Il giudizio del Damas conferma dunque, in fondo, con qualche riserva
e qualche concessione ammissibile, quello della storia, ed in un
solo punto è pienamente favorevole alla Regina, alla donna: in quanto
concerne i suoi costumi. Contrariamente all'opinione comune, il Damas
dice che, se pure, dopo il matrimonio, Maria Carolina ebbe sempre
qualche amante, «nessuno di costoro, fino a quando ella non fu più in
età di procreare, ottenne da lei gli estremi favori, e nessuno godette
mai dell'intera sua confidenza: ecco ciò che non si crederà, e di cui
_ho la certezza_».
È doveroso notare questa testimonianza, che farà molto piacere
all'ultimo storico inglese della Regina. Nei due volumi su _Lord Nelson
and Lady Hamilton_ e negli altri due intitolati _The Queen of Naples
and Lord Nelson_, John Cordy Jefferson si è studiato di rivendicare la
fama dell'Austriaca. Come donna, egli la giudica «supremamente buona»;
politicamente, attribuisce a lei tutti i meriti che finora gli storici
nostri avevano assegnati al Tanucci, e va fino a dire che, proponendo
l'accordo degli staterelli italiani per far argine ai Francesi,
la Regina absburghese «anticipò il grido garibaldino per l'unità
d'Italia!...»
Questa apologia della sovrana non sarebbe riuscita possibile se non
fosse stata preceduta dalla riabilitazione della sua sviscerata amica
Emma Lionna; ed il Jefferson, senza spingersi fino a paragonare
l'ex-cortigiana londinese, come fece il Paget, a Giuditta ed a
Giovanna d'Arco, tenta scagionarla dalla maggior parte delle accuse e
di metterla nella miglior luce compatibile con le traversie della sua
vita.
Intimamente connesso a questi due tentativi doveva esser quello
di cancellare la macchia che il sangue dei Napolitani del 1799
stampò sulla divisa, per l'innanzi immacolata, di Nelson. Secondo
il Jefferson, la condotta dell'ammiraglio fu tutta ammirevole; la
capitolazione stipulata dai Partenopei col Ruffo, luogotenente del
Re, e controfirmata dai rappresentanti esteri, compreso l'inglese, fu
«scandalosa» ed «infame», e Nelson, annullandola, non fu «minimamente
influenzato dalla passione per lady Hamilton»: egli non fece altro che
obbedire agli ordini impartitigli dal suo governo; esercitò anzi «una
savia discrezione» e non commise «nessuna mancanza contro l'umanità»
mandando il «traditore Caracciolo dinanzi alla corte marziale: i
provvedimenti presi per recuperare Napoli furono «terribili», ma «non
abbastanza severi»; è anche «ridicolo» insistere nell'osservare che
Ferdinando avrebbe dovuto concedere un'amnistia generale; e se la San
Felice addusse la gravidanza perchè ritardassero il suo supplizio, il
pretesto non poteva stupire «venendo da una donna così bene provvista
di amanti....» In poche parole: tutto quanto si disse in difesa delle
vittime e contro il Re, la Regina, la Hamilton e Nelson, fu «menzogna»,
fu «velenosa invenzione dei libellisti liberali».
Ruggero di Damas non era liberale; era, come abbiamo visto, nemico
acerrimo della Rivoluzione di Francia, paladino dei Borboni di Francia
e di Napoli, alleato degli Austriaci, dei Prussiani, dei Russi e degli
Inglesi nella lotta contro la Repubblica e l'Impero. E Ruggero di
Damas, testimonio oculare, esce dal sepolcro attestando che «Nelson
aveva molto da fare per riscattare le sciagure da lui cagionate a
Napoli perchè si dimenticassero quelle alle quali ha contribuito nella
riconquista del Regno.... Egli aveva associata milady Hamilton agli
onori del trionfo; l'ambizione di lei divenne rivale della gloria
di lui, e la gloria ne andò di mezzo.... Tutto si ridusse comune tra
loro: denaro, difetti, vanità, torti d'ogni specie. Nelson non era più
altro che una caricatura di Rinaldo, schiavo d'una sciocca Armida senza
pudore e senza magia....»
_7 settembre 1917._
L'Adriatico e le Due Sicilie a Campoformio.
La quistione adriatica, imperialmente risolta dalla Repubblica di
Venezia nel corso di lunghi secoli contro Tedeschi e Slavi ed Ungheresi
e Turchi, risorse quando Napoleone Bonaparte, da ardito e fortunato
stratega trasformatosi in mercante di popoli, ordì l'infamia di
Campoformio. Agonizzando la Serenissima, avviandosi i Francesi per
la Lombardia ed Ancona a Roma ed al Levante, subentrando l'Austria in
Istria, in Dalmazia e poi nella stessa Laguna, un altro Stato italiano,
la monarchia delle Due Sicilie, vide prepararsi un assetto contrario ai
suoi interessi, lesivo della libertà delle sue mosse, pericoloso alla
sua stessa esistenza.
Con la Repubblica francese, autrice di quelle novità, i rapporti della
Corte borbonica erano da poco tornati pacifici. Fin dall'inizio della
Rivoluzione, Ferdinando e Maria Carolina avevano concepito contro la
Francia un sentimento di odio misto a paura, che la neutralità imposta
loro dall'ammiraglio Latouche-Trouville con i cannoni puntati contro la
città di Napoli aveva rinfocolato, e che era poi giunto al parossismo
quando Luigi XVI e Maria Antonietta, stretti parenti dei Reali
siciliani, avevano perduto il trono e la vita. Partecipando allora
alla coalizione contro la Francia, le Due Sicilie avevano mandato
truppe all'assedio di Tolone, forze navali alla impresa di Corsica e
reggimenti di cavalleria alla guerra nella pianura lombarda; sennonchè
erano poi costrette dalle strepitose vittorie del generale Bonaparte a
sciogliersi dalla lega e a chiedere la pace separata, che il principe
di Belmonte destramente negoziava ed otteneva, a patti non troppo
onerosi, il 10 ottobre del 1796.