Per finire.
Il conte Almerico di Montegalda aspettava l’amico Buonsanti, come
aveva promesso. Alle sei il Buonsanti doveva venire; alle sei in punto
comparve.
— Eccomi qua; — disse il cavaliere. — Metti in capo e andiamo.
— Ebbene? — domandò Almerico, fissando gli occhi negli occhi del
cavaliere.
— Ebbene, si va a pranzo, m’immagino; — rispose questi, imperterrito. —
Non ti nasconderò che ho una fame maledetta.
— Non c’è nulla? — riprese Almerico.
— Di che?
— Della tua questione.
— Ah, la questione? Pensavo di molto alla questione, ora! Caro mio, la
questione va per le lunghe.
— Come?
— Che ne so io? I padrini trattano; lasciamoli trattare; è il loro
mestiere. Abbiamo ancora da vederci.... domattina.
— Ah! — disse Almerico. — C’è dunque speranza che la cosa si aggiusti?
— Sì; — rispose il cavaliere; — di solito, quando le questioni si
allungano, finiscono coi verbali. E questi si chiamano verbali,
perchè sono scritti. Ma senti, Almerico; devi farmi un piacere: non
parlarmi più della famosa questione. È sempre stato mio costume di
rimettere ogni cosa nelle mani dei padrini, e il mio onore e le noie
che lo accompagnano. Il duello è una seccatura; perchè raddoppiarcela,
quadruplicarcela, centuplicarcela, prendendo parte con l’ansia a tutti
i suoi preliminari? Dunque, se mi vuoi bene, parleremo d’altro, per
oggi. Metti in capo, ti dico, e partiamo. —
Almerico non insistette; spiccò il cappello dalla gruccia, mise
in capo, e seguì il cavaliere di Carpigliano. Ma egli era rimasto
pensoso, e senza idee, come tutti coloro che pensano troppo. Non seppe
suggerire all’amico un luogo dove potessero andare a pranzo. Del resto
sarebbe stato inutile; il Buonsanti li passava tutti in rassegna e
li rifiutava tutti. Caffè di Roma, caffè di Venezia, caffè Cavour,
Mortèo, Le Venete, Bucci, l’Aquila, l’albergo di Milano, l’albergo
del Senato, tutti luoghi dove solevano andare, dispiacevano per quella
sera egualmente al cavaliere Buonsanti. Erano sempre pieni zeppi; ci
si pigiavano sempre deputati, senatori, giornalisti, corrispondenti
di giornali di provincia, insomma tutto il brulicame politico della
capitale del regno. Il cavaliere voleva per quella sera un luogo
tranquillo; e di tranquillo, a ben cercare, non c’era che Spillmann. I
prezzi alti del luogo, aiutavano, mantenevano ancora là dentro un vuoto
relativo. E dico relativo, perchè l’assoluto, come i fisici sanno, non
è dato ottenerlo neanche sotto la campana di una macchina pneumatica.
Il pranzo fu, mi perdoni l’oste, scolorito ed insipido. Così è sempre,
del resto, quando non assiste l’appetito e il buon umore non è stato
invitato. Al Montegalda l’uno e l’altro mancavano. Il Buonsanti,
checchè dicesse di una maledetta fame che aveva, era svogliato come
tutti coloro che tornano da una grande impresa e pensano volentieri
a quella: e se il buon umore lo portava sempre con sè, bisogna anche
pensare che la tristezza di Almerico non gli dava occasione di metterlo
fuori. Quel degno cavaliere, ricordando che quella sera bisognava
andare al palazzo San Secondo, usava di tutta la sua eloquenza
esortatoria per consigliare il Montegalda a parlare una volta. Almerico
stava a sentire; non acconsentiva, non negava; scuoteva la testa,
sospirava; ed era già molto, nella condizione in cui lo sappiamo.
L’innamorato è un essere che non agisce. Si direbbe che la più dolce
delle umane passioni operi sull’uomo come certi veleni di specie
narcotica. L’avvelenato d’amore ha intorpidito più particolarmente il
sistema nervoso; istupidisce, non sa cavarsi da nessuna difficoltà,
s’affogherebbe in un bicchier d’acqua. Ordinariamente ha gli
occhi fissi, il polso teso, un senso di gravezza al cervello, una
prostrazione invincibile per tutti gli arti; non sorride, non si
anima un pochettino, se non quando gli parlate dell’oggetto amato.
Nel complesso, sente una gran propensione ad astrarsi, qualunque sia
l’occupazione. È sommamente pericoloso, allora, dargli da fare delle
operazioni aritmetiche. Egli sarebbe capace di non ricordar più neanche
la tavola pitagorica. Dategli piuttosto da guardar nello spazio e
da far castelli in aria: unica cosa in cui riesca. Un simile stato
psicologico dura quanto può durare; non c’è modo di determinarlo con
sicurezza. Raramente, per fortuna, l’avvelenamento d’amore è seguito da
morte, qualche volta da matrimonio. E questo io auguro di gran cuore
a tutti gli avvelenati d’amore, se le rispettive condizioni di stato
civile son tali da favorire questa felicissima risoluzione del male.
Almerico di Montegalda era innamorato a buono e presentava tutti i
sintomi più gravi di quel genere di avvelenamento. La cura proposta dal
cavaliere di Carpigliano era ottima, non c’è che dire, ma anche la più
difficile di tutte. Far parlare i muti, e camminare i paralitici, che
diamine! Non c’è niente di meglio per guarire il mutismo e la paralisi.
Tutto sta a cominciare.
Frattanto erano giunte le sette. Un rivenditore di giornali osò
entrare nello stanzino, per offrir la sua merce. Almerico, seguendo
l’abitudine, diè il soldo e prese il giornale. Il Buonsanti continuava
la sua predica; Almerico rispondeva di tanto in tanto a monosillabi, a
scrollate di testa, e dava un’occhiata distratta al foglio che aveva
comprato. Così giunse alla terza pagina, dov’era la cronaca di Roma.
Un titoletto breve, ma chiaro, che spiccava sugli altri, nel suo tondo
caratterino egiziano, trattenne gli occhi del Montegalda. Lesse, e
subito diede in un grido di stupore.
— Che c’è? — domandò il Buonsanti, lasciando in tronco una sua bella
dimostrazione.
— C’è, — rispose Almerico, — che tu non mi hai detto il vero.
— Di che?
— Leggi! —
Il cavaliere prese il giornale e guardò in quei punto dove Almerico
accennava. L’indicazione era chiara: duello. In cinque o sei righe era
detto ogni cosa; i duellanti indicati nelle loro iniziali e nei titoli;
non dimenticato il luogo dello scontro; detta l’arme e la qualità
della ferita, che il conte di R. aveva toccata; solamente si mostrava
ignoranza intorno alle cagioni del duello, lasciando intravedere che si
trattasse delle conseguenze di una discussione politica.
— Ah, linguacciuti! — borbottò il cavaliere.
— Ma dicono il vero; — rispose Almerico. — Perchè volevi tacermelo?
— Oh Dio! per aver pace, come il fiume Po, coi «seguaci sui». Tu sei
tanto tenero per quel tuo conte di Riva!
— Tenero o no, se c’era qualcuno che dovesse battersi con lui, —
replicò Almerico, — quell’uno ero io.
— Ah sì! proprio, sarebbe stato un bel fatto.
— Eh, infine, si crederà....
— Che cosa? non ci mancherebbe altro che si credesse il vero: cioè che
tu, nella tua condizione d’innamorato, non capisci nulla di nulla. Ma
non intendi, ragazzo mio bello, che dopo tutto quanto era avvenuto
dovevo battermi io? Se ti battevi tu, vediamo, che cosa si sarebbe
detto dalle anime caritatevoli, di cui il mondo è pieno? Che tu
avevi bisogno di lavare qualche cosa nel sangue, prima di dare il tuo
nome....
— Un’infamia! — interruppe Almerico.
— Ah, bravo! ho piacere che tu lo dica: un’infamia! Ed io l’ho tolta di
mezzo.
— Ma quell’altro.... — rispose Almerico. — Che penserà egli di me? In
che condizioni mi hai tu posto di fronte a lui? Dovrò mettermi a sua
disposizione, per quando sarà risanato.
— Senti! — disse il Buonsanti, spazientito. — Per provvedere all’onor
tuo, vuoi batterti con me? Non alla spada, intendiamoci; con te mi
batto alla sciabola; ti taglio la testa, e te ne appiccico un’altra,
che ragioni un po’ meglio. Che diavolo! hai tanto bisogno di duellare?
Letica sul conto e battiti col cameriere. Oppure, esci sul Corso, e
dichiara al primo che incontri che la sua faccia non è quella di un
antico romano. Ti permetto questo, e quell’altro; sarà sempre più savio
di ciò che vorresti fare. —
Capì il Montegalda di non aver ragione? O aveva il suo disegno formato
nella mente? Comunque fosse, chinò la testa e disse al Buonsanti:
— Lasciamo correre, e non se ne parli più.
— Ah, bene, lasciamo correre; è il partito migliore; — rispose il
Buonsanti. — E andiamo dalla duchessa, che vorrà sapere qualche cosa,
dopo ciò che è avvenuto iersera. —
Almerico non aveva più volontà; si lasciò condurre al palazzo San
Secondo. Ma là, davanti al portone, il cavaliere di Carpigliano pensò
saviamente che la duchessa poteva aver letto qualche giornale della
sera, e che non era conveniente per lui di andar subito alla sua
presenza.
— Precedimi! — diss’egli. — Hai da raccontare.... da spiegare tutto
quello che è avvenuto. Capirai!... non è bene che io sia il narratore.
Io verrò poi, fra mezz’ora.
— Ma io.... — balbettò Almerico.
— Ma tu mi farai il piacere d’andar primo; — replicò il cavaliere.
— Che amicizia è la tua, che mi ricusa questo servizio? Potrei
dirti ancora: che amore è il tuo? Ma su questo tema ci sarebbe
troppo da aggiungere. Va là, finiscila; se no, credi, ci guastiamo
davvero. —
Almerico non sapeva risolversi.
— Verrai subito? — gli domandò.
— Ma sì, te l’ho detto, fra una mezz’ora; il tempo di arrivare a piazza
Colonna e di ritornare.... dopo una piccola fermata. —
Almerico si armò di coraggio, sospirò, e si avviò per entrare, mentre
quell’altro, data una giravolta, andava verso la via degli Astalli.
Compatite il mio Montegalda. Egli pensava ad un certo discorso che il
cavaliere Buonsanti aveva fatto alla duchessa Serena, dichiarandole
com’egli, Almerico, fosse innamorato violentemente di lei, e non si
sentisse il coraggio di confessarlo. Che figura doveva esser la sua,
presso quella donna adorata, dopo che il segreto del suo cuore le era
stato palesato in quel modo?
Il giovanotto fece le scale, senza saper molto, anzi (diciamo le cose
come stanno veramente) senza sapere affatto che cosa avrebbe potuto
dire alla duchessa, nè da qual parte rifarsi. Per grande fortuna sua,
non gli toccò d’incominciare. Serena aveva letto poc’anzi il giornale,
e l’indiscrezione del cronista toglieva ad Almerico la grave molestia
dell’entrare in materia. Egli trovò la duchessa grandemente turbata,
desiderosa di sapere come fossero andate veramente le cose. Accolto
come un messaggero, fu tratto senza preamboli nel cuore dell’argomento.
Che cos’era avvenuto? Diceva il vero, quel giornale? Che triste cosa,
il duello! A che rischio s’era messo il cavaliere di Carpigliano! E per
lei! Ah, non sarebbe bastata lei, per levarsi ogni molestia di torno?
Almerico narrò quello che sapeva. Ma in verità sapeva poco, ed anche
da pochi momenti. Fino a mezz’ora prima, il Buonsanti aveva voluto
tenerlo al buio di tutto. Ed era stato male, da parte del cavaliere;
perchè, infine, non toccava al cavaliere di farsi avanti; e a lui,
Almerico, si doveva lasciare il diritto d’intromettersi. Se c’era uno
che dovesse....
— Non eravate voi quello; — interruppe Serena. — Voi avete fatto
assai più che da un amico non si potesse aspettare. Leale fino allo
scrupolo, non dovevate essere sospettato da nessuno, e dal signor di
Riva meno che da qualsiasi altro. Ma quello è un ragazzo; — soggiunse
ella, scuotendo alteramente la testa. — Non parliamo più oltre di lui;
bisogna perdonargli, dimenticandolo. Il Buonsanti è un gentiluomo, un
vero gentiluomo, che dobbiamo amar molto. Ma voi non ne sarete geloso,
conte?
— Ah! — gridò Almerico. — E con che diritto potrei esserlo io?
— Se mai.... — mormorò ella, arrossendo; — con quello che io vi concedo.
Almerico di Montegalda s’inginocchiò, e la duchessa Serena non gli
disse: «alzatevi, conte!». E neanche ritrasse la sua bella mano
tremante, che egli copriva di baci e di lacrime.
Sicuramente il cavaliere di Carpigliano era stato fermato in piazza
Colonna, o gli era intervenuto uno di quei casi che mandano a monte
i più saldi propositi, perchè la mezz’ora passò, e l’ora intiera, e
tutta la serata, senza che egli si facesse vedere. Soggiungiamo, a sua
confusione, che non fu neanche aspettato. Sono tanto egoisti, i felici!
Ma l’egoismo di Almerico non era di quelli che non lasciano luogo
al pentimento. Il giorno dopo, il Montegalda sentì vergogna di aver
dimenticato quel povero amico; andò a cercarlo, per dirgli la sua
piccola bugia.
— Come va che non ti abbiamo visto più iersera? T’ho aspettato fino
alle undici.
— Davvero? — disse il Buonsanti. — Guardami in faccia.
— Perchè?
— Perchè non credo un’acca della tua.... aspettazione.
— Tu non sei giusto con me; — disse Almerico. — La tua venuta sarebbe
stata accolta assai volentieri.
— Ah, ecco una variante che mi garba! — esclamò il Buonsanti, ridendo.
— Solo ci cresce l’assai.
— Ti ho detto il vero, Alessandro!
— Va là, che lo conosco, il tuo vero. Fortunato briccone! Credi a me;
con vent’anni di meno, sarei capitato io per il primo, e non mi sarei
fermato a perorar la tua causa.
— Sempre lo stesso! — esclamò il Montegalda, abbracciandolo. — E che
cuore, il tuo!
— Adagio! non mi sciupare. Dimmi piuttosto come vanno le cose tue.
— Caro mio, sono un altr’uomo.
— Ah, sia lodato il cielo; perchè finora, a dirtela schietta, non mi
parevi neanche un uomo. E quando facciamo le nozze?
— Non ti so dire. So che ho parlato.... come mi sia venuto il coraggio,
lo ignoro. Ma ho detto tutto quello che sentivo; e iersera, prima di
andare a letto, ho scritto a mio padre, sollecitandolo a venir subito a
Roma.
— Bravo! per non perder tempo! Così mi piace; — disse il Buonsanti.
— Sei lento a risolverti, Almerico; ma quando ti sei risoluto, avanti
Savoia! Ti seguirà così svelto, il vecchio Montegalda, in questa carica
alla baionetta?
— Mi ama; — rispose Almerico; — l’ho scongiurato di non ritardare un
giorno; verrà. —
Almerico aveva ragione a confidare nella sollecitudine di suo padre.
La lettera era così ardente, che il vecchio Montegalda capitò a Roma
quarantott’ore dopo. E da una parte e dall’altra non si poteva fare più
presto di così.
Quindici giorni dopo era annunziata alla duchessa Serena la visita di
Sua Eccellenza il ministro di grazia e giustizia. Non doveva giunger
nuovo l’annunzio, poichè la cosa era stata condotta a quel termine
dal cavaliere di Carpigliano. Nè parrà altrimenti strano che il
guardasigilli conoscesse la donna gentile che doveva portare il nome
del suo segretario ed amico.
— Signora duchessa, — disse il ministro a Serena dopo i convenevoli
d’uso ed altri discorsi che per brevità si ommettono, — il conte
di Montegalda vuol rinunziare all’uffizio, abbandonare l’ordine
giudiziario, in cui aveva fatto già tanto cammino. È possibile? Io,
non accettando la sua rinunzia, gli darei due mesi di congedo, come si
usa alla Camera dei Deputati. Ma sarò io ancora ministro allo spirare
del termine? Mi permetta Lei che io faccia diversamente, mandandolo
sostituto procuratore del re. Per uno sposo nelle sue condizioni, per
un uomo felice, veramente e degnamente felice, è poca fortuna, questa,
e temo che sia ancora gran noia. Ma io penso, signora, che se egli
è ricco di casa sua, la sposa lo è più di lui. Voglia considerare
questa circostanza. Aggiunga poi che l’ozio non gli conviene. È
giusto che l’uomo lavori; per un uomo come lui, la cosa è più che mai
necessaria. Obbligo di buon cittadino e ragionevole amore di gloria
debbono sconsigliargli questa rinunzia ad un modo. Ella non crederà,
signora, che l’amor della gloria faccia contro all’amore di una donna.
Sono due amori che possono vivere insieme, rinvigorirsi l’un l’altro
e confondersi. Io non ho lavorato mai così bene, come quando ero
innamorato. Tra un periodo e l’altro delle mie faticose scritture,
mormoravo un nome, e ciò mi dava forza; tra una frase e l’altra de’
miei troppi discorsi mi balenava davanti agli occhi una immagine cara,
e ciò mi dava coraggio.
— Qual poeta, Eccellenza! — esclamò la duchessa.
— Non se ne maravigli, la prego; — ripigliò il ministro. — Guai a chi
non lo è un pochettino. La poesia è il «granum salis» della vita. Ma
scusi! ora parlavo latino.
— E con queste idee, come è rimasto solo?
— Necessità! ferrea necessità, che comanda a tutti, e a cui non può
sottrarsi nessuno. Ella conoscerà la teorica delle anime gemelle.
Quando si ritrovano, e libere, che gioia! Ma se una delle due non è
libera, addio felicità! son condannate ambedue alla condizione delle
due parti della cometa di Biela, che corrono la medesima via nello
spazio, senza potersi mai ricongiungere; e l’una dice buon giorno
all’altra, e sospira.
— È triste; — mormorò la duchessa.
— Sì, molto triste; — continuò il ministro. — Ma si spera in un mondo
migliore, dove tutti i contrasti si comporranno. È opinione degli
astronomi che tutti gli avanzi delle comete debbono essere attratti dal
sole, e finire insieme nel sole. —
Ommettiamo, e sempre per amore di brevità, anche il resto della
conversazione. La cui conseguenza fu questa, che il conte di Montegalda
accettò la sua destinazione, preceduta da due mesi di congedo.
— La duchessa mi ha chiamato poeta; — pensò quel giorno il ministro. —
Ritorniamo ora alla prosa. —
Proprio allora, nel bel mezzo di giugno, si discuteva a Montecitorio
il suo disegno sulle nuove circoscrizioni giudiziarie: grossa riforma,
peggio della perequazione fondiaria e della nuova legge comunale e
provinciale. I colleghi lo sostenevano; il presidente del Consiglio
aveva giurato di vincere o di morire con lui. La Camera non approvò;
il ministro cadde, e il gabinetto rimase. Il caduto n’ebbe a tutta
prima un po’ di stupore; ma tosto si rinfrancò, vincendo in lui l’amor
della pace, così propizia ai suoi nervi. E uscito dal gabinetto, e
allontanatosi da quel toro di Falaride che incominciava ad esser la
Camera, se ne andò prima del tempo in villa, compatito dagli sciocchi,
deriso dai cattivi, invidiato dai saggi.
E il conte Massimo? Non ci pensavamo più, noi; ma ci aveva pensato
Almerico. Il quale, uno di que’ giorni, ebbe dal suo Buonsanti una
ramanzina coi fiocchi.
— Ma che? davvero hai deciso di farmi disperare fino all’ultimo? Che
cosa hai tu scritto al conte di Riva? Taci, ora, stai zitto e non
rispondi! Ma io lo so, quello che hai scritto; eccola qui, la gran
lettera, in cui ti metti a sua disposizione, se egli ha il menomo
dubbio sulla tua lealtà. Ed ecco anche la sua risposta. Leggi! —
Almerico prese il foglio, che il Buonsanti gli offriva, e lesse:
«_Cavaliere stimatissimo_,
«Quello che voi prevedevate è avvenuto: il conte di Montegalda
mi ha scritto, ed io vi mando la lettera sua. Per la promessa
che vi ho fatta, non posso rispondere a lui. Ditegli, se vi
pare opportuno, che io ho già fatto molte sciocchezze in mia
vita. Ne faccio ancor una, che non sarà la peggiore. Appena
sarò ristabilito, andrò in Africa, e prenderò parte alla prima
spedizione che si farà per l’interno del paese. Quando avrò sposata
la regina di Ghera, e se il mio matrimonio spiacerà al conte di
Montegalda, me lo mandi a dire; sarò allora, con vostra licenza, il
suo uomo».
Sempre un pochettino smargiasso, il signor conte di Riva! Ma di quella
smargiassata poteva ridere Almerico. E se non rise di quella, bene ebbe
a ridere del commento che le faceva il cavaliere Buonsanti.
— Quando avrà sposata la regina di Ghera!... Non si riscaldi troppo
presto! Brutta com’è, giuoco che gli portano via anche quella. —