XX.

Per finire.

Il conte Almerico di Montegalda aspettava l’amico Buonsanti, come

aveva promesso. Alle sei il Buonsanti doveva venire; alle sei in punto

comparve.

— Eccomi qua; — disse il cavaliere. — Metti in capo e andiamo.

— Ebbene? — domandò Almerico, fissando gli occhi negli occhi del

cavaliere.

— Ebbene, si va a pranzo, m’immagino; — rispose questi, imperterrito. —

Non ti nasconderò che ho una fame maledetta.

— Non c’è nulla? — riprese Almerico.

— Di che?

— Della tua questione.

— Ah, la questione? Pensavo di molto alla questione, ora! Caro mio, la

questione va per le lunghe.

— Come?

— Che ne so io? I padrini trattano; lasciamoli trattare; è il loro

mestiere. Abbiamo ancora da vederci.... domattina.

— Ah! — disse Almerico. — C’è dunque speranza che la cosa si aggiusti?

— Sì; — rispose il cavaliere; — di solito, quando le questioni si

allungano, finiscono coi verbali. E questi si chiamano verbali,

perchè sono scritti. Ma senti, Almerico; devi farmi un piacere: non

parlarmi più della famosa questione. È sempre stato mio costume di

rimettere ogni cosa nelle mani dei padrini, e il mio onore e le noie

che lo accompagnano. Il duello è una seccatura; perchè raddoppiarcela,

quadruplicarcela, centuplicarcela, prendendo parte con l’ansia a tutti

i suoi preliminari? Dunque, se mi vuoi bene, parleremo d’altro, per

oggi. Metti in capo, ti dico, e partiamo. —

Almerico non insistette; spiccò il cappello dalla gruccia, mise

in capo, e seguì il cavaliere di Carpigliano. Ma egli era rimasto

pensoso, e senza idee, come tutti coloro che pensano troppo. Non seppe

suggerire all’amico un luogo dove potessero andare a pranzo. Del resto

sarebbe stato inutile; il Buonsanti li passava tutti in rassegna e

li rifiutava tutti. Caffè di Roma, caffè di Venezia, caffè Cavour,

Mortèo, Le Venete, Bucci, l’Aquila, l’albergo di Milano, l’albergo

del Senato, tutti luoghi dove solevano andare, dispiacevano per quella

sera egualmente al cavaliere Buonsanti. Erano sempre pieni zeppi; ci

si pigiavano sempre deputati, senatori, giornalisti, corrispondenti

di giornali di provincia, insomma tutto il brulicame politico della

capitale del regno. Il cavaliere voleva per quella sera un luogo

tranquillo; e di tranquillo, a ben cercare, non c’era che Spillmann. I

prezzi alti del luogo, aiutavano, mantenevano ancora là dentro un vuoto

relativo. E dico relativo, perchè l’assoluto, come i fisici sanno, non

è dato ottenerlo neanche sotto la campana di una macchina pneumatica.

Il pranzo fu, mi perdoni l’oste, scolorito ed insipido. Così è sempre,

del resto, quando non assiste l’appetito e il buon umore non è stato

invitato. Al Montegalda l’uno e l’altro mancavano. Il Buonsanti,

checchè dicesse di una maledetta fame che aveva, era svogliato come

tutti coloro che tornano da una grande impresa e pensano volentieri

a quella: e se il buon umore lo portava sempre con sè, bisogna anche

pensare che la tristezza di Almerico non gli dava occasione di metterlo

fuori. Quel degno cavaliere, ricordando che quella sera bisognava

andare al palazzo San Secondo, usava di tutta la sua eloquenza

esortatoria per consigliare il Montegalda a parlare una volta. Almerico

stava a sentire; non acconsentiva, non negava; scuoteva la testa,

sospirava; ed era già molto, nella condizione in cui lo sappiamo.

L’innamorato è un essere che non agisce. Si direbbe che la più dolce

delle umane passioni operi sull’uomo come certi veleni di specie

narcotica. L’avvelenato d’amore ha intorpidito più particolarmente il

sistema nervoso; istupidisce, non sa cavarsi da nessuna difficoltà,

s’affogherebbe in un bicchier d’acqua. Ordinariamente ha gli

occhi fissi, il polso teso, un senso di gravezza al cervello, una

prostrazione invincibile per tutti gli arti; non sorride, non si

anima un pochettino, se non quando gli parlate dell’oggetto amato.

Nel complesso, sente una gran propensione ad astrarsi, qualunque sia

l’occupazione. È sommamente pericoloso, allora, dargli da fare delle

operazioni aritmetiche. Egli sarebbe capace di non ricordar più neanche

la tavola pitagorica. Dategli piuttosto da guardar nello spazio e

da far castelli in aria: unica cosa in cui riesca. Un simile stato

psicologico dura quanto può durare; non c’è modo di determinarlo con

sicurezza. Raramente, per fortuna, l’avvelenamento d’amore è seguito da

morte, qualche volta da matrimonio. E questo io auguro di gran cuore

a tutti gli avvelenati d’amore, se le rispettive condizioni di stato

civile son tali da favorire questa felicissima risoluzione del male.

Almerico di Montegalda era innamorato a buono e presentava tutti i

sintomi più gravi di quel genere di avvelenamento. La cura proposta dal

cavaliere di Carpigliano era ottima, non c’è che dire, ma anche la più

difficile di tutte. Far parlare i muti, e camminare i paralitici, che

diamine! Non c’è niente di meglio per guarire il mutismo e la paralisi.

Tutto sta a cominciare.

Frattanto erano giunte le sette. Un rivenditore di giornali osò

entrare nello stanzino, per offrir la sua merce. Almerico, seguendo

l’abitudine, diè il soldo e prese il giornale. Il Buonsanti continuava

la sua predica; Almerico rispondeva di tanto in tanto a monosillabi, a

scrollate di testa, e dava un’occhiata distratta al foglio che aveva

comprato. Così giunse alla terza pagina, dov’era la cronaca di Roma.

Un titoletto breve, ma chiaro, che spiccava sugli altri, nel suo tondo

caratterino egiziano, trattenne gli occhi del Montegalda. Lesse, e

subito diede in un grido di stupore.

— Che c’è? — domandò il Buonsanti, lasciando in tronco una sua bella

dimostrazione.

— C’è, — rispose Almerico, — che tu non mi hai detto il vero.

— Di che?

— Leggi! —

Il cavaliere prese il giornale e guardò in quei punto dove Almerico

accennava. L’indicazione era chiara: duello. In cinque o sei righe era

detto ogni cosa; i duellanti indicati nelle loro iniziali e nei titoli;

non dimenticato il luogo dello scontro; detta l’arme e la qualità

della ferita, che il conte di R. aveva toccata; solamente si mostrava

ignoranza intorno alle cagioni del duello, lasciando intravedere che si

trattasse delle conseguenze di una discussione politica.

— Ah, linguacciuti! — borbottò il cavaliere.

— Ma dicono il vero; — rispose Almerico. — Perchè volevi tacermelo?

— Oh Dio! per aver pace, come il fiume Po, coi «seguaci sui». Tu sei

tanto tenero per quel tuo conte di Riva!

— Tenero o no, se c’era qualcuno che dovesse battersi con lui, —

replicò Almerico, — quell’uno ero io.

— Ah sì! proprio, sarebbe stato un bel fatto.

— Eh, infine, si crederà....

— Che cosa? non ci mancherebbe altro che si credesse il vero: cioè che

tu, nella tua condizione d’innamorato, non capisci nulla di nulla. Ma

non intendi, ragazzo mio bello, che dopo tutto quanto era avvenuto

dovevo battermi io? Se ti battevi tu, vediamo, che cosa si sarebbe

detto dalle anime caritatevoli, di cui il mondo è pieno? Che tu

avevi bisogno di lavare qualche cosa nel sangue, prima di dare il tuo

nome....

— Un’infamia! — interruppe Almerico.

— Ah, bravo! ho piacere che tu lo dica: un’infamia! Ed io l’ho tolta di

mezzo.

— Ma quell’altro.... — rispose Almerico. — Che penserà egli di me? In

che condizioni mi hai tu posto di fronte a lui? Dovrò mettermi a sua

disposizione, per quando sarà risanato.

— Senti! — disse il Buonsanti, spazientito. — Per provvedere all’onor

tuo, vuoi batterti con me? Non alla spada, intendiamoci; con te mi

batto alla sciabola; ti taglio la testa, e te ne appiccico un’altra,

che ragioni un po’ meglio. Che diavolo! hai tanto bisogno di duellare?

Letica sul conto e battiti col cameriere. Oppure, esci sul Corso, e

dichiara al primo che incontri che la sua faccia non è quella di un

antico romano. Ti permetto questo, e quell’altro; sarà sempre più savio

di ciò che vorresti fare. —

Capì il Montegalda di non aver ragione? O aveva il suo disegno formato

nella mente? Comunque fosse, chinò la testa e disse al Buonsanti:

— Lasciamo correre, e non se ne parli più.

— Ah, bene, lasciamo correre; è il partito migliore; — rispose il

Buonsanti. — E andiamo dalla duchessa, che vorrà sapere qualche cosa,

dopo ciò che è avvenuto iersera. —

Almerico non aveva più volontà; si lasciò condurre al palazzo San

Secondo. Ma là, davanti al portone, il cavaliere di Carpigliano pensò

saviamente che la duchessa poteva aver letto qualche giornale della

sera, e che non era conveniente per lui di andar subito alla sua

presenza.

— Precedimi! — diss’egli. — Hai da raccontare.... da spiegare tutto

quello che è avvenuto. Capirai!... non è bene che io sia il narratore.

Io verrò poi, fra mezz’ora.

— Ma io.... — balbettò Almerico.

— Ma tu mi farai il piacere d’andar primo; — replicò il cavaliere.

— Che amicizia è la tua, che mi ricusa questo servizio? Potrei

dirti ancora: che amore è il tuo? Ma su questo tema ci sarebbe

troppo da aggiungere. Va là, finiscila; se no, credi, ci guastiamo

davvero. —

Almerico non sapeva risolversi.

— Verrai subito? — gli domandò.

— Ma sì, te l’ho detto, fra una mezz’ora; il tempo di arrivare a piazza

Colonna e di ritornare.... dopo una piccola fermata. —

Almerico si armò di coraggio, sospirò, e si avviò per entrare, mentre

quell’altro, data una giravolta, andava verso la via degli Astalli.

Compatite il mio Montegalda. Egli pensava ad un certo discorso che il

cavaliere Buonsanti aveva fatto alla duchessa Serena, dichiarandole

com’egli, Almerico, fosse innamorato violentemente di lei, e non si

sentisse il coraggio di confessarlo. Che figura doveva esser la sua,

presso quella donna adorata, dopo che il segreto del suo cuore le era

stato palesato in quel modo?

Il giovanotto fece le scale, senza saper molto, anzi (diciamo le cose

come stanno veramente) senza sapere affatto che cosa avrebbe potuto

dire alla duchessa, nè da qual parte rifarsi. Per grande fortuna sua,

non gli toccò d’incominciare. Serena aveva letto poc’anzi il giornale,

e l’indiscrezione del cronista toglieva ad Almerico la grave molestia

dell’entrare in materia. Egli trovò la duchessa grandemente turbata,

desiderosa di sapere come fossero andate veramente le cose. Accolto

come un messaggero, fu tratto senza preamboli nel cuore dell’argomento.

Che cos’era avvenuto? Diceva il vero, quel giornale? Che triste cosa,

il duello! A che rischio s’era messo il cavaliere di Carpigliano! E per

lei! Ah, non sarebbe bastata lei, per levarsi ogni molestia di torno?

Almerico narrò quello che sapeva. Ma in verità sapeva poco, ed anche

da pochi momenti. Fino a mezz’ora prima, il Buonsanti aveva voluto

tenerlo al buio di tutto. Ed era stato male, da parte del cavaliere;

perchè, infine, non toccava al cavaliere di farsi avanti; e a lui,

Almerico, si doveva lasciare il diritto d’intromettersi. Se c’era uno

che dovesse....

— Non eravate voi quello; — interruppe Serena. — Voi avete fatto

assai più che da un amico non si potesse aspettare. Leale fino allo

scrupolo, non dovevate essere sospettato da nessuno, e dal signor di

Riva meno che da qualsiasi altro. Ma quello è un ragazzo; — soggiunse

ella, scuotendo alteramente la testa. — Non parliamo più oltre di lui;

bisogna perdonargli, dimenticandolo. Il Buonsanti è un gentiluomo, un

vero gentiluomo, che dobbiamo amar molto. Ma voi non ne sarete geloso,

conte?

— Ah! — gridò Almerico. — E con che diritto potrei esserlo io?

— Se mai.... — mormorò ella, arrossendo; — con quello che io vi concedo.

Almerico di Montegalda s’inginocchiò, e la duchessa Serena non gli

disse: «alzatevi, conte!». E neanche ritrasse la sua bella mano

tremante, che egli copriva di baci e di lacrime.

Sicuramente il cavaliere di Carpigliano era stato fermato in piazza

Colonna, o gli era intervenuto uno di quei casi che mandano a monte

i più saldi propositi, perchè la mezz’ora passò, e l’ora intiera, e

tutta la serata, senza che egli si facesse vedere. Soggiungiamo, a sua

confusione, che non fu neanche aspettato. Sono tanto egoisti, i felici!

Ma l’egoismo di Almerico non era di quelli che non lasciano luogo

al pentimento. Il giorno dopo, il Montegalda sentì vergogna di aver

dimenticato quel povero amico; andò a cercarlo, per dirgli la sua

piccola bugia.

— Come va che non ti abbiamo visto più iersera? T’ho aspettato fino

alle undici.

— Davvero? — disse il Buonsanti. — Guardami in faccia.

— Perchè?

— Perchè non credo un’acca della tua.... aspettazione.

— Tu non sei giusto con me; — disse Almerico. — La tua venuta sarebbe

stata accolta assai volentieri.

— Ah, ecco una variante che mi garba! — esclamò il Buonsanti, ridendo.

— Solo ci cresce l’assai.

— Ti ho detto il vero, Alessandro!

— Va là, che lo conosco, il tuo vero. Fortunato briccone! Credi a me;

con vent’anni di meno, sarei capitato io per il primo, e non mi sarei

fermato a perorar la tua causa.

— Sempre lo stesso! — esclamò il Montegalda, abbracciandolo. — E che

cuore, il tuo!

— Adagio! non mi sciupare. Dimmi piuttosto come vanno le cose tue.

— Caro mio, sono un altr’uomo.

— Ah, sia lodato il cielo; perchè finora, a dirtela schietta, non mi

parevi neanche un uomo. E quando facciamo le nozze?

— Non ti so dire. So che ho parlato.... come mi sia venuto il coraggio,

lo ignoro. Ma ho detto tutto quello che sentivo; e iersera, prima di

andare a letto, ho scritto a mio padre, sollecitandolo a venir subito a

Roma.

— Bravo! per non perder tempo! Così mi piace; — disse il Buonsanti.

— Sei lento a risolverti, Almerico; ma quando ti sei risoluto, avanti

Savoia! Ti seguirà così svelto, il vecchio Montegalda, in questa carica

alla baionetta?

— Mi ama; — rispose Almerico; — l’ho scongiurato di non ritardare un

giorno; verrà. —

Almerico aveva ragione a confidare nella sollecitudine di suo padre.

La lettera era così ardente, che il vecchio Montegalda capitò a Roma

quarantott’ore dopo. E da una parte e dall’altra non si poteva fare più

presto di così.

Quindici giorni dopo era annunziata alla duchessa Serena la visita di

Sua Eccellenza il ministro di grazia e giustizia. Non doveva giunger

nuovo l’annunzio, poichè la cosa era stata condotta a quel termine

dal cavaliere di Carpigliano. Nè parrà altrimenti strano che il

guardasigilli conoscesse la donna gentile che doveva portare il nome

del suo segretario ed amico.

— Signora duchessa, — disse il ministro a Serena dopo i convenevoli

d’uso ed altri discorsi che per brevità si ommettono, — il conte

di Montegalda vuol rinunziare all’uffizio, abbandonare l’ordine

giudiziario, in cui aveva fatto già tanto cammino. È possibile? Io,

non accettando la sua rinunzia, gli darei due mesi di congedo, come si

usa alla Camera dei Deputati. Ma sarò io ancora ministro allo spirare

del termine? Mi permetta Lei che io faccia diversamente, mandandolo

sostituto procuratore del re. Per uno sposo nelle sue condizioni, per

un uomo felice, veramente e degnamente felice, è poca fortuna, questa,

e temo che sia ancora gran noia. Ma io penso, signora, che se egli

è ricco di casa sua, la sposa lo è più di lui. Voglia considerare

questa circostanza. Aggiunga poi che l’ozio non gli conviene. È

giusto che l’uomo lavori; per un uomo come lui, la cosa è più che mai

necessaria. Obbligo di buon cittadino e ragionevole amore di gloria

debbono sconsigliargli questa rinunzia ad un modo. Ella non crederà,

signora, che l’amor della gloria faccia contro all’amore di una donna.

Sono due amori che possono vivere insieme, rinvigorirsi l’un l’altro

e confondersi. Io non ho lavorato mai così bene, come quando ero

innamorato. Tra un periodo e l’altro delle mie faticose scritture,

mormoravo un nome, e ciò mi dava forza; tra una frase e l’altra de’

miei troppi discorsi mi balenava davanti agli occhi una immagine cara,

e ciò mi dava coraggio.

— Qual poeta, Eccellenza! — esclamò la duchessa.

— Non se ne maravigli, la prego; — ripigliò il ministro. — Guai a chi

non lo è un pochettino. La poesia è il «granum salis» della vita. Ma

scusi! ora parlavo latino.

— E con queste idee, come è rimasto solo?

— Necessità! ferrea necessità, che comanda a tutti, e a cui non può

sottrarsi nessuno. Ella conoscerà la teorica delle anime gemelle.

Quando si ritrovano, e libere, che gioia! Ma se una delle due non è

libera, addio felicità! son condannate ambedue alla condizione delle

due parti della cometa di Biela, che corrono la medesima via nello

spazio, senza potersi mai ricongiungere; e l’una dice buon giorno

all’altra, e sospira.

— È triste; — mormorò la duchessa.

— Sì, molto triste; — continuò il ministro. — Ma si spera in un mondo

migliore, dove tutti i contrasti si comporranno. È opinione degli

astronomi che tutti gli avanzi delle comete debbono essere attratti dal

sole, e finire insieme nel sole. —

Ommettiamo, e sempre per amore di brevità, anche il resto della

conversazione. La cui conseguenza fu questa, che il conte di Montegalda

accettò la sua destinazione, preceduta da due mesi di congedo.

— La duchessa mi ha chiamato poeta; — pensò quel giorno il ministro. —

Ritorniamo ora alla prosa. —

Proprio allora, nel bel mezzo di giugno, si discuteva a Montecitorio

il suo disegno sulle nuove circoscrizioni giudiziarie: grossa riforma,

peggio della perequazione fondiaria e della nuova legge comunale e

provinciale. I colleghi lo sostenevano; il presidente del Consiglio

aveva giurato di vincere o di morire con lui. La Camera non approvò;

il ministro cadde, e il gabinetto rimase. Il caduto n’ebbe a tutta

prima un po’ di stupore; ma tosto si rinfrancò, vincendo in lui l’amor

della pace, così propizia ai suoi nervi. E uscito dal gabinetto, e

allontanatosi da quel toro di Falaride che incominciava ad esser la

Camera, se ne andò prima del tempo in villa, compatito dagli sciocchi,

deriso dai cattivi, invidiato dai saggi.

E il conte Massimo? Non ci pensavamo più, noi; ma ci aveva pensato

Almerico. Il quale, uno di que’ giorni, ebbe dal suo Buonsanti una

ramanzina coi fiocchi.

— Ma che? davvero hai deciso di farmi disperare fino all’ultimo? Che

cosa hai tu scritto al conte di Riva? Taci, ora, stai zitto e non

rispondi! Ma io lo so, quello che hai scritto; eccola qui, la gran

lettera, in cui ti metti a sua disposizione, se egli ha il menomo

dubbio sulla tua lealtà. Ed ecco anche la sua risposta. Leggi! —

Almerico prese il foglio, che il Buonsanti gli offriva, e lesse:

«_Cavaliere stimatissimo_,

«Quello che voi prevedevate è avvenuto: il conte di Montegalda

mi ha scritto, ed io vi mando la lettera sua. Per la promessa

che vi ho fatta, non posso rispondere a lui. Ditegli, se vi

pare opportuno, che io ho già fatto molte sciocchezze in mia

vita. Ne faccio ancor una, che non sarà la peggiore. Appena

sarò ristabilito, andrò in Africa, e prenderò parte alla prima

spedizione che si farà per l’interno del paese. Quando avrò sposata

la regina di Ghera, e se il mio matrimonio spiacerà al conte di

Montegalda, me lo mandi a dire; sarò allora, con vostra licenza, il

suo uomo».

Sempre un pochettino smargiasso, il signor conte di Riva! Ma di quella

smargiassata poteva ridere Almerico. E se non rise di quella, bene ebbe

a ridere del commento che le faceva il cavaliere Buonsanti.

— Quando avrà sposata la regina di Ghera!... Non si riscaldi troppo

presto! Brutta com’è, giuoco che gli portano via anche quella. —

La spada di fuoco · 第 24 / 27 题