Singolari quanto si voglia, questi meriti non raccomanderebbero
tuttavia il nome del Carnot all'ammirazione dei posteri, se non fosse
la bellezza e la bontà delle idee da lui significate. Quest'uomo
di guerra che riconobbe nella guerra una condizione eccezionale
e violenta, durante la quale le ordinarie norme della convivenza
civile sono abolite, volle pure, col suo maestro Vauban, che i
soldati procedessero per le vie «meno sanguinose» e che nell'umanità
consistesse la loro prima virtù. Con una sentenza dal suono
paradossale, ma animata, come tutti i paradossi, da un senso di verità,
disse che «la guerra è per eccellenza l'arte di conservare»; infatti:
«l'arte di distruggere ne è l'abuso». E le fortezze furono da lui
definite «monumenti di pace», perchè la loro moltiplicazione consente
di scemare il numero dei combattenti e di restituire molti soldati
alle arti pacifiche. Nessun popolo, del resto, dovrebbe lottare a
scopo di conquista; tutti debbono impugnare le armi per difendere la
nazione minacciata o la civiltà offesa: «Ogni guerra giusta, degna
del nome, è essenzialmente difensiva». Ed ogni soldato _degno del
nome_ dovrebbe incidere nella memoria e nel cuore le parole di questo
maestro: «Risparmiate ovunque gli oggetti del culto; fate rispettare i
tugurii, gl'infelici, le donne, i bambini, i vecchi: presentatevi come
benefattori dei popoli.... Bisogna far temere il nome francese» — e
così dicasi di ogni altro — «ma non farlo odiare....».
Quanti invocano il regno della giustizia nei rapporti dei popoli
non fanno se non esprimere con altre parole — nè molto diverse — i
principii enunziati dal Carnot. «Le nazioni sono, le une rispetto alle
altre, nell'ordine politico, ciò che gl'individui sono nell'ordine
sociale: esse hanno, come questi ultimi, i loro diritti reciproci,
consistenti nell'indipendenza, nella sicurezza all'estero, nell'unità
interna, nell'onore nazionale: beni d'ordine superiore dei quali
nessun popolo potrebbe esser privato se non per violenza, e che ciascun
popolo può riacquistare quando l'occasione se ne offre. Ora la legge
naturale vuole che si rispettino cotesti diritti, che ci si aiuti
vicendevolmente a difenderli, finchè i soccorsi ed i riguardi non
pongano a rischio i diritti proprii.... Poichè la sovranità appartiene
a tutti i popoli, non può darsi comunità ed unione fra loro se non
in virtù di una formale e libera transazione: nessuno d'essi ha il
diritto d'assoggettar l'altro a leggi comuni senza il suo espresso
consentimento.... Noi abbiamo per principio che ogni popolo, qualunque
sia la esiguità del territorio da lui abitato, è assolutamente padrone
in casa propria, che è eguale in diritto al più grande, e che nessun
altro può legittimamente insidiarne l'indipendenza, tranne che la sua
propria non corra visibilmente pericolo.»
Testimonio ed attore principalissimo d'una delle maggiori crisi che
travagliarono il suo paese e il mondo tutto, egli sperò d'afferrare
nella Rivoluzione «il fantasma della felicità nazionale», credendo
possibile d'ottenere «una Repubblica senza anarchia, una libertà
illimitata senza disordine, un sistema perfetto d'eguaglianza
senza fazioni»: l'esperienza lo disingannò «crudelmente» e gli fece
riconoscere che la saggezza è egualmente lontana da tutti gli estremi.
Il massimo della prosperità nazionale consiste fra la libertà assoluta
ed il potere assoluto.... Il miglior governo è quello dove tutto si
fa per abito, per educazione, e non già in forza di precetti sempre
variabili: è quello, in una parola, dove i governanti hanno meno da
fare....» E molto probabilmente nel corso di quella terribile delusione
egli concepì la grande verità, umana e non soltanto politica, che
incluse in un'altra delle sue concettose sentenze: «Lo stesso sforzo
compiuto per afferrare la felicità è uno stato violento che spesso la
distrugge....».