferito e nudo, si pose sotto al Barbiano,

e ne meritò la stima, poi l’invidia, tanto che si cercò torgli la

vita. Scampato, e sofferti tutti i disagi della povertà non ladra,

accettò soldo di qua di là, e alfine dai Fiorentini contro Ladislao.

Rôcca Contratta fu la prima terra che a lui si sottomise, donde altre

soggiogò nel Piceno. Giovanni XXIII andando al concilio di Costanza, lo

lasciò incaricato di tenergli in fede Bologna e la Romagna, ed esso in

fatti costrinse all’obbedienza i signori e le città che se ne voleano

sottrarre. Ma quando Giovanni fu deposto di papa, Bologna diede su, e

Braccio patteggiò, vendendole per ottantaduemila fiorini i castelli

regalatigli dal pontefice. Trovandosi un buon esercito, impinguato

dalle prede di Romagna, Braccio voltò sopra Perugia sua che l’aveva

esigliato, e che era difesa dal Tartaglia; trasse a sè costui con

promettere d’investirlo di tutti i feudi che si torrebbero allo Sforza,

comune avversario; ma i cittadini lo respingeano intrepidamente, e

quantunque i magistrati avessero fin murato le porte acciocchè nessuno

uscisse a scaramucciare, saltavano o calavansi dalle mura per provarsi

con que’ nemici. Venivano intanto altri capitani, chi per soccorrere,

chi per combattere Braccio; e sulla via d’Assisi fu mischiata una

battaglia (1416), rinomata ne’ fasti di quelle bande, ove comandavano

da una parte Braccio con Tartaglia, con Niccolò Piccinino e con altri;

dall’opposta Carlo Malatesta con Agnolo della Pergola, Ceccolino de’

Michelotti, Paolo Orsini. Sette ore durò la mischia sotto il sole di

luglio, finchè Braccio vinse; onde Perugia schiuse le porte e diede

la sovranità al suo esule, cui si sottomisero Rieti, Narni e tutta

l’Umbria.

Egli stabilì un governo robusto, abbellì la città, dedusse acque dal

lago ad irrigare la campagna. Soleva a Perugia farsi ogni domenica di

primavera un’abbaruffata tra gli abitanti della città alta e quei della

piana, lanciando sassi e parandoli con un largo mantello avvolto al

braccio sinistro; poi succedeano persone armate in tutto punto, ma con

cuscinetti che ammortissero i colpi; infine anche i fanciulli venivano

alle mani: giuoco che non passava mai senza la morte e il guasto di più

d’uno. Braccio vi diede grande splendidezza, e volle che ciascuna delle

città a lui sottoposte vi mandasse una bandiera. Il duca di Camerino

gli sposò una sorella; i Fiorentini lo tennero sempre amico ed alleato,

ed egli prometteva ad ogni loro appello andare a comandarne l’esercito;

e qualora capitasse a Firenze, eravi accolto con tutto l’entusiasmo

che il corrotto giudizio umano tributa alla forza soldatesca, e più

quand’essa è rara.

Mentre lo Sforza stava in ceppi, Braccio procurò torgli i feudi,

secondo avea pattuito col Tartaglia; di che nacque odio implacabile

fra i due campioni. L’uno più arrischiato, l’altro di valore più

educato ed accorto, furono capi di due scuole, emule non solo allora,

ma sotto que’ grandi guerrieri che ne uscirono (dicevasi allora) come

dal cavallo di Troja. Gli Sforzeschi valeano di più nella milizia,

i Bracceschi nelle subitanee fazioni; questi nella disciplina e

nelle particolarità, quelli nel concetto, negli appresti generali e

nell’artifizio di tenersi delle riserve: nè gli uni nè gli altri utili

alla patria e all’umanità, la quale non del valore ha bisogno, ma d’un

valore adoprato a buona causa.

Braccio era entrato in Roma (1417), egli capitano di ventura nella

capitale del mondo cattolico, intitolandosene difensore finchè un nuovo

papa giungesse. Lo Sforza mosse, per ordine di Giovanna, a snidarnelo;

e quegli, molestato dalle febbri, si ritirò, covando vendetta, mentre

lo Sforza rodevasi di non avere sfogato la sua. Questo fu incaricato

da Martino V di togliere a Braccio il principato che s’era costituito,

ma nulla profittò contro quel valore esercitatissimo. Invano egli e il

papa sollecitavano da Giovanna altri ajuti per fortunare l’impresa; a

ser Gianni Caracciolo piaceva che fallisse, acciocchè se n’eclissasse

la gloria dello Sforza: il quale vedendosi soccombere alla costui

rivalità, non esitò a risuscitare le antiche parzialità dei Durazzo

e degli Angioini, le quali doveano portare al paese tanti strazj e

lunghissima servitù forestiera.

Respinto il bastone di gran connestabile e disdetto il giuramento,

quasi con ciò disobbligasse la propria fede, lo Sforza mandò a Luigi

III, succeduto al II d’Angiò, invitandolo a rivendicare i suoi diritti,

fondati sull’adozione di Giovanna I; e nominato vicerè, raccolse

un esercito ed investì Napoli (1420). Luigi medesimo comparve colla

flotta: ma gli si opposero per mare Alfonso re d’Aragona e Sicilia, che

era stato chiesto da Giovanna II e adottato; e per terra Braccio, che

riconciliato col papa, n’avea avuto in feudo Perugia e le vicinanze,

e l’aveva soccorso a sottomettere Bologna, e che creato conte di

Foggia, principe di Capua, gran connestabile, adoprò il valore e più

gl’intrighi e la seduzione contro l’esercito oppostogli. Luigi, a cui

il destro nemico avea sottratto l’amicizia del pontefice e il venale

coraggio dello Sforza, se ne andò in rotta; ma questa non era che la

prima scena del lungo conflitto tra Francesi e Spagnuoli.

Intanto in Sicilia Federico II moriva (1377) di trentacinque anni,

sempre inetto, lasciando una sola figlia Maria: e sebbene Federico

di Svevia avesse determinata la successione per agnati, escludendo

le femmine, il papa autorizzò Maria a succedere. S’oppose Pietro

d’Aragona, finchè s’accordò di maritarla con don Martino suo nipote

(1392). Ai baroni ne rincresceva, temendo non il signore forestiero

li mettesse al freno: ma egli comparve con buone forze, e accolto

volonterissimo dalle città, domò gli Alagona e i Chiaramonti che gli si

opponevano. Ma morì improle, onde gli succedette il padre suo (1409),

Martino il Vecchio, già re d’Aragona; lo perchè la Sicilia cadde nella

deplorabile condizione di provincia, e vi durò tre secoli. Per giunta,

il papa e i re napoletani fomentavano le discordie, già inevitabili in

quella costruttura di regno, e che continuavano l’agitazione anche dopo

perita la libertà.

Primeggiavano fra i baroni le famiglie de’ Chiaramonti e degli

Alagona; la prima, tanto sublimata che diede una figlia in isposa a re

Ladislao, propendeva agli Italiani ed era meglio popolare; l’altra agli

Spagnuoli: ma e la _parzialità latina_ e la _catalana_ tiranneggiavano,

strappando a sè le rendite, l’amministrazione, la guerra, la

giustizia: le città, invece di maturare l’ordinamento municipale, erano

predominate dai nobili, i quali eleggevano i magistrati, e cacciandone

il capitano regio, vi mettevano qualche barone di loro parte, e infine

le convertirono in rettorie di loro proprietà. Quando Martino II tentò

dar polso alla podestà monarchica, essi baroni, sopendo le nimicizie,

si collegarono a Castronovo per sorreggersi a vicenda, sorretti

anch’essi dal papa; e Martino, obbligato a calare a patti, s’ingegnò di

rimettere l’assetto antico, revocare alla camera le rendite alienate,

munire il paese con un esercito stabile di trecento bacinetti o

barbute, che cento erano di Siciliani, gli altri di forestieri.

Egli armò per ricuperare la Sardegna ribellatasi, e le vittorie sue

ridestarono il valor siciliano; ma non appena avviati i miglioramenti,

nuove turbolenze suscitò la morte di lui. Non si vuole più re

straniero: Palermo propone al trono un Peralta (1410); Catania e

Siracusa negano dipendere da quella città; Messina, ancor memore degli

antichi sforzi, e sempre aspirando ad essere la prima città del regno,

scuote il giogo straniero, e promette fede a papa Giovanni XXIII, che

dichiara scaduti gli Aragonesi perchè più non aveano pagato il tributo

feudale. Ma ai baroni conveniva quel che al popolo rincresceva, onde

ajutarono la guerra, che durò finchè Ferdinando di Castiglia, nipote

di Martino II, fu da tutti riconosciuto re legittimo (1412). Non badò

alle domande ripetutegli di fare della Sicilia un regno distinto,

anzi costituì non dovesse mai separarsi dall’Aragona, ch’egli aveva

acquistato.

Egli non approdò mai nell’isola; bensì Alfonso d’Aragona (1416)

succedutogli vi pose dimora, fosse per desiderio di sottrarsi

agl’impacci che nel suo regno gli davano le cortes e la gelosia de’

signori, fosse per colorire i suoi disegni sopra la Corsica. Cupido

d’imprese, dal suo regno di Sardegna aveva invaso quest’isola;

ma trovato gagliarda resistenza per parte de’ Genovesi, era stato

costretto a recedere (1420). Fu allora che gli venne dalla regina

Giovanna l’invito d’assisterla e la promessa d’adottarlo; intanto

nominandolo duca di Calabria, e dandogli per sicurtà Castel Nuovo e

Castel dell’Uovo. Quest’adozione avviava a ricongiungere le due parti

separate dell’antico regno: ma Alfonso alla Corte di Napoli si accorge

d’essere circuito da intrighi e tradimenti; e non sapendo tollerare

la burbanza del Caracciolo e le costui trame per soppiantarlo, il fa

arrestare. Giovanna spaventata appena ha tempo di chiudersi in Castel

Capuano, disereda Alfonso per Luigi III d’Angiò (1425), invita a

soccorso lo Sforza, il quale a rincalzo di combattimenti la salva. Lo

Sforza, dopo avere avuto molti figli d’amore, sposò due mogli di sempre

più elevata fortuna, e ultimamente una duchessa di Sessa, vedova di

Luigi II d’Angiò: fu dichiarato ancora gran connestabile, e allorchè

Giovanna gliene conferiva il bastone, e disputavasi sulla formola

migliore per impegnare la fede di lui, ella proferì: — Chiedetela a lui

stesso, il quale tanti ne diede a me ed ai nemici, che nessuno meglio

sa in che modo si obblighi e disobblighi». Menò egli robustamente

la guerra contro del papa buttatosi cogli Aragonesi, e professava

volergli far dire cento messe per un quattrino; fu soddisfatto del

lungo odio col cogliere a forza, e far processare e mandare al patibolo

il Tartaglia; ma poco dopo (1424 4 genn.) egli pure, nel guadare il

Pescara, annegavasi al cospetto del figlio Francesco e dell’emulo

Braccio.

Mentre Alfonso era dovuto recarsi a chetare il suo regno d’Aragona,

Giovanna co’ sussidj di Genova recupera Napoli; e Braccio, combattendo

le bande sforzesche e Giacomo Caldòra sotto Aquila, rimane sconfitto (2

giugno), e ferito si lascia morir di fame e di rabbia, perendo quasi

contemporanei i due caporioni delle bande italiane. Il pontefice, di

cui Braccio circuiva quasi d’ogni parte gli Stati, ne festeggiò per tre

giorni la morte, e lasciò il cadavere di lui insepolto: il suo dominio

fu reso allo Stato pontifizio e al napoletano. Giovanna, per capricci

amorosi che l’età rendeva ridicoli, venne in broncio col Caracciolo;

e i nemici di lui, strappatole l’ordine d’arrestarlo, affrettaronsi

ad ucciderlo (1432) prima che ella pentisse. La regina non potè

che tributargli splendide esequie, e lasciare che il popolaccio

saccheggiasse le case degli uccisori di lui; poi si abbandonò alla

duchessa di Sessa, incapace com’era di volere o di risolvere da se

medesima.

Perito anche Luigi III senza figli (1434), Giovanna privilegiò erede

in testamento Renato fratello di questo; poi a sessantaquattro anni,

logora di corpo e di spirito moriva (1435), e con essa la prima casa

d’Angiò, da censessantott’anni regnante. Le volubili adozioni di lei

costarono infinite guerre a Francia e Aragona, che per disputarsi

quella bella corona toglievano appiglio da donnesche velleità. Per

allora la Calabria fu congiunta alla Sicilia: ma Renato si fece innanzi

allegando il testamento di Giovanna; il papa pretendeva che il regno

vacante ricadesse come feudo alla Chiesa, ma essendo così debole da non

potere sostenersi, prese la parte di Renato; e i regnicoli si divisero

tra i due, che s’accinsero a meritare il Reame col farne quel peggiore

strazio che sapessero. Alfonso che stava parato agli eventi, volle

prevenire l’arrivo de’ Francesi, e assediò Gaeta difesa dai Genovesi,

che l’avevano fatta emporio delle loro merci nelle passate turbolenze,

e l’aveano per volontà de’ cittadini ricevuta in deposito. Egli la

ridusse all’estremità; ma essendone mandati fuori fanciulli, donne,

vecchi, a chi lo consigliava respingerli per affamare la città rispose:

— Piuttosto non prendere Gaeta che rinnegare l’umanità», e gli accolse

e nutrì.

L’avere Alfonso cercato di conquistare la Corsica e farsene investire

dal papa, aveagli nimicato Genova, la quale, giuratasi a guerra, non

esitò a spendere ducentomila genovine per armare contro di lui. Biagio

Assareto ammiraglio, affrontata la flotta del re all’isola di Ponza,

la sconfisse (1435), e agli anziani di Genova ne dava ragguaglio nel

patrio dialetto in questi sensi: — Magnifici e reverendi signori;

innanzi tutto vi supplichiamo a riconoscere questa singolare vittoria

dal nostro Signore Iddio, dal beato san Giorgio e da san Domenico,

nella cui festa in venerdì fu data la sanguinosissima battaglia, della

quale siamo rimasti vincitori non per le nostre forze, ma per la virtù

di Dio, avendo la giustizia dalla nostra parte. Il quarto dì di questo

mese, di mattino per tempo, trovammo sul mare di Terracina l’armata

del re d’Aragona di navi quattordici scelte fra venti, sei delle

quali erano grosse e le altre comuni, e con uomini seimila, talchè la

nave più piccola ne aveva da tre in quattrocento, le mezzane cinque

in secento, e la reale ottocento, sulla quale erano il re d’Aragona,

l’infante don Pietro, il duca di Sessa, il principe di Taranto con

altri cenventi cavalieri. Avevano inoltre undici galee e sei barbotte.

Il vento spirava dal Garigliano, sicchè era in loro potere quel giorno

d’assalirci. Noi avendo a mente gli ordini vostri di non prender

battaglia s’era possibile, ma soccorrere Gaeta, ci sforzammo tirare

al vento, e navigammo verso l’isola di Ponza sempre seguitati dagli

Aragonesi, che in poco d’ora ci ebbero raggiunti. La nave del re

c’investì la prima nello scarmo di prua, e si concatenò amorosamente

con noi. Avevamo dal lato opposto un’altra nave, una da poppa, una a

prua. Non pensate già che i nostri marinari e patroni fuggissero, che

anzi si spinsero addosso, e così rimanemmo essi e noi tutti legati

insieme. Le galee aragonesi davano gente fresca alle navi loro; e

le navi ci traevano bombarde e balestre ove più loro piaceva, perchè

la calma era grandissima. Non pertanto, dopo combattuto dalle dodici

sino alle ventidue senza riposo, in grazia della giustizia della causa

nostra l’Altissimo ne diè vittoria. Primamente pigliammo la nave del

re, e le altre nostre ne presero undici; una galea loro fu abbruciata,

una sommersa e abbandonata, due si sono levate dalla battaglia e

fuggitesi per portarne le nuove. Sono rimasti prigioni il re d’Aragona,

il re di Navarra, il gran maestro di San Jacopo, il duca di Sessa,

il principe di Taranto, il vicerè di Sicilia, e molti altri baroni,

cavalieri e gentiluomini, oltre a Meneguccio dell’Aquila, capitano di

cinquecento lance; gli altri prigioni sono a migliaja. Non so donde

cominciare per degnamente riferire le lodi e le prodezze di tutti i

miei compagni e marinari, insieme con l’ubbidienza e riverenza grande

che mi hanno sempre usata, e massimamente il dì della battaglia; che se

avessero combattuto alla presenza delle signorie vostre, non avrebbero

potuto fare di più. Cristo ne presti grazia che possiamo andare di bene

in meglio»[30].

Il re prigioniero, con due fratelli e un centinajo di baroni spagnuoli

e siciliani, fu spedito a Milano a Filippo Maria Visconti allora

signore di Genova; al quale il re colle cortesi e colte sue maniere

seppe ispirare fiducia, e gli persuase come la grandezza dei duchi

di Milano fosse derivata dalla debolezza dei reali di Napoli, sicchè

ne sarebbe guasta, e con essa l’indipendenza italiana, se una casa

francese si stabilisse laggiù, la quale certo intaccherebbe anche la

Lombardia. Il freddo Filippo restò capace di quelle ragioni, e non solo

il rese in libertà senza riscatto, ma il fornì di mezzi per ricuperare

quel regno.

Anche l’altro re di Napoli Renato, valorosamente combattendo nelle

guerre di Francia, era caduto prigione del duca di Borgogna; ma avendo

con grossi sacrifizj ricuperato la libertà, si cominciò una guerra,

dove i competitori fecero gara di valore e di generosità. Renato,

signore di piccolo paese, esausto dalle taglie pagate per riscattarlo,

nè sostenuto che da un papa esule, non avrebbe potuto pettoreggiare

Alfonso, se non fossero state le bande di Giacomo Caldóra duca di

Bari, che avea raggomitolato le truppe lasciate da re Ladislao, e dopo

la morte di Braccio e di Sforza restava in nome di primo capitano

d’Italia; ma come, lui morto, Antonio suo figlio degenere si guastò

cogli Angioini, questi precipitarono; e Alfonso, scoperto un condotto

sotterraneo, penetrò in Napoli; Renato, che colla bontà e col dividere

pericoli e patimenti erasi fatto amare dai Napoletani, ritirossi

in Francia (1442); il papa, che non gli aveva dato sin allora che

promesse, lo riconobbe, e coronò re d’un paese che aveva perduto.

Alfonso, entrato trionfalmente con una corona in capo e sei al piede

per dinotare gli altri suoi regni di Aragona, Sicilia, Valenza,

Corsica, Sardegna, Majorca, dotò i nobili spagnuoli e napoletani suoi

fautori a spese degli avversarj; al Regno aggiunse lo Stato di Piombino

e l’isola del Giglio, ch’erangli come porte verso la Toscana; brigò in

tutte le vicende italiane, intanto che in una corte voluttuosissima

abbandonavasi alle delizie ed agli studj; manieroso e scaltrito,

generosissimo nel donare, suntuoso negli spettacoli, nelle caccie,

nei concerti, negli edifizj, faceasi leggere continuamente qualche

classico, frapponendo erudite interrogazioni, e neppure fra l’armi

lasciava Giulio Cesare e Quinto Curzio: ma Tito Livio era il suo

manuale, sino a far tacere la musica per udirlo; gli parve un gran che

l’ottenere dai Veneziani un osso del braccio di lui, che con solennità

fece trasportare a Napoli; e Cosmo de’ Medici lo calmò, dopo un torto

fattogli, col donargli un bell’esemplare delle _Deche_. Pedestre si

recava a udire i professori dell’Università; e quando morì Giulian da

Majano, ne fece accompagnare il mortorio da cinquanta suoi vassalli in

corrotto. La più frequente sua conversazione era cogl’illustri eruditi

d’allora, Giorgio da Trebisonda, il Valla, il Filelfo, il Panormita, il

Manetti, il Decembrio, il Bruno, l’Aretino, Giovanni Aurispa, Giovian

Pontano, Teodoro Gaza, il Crisolara. Aveva anche letto quattordici

volte la Bibbia coi commenti di Nicolò da Lira, e l’allegava ogni

tratto; recitava tutti i giorni il rosario, sentiva due messe piane

e una cantata, nè per qualsiasi caso se ne sarebbe dispensato; alle

solennità assisteva ginocchioni, scoperto, cogli occhi immoti sul

libriccino; il giovedì santo lavava e baciava i piedi ai poveri, ogni

notte sorgeva a dir l’uffizio, digiunava tutte le vigilie e i venerdì

in solo pane, accompagnava il viatico agl’infermi[31]. Passeggiava in

mezzo al popolo, e a chi gli insinuava qualche sospetto, — Di che può

temere un padre tra’ suoi figliuoli?»

Sedeva egli più spesso a Napoli, dove istituì la Sacra Corte reale

di santa Chiara, ossia Capuana, giustizia suprema, estesa su tutti

i suoi Stati. Ai baroni napoletani concedeva nelle investiture la

giurisdizione col mero e misto imperio che mai non aveano avuta, di

sì preziosa prerogativa della corona facendo prodigalità perchè non

s’opponessero alla successione di Ferdinando suo figlio legittimato.

Questo credeasi nato da Margherita di Hijar; e la moglie d’Alfonso fece

strangolare questa damigella, che dicono coll’onor suo salvasse quello

di dama più alta. Alfonso mandò la moglie in Ispagna giurando non più

andarvi esso; poi, d’intesa col pontefice, in testamento nominò esso

Ferdinando re di Napoli, cioè del paese da lui conquistato, mentre

a suo fratello Giovanni re di Navarra lasciava gli aviti di Sicilia,

Sardegna ed Aragona. In morte raccomandò al figlio: — Se volete vivere

quieto, non imitate me in tre cose: primo, sbrattatevi di tutti gli

Aragonesi e Catalani da me esaltati; e Italiani, massime regnicoli,

elevate agli impieghi, mentr’io gli ho guardati d’occhio sinistro:

secondo, i nuovi aggravj da me posti ritornate alla misura antica:

terzo, conservate la pace fatta colla Chiesa, e tenetevela amica se

sapete»[32].

Storia degli Italiani, vol. 08 (di 15) · 第 7 / 31 题