VI.

Ora, spinta a tal segno, la tesi del Lenient, in buona parte evidente

e plausibile, non persuade più. Una presunzione che si astrae talmente

dalla realtà potrebbe essere segno di quelle amnesie, di quelle

aberrazioni, di quella involuzione e degenerazione mentale che l'autore

nega risolutamente.

Piace rammentare che egli stesso ha scritto: «Nei problemi complicati

bisogna diffidare delle soluzioni troppo semplici». Spiegare ogni

cosa con l'accecamento dell'orgoglio è veramente una troppo grande

semplificazione. In flagrante iattanza, da un'altra parte, non

sorprendiamo anche Blücher quando scrive alla moglie: «Con i miei

120000 Prussiani assumerei di prender Tripoli, Tunisi e Algeri, se

non ci fosse di mezzo il mare»? Blücher riuscì, Napoleone fu vinto; si

dovrà giudicare sulla fede dell'esito?... Napoleone si divise dinanzi

al nemico: ma non si divise anche Wellington, distaccando ad Hall 20000

uomini che vi restarono inerti, mentre egli poteva esser travolto a

Mont-Saint-Jean? Non fu travolto: diremo che ebbe ragione? Chiameremo

errore — dice Alberto Pollio — ciò che non riesce?...

L'errore proprio del Lenient consiste nell'aver voluto sciogliere tutti

gli enimmi con una sola chiave. Il suo libro incatena l'attenzione

del lettore anche digiuno di scienza militare, ma ansioso, oggi, di

conoscere come si vince, avido di trovare nella lezione del passato

la rivelazione dell'avvenire. Waterloo è l'effetto di un formidabile

intrico di cause prossime e remote, particolari e generali, militari

e politiche, fisiche e psichiche, materiali e morali. Quando si sono

enumerate tutte, resta ancora il _quid obscurum_ vittorughiano: _quid

obscurum, quid divinum_. «Era possibile che Napoleone vincesse quella

battaglia? Rispondiamo di no. Perchè? Per Wellington? Per Blücher? No.

A cagione di Dio....»

Questa è la soluzione del poeta. Il Lenient si duole perchè sul campo

della pugna eternamente memorabile fu eretto «un modesto monumento

di due o tre metri in onore della _Grande Armée_, e un'interminabile

colonna alla gloria di Victor Hugo». Lasciamo il metro, inadatto a

paragonare le altezze morali. I soldati diedero il sangue e la vita: il

poeta, narrando ai secoli le loro gesta, proferì una grande parola.

_8 gennaio 1916._

Thiers, Bismarck e la guerra.

La signorina Dosne, proprietaria delle carte di Adolfo Thiers, ne

fece a sua volta erede il Governo francese, col solo patto che non

fossero rese pubbliche prima d'un certo tempo. Il caso ha voluto che

la scadenza del termine da lei assegnato coincidesse con la guerra,

e che le lettere del Thiers e di altri a lui intorno al conflitto

franco-prussiano del 1870-71 apparissero mentre i due popoli, a

distanza di circa mezzo secolo, si affrontano ancora una volta.

La lettura di questi documenti offre molto interesse, poichè dagli

avvenimenti di allora gli odierni in gran parte dipendono.

Al rombo del cannone · 第 43 / 73 题