DELLE
SPERANZE D’ITALIA
DI
CESARE BALBO
Porro unum est necessarium
(LUC., X, 42).
VENEZIA
TIP. REPUBBLICANA DI TERESA GATTEI
1848
A
VINCENZO GIOBERTI
DEDICA PRIMA
Pochi anni sono io scrissi sulla storia d’Italia e sugli insegnamenti
pratici a trarne, un libro ch’io serbava a rivedere e pubblicare
in altri tempi. — Ma ora voi. Signore ed Amico, trattando quasi il
medesimo assunto nel vostro libro del Primato, avete fatte inutili
molte parti del mio. A che ridire men bene tante cose magnificamente
dette da voi, e nelle quali consentiamo? A che, per le poche
nelle quali dissentiamo, ripor io con fatica quelle fondamenta dei
diritti e dei doveri pubblici italiani, da voi poste, a parer mio,
irrevocabilmente? A che ricominciar sempre, rinnegando i predecessori,
per profferir sè solo capo di scuola e d’idee, come fanno taluni
a grave danno delle scienze, e, che è peggio, delle pratiche più
importanti? — Meglio edificare sull’edificato da voi; accettar da voi
ciò che mi par dirittamente sancito dalla vostra eloquenza ed autorità;
e partir indi per progredire, se mi sia possibile, poi.
Così ho tentato fare. E non, riprendendo e troncando il mio libro or
invecchiato, ma facendone uno nuovo, che mi parve meno ingrata fatica,
non, del resto, riferendomi di continuo a voi, in quella forma polemica
che suol riuscir poco grata a’ leggitori, per l’obbligo imposto loro
di tener a mente due libri insieme; ma facendone uno che possa star da
sè, e sia piuttosto una sintesi delle mie idee, che non un’analisi di
quelle di nessuno.
Ad ogni modo questo libro ebbe occasione ed origine da voi; e mi venne
incominciato con impeto, appena io m’ebbi in quattro o cinque dì,
studiato, annotato, e, come si suol dire, divorato il libro vostro; e
incominciai riconoscendo ed avvertendo tale origine. Ma finito ora, e
sperando non aver offeso nel dissentire voi, che stimo, venero ed amo
in vostra persona, ed aver espressa la mia ammirazione per tante parti
de’ vostri scritti, ho pensato dedicarvi questo come protesta di tali
mie intenzioni e speranze.
Novembre 1843.
CESARE BALBO.
A
VINCENZO GIOBERTI
DEDICA SECONDA
Quando voi, Signore ed Amico, mi faceste il favore di accettar la
mia prima dedica, voi mi esprimeste il generoso timore che il vostro
nome «recasse forse pregiudizio nel concetto di alcuni alle pagine
mie». Ma uno più grave e più certo io ne previdi loro, dall’aver
io mirato a moderazione politica non dissimile dalla vostra. È
naturale, immanchevole: non si può camminar diritto in mezzo ad una
via accalcata, senza urtare di qua e di là, dalle due parti, a destra
ed a sinistra, bianchi e neri. E questa è anzi la bellezza, questa la
fortezza della vera moderazione politica: che, mentre le parti estreme
non si propongono se non un avversario a rimuovere e combattere, la
nostra se ne propone due. Noi dunque (se mi concediate continuar a
mettere in queste cose il nome mio dopo il vostro), noi non abbiamo
raccolto qui se non ciò che seminammo; non abbiamo se non la guerra che
movemmo. Se non l’avessimo preveduta, noi avremmo avuta poca cognizione
degli affari umani; se ce ne meravigliassimo ora, avremmo senno poco
costante; se ci fermassimo o, peggio, ci arretrassimo, poco cuore.
In tutti i paesi dove duran parti (e patenti o latenti elle durano
all’età nostra dappertutto), molti sono i quali amano la patria
meno che non una frazione di essa, men che la parte o talora il ceto
proprio; molti che amano la stessa parte propria, meno che non odiano
gli avversari; molti che pretendono tutto conservare, e molti che
tutto mutare, e molti che vorrebbero non solamente conservazioni o
mutazioni, ma rivoluzioni od all’indietro od all’innanzi; e queste
stesse, men come mezzi di profitti patrii, che di propri, profitti chi
di roba, chi di gloria, chi di vendette. E a tutti questi è bello, è
santo l’opporsi di qua e di là, il porsi fortemente in mezzo, in tutti
i paesi del mondo. — Tuttavia, in quelli dove sono patenti le parti,
dove apertamente si può combattere, e per esse e contro ad esse, è
minore il pericolo senza dubbio, e per ciò la fortezza de’ moderati.
Colà essi possono colla parola, cogli scritti, colle azioni quotidiane
e pubbliche, dimostrare la sincerità e virtù della propria moderazione;
possono distinguersi da tutti quegli uomini deboli, dubbi o doppi, che
sono gl’impostori della parte moderata, il pervertimento della virtù
della moderazione; e se non possono scartar tutta la noia vegnente
loro e dagli avversari e dalla «compagnia empia e malvagia», che è in
qualunque parte, anche buona, essi possono pur prevedere non lontano
l’accrescimento, ed in ultimo la vittoria della propria. Colà essi
hanno compenso alle ingiustizie presenti, nella certa e non lontana
giustizia de’ posteri.
Ma non così ne’ paesi dove le parti latenti s’esagerano in quel
segretume, che diventa lor necessità e natura. Sotto tal velo e scudo
sorgono di qua e di là quelle, come che si chiamino, leghe difensive od
offensive, ma principalmente esclusive, che si rivolgono poi con ardore
contra a chiunque lor non si affratella e le sdegna, contro a chiunque
parla chiaro e pubblicamente; sorgono quelle purificazioni sempre
stolte anche quando son fatte dalle parti vittoriose, più stolte quando
dalle parti ancora combattenti, stoltissime quando non è instaurato
nemmeno un aperto combattimento. Qui ogni anima sdegnosa, respingendo
i segretumi, riman respinta da quasi tutti; rimane non solamente,
come altrove, poco accompagnata, ma quasi solitaria; non ha per
difendersi in suo modo aperto nè le opere, che le sono vietate sia che
soverchi l’una o l’altra parte estrema, nè le parole, che non vi son
pubbliche mai; se scrive, ella ha contra sè non una, ma due censure,
quella pubblica della parte soverchiante, e quella segreta della
parte compressa; quella che sembra voler conservar tutto, anche gli
stranieri, e quella che tutto mutare, anche gli strumenti da cacciar
gli stranieri; volendo serbarsi pura secondo la propria coscienza,
riman dichiarata impura di qua e di là; rimane quasi _exlege_, fuor
delle caste onnipotenti, senza speranza di vincere vivendo la doppia
guerra arditamente bandita, senza speranza di niuna giustizia di
posteri vicini. — Non è dubbio; in tali paesi sono peggiori che altrove
le condizioni de’ moderati; maggiori le difficoltà, i pericoli loro. E
maggiore quindi il merito, la fortezza della moderazione.
Peggio ancora ne’ paesi (come Italia) dove durando da lungo tempo
la compressione e i segretumi, le parti estreme abbian fallito più
volte l’una e l’altra nell’imprese che pretesero fare per la patria.
Allora, provata da sè, dimostrata altrui, la propria impotenza, esse
sogliono attribuirla alla patria; allora molti di coloro di qua e di
là a cui questa non diede retta, sorgono ad impedire che ella la dia
a nessuno; allora di qua e di là si rivolgono molti non solamente
contra chiunque fa o dice diverso da essi (caso consueto dappertutto),
ma contra chiunque fa o dice qualunque cosa in qualunque modo (caso
eccezionale in questi infelicissimi paesi); allora sorge e si spande
non solamente la generazione degli indifferenti (caso consueto anche
questo), ma la generazione de’ disperanti (caso eccezionale e pessimo
fra tutti). Perciocchè è vero che alcuni disperanti talor si veggono
anche ne’ paesi di parti patenti[1]; ma in quelli essi sono sempre
pochi al paragone, non si moltiplicano, non fanno schiatta; nè il
possono, spinte innanzi come sono ivi le parti dalle discussioni
quotidiane. Ma ne’ paesi di parti compresse, latenti e fallite, si
moltiplicano, di qua e di là ed anche in mezzo, i disperanti. E si
dividono e suddividono allora in generi e specie numerose. V’è quello
che si potrebbe chiamare il disperante truce; quello che ripete il
detto classico «unica salvezza essere il disperare», che si rallegra ad
ogni male sopravegnente, ad ogni nuova inimicizia, ad ogni turbamento
scoppiato, perchè son tanti passi alla desiderata disperazione
universale. V’è all’incontro il disperante languido, il quale langue a
tutto ciò che desta l’altro, a tutto ciò che desta chicchessia; langue
a tutti i fatti, a tutte le occasioni, a tutte le speranze; e quest’è
la specie più numerosa e più volgare di qua e di là. E v’è di qua e
di là il disperante importante, che della sua disperazione s’è fatta
un’autorità, una abilità, o, come si suol dire, una posizione; dalla
quale poi egli guarda di su in giù, gravemente sorridendo, a chiunque
non dispera sapientemente con esso. E vi sono i disperanti allegri, che
si dan buon tempo; e i disperanti speciali, che non veggono speranza se
non nella loro specialità (i men cattivi forse, perchè almeno operano
in essa); e perfino i disperanti pretendenti religione, pretendenti
smettere ogni pensiero della patria, verso cui è pure uno de’ primi
doveri della cristiana carità. Tutti questi insieme poi fanno una
massa, una pluralità, una generazione fatale alla nazione intiera, che
incoraggiano allo scorarsi; fatale specialmente a chiunque fa, scrive
o parla per incuorare; più fatale a chi incuora a ciò che sia da fare
moderatamente, cioè immediatamente, continuamente, universalmente. — E
in tal paese dunque è più bello che in qualunque altro il porsi forte
contro ai disperanti di qua e di là, ed anche di mezzo.
E ciò avete fatto voi, Signore ed Amico, indubitabilmente nel vostro
libro del Primato; ciò spero anch’io, or seguendovi ed ora osando
scostarmi da voi. E quindi non è la dedica, è il titolo stesso quello
che potè nuocere al libro mio; è quella parola di Speranze sollevata
contro a tutti i disperanti d’Italia. Ed io la sollevai, confesserollo,
con imprudenza compiuta; non pensai, nè incominciando, nè inoltrando,
ai disperanti. Mi rivolsi, incominciando, contra a coloro che trovan
tutto bene in Italia, e non pensai a coloro che trovano tutto male;
mi rivolsi, inoltrando, contro a coloro che han troppe speranze, e
non pensai a coloro che non ne hanno nessuna: non pensai vivesse uno
che disperasse intieramente di una nazione di venti e più milioni
d’anime in questa età progressiva, in questa operosità universale.
Stolto io! or m’avveggo, ne sono molti: alcuni alti ed altissimi,
alcuni bassi e bassissimi; alcuni dentro, alcuni fuori; alcuni bianchi,
alcuni neri; moltissimi. Delle Paure, e non Delle Speranze d’Italia,
avrei dovuto intitolare e fare il libro mio per costoro; e lusingando
negli uni la paura dello spauracchio nero, negli altri la paura dello
spauracchio bianco, avrei servito a tutte le paure; servito forse a
quelle persecuzioni ed a quegli apparecchi di vendette che sono sole ed
impotenti operosità degli uni e degli altri disperanti; servito almeno
all’ozio universale, figliuol consueto delle reciproche paure. Peccato
ch’io non abbia pensato in tempo a tutti costoro, a tutto ciò!
Ma ora non v’è rimedio: il libro è fatto, ed è lì; manifesto di
speranze moderate, co’ suoi tre capitoli rivolti contro a quelle di
tutto mutare, e co’ suoi dieci contro a quelle di tutto conservare;
ondechè il meglio che se ne possa fare oramai è compararlo, co’
manifesti delle due parti estreme. Perciocchè molti di questi furono
fatti da gran tempo; e si possono fare facilmente da destra e da
sinistra tutto dì, che che si dica in contrario. Que’ di destra si
possono fare e pubblicare più facilmente in Italia, que’ di sinistra
più facilmente fuori, che non si potè da me. Il mio libro ebbe incontro
a sè quelle due censure, la pubblica e la segreta, testè dette; mentre
i libri estremi non avrebbero se non l’una o l’altra. Ma il fatto
sta che non sono queste censure altrui l’impedimento massimo a far
libri di parti estreme; è la censura propria, è l’impossibilità di far
gravi, sinceri, leggibili o almeno durevolmente letti tali libri. Di
corsa, in segreto, tra pochi, tra consenzienti e confratelli tutto è
facile ad esprimersi, tutto facile ad esagerarsi; e l’una esagerazione
s’accavalla anzi sull’altra continuamente. Ma in iscritto, ma in
istampa, in un libro che pretenda a qualche gravità, crescono per le
mani poi le difficoltà, e talora le impossibilità intrinseche agli
scrittori estremi, ma sinceri. Ed a questi è che io dico: vogliate
prendere la penna in mano, e distribuir capitoli ed argomenti, e pesar
ragioni l’une con le altre, e cassare contraddizioni, ed aggiungere
complementi; e vedrete quali libri usciranno dalle esagerazioni, o
piuttosto vedrete che non farete libri o che vi modererete da voi.
— In tutto il corso del presente scritto io ho fatto poco conto di
letterati e di libri, e il rifò; perchè un libro è in somma poca
cosa dappertutto, pochissima in Italia, dove colle due censure un
libro di interessi italiani è ingrato a fare, difficile a pubblicare,
impossibile a diffondersi, ondechè non può avere se non effetto minimo
sull’opere nazionali. Ma i libri, inutili sempre a chi non li legge,
poco utili talora a chi li legge, hanno almeno questo di buono per chi
li fa: che non si posson fare se non più moderati di gran lunga che
non i semplici detti, e talor che le azioni; hanno questo vantaggio,
di non potersi scrivere da niun uomo sincero senza moderar le proprie
opinioni. Ei fu già osservato e detto da gran tempo: che la pratica
degli affari pubblici suol moderar gli uomini più estremi; che le
opposizioni venute al governo si moderano naturalmente. Ma la pratica
dello scrivere modera e deve moderare anche più: chi scrive non ha
nè verso altrui, nè verso la propria coscienza la scusa qual che
ella sia delle passioni momentanee[2]. — E fu pur detto che la carta
tollera tutto; ed è vero; ma quella che tollera troppo, riesce poi
intollerabile, e non è a lungo tollerata.
Ma andiamo più oltre, ed aggiungiamo arditamente che fra speranze
destre, sinistre e moderate, queste hanno pure più probabilità di
adempimento, non solo ne’ paesi dove sono costituite e patenti le
parti, ma in quegli stessi dove elle sono latenti. In politica come
in meccanica due forze perfettamente eguali ed opposte producono
immobilità senza dubbio; ma per poco che sieno disuguali, l’una avanza
moderata dall’altra, e per poco che sieno non opposte del tutto, ne
risulta in mezzo una forza diagonale. Non chiamerò a testimonianza
tutte le età, per non rifare di que’ sommari storici, in che (cedendo
forse troppo agli abiti dell’arte mia) io abbondai. Bastino pochi
esempi contemporanei, più alla mano per gli uomini di pratica, e più
convincenti per tutti. — Cinquanta ed alcuni anni fa incominciarono
in Francia le due parti estreme che volean tutto mutare e tutto
conservare, e quella di mezzo che mutar solamente il necessario. E
vinse prima quella del tutto mutare: e si mutò tutto, repubblicanamente
prima, imperialmente poi; essendo fatale che chi muta tutto sia tutto
mutato, facilmente e sovente. Poscia vinse la parte del tutto o almen
troppo conservare. Ma si tornò in ultimo al mutare ciò all’incirca che
avevan desiderato i moderati primitivi del 1789. — In Inghilterra,
già costituite e patenti e combattenti da cento anni alla medesima
epoca le parti mutatrice e conservatrice, erano molto meno estreme
tutte e due; e tuttavia anche fra queste sorse una parte di mezzo
moderatrice. E chi vinse anche là? Anche questa indubitabilmente. E
quanto alle mutazioni che pur vi si desiderano di qua, e si respingon
di là, ogni probabilità è, che elle si faranno di nuovo moderatamente.
— In Ispagna, all’incontro, dove non era stato mutato nulla da
secoli, sorsero intorno al 1809 molto estreme le due parti mutatrice
e conservatrice; tanto che non sorse o si ridusse a pochissimi scelti
(quasi a due, un Jovellanos ed un Saavedra) la parte moderatrice. E
quindi molte vittorie di esagerati si contano, o sono innumerevoli
ne’ trentacinque anni corsi d’allora in poi; tantochè quella si
potrebbe dire a’ nostri dì la terra classica delle esagerazioni e di
lor conseguenze, le rivoluzioni, le purificazioni, le persecuzioni. E
tuttavia (contro all’affettata commiserazione d’alcuni) in quel tempo
comparativamente breve de’ trentacinque anni, quella nobile e troppo
disprezzata nazione sembra giunta alla vittoria de’ moderati. Che anzi
un grande insegnamento esce da queste vicende spagnuole. Questo periodo
de’ trentacinque anni è la media contata da tutti per la mutazione
d’una generazione in un’altra; e questo è forse appunto il normale,
a compiere colla moderazione una rivoluzione incominciata dalle parti
estreme, perchè è il periodo necessario a mutar le vite, a mutar gli
esagerati primitivi in moderati nuovi, una nazione vecchia in una
giovane: chi nasce in una nazione invecchiata, è sopra ogni cosa ferito
dai vizi vecchi, e per rinnovarla vi fa rivoluzioni; ma chi nasce in
mezzo a queste, è ferito dai vizi nuovi, e le fa cessare. Noi avemmo
nomi ed imposture di giovani Francie, giovani Germanie, giovani Italie
esagerate; ma tutte queste giovani sono ora vecchie; e il progresso
naturale della nostra età fece nascere una giovine Spagna moderata.
Ma un altro esempio mi si affaccia qui così bello, che, quantunque
antichissimo, non so trattenermi dal ricordarlo per dimostrare: antico
essere questo costume della Provvidenza di mutar le generazioni per
adempiere i suoi disegni. Quando il popolo di Dio giunse la prima volta
all’orlo della terra a lui promessa, molti furono che vollero contro
ai divini cenni immediatamente progredire, e molti che, spaventati
dagli stranieri occupatori di quella terra, vollero all’incontro
indietreggiare. E i primi, acceleratori de’disegni di Dio, furono
puniti da Lui colla sconfitta; Dio parve unirsi ai propri nemici. Ma
contro ai dubitatori di sua onnipotenza e provvidenza, Dio si rivolse
in modo speciale, e, se sia lecito esprimerci così; inventò allora
questo modo, consueto poi, di rinnovar le generazioni. «Vivo Io»,
diceva divinamente eloquente il Signore: «vivo Io, e della gloria Mia
si empirà tutta la terra. Ma tutti costoro che videro la Mia Maestà e
i segni ch’Io diedi in Egitto e nella solitudine, e tentarono Me già
dieci volte, e non obbedirono alla voce Mia, non vedranno la terra
per cui giurai a’padri loro, nè la vedrà nessuno di coloro che da Me
detrasse.... In questa solitudine giaceranno i cadaveri vostri; di
tutti voi quanti siete, di venti anni e sopra, e mormoraste contra
Me.... I vostri pargoli, di cui diceste che sarebbon preda de’nemici,
questi introdurrò Io, affinchè veggano la terra che a voi dispiacque.
I cadaveri vostri giaceranno nella solitudine[3]». — Che più? Mosè,
il duce del popolo, Aronne, il gran sacerdote, che s’eran tenuti
fermi contro a quelle prime dubitazioni, dubitarono una volta della
provvidenza divina; ne dubitarono un sol momento, e così tacitamente,
che non è nemmeno chiaramente espressa nella storia! E duce e gran
sacerdote trassero pure contro a sè la medesima riprovazione: «Perchè
non fidaste tanto a Me da santificarmi dinanzi ai figli d’Israello,
non introdurrete voi questi popoli nella terra ch’Io darò loro[4]».
— L’esempio mi sarà scusato naturalmente non solo da voi, sacerdote,
a cui mi rivolgo; ma da tutti que’leggitori i quali pur credono duri
quella medesima Provvidenza; e quanto agli altri è inutile ch’io mi
scusi; siamo troppo discosti per intenderci mai.
E ritorno ai nostri tempi, alla patria. Cinquanta e più anni fa si
progrediva, si mutava troppo lentamente (a parer mio), ma in somma
moderatamente in Italia. E fatto a cui mi son riferito parecchie
volte, e che è ad ogni modo incontrastabile a chiunque abbia qualche
memoria o lettura del secolo scorso. Di fuori ci vennero le due parti
estreme, del tutto mutare, e del tutto conservare; nativa italiana è la
sola parte moderata; e ciò è naturale, perchè l’Italia è antica, è la
primogenita tra le nazioni moderne in quella civiltà, che è sopra ogni
cosa moderatrice. Ma mosse di fuori, soverchiarono le due parti estreme
a vicenda per molti anni; sieno trenta o quaranta, che non mi fermerò
a disputare; ma in somma da dieci o quindici o più, è innegabile la
ripresa delle mutazioni lente (troppo lente e troppo poche pure,
a parer mio), ma ad ogni modo reali e moderate; ed è innegabile
l’accrescimento che si fa della parte moderata a spesa e diminuzione
delle due estreme. — Lasciamo dire, lasciamo tentar di fare. Anche qui,
anche nella misera e dipendente Italia vien meno la generazione degli
esagerati, sorge dopo una giovine Italia esagerata, una più giovane
moderata.
E quindi anche qui, a malgrado gli svantaggi e gli accoramenti
presenti, può, deve sorgere a’moderati una speranza di giustizia
ultima, più o men lontana. Saranno essi ascoltati? riusciranno a
distorre la patria da quelle due male vie che conducono del paro
a rivoluzioni, e quindi inevitabilmente a delitti, vergogne e
danni? Allora que’ moderatori che abbiano dinanzi a sè una vita
sufficientemente lunga, vedranno forse sè stessi giustificati come
accennatori della buona via da’contemporanei riconoscenti; ed essi e i
troppo vecchi morranno almeno colla certezza d’essere così giustificati
da’posteri. — Non saranno eglino all’incontro ascoltati, seguiti? Le
esagerazioni originariamente straniere riprenderanno elle forze da
noi? Allora, oh allora sì, più certamente che mai, i loro nomi saranno
giustificati pur troppo da’rincrescimenti, da’ patimenti di coloro che
patiranno or nell’una, or nell’altra delle due male vie. — Quale delle
due giustificazioni è più probabile? Se guardiamo al passato, certo
l’ultima ed infelice; se al progresso presente, universale ed italiano,
forse la prima e felice. Ma pronta o tarda, felice od infelice, la
giustificazione de’moderati è immanchevole anche in Italia.
Cioè a coloro che si sieno assicurati l’attenzione dei posteri.
Perciocchè, guai ai poco attesi; meglio era per loro essere
dimenticati. Chi non fa nulla ed è dimenticato, non ha almeno bisogno
di giustificazione; ma chi fa poco, ed oscuramente, sia scrittore,
uomo di stato o principe, egli avrebbe bisogno di giustificazioni
sovente, e negletto, non le suole ottenere. Una grande azione o almeno
un grande scritto si vuole aver fatto, o almeno una grande ingiustizia
sofferta, per isperare attenzioni e giustificazioni da’posteri. E voi,
Signore ed Amico, vi siete già assicurata tale attenzione co’vostri
lavori filosofici e co’politici, e principalmente (se mi concediate
scegliere tra’vostri scritti) con quella _Teorica del Soprannaturale_,
di che avete dimostrata la necessità nella filosofia, e con quel libro
su’destini di Italia, che aprì una carriera nuova di moderazione
politica agli scrittori italiani. E voi siete de’maggiori e più
generosi di quella letteratura italiana esterna, che mi pare una delle
più vicine e più feconde speranze italiane; ondechè siete voi stesso
una di queste nostre speranze. E voi, giovane e forte ancora, avete,
così Dio voglia, lunghi anni da emulare e superare voi stesso; e così
(se di nuovo mi facciate lecito esprimervi un voto di molti amici
vostri), così lasciando i vostri avversari, voi vogliate rivolger
tutta a nostro pro quella vostra forza e potenza. E ad ogni modo, e per
quel che farete, e per quello che avete fatto, non può mancare a voi
morto la gloria, a’voi morente la coscienza d’aver bene e grandemente
operato per la patria. — Vecchio combattitore di parte moderata, e per
ciò appunto cacciato già dalla vita attiva, ed entrato tardi in quella
di scrittore, io non lascerò nome che giunga al tempo della tarda
giustizia. Ma che importa, se avrò anch’io, a difetto del talento,
moltiplicato l’obolo commessomi? se avrò recato, secondo mie forze,
un sasso all’edifizio, un rivo al fiume, un seme al campo? se avrò la
coscienza che quel sasso è «tetragono», quell’acqua è limpida, quel
seme non è di danni, infamie o delitti alla patria nostra?
Del resto, ho parlato qui di quelli fra gli avversari vostri e miei,
che sono avversari della moderazione politica in generale; perchè mi
parve degno assunto da trattare in capo a un libro fatto appunto per
istudiare in che stia ora da noi questa moderazione. Ma di rivolgermi
poi agli avversari particolari del libro mio, alle critiche più o men
generose mossemi, io non mi sento nè voglio farlo; salvi pochi luoghi
ove il pensier mio mi pare gravemente alterato, e dover restituirlo. E
queste stesse risposte ho fatte in note a’lor luoghi, affinchè sien men
noiose a chi voglia pur leggerle; ovvero, anche meglio, sien facilmente
tralasciate. — Andiamo avanti, anzichè tornar su’nostri passi;
non rimaneggiam le idee già espresse, cerchiamone piuttosto delle
ulteriori; ed anzichè disputare, correggiamo ed accresciamo. Ciò ho
tentato fare nella presente edizione. Così possa ella aggiugnere a quel
poco di bene che voi ed alcuni altri buoni speraste dalla prima. — Uno
di questi ne giudicava già colle poche parole: _Gutta cavat lapidem_.
Io accetto il giudicio e l’augurio; e continuo.
5 luglio 1844.
OCCASIONE DI QUESTO SCRITTO
§ 1.º Come il sanno oramai tutti i colti italiani e non pochi
stranieri, il Gioberti è uno de’ filosofi principali della Cristianità.
Fattosi conoscere ed ammirare a un tratto colla _Teorica del
soprannaturale_, egli pubblicò successivamente parecchie altre opere,
con quella fecondità che è prima virtù e primo segno di grandezza. E,
filosofo cattolico, egli è uno de’ maestri senza dubbio (giudichi altri
de’gradi) in quella scuola italiana che si distingue dalle simili per
una cattolicità, una teologia più esatta o sola esatta. — Ma l’assunto
mio non è filosofico. Il Gioberti, abitatore di paesi stranieri,
aveva da questa sua situazione una libertà di scrivere che non è
nella penisola italiana. Ed il Gioberti non era uomo da non valersene.
Italiano sviscerato, e, se fosse lecito dire, esagerato, frammischiò
in tutte le sue speculazioni di filosofia non poche considerazioni di
storia, ed anche di pratica italiana; e, lasciando ora, non il genio,
ma la forma filosofica, facendo di ciò che era accessorio nell’altre,
assunto principale di una nuova opera sua, ei ci ha dati testè due
importantissimi volumi _Del Primato morale e civile dell’Italia_.
§ 2.º Questo titolo è molto indeterminato. Di qual primato vuol parlare
l’autore? Di quei due che furono tenuti già dall’Italia romana e
dall’Italia del medio evo tra il secolo XI e il XVI? Ma questi sono
noti e conceduti da tutti gli uomini di qualche coltura; nè, spogliati
di narrazione e ridotti a discorso, sarebbero stati degno assunto del
potentissimo scrittore. — Ovvero, il primato rivendicato sarebb’egli
uno presente? Ma questa sarebbe illusione così contraria pur troppo
ad ogni fatto, che niuno amor patrio, per quanto accecato egli sia,
non se la può fare; ondechè nemmen questo non sarebbe stato assunto
concordante coll’incontrastabile sincerità dell’autore. — Quindi fin
dal titolo, il leggitore entra naturalmente in pensiero, che il primato
così asserito da tale scrittore sia piuttosto un primato futuro,
in potenza, in isperanza, e da procacciarsi per opera di coloro che
tengono in mano i patrii destini. E tale mi pare in fatto il primato di
che si discorre nella parte incomparabilmente maggiore dell’opera[5].
§ 3.º E quest’è che distingue l’autore da quel volgo o gregge di
scrittori i quali assonnan l’Italia, rimescolandole passato, presente
e futuro. Del passato, dei due primati veri e certi di lei, costoro
le parlano a quella guisa che i servi adulatori a’nobili e degeneri
padroni; vantando le glorie antiche quasi presenti, le azioni degli
avi quasi dispensa d’azione ai nepoti, la nobiltà quasi non memoria,
ma eredità dì virtù. Non contenti delle glorie vere, costoro ne
inventano delle false; perchè, a modo d’ogni avvilito piaggiatore,
o non capiscono le prime, o sanno di farsi più merito colle seconde.
Così è, che all’Italia, dominatrice già di tutto il mondo occidentale,
riunitrice di tutte le maggiori civiltà antiche, serbatrice poi delle
reliquie di esse, centro predestinato della religione cristiana,
ordinatrice prima e rinnovatrice poi della disciplina ecclesiastica,
rinnovatrice ed accrescitrice dei Comuni, rinnovatrice della civiltà
e di tutte le colture, all’Italia, scopritrice dell’Asia Orientale
e dell’America, all’Italia, madre, oltre ai Latini, di Gregorio VII,
di Marco Polo, di Dante, di Raffaello, di Michelangelo, di Colombo,
di Galileo e di Volta, costoro vanno dissotterrando tuttodì non so
quali glorie ignote, non so quanti grandi uomini oscuri, non so quali
disputabili princìpi di qualsivoglia scoperta straniera. — Peggio assai
quando costoro toccano al presente. Qui è il campo degli adulatori;
qui versano consolazioni, incoraggiamenti agli ozi, ai vizi, al beato
far nulla, al far male. Non siamo noi felici, operosi, gloriosi quanto
ogni altro? Quai campi più colti, quali città più crescenti, quali
popoli più sapienti o più virtuosi, quali aure (perciocchè del clima
stesso fan meriti), qual clima, qual cielo, qual paradiso? Quante
opere soprattutto e quanti uomini utili, grandi, immortali? I quali si
ringrazino dunque e si benedicano essi prima a essersi fatti immortali:
ma se ne ringrazino poi anche il principe, i mecenati, il buon popolo,
il paese, tutti quanti. Chiaro è: non è nulla da fare, nulla da rifare
o mutare; nulla se non vivere gaudenti. — E chiaro è massimamente
poi: non è da far nulla per il futuro. Anzi, di questo, meglio è non
parlare, non fiatare, non nominarlo. Chi ne parla, chi vi fruga, chi ne
spera o teme o s’inquieta, è uomo inquieto, pericoloso, perseguitabile,
sotto i nomi nefandi di progressista, liberale, rivoluzionario e
repubblicano.
§ 4.º A chiunque abbia per poco conosciuto o letto il Gioberti, non
è mestieri dire che egli è scrittore opposto a costoro. Non entro a
cercare s’ei distingua sempre con sufficiente precisione il passato,
il presente e il futuro italiano; se nel suo labile argomento egli
eviti sempre la esagerazione delle lodi; se le témperi colla virile
comparazione dei biasimi; se, virile uomo quanti altri mai, ei
sia sempre virilmente severo, come quei Dante ed Alfieri, da lui
meritamente lodati. Quando il Gioberti fosse caduto in questi ed
altri difetti, essi sarebbero un nulla rispetto ai meriti. E non dico
de’letterarii, non della lingua facile e pura di tutte le pedanterie,
non della ammirabile eloquenza, nè della sapienza; il merito sommo
di lui è l’aver parlato di quel futuro della patria, di che tanto si
parla in altre patrie, di che tanto si tace nella nostra; d’averne
parlato, egli apertamente, egli più grandemente e più moderatamente
che nessuno de’predecessori; ondechè, contro all’aspettazione forse
di alcuni derisori, ne parlò egli filosofo, in modo molto più pratico,
che non fecero que’ pochi storici od uomini pratici, i quali toccarono
timidamente il pericoloso assunto. Questo fa del libro di lui più
che un libro, un’azione; ed un’azione che non può se non giovare
alla patria. Il tema è oramai riaperto. Seguiranno altri, criticando,
correggendo; scemando, ampliando. Il tema sarà sempre stato riaperto
da lui; le discussioni non faranno se non aggiungere al merito ed
all’utile di colui che lo trattò in modo da metterlo in mente e in cuor
di tutti.
§ 5.º Io non sono se non uno di questi che verranno, così voglia
Iddio, numerosi sulle pedate del Gioberti. Se così fo, egli è perchè,
consentendo in grandissima parte co’ pensieri di lui, pur mi scosto o
mi pare scostarmi da parecchi, che sono o mi paiono importanti alla
nostra patria comune. Se la gravità dell’argomento potesse lasciar
luogo qui alle vanità letterarie, io non vorrei correre nè il pericolo
di essere confrontato, nè quello d’essere contraddetto da uno scrittore
così potente. Ma da ogni confronto spero mi salvino la forma e la
mole stessa del mio scritto; e quanto alla contraddizione, ella mi
si rivolgerebbe in onore scendendo da uno scrittore maggiore. — Del
resto, attendendo io a discutere le opinioni pubbliche diffuse nella
patria nostra, anzichè non quelle personali del Gioberti o di nessun
altro, se nominerò lui più che altri, egli è perch’ei mi pare scrittore
più importante; ma nol nominerò nè dappertutto dove abbiamo pensieri
comuni, nè dappertutto dove diversi; ondechè io prego i leggitori di
non applicare a lui niuna critica dov’io nol nomini, siccome quella
la quale o non volli applicare a lui, ovvero applicherei con riserve e
spiegazioni, nelle quali non posso entrare in così breve scritto.
§ 6.º Niuna patria è più amata che la nostra da’ figliuoli. Ma, colpa
delle rare e difficili discussioni degli interessi di lei, colpa del
non poterci intendere, niuna è forse più diversamente amata; ed è
grande sventura. Non perdiamo il tempo almeno in discussioni, nomi
ed interessi personali. E del resto, qualunque protesta mia d’avere
scritto con animo libero, ma moderato, d’aver cercato il ben della
patria, ma non il mal di nessuno, nemmeno degli avversari di lei,
sarebbe inutile qui a chi non abbia letto; e non sono senza speranza
che abbia ad esser anche più inutile poi, a chi avrà letto con pari
intenzioni.
DELLE
SPERANZE D’ITALIA
CAPO PRIMO.
L’ORDINAMENTO POLITICO PRESENTE DELL’ITALIA NON È BUONO
1. Io parto dal fatto che l’Italia non è politicamente ben ordinata,
posciachè ella non gode tutt’intiera di quello che è primo ed
essenziale fra gli ordini politici, quello che anche solo procaccia
tutti gli altri buoni necessarii, quello senza cui tutti gli altri
buoni son nulli o si perdono, la indipendenza nazionale. Se tal fosse
fra’ miei leggitori, a cui l’arguzia dell’ingegno, l’abito soverchio
del distinguere, o qualunque altro più o men sincero motivo persuadesse
che l’Italia ha quest’indipendenza politica; ovvero che senz’averla
ella possa essere e dirsi ben ordinata, tant’è ch’ei non continui.
Questo scritto si appoggia tutto sulla incontrastabilità e sulla
importanza di quel fatto; non si rivolge se non a coloro che prendendo
la parola d’indipendenza nel senso comune, accettato dentro e fuori,
credono che una gran parte d’Italia non l’ha; e che una nazione di cui
gran parte non l’ha, non è nè può dirsi politicamente ben ordinata.
2. E continuando dunque con questi, osserverò soprabbondantemente:
che la dipendenza di una provincia nostra dallo straniero, non
solamente distrugge ogni bontà, ogni dignità dell’ordinamento in quella
provincia; ma guasta, fa men degni gli ordini dell’altre provincie; non
lascia compiutamente indipendenti nemmeno i veri stati, i principati
italiani. Gli esempi di ciò sarebbero facili a darsi, e moltiplici; ma
forse noiosi ed odiosi. Ed io me ne rimetto a tutti gli Italiani, e più
ai più informati, a quelli che son più su ne’ segreti e nelle pratiche
de’ nostri governi. Niuno di essi negherà che nei disegni, nei fatti,
sovente nelle massime, talor nelle minime azioni governative, si senta,
sia grave, sia più grave che qualunque altra potenza straniera, quella
che signoreggia una provincia italiana. Non parlo di forme, e nemmeno
di trattati; i quali so che riconoscono le nostre indipendenze come
assolute. Ma non son eglino altri trattati che le infermino? E dove non
sien questi, non è egli il fatto, l’abito, la prepotenza inevitabile
nelle discussioni tra più e men forti? Ma, non che contraddirmi,
io credo che questi uomini di governo sorrideranno, e fors’anco si
sdegneranno che facciasi questione di ciò che è difficoltà: scusa
loro quotidiana e grande; che non si tenga conto di lor condizione,
la quale implica scusa di ciò che non fanno, lode di ciò che riescono
a fare, ingiustizia in chiunque li giudica senza tenere tal conto.
In tutti i paesi, in tutte le età del mondo, noi governati parlammo,
giudicammo de’ governanti; or tanto più che se ne parla e giudica
pubblicamente in molti paesi; e molto più male ne’ paesi dove non se
ne parla così. Se fosse una pubblica tribuna in Italia, il primo che
vi salisse, vi salirebbe probabilmente ad accusare i nostri governi; ma
il secondo a scusarli colla dipendenza, in mezzo a cui essi vivono. Ed
ho fede nel senno italiano, che, ammessa in generale tale scusa, non
si disputerebbe d’altro se non del sapere se sia sufficiente in ogni
caso particolare. Finchè non è discussione pubblica, è naturale che si
passi da molti il segno della critica; è naturale, dico, nel volgo; ma
non ne’ mediocremente informati e che vogliano esser retti. Questi non
hanno scusa mai, di non ammettere, di non cercare essi stessi le scuse
altrui.
3. Nè voglio entrare nell’altra trista e lunga enumerazione di quegli
impedimenti a’ nostri commercii, alle nostre industrie, alle nostre
arti, alle nostre lettere, a tutte le operosità anche private, che
vengono dalla dipendenza diretta di una gran provincia, dalla indiretta
de’ principati d’Italia. Non è peggior impegno che volere spiegare a
chi non vuole intendere, o a chi intende e non conviene; e chi intende
ed è sincero sa molto bene che nelle nazioni come negli uomini non
suole esser compiuta operosità, senza compiuta indipendenza. — Non
darò dei danni della dipendenza se non un esempio. Il papa è papa, e
sarà papa non solamente durante la preponderanza austriaca presente, ma
quand’anche questa s’accrescesse e diventasse usurpazione universale,
come furono quelle di Napoleone e di alcuni imperadori del medio evo.
Ma finchè dura quella preponderanza, finchè il papa principe italiano è
sotto la dipendenza dell’Austria più che di Francia, Spagna, Portogallo
o Baviera, grandi potenze cattoliche, e più che d’Inghilterra, di
Prussia o d’altre potenze non cattoliche, non è dubbio che il papa non
può fare il papa così bene, come farebbe se avesse nome ed effettività
di principe del tutto indipendente; non è dubbio che non può fare il
capo spirituale effettivo della Cattolicità, il capo in isperanza
dell’intiera Cristianità, così felicemente, come farebbe se ogni
governo, cattolico o non cattolico, fosse persuaso della compiuta
indipendenza, della probabile imparzialità di tal capo. Certo in ogni
caso, quali che sieno i decreti della Provvidenza, ogni buon cattolico
tiene il papa per papa; non può essere quistione di ciò. Ma può
essere: quanti buoni cattolici saranno in tale o tal caso? E posta la
questione, se sian probabili più numerosi cattolici nel caso del papa
tenuto per indipendente, o del papa tenuto per dipendente, non parmi
che lo scioglimento sia dubbio; ognuno risponderà: certo più nel caso
che il papa sia indipendente.
4. Ma io mi vergogno di trattenermi in siffatte generalità; d’aver
fatto un capitolo quantunque breve sur una proposizione così ovvia e in
che convengono tutti. Ed io dico che in essa convengono non solamente
i governati che criticano bene o male, e i governanti ingiustamente o
giustamente criticati dei principati italiani, e tanto più i sudditi
degli stranieri; ma dico che vi convengono pure gli stessi stranieri
signoreggianti, quanti sono fra essi di qualche buona fede, di qualche
buon giudizio; e più i più alti, anche qui. Questi stranieri di
alto affare, questi uomini di stato dell’impero austriaco sono nella
medesima condizione che quegli uomini di stato francesi ed inglesi
i quali continuamente e dalle loro pubbliche tribune professano
di attendere agli interessi loro nazionali sopra tutti gli altri,
ma che pur mostrano d’intendere molto bene anche quelli dell’altre
nazioni, e scusano od anzi approvano ciascuna di promuovere i proprii.
Gli uomini di stato austriaci professano il medesimo, benchè non
da una pubblica tribuna, che non hanno; il professano come possono
privatamente; veggono quant’ogni altro, più forse che ogni altro,
il non buono ordinamento della penisola italiana; ma, ministri dello
stato austriaco, tengono primi i loro doveri austriaci, e provvedono al
mantenimento della grandezza della potenza austriaca. E, siamo giusti
se vogliamo essere utili: essi hanno ragione; può esser questione
del modo di adempiere tal dovere, non, che sia dover loro. Ma insomma
anch’essi, a modo loro, convengono nella proposizione troppo ribattuta
oramai: che l’ordinamento politico dell’Italia non è buono per
l’Italia.
CAPO SECONDO.
DI QUATTRO ORDINAMENTI SPERATI — E PRIMA DEL REGNO D’ITALIA
1. E quindi ei parrebbe a cercare prima, come rimuovere il vizio
manifesto dell’ordinamento presente. Ma, questo sarebbe procedere a
modo de’ sovvertitori di tutti i tempi; i quali di qualunque cattivo
ordinamento s’adirino, non pensano se non a sovvertirlo, senza aver
pensato prima all’ordine nuovo che avranno a porre in vece. La massima
contadinesca di non mettere il carro innanzi a’ buoi, è buona a
seguirsi, principalmente in politica: ei si vuol pensare a’ conducenti
prima che al carro condotto; e quindi all’ordine nuovo da stabilirsi,
prima che al vecchio da abbandonare, allo scopo cui arrivare, prima che
alla via da scegliere.
2. Ma lasciamo le idee, i disegni, le speranze troppo antiche:
il principe di Machiavello, il papa de’ Guelfi, l’imperator de’
Ghibellini, e la monarchia di Dante. Tutti questi furono poco più che
sogni a’ loro tempi, ed or sono sogni antiquati. Volendo fermarci a
sogni, parliamo di quelli dei nostri dì. Non risaliamo oltre al 1814;
ci basterà e soverchierà, anche ridotto così l’argomento. — Io crederei
che il primo e più frequente sogno fatto intorno a quell’epoca sia
stato quello d’una monarchia comprendente tutta la penisola, d’un
_Regno d’Italia_. Nome e idea erano conseguenti a tutto ciò in mezzo
a cui eravamo stati allevati. Il più potente uomo di nostra età (e
di molte altre) aveva anch’egli fatto un gran sogno della monarchia
universale, un sogno minore del regno d’Italia. Chè anzi questo
esisteva già di nome, in cominciamento: eravi un regno d’Italia,
corrente dall’Alpi agli Abbruzzi, e comprendente così quasi tutta
la penisola orientale. — A che tal forma, informe, longitudinale,
lunga e stretta? Io non credo che il possa dire nessuno, nemmeno dopo
aver letto ciò che ne dice Napoleone ne’ suoi dettati di Sant-Elena.
Tutto ciò è una solenne impostura. Che l’Italia s’avesse a tagliare
in lungo e non in largo, e dividerla per educarla ad unità od a non
so che, sono sofismi tali, che non potevano venire in capo se non a
chi, avvezzo a tiranneggiare coll’opera, sperava tiranneggiare collo
scritto; non pensando che, se là giova la forza, qua non serve se non
la ragione. Io crederei che se Napoleone sognava una riunione d’Italia,
ei sognasse quella all’imperio francese; che il suo regno d’Italia
fosse destinato a sorte pari a quella del suo regno d’Olanda, e Napoli
a quella d’Amburgo; che quell’ordinamento napoleonico d’Italia non
fosse in somma se non ciò che chiamavasi nella lingua franca allor
corrente, _una organizzazione interinale o provvisoria_. — Ma ad ogni
modo n’eran rimasti il bel nome, la bella idea di un regno d’Italia.
Il napoleonico era stato parziale, e manco male, il nuovo sognossi
intiero; il napoleonico era stato dipendente, e manco male, il nuovo
sognossi indipendente; il napoleonico era stato sotto un principe
straniero, e il nuovo sognossi sotto uno nazionale, o che diventasse
nazionale, qualunque fosse, o, per servirci della frase allor volgare,
«fosse il diavolo» purchè fosse re d’Italia. E fu sognato di siffatto
regno da non pochi. Prima da Gioachino Murat e suoi partigiani nel 1814
e 1815; e quasi nel medesimo tempo da’ Milanesi sollevati il dì della
morte di Prina, e dai deputati che furono mandati a Parigi; poi, da
altri congiurati del 1815; poi, da tutti quelli del 1820 e 1821. E ne
fu sognato allora e poi, non solo da congiurati e società segrete, ma
da uomini di governo e di stato; e non solamente da quelli che ebber
nome di amici, ma da quelli che l’ebbero di nemici a siffatte novità.
Nè di tuttociò mancheranno agli storici futuri citazioni e documenti.
Ma io scrivo a’ contemporanei; i quali sanno quanto o meglio di me,
che il sogno del regno d’Italia fu se non universale, molto frequente a
quell’epoca.
3. E che fosse sogno basterebbe forse a dimostrarlo, il fatto che non
s’effettuò. Accenniamone tuttavia le ragioni, chiare ora. Principi,
uomini di governo, popolani, congiurati, e sudditi varii, volevano
il regno, ognuno a modo suo: i congiurati, i popolani non tanto il
regno, quanto gli ordini sognati liberi nel regno sognato, un sogno
allora aggiunto all’altro, la libertà all’indipendenza. I principi
avrebbon voluto indipendenza, ma non guari libertà. I grandi, nobili,
ricchi, notabili d’ogni maniera volevano aristocrazie; i non distinti
per nulla, democrazie, secondo il solito. E secondo il solito Napoli
s’avventava; e contro al solito Milano aspettava, Torino si muoveva;
con una differenza, un disaccordo di mosse, da far presagire un
disaccordo anche maggiore di scopo, quando fosse venuto a palesarlo
ciascuno. Ed Austria era lì a valersi del disaccordo; Francia non v’era
ad opporsi; Inghilterra ed altri non se ne curavano. Gli assennati
l’avevan preveduto; alcuni generosi si eran sacrificati; molti
ambiziosi s’eran perduti. E n’erano usciti grandi insegnamenti, non
nuovi per vero dire, ma sempre utili a ritrovare: che non si debbono
frammischiar le imprese di libertà e d’indipendenza; che questa deve
passare prima di quella, e sopra tutto che il regno di Italia è cosa
impossibile in tanta varietà di opinioni, di disegni, di provincie.
4. Del resto, fatti antichi e ragioni perpetue concordano a ciò
provare. Niuna nazione fu riunita in un corpo men sovente che
l’italiana. L’Italia anteriore a’ Romani fu divisa tra Tirreni, Liguri,
Ombroni, Fenici, Pelasgi, Greci, Galli e forse altre genti, concorse
nella nostra penisola, occidentale rispetto al mondo d’allora, a
quel modo che si concorse poi nell’America moderna, o si concorre ora
nell’Oceania. — I Romani riunirono sì la penisola a poco a poco, ma
posero a ciò non meno tempo che a conquistare l’intiero mondo lor noto;
la conquista de’ Salassi fu l’ultima fatta da Augusto prima dì chiudere
il tempio di Giano, prima di fermare i limiti, e lasciar come _arcano
d’imperio_ il non oltrepassarli. Ei non fu dunque, se non insieme con
tutto un mondo, che l’Italia rimase riunita sotto l’Imperio. E così poi
di nuovo, insieme con molte altre provincie, sotto Teodorico, per una
trentina di anni. E quindi, se si voglia parlare d’un regno d’Italia
propriamente detto, dell’Italia riunita in sè senz’altre appendici,
non se ne troverà in tutta la storia se non un esempio, intermediario
tra la distruzione dell’imperio e Teodorico, un periodo di tredici o
quattordici anni sotto Odoacre. Dopo Teodorico l’Italia si ridivise
tra Goti e Greci: i Greci la riunirono per altri dieci anni; ma come
provincia di lor imperio lontano. Poi fu divisa tra Greci e Longobardi;
poi tra Longobardi Beneventani, Franchi e Greci; poi tra Beneventani,
Imperatori Franchi, Borgognoni, Tedeschi o Italiani, Saracini e papi;
poi tra Sassoni, Beneventani, Saracini e papi; poi variamente ad
ogni anno, ad ogni mese, tra imperatori, papi; comuni guelfi, comuni
ghibellini, Normanni, Angioini, Aragonesi; poi tra Francia ed Austria
e stati come poterono indipendenti; poi Spagna e stati; poi Francia,
Austria e stati; poi Francia sola, e residui di stati; ed ora Austria e
stati. Io non so per vero dire qual possa dirsi sogno politico, se non
dicasi questo: d’un ordinamento, che non ha nella storia patria se non
un esempio di quattordici anni, e che non sarebbe se non restaurazione
di un regno barbaro di millequattrocento anni fa.