La mattina dopo l'arrivo a Desenzano, Loredana corse al balcone

dell'albergo e vide sotto il sole fastoso scintillare il lago di

cobalto. Lontano, a levante, un piccolo paese si spingeva per una lingua

di terra molto innanzi nell'acqua.

--Andremo laggiù,--disse tra di sè, contenta di vedere paesaggi nuovi,

ella che non si era mai allontanata da Venezia se non per pochi

chilometri.

Il colore del lago, così azzurro da dare quasi all'acqua una densità

materiale, era mirabile. La fanciulla, abituata alle trasparenze leggere

della laguna, ne restò meravigliata e sentì come un piacere intenso per

quella vita liquida che si stendeva ampiamente sotto i suoi occhi.

Filippo bussò discretamente all'uscio ed entrò.

--Amore mio, come sei elegante!--disse.

Loredana vestiva tutta di bianco, con una cintura bianca e lo scarpe

bianche, e sorrideva all'amico, il quale era superbo della sua candida

bellezza.

--Ogni cosa fatta a pennello!--dichiarò Loredana, indicando l'abito; e

soggiunse, dopo una lieve esitazione:--Tu mi portavi con te, nella tua

mente, quando ordinavi i miei abiti!

Ma il pensiero non le si era presentato così; era stato piuttosto un

senso di molestia per quella strana perizia dell'amico suo, la quale

svelava una lunga e costante dimestichezza con le donne, una singolare

esperienza d'anime e di corpi femminili. Nulla a lei importava di ciò

che era finito ieri: ma domani?

Ella disse, attirando Filippo sul balcone:

--Vedi, laggiù? Quel paese che si spinge nel lago? Là, vuoi andare?

--No,--rispose Filippo.--Quello è Sirmione; noi andremo a Maderno o a

Gargnano o più oltre, nel Trentino, a Riva....

--Che peccato! Dev'essere molto bello, laggiù.

--Vuoi? Se ti piace, io non ho nulla in contrario. Farà molto caldo,

ecco tutto. Sirmione è grazioso. Manderemo a vedere se vi sono

alloggi....

Mandarono a vedere; partì un uomo dell'albergo con la vettura; tornò

dopo colazione. V'erano alloggi, modesti ma puliti, nell'unica trattoria

del paese; si poteva tentare....

La cosa piacque molto a Loredana. In quel tempo, Sirmione non vantava

ancora alcun grande albergo nè uno stabilimento di bagni. Vi arrivavano

di tanto in tanto gli escursionisti, quasi tutti tedeschi, a visitar le

grotte leggendarie di Catullo; mangiavano, ammiravano, ripartivano. Il

piroscafo v'approdava una volta al giorno, se il tempo non era cattivo.

Tutto questo, raccontato dal direttore dell'Albergo Reale, accese la

fantasia della ragazza, che già pensava di vivere più anni in quella

penisoletta con Filippo, lontani dal mondo e pur vicini, obliati e

felici....

Nel pomeriggio, sotto un sole rovente, per la strada piana e bianca di

polvere, gli amanti partirono in una carrozzella alla volta di Sirmione,

seguiti da un baroccio coi bauli che avevano spaventato il conte

Roberto. Quando giunsero al punto nel quale si lascia la strada

provinciale per volgere a sinistra e inoltrarsi nella penisoletta, la

fanciulla fu molto contenta. Dal balcone dell'albergo di Desenzano non

avrebbe mai imaginato un paesaggio così bello. A destra e a manca, tra i

rami degli ulivi e il fogliame degli alti pioppi, scintillavano le acque

del lago riccamente turchine, immote nella accidia delle ore calde. È a

un gomito di quella strada che s'incontra una casetta modesta, con uno

svelto cipresso innanzi, e sotto si stende il lago irto per buon tratto

di canne fragili; angolo pittoresco, riprodotto migliaia di volte da

sapienti e da timidi pennelli.

--Andremo un giorno a vedere quei paesi laggiù!--disse Loredana,

indicando i gruppi di case sulla sponda veronese.--Voglio veder tutto il

lago.

--Ti piace?--domandò Filippo.

--Ah, immensamente! Sarò felice!--esclamò la fanciulla in un impeto di

gioia, battendo le mani.

Tacque. La fronte le si rannuvolò subitamente; ripensava alla mamma, cui

non aveva ancor dato notizie, e che era sola ormai nella casa deserta.

Per celare a Filippo la tristezza improvvisa, si volse indietro a

guardare il baroccio che correva tra un nugolo di polvere.

Ma già si vedeva la torre del castello Scaligero, cinta a metà da mura

grigiastre, e la strada si ampliava; la carrozza oltrepassò il ponte di

legno che dalla porta del castello mette in paese, e la rocca apparve

lacerata da lunghe feritoie, circondata tutta intorno dall'acqua; lo

stemma degli Scaligeri, ancor visibile, il leone di San Marco, in

rilievo, la croce bianca in campo rosso del Comune, posti

simmetricamente sull'alto della porta che guarda a occaso, dicono i tre

dominii che si susseguirono.

Le donne e i pescatori raccolti in gruppo sulla piazza osservarono

l'equipaggio insolito e il carro coi bauli, ma nessuno si mosse. Non

avevano alcun bisogno dei forestieri. L'acqua li faceva liberi, e

quell'anno la pesca delle sardelle era stata insolitamente fortunata.

Si fece incontro alla vettura il proprietario dell'albergo, e aiutò

Loredana a discenderne. Era un uomo tozzo dal viso rubicondo; non

abituato a cerimonie, salutò con una certa dimestichezza e annunziò che

gli «sposi» si sarebbero trovati benissimo in casa sua. Aveva tutto

approntato, rinfrescato, ripulito con cura; le due camere e il salotto

guardavano il lago; di giorno faceva caldo, ma si tenevan le persiane

chiuse e si scendeva in giardino; di sera, poi, era una bellezza

ovunque. A pochi passi di là, comparve anche la moglie dell'albergatore,

più timorosa per l'aspetto signorile di Loredana, della quale notò in un

batter d'occhio l'abito, la figura slanciata, il viso freschissimo, la

bella bocca. Essa dichiarò che era felice di non alloggiare i soliti

tedeschi con la piuma di gallo sul cappellino verde.

Mentre i due vetturali scaricavano i bauli, gli amanti salirono a veder

le camere, e sulla scala s'imbatterono in una signora ampia di forme,

col viso pitturato e le sopracciglia duramente segnate a nerofumo. Ella

salutò chinando la testa, e si fece da un lato.

--È la signora Teobaldi, di Verona,--disse l'albergatrice, che

seguiva.--Una buona e bella signora.

Filippo la guardò appena, rispondendo distratto al suo saluto, Loredana

sorrise per quelle spaurevoli sopracciglia; e per la maschera di biacca

e di belletto che le deturpava la faccia.

Le due camere da letto erano grandi e pulite, ciascuna con un armadio a

specchio, un cassettone di legno chiaro, una tavola rettangolare coperta

da un tappeto modesto ma nuovo. Il salotto era addobbato con carta a

fiori d'oro sul fondo rosso; i mobili mal disposti, in ordine

scrupolosamente simmetrico, facevan pensare a lunghi mesi d'abbandono,

quantunque non vi fosse un grano di polvere. Il pianoforte, del quale

Filippo toccò alcuni tasti, emise un miagolìo prolungato che fece ridere

Loredana.

--Bisognerà comprare molti oggetti inutili per nascondere la bruttezza

degli oggetti utili,--osservò Filippo, senza badare alla faccia scorata

dell'albergatrice.--Va bene,--seguitò con quest'ultima.--Faccia portare

subito i bauli....

--Sì, signor conte,--disse la donna.

--A proposito: sa il mio nome?

--Me lo ha detto l'uomo che è venuto stamane a vedere le

camere,--rispose l'albergatrice.--Il signor conte Filippo Vagli e la

signora contessa, di Venezia. Anzi, volevo chiedere alla signora

contessa se suona il piano....

--Perchè?--domandò la giovane.

--Perchè in tal caso lo farei accomodare: è un po' scordato.

--Lo faccia accomodare,--disse Filippo.

E quando la donna se ne fu andata, seguitò con l'amica sua, che si

toglieva il cappello:

--Non vorrei esser caduto in un covo di pettegole....

--Dove sarebbero?--domandò la fanciulla stupita.

--Quella signora di Verona, per esempio: Teobaldi o Tibaldi o

Ribaldi....

--L'albergatrice ha detto che è buona....

--Sì,--osservò Filippo,--ma ha detto pure che è bella! E allora, stiamo

freschi!

Loredana diede in una risata, pensando alle terribili sopracciglia

immobili. Ella s'era affacciata alla finestra e sembrava compenetrarsi

della luce folgorante che saliva dal lago, dardeggiava la linea

onduleggiata delle montagne, incendiava le case di Desenzano, faceva

frinir le cicale sugli alberi.

Ad un tratto si volse e disse:

--Oggi scrivo alla mamma.

--Appunto,--rispose Filippo.--Anch'io....

E stava per continuare, quando fu bussato alla porta ed entrarono gli

uomini con un baule.

--Che cosa dicevi?--domandò Loredana, allorchè gli uomini uscirono per

prender gli altri bagagli.

--Volevo dirti che ho intenzione di andare a Venezia, fra qualche

giorno. Bisogna ch'io sappia ciò che si dice,--dichiarò Filippo, sedendo

in una poltroncina.--La mia assenza non può essere stata notata: a

Venezia son rimaste poche famiglie che io conosco, e in quest'epoca,

tutti gli anni io vado in campagna. Ma voglio udire se si fanno

chiacchiere e voglio, se mi riuscirà, aver notizie di tua madre.

--Come farai?...

Di nuovo gli uomini entrarono con un baule, che Filippo ordinò di

deporre nella sua camera.

--Non dev'esser difficile,--egli continuò poscia,--mandare qualcuno da

lei con un pretesto. Anzi, servendomi d'una persona fidata, potrei farle

consegnare la tua lettera.

La fanciulla tacque un istante. Quel disegno di Filippo le pareva logico

e pure la turbava; appena arrivata in un paese nuovo, tra gente

sconosciuta, doveva rimaner sola, di giorno e di notte. E all'idea che

Filippo volesse abbandonarla, un tale spavento la prese, che si sentì

sbiancare il volto, come tutto il sangue le si fosse gelato nelle vene.

Ritornò alla finestra, per nascondere il suo turbamento; ma non vedeva

nè il lago, nè il sole, nè la città dirimpetto, che un minuto prima le

era parsa sfavillante....

--Che pazza!--disse a sè medesima.--Come potrebbe abbandonarmi, se mi

ama, se lo amo, se gli ho dato tutta me stessa? Non lo conosco da tre

anni, non sono stata per tre anni la piccola amica, e non sono oggi la

piccola amante?

Udì che gli uomini, recato l'ultimo baule, salutavano e uscivano

ringraziando. Si tolse dalla finestra, e disse a Filippo, con voce un

po' debole:

--Sì, è giusto. Devi andare.

Quella stessa mattina, il conte Roberto, arrivato a Fasano in carrozza,

spedì subito un telegramma a sua cognata. Il telegramma, alla forma del

quale aveva pensato durante tutto il viaggio, diceva: «Non ho visto

nessuno. Lascia fare».

E la contessa Bianca ricevendolo si chiese se quel «Lascia fare»

significasse «Fida in me» o non piuttosto: «Lascia che ciascuno viva a

modo suo».

Ma le parve che la seconda interpretazione fosse la buona.

VI.

A Venezia, la scomparsa di Loredana De Carolis non aveva sollevato

rumore. La fanciulla e sua madre Emma vivevano una vita modesta, fra

poche conoscenze e pochi parenti, senza attinenze con la grande società.

I vicini di casa, che dopo qualche giorno non videro Loredana al balcone

come di solito, credettero fosse partita per la campagna. La madre,

atterrita dalle conseguenze dei pettegolezzi, dovette farsi sua

complice, e a quelle amiche le quali chiedevano di lei, rispondeva

ch'era andata a San Donà, ove ella stessa l'avrebbe fra poco raggiunta.

In fondo, la povera donna non sapeva che fare: solo innanzi

all'avvenimento inaspettato aveva compreso ch'ella era stata colpevole,

che l'amicizia di Filippo alla quale aveva creduto così stupidamente non

poteva non mutar forma, e ch'ella avrebbe dovuto, per la salvezza di sua

figlia, mettere alla porta Filippo con una mano e Adolfo con l'altra.

Per acquetare Adolfo, la signora Emma inventò dapprima delle bugie:

Loredana era uscita, poi stava poco bene, poi era a letto con un male a

un piede. Ma la faccia pallida della signora, e qualche cosa strana in

tutta la casa e il contegno misterioso della donna di servizio, che

voleva bene alla signorina, odiava Adolfo il quale non le aveva mai dato

un soldo, amava il conte Vagli ch'era stato sempre con lei generoso, e

infine approvava pienamente la fuga e la trovava proprio

stupenda,--qualche cosa strana, inusata, avvertì Adolfo Gianella che lo

si voleva ingannare.

E quando la signora De Carolis dovette finalmente dire che Loredana non

era a Venezia, ma, rifugiatasi presso alcuni parenti, dichiarava di non

voler più a nessun patto sposare Adolfo, quest'ultimo s'accasciò d'un

colpo; la superbia, l'albagìa, la cieca sicurezza in se stesso, la

esperienza del cuore femminile ond'egli andava tanto orgoglioso, tutto

precipitò in un attimo. Pianse e poi diventò violento. Voleva vedere la

fanciulla, persuaderla, prometterle di cambiar carattere.

Per più giorni la signora De Carolis ebbe la casa assediata dai parenti

di Adolfo; chi la rimproverava, chi la chiamava pazza, chi gridava al

tradimento, e tutti chiedevano l'indirizzo della fanciulla per farle

mutar pensiero. La signora Emma dovette tener testa a quei furiosi e

seguitare a ripetere che rispettava la volontà di sua figlia e non

voleva influire sulla sua decisione. Adolfo minacciò di girare l'intera

provincia alla ricerca della scomparsa; poi minacciò di uccidersi; ma

non fece nè una cosa nè l'altra, e la signora De Carolis notò ch'egli

non era men roseo o meno grasso del consueto.

--Vedremo,--egli diceva,--vedremo chi sarà il fortunato che sposerà sua

figlia! Son proprio curioso di conoscerlo!

Egli era certissimo che un miglior marito di lui Loredana non avrebbe

mai potuto trovare; e cercava intanto nell'amor proprio offeso un

principio di consolazione.

--Non era degna di te!--dichiarava la signora Gianella ad Adolfo.--Forse

è una fortuna che questo matrimonio vada in fumo!

--Non era degna!--pensò finalmente anche Adolfo, rinunziando al

suicidio.--Dopo tutto, era senza un soldo e non aveva che superbia!

I parenti di lui lasciarono in pace la signora De Carolis, che per

quelle emozioni s'era fatta palliduccia e magra in una settimana; ma non

trascurarono le occasioni di parlar male di lei e di sua figlia, la

quale aveva respinto un così bel «partito». I più allegri furono i

colleghi di Adolfo, che non potevano soffrirlo; essi risero quando

seppero che la sua fidanzata lo aveva messo alla porta; uno rammentò

l'aria d'importanza ch'egli si dava quando spiegava loro la psicologia

del cuore femminile; un altro ne imitò i gesti quando, nei giorni di

molto lavoro, mangiava in ufficio e la sua testa spariva dietro il fumo

di una «minestrina» che sarebbe bastata per quattro; un terzo ricordò

ch'egli andava superbo della intelligenza della sua fidanzata.

--Perdio!--esclamò quest'ultimo.--Bisogna dire ch'egli avesse ragione,

perchè il calcio che la ragazza gli ha dato, prova ch'era intelligente

davvero!

Gli altri risero, e la fanciulla ignota diventò simpatica a tutti gli

impiegati della Banca.

VII.

Loredana e Filippo vissero a Sirmione alcuni giorni di felicità senza

pari; lungi dagli sguardi indiscreti, non conosciuti, sicuri l'un

dell'altra, s'imaginavano d'essere in qualche isola perduta nell'Oceano.

Tutto era bello.

Le grotte di Catullo, i ruderi maestosi e robusti, che l'erba circonda,

che il vento accarezza, che il sole riscalda, parvero loro una cosa

divina. Di là essi ammiravano la grandiosità del lago, ora illuminato

con cruda forza, ora soffuso di nebbia, leggera come un pulviscolo; e

seduti, verso il tramonto, ai piedi del promontorio, dove le rocce

levigate sorgono dall'acqua limpidissima, i due amanti stavano spesso in

silenzio a guardare, raccolti e commossi, ciascuno sentendo d'essere

troppo felice e temendo che l'incanto si smagasse presto.

Qualche volta uscivano con la barca, una barca tozza a guisa di canotto,

che danzava bene sulle onde; remava Filippo e l'amica sua stava a poppa,

dapprincipio un po' timorosa e poi contenta come una bambina. Ella era

ormai tranquilla; aveva ricevuto due lettere dalla mamma, respinte da

Napoli a Roma, da Roma a Firenze, da Firenze a Brescia e a Sirmione per

mezzo di amici fidati di Filippo; e in quelle lettere non

un'imprecazione, non un rimprovero; solo una ineffabile tristezza, che

la fanciulla sapeva di poter calmare con buone parole. La mamma dava le

notizie della famiglia Gianella e di Adolfo, che seguitava a mangiare e

a parlar di suicidio. La mamma non malediceva, non rimproverava, non

faceva minacce; era sola, e tra le righe delle lunghe lettere si poteva

leggere l'espressione dell'unico desiderio di lei, che la figlia

tornasse, che la solitudine finisse.

Al principio della terza settimana, Filippo si decise finalmente a

recarsi per poco a Venezia; Loredana volle accompagnarlo fino a

Peschiera, in carrozza, e là, quando lo vide salire in treno e salutare

mentre il treno si rimetteva in moto, la giovane ebbe una fitta in

cuore. Tornò a Sirmione in carrozza, con gli sguardi perduti, colla

mente presa dai pensieri più strambi, imaginando che Filippo non dovesse

più rivederla, che sua madre lo facesse arrestare, che qualcuno potesse

ucciderlo. Le era parso molto preoccupato al momento di abbracciarla,

come egli pure temesse qualche cosa nuova e imprevedibile.

Ella non vide la strada; sentì che la carrozza si fermava, si guardò

intorno, riconobbe il piccolo albergo, discese.

Al momento di pagare, non trovò moneta. Filippo le aveva lasciato cento

lire in un biglietto; ma mentre ella si volgeva per incaricare la

padrona di pagare il vetturale, la signora Clarice Teobaldi, dalle

sopracciglia al nerofumo, comparve improvvisamente e si offerse.

--Lasci, lasci, signora contessa,--ella pregò con la voce forte e

melata.--Mi permetta che le presti io....

Trasse dal borsellino alcune monete d'argento, le diede al vetturale,

gli disse che bastavano per una corsa a Peschiera, che la signora

contessa non era un'inglese da svaligiare, ebbe un breve alterco, e finì

per vincerla.

--Con questa gente bisogna andar cauti,--osservò poi, mentre si metteva

a fianco di Loredana ed entrava con lei nell'albergo.--Sono abituati coi

forestieri; ma noi siamo italiani....

Lanciò alla fanciulla un'occhiata ammirativa, e aggiunse:

--E che bel sangue italiano!... Il signor conte è partito?

--Sì,--disse Loredana, fermandosi ai piedi della scala, mentre il volto

esprimeva ingenuamente una noia senza pari.

--Tornerà presto, si capisce,--seguitò la signora Clarice per conto

proprio.--Non vuol mica lasciare a lungo un fiore così bello,

abbandonato in questo selvaggio paese.

--Oh il paese è magnifico!--rimbeccò la ragazza, offesa che si

criticasse ciò che piaceva a Filippo.

--Sì, ma in due lo si ammira meglio!--disse argutamente la signora

Clarice.

--Mi perdoni,--interruppe Loredana, salendo le scale.--Le manderò subito

ciò che mi ha prestato. La ringrazio....

--Di che? Lei deve disporre di me, signora contessa, come d'una vecchia

amica, come d'una mamma....

Dall'alto delle scale, Loredana lanciò alla donna un'occhiata furibonda.

Voleva farle da mamma, quella vecchia stopposa? Non l'aveva lei, la

madre sua, tanto buona?

Quando fu in camera si gettò sul letto a piangere.

Quella settimana doveva essere un inferno, a giudicar dalle prime ore.

Senza Filippo, senza la mamma, col titolo di «signora contessa» che le

facevan tuonare all'orecchio ogni istante e che aveva per lei un

significato d'ironia, Loredana si sentiva perduta.

Fissò la tappezzeria della camerina da letto, una tappezzeria cilestre a

fiori mavì, che parevan piccoli cavoli o piccole teste rincorrentisi in

lunghe file verticali e orizzontali; si mise a contar quei segni, a

guardar gli spazii cilestri tra fiore e fiore; e restò così, con gli

occhi rossi e velati, fin che l'albergatrice non le recò la colazione,

disponendola sulla tavola del salotto.

La fanciulla voleva restare sola tutto quel giorno, tutto il tempo che

Filippo fosse rimasto assente; ma aveva appena bevuto l'ultimo sorso di

caffè, che udì battere all'uscio.

--Avanti!--disse.

E invece dell'albergatrice, essa vide comparire la Teobaldi, sorridente

e incerta.

--Mi perdoni, signora contessa,--cominciò questa, ferma sul

limitare.--Ho pensato che lei era sola e che forse avrebbe gradito di

scambiar qualche parola con una persona più intelligente che quella

povera donna.... Io sono vecchia, ho visto molte cose a questo mondo,

ho sofferto, e valgo di più, modestia a parte, dell'albergatrice.... Mi

permette?

--Prego....--mormorò Loredana, stupefatta d'un'audacia della quale non

aveva ancora idea.

La Teobaldi s'avanzò guardandosi intorno.

--Ah, molto ben messo, molto carino!--disse.--Come si sente la mano

della donna, d'una signora! Ma s'io fossi una signora come lei,

indiscrezione a parte, non verrei in un paese bizzarro come questo. Ci

sono tanti bei siti, in Cadore, nella Svizzera, nella Scozia, nel

Caucaso....

Ella sedette presso la tavola, di fronte a Loredana, la quale non sapeva

che cosa dire e che cosa fare.

--Oh ecco il pianoforte!--esclamò la Teobaldi.--Lei suona il pianoforte?

--No,--rispose la fanciulla.

--Peccato! Io suono e canto. Ah sono stata una cantante, modestia a

parte, coi fiocchi; e compongo anche; ho delle romanze scritte da me.

Tamagno ne ha cantata una l'anno scorso.

Loredana s'accorse che la Teobaldi le cercava con gli occhi la mano

sinistra, che la fanciulla teneva sul grembo, mentre aveva l'altra

distesa sulla tavola. E capì; l'intrusa voleva vedere se portava

l'anello nuziale.

La giovane se ne sentì così turbata, che la fronte le s'imperlò di

sudore. Non aveva pensato a quel particolare; veramente non aveva

pensato di dover trovarsi mai a conversare con una persona che non fosse

Filippo; e ora, se la Teobaldi avesse scoperto ch'ella non aveva

l'anello nuziale, avrebbe capito tutto.

--Ah, lei canta!--disse.

Si decise. Levò la sinistra dal grembo e si mise a giocherellare col

laccio argenteo del tovagliolo; gli occhi della Teobaldi le si fissarono

sulla mano e il suo volto carico di biacca non disse nulla.

--Canto per diletto, da povera vecchia,--seguitò malinconicamente.

S'alzò, traversò il salottino e andò a sedere innanzi al pianoforte,

sullo sgabello di reps rosso; le mani corsero agilmente sulla tastiera,

mentre la testa accompagnava il ritmo con voluttuoso abbandono.

--«Mon rêve»,--annunziò d'un tratto.--Il mio sogno!

Era una romanza, per soprano. La Teobaldi lanciò alcuni trilli

preliminari, così acuti che parvero lacerar l'aria, poi iniziò una nenia

lagrimosa con un ritornello singhiozzante; la cantatrice tremolava da

capo a piedi, e le si agitavano i riccioli grigi sulla fronte; essa

aveva gli occhi levati in alto, quasi a cercare il suo sogno tra gli

arabeschi stampati del soffitto.

A Loredana parve che stonasse due o tre volte; del resto la fanciulla

non sapeva se ridere o piangere, se gridar di rabbia per quella visita

sfacciata o cercar di svagarsi al grottesco spettacolo. Pensava a

Filippo, che le note tristi del piano e la cantilena funebre le facevan

desiderare ancor meglio, con un impeto disperato e selvaggio. Dov'era?

Che faceva? Egli pure la desiderava così, la cercava con la mente e col

cuore? E aveva visto la mamma sua?

Un grido straziante interruppe il suo pensiero; la vecchia aveva finito

e restava con la bocca spalancata, con gli occhi fissi al soffitto e i

riccioli definitivamente sciolti sulla fronte, come fulminata dalla

passione traboccante. Ma non udendo parola di elogio, si girò sullo

sgabello, guardò la ragazza, e disse:

--Eh?...

--Canta molto bene,--rispose Loredana.

--No; non voglio complimenti. Ma che bella romanza, eh?

--Bellissima.

--C'è tutta un'anima qua dentro! Già, io mi commuovo troppo!

Loredana vide infatti che la vecchia aveva gli occhi lucidi per le

lagrime, e si dolse di non poter piangere a sua volta per quel «Mon

rêve» ch'era così diverso da quello che la fanciulla aveva in cuore.

La Teobaldi fece un mezzo giro sullo sgabello, si ritrovò innanzi al

piano e cominciò un _galopp_.

--«Folletto!»--disse, enunziandone il titolo.--Le piace ballare?

La risposta di Loredana si perdette tra una tempesta di note senza tempo

e senza misura, che la vecchia accumulava con frenesia, come se il

ballabile le avesse fatto perdere ogni nozione musicale.

L'amore di Loredana · 第 2 / 17 段