Filadelfia, 10 aprile 1879.
_Cara,_
Dopo la scoraggiante accoglienza che hai fatta l'anno scorso al povero
Tobie Reed, dovrei limitarmi a scriverti il bollettino sanitario della
mia famiglia; _noi stiamo bene, e così spero anche di te_; e non
aspirare mai più a suggerirti nessun tipo pe' tuoi racconti.
Ma tutti abbiamo la nostra parte d'amor proprio. Io poi, oltre la mia,
debbo avere anche quella di qualchedun altro, perchè quella tua risposta
a proposito della mia narrazione: _povera di fatti, punto interessante e
che finiva male_, non la mi è mai andata giù. Ed ora che quel racconto
ha avuto un seguito di fatti, ed un'altra fine, provo una specie di
soddisfazione personale; mi pare che tutto questo sia avvenuto per dare
una riparazione a me e per provarti che la storia ch'io t'avevo
suggerita non era poi così poco interessante come tu credevi. Sicuro! Ho
scoperto che non finiva là; era soltanto il prologo di un dramma, un
vero dramma questo, che si è svolto or ora, sotto i miei occhi. Figurati
se voglio rinunciare a narrartelo!
Circa un anno fa, poco prima della morte del Reed, era morta qui una
ricchissima vedova senza figli. Aveva dei parenti, che, come al solito,
avevano fatto grande assegnamento sulla sua eredità. Ma all'apertura del
testamento, si era trovata una clausola stravagante, che diminuiva il
patrimonio di più di un terzo. Ella chiamava eredi universali de' suoi
beni mobili ed immobili, ecc., i suoi due fratelli Abele e Nathan
Blounty; ma faceva un'eccezione riguardo a' suoi gioielli, i quali
dovevano essere tutti sepolti con lei, _nessuno eccettuato_.
Quei gioielli erano qualche cosa di favoloso. Te ne cito uno solo per
darti un'idea del loro immenso valore. Ti ricordi la famosa collana di
perle che il povero marchese A.... aveva voluto comperare a Parigi per
sua moglie, e non potendola pagare sborsò finchè visse trentamila lire
all'anno, come interesse del capitale che rappresentava? Devi
ricordartela, perchè l'abbiamo veduta insieme molti anni sono alla
Scala, ed allora tutta Milano ne parlava.
Ebbene, quella collana — che alla morte del povero marchese A....,
completamente rovinato, era tornata al suo proprietario — era poi
passata per varie mani, ed aveva finito per capitare a Filadelfia
all'epoca dell'ultima esposizione.
Qui era stata comperata dalla vedova Blounty, ed ora faceva parte dello
sfarzoso corredo di gioielli destinati ad ornare il suo cadavere pel
giorno del Giudizio.
Puoi figurarti con che desolazione i fratelli accompagnarono al cimitero
ed affidarono alla terra la salma preziosa.
La cassa in cui l'avevano rinchiusa era addirittura una cassa forte,
tutta coperta di ferro, e saldata in giro. Essi avevano, per forza,
obbedito al volere della defunta; ma non rinunciavano a custodire
gelosamente quelle ricchezze, come se le considerassero sempre di loro
proprietà, e sperassero che, per qualche evento imprevedibile, dovessero
un giorno o l'altro tornare nelle loro mani.
Pare però che quelle precauzioni non fossero sufficienti. Quel tesoro
sepolto doveva naturalmente allettare i ladri.
Infatti, circa quindici giorni sono, nella notte del 27 marzo, furono
arrestati nel recinto del cimitero due giovani, un uomo ed una donna,
armati di vanghe e di leve.
Il _sexton_ (custode del cimitero) li aveva uditi, ed era corso a
chiamare due _roundsmen_ (uomini della polizia che fanno ronda durante
la notte). Egli sapeva che a quell'ora avevano l'abitudine di fare una
lunga sosta ad una birraria poco lontana, ed infatti aveva avuto la
fortuna di trovarli.
I colpevoli erano stati arrestati e frugati. Ma non s'erano trovati
addosso a nessuno dei due, nè oggetti funebri, nè oggetti di valore di
nessuna specie.
Non spettava ai _roundsmen_ d'interrogarli, nè di fare ispezioni nelle
loro case. Si limitarono a condurre i due arrestati alla questura, ed a
farvi la loro deposizione.
Al mattino, ed appunto mentre il _police sergeant_ stava ricevendo
quella deposizione, si presentò all'ufficio di polizia il _sexton_ per
annunciare che la tomba della vedova Blounty sembrava essere stata
aperta. La cancellata di ferro che la circondava era intatta; era bassa,
ed i ladri potevano averla scavalcata; ma la tavola di marmo che
chiudeva l'ingresso del sepolcreto era stata sollevata; o almeno s'era
tentato di sollevarla, perchè si vedevano alcune scheggie staccate, al
punto in cui era stata introdotta la leva fra le commessure.
Il _police sergeant_ accorse subito sul luogo con due periti, per
rilevare se, e con quali mezzi, fosse avvenuta la violazione della
tomba. Ed infatti si constatò che la pietra sepolcrale era stata smossa.
Ma restava a sapere se i ladri erano riusciti ad introdursi nella
capella mortuaria, a forzare quella cassa tanto gelosamente chiusa. Si
poteva presumere di no, dacchè nelle perquisizioni fatte all'atto
dell'arresto sulla persona dei colpevoli, e nella mattina alle loro
case, non s'era trovato nessun gioiello. Tuttavia bisognava procedere
all'esame dei luoghi.
Furono chiamati immediatamente gli eredi della Blounty; alle sette essi
giunsero in carrozza. Allora fu sollevata la lastra di marmo, e la
visita giudiziaria discese nella camera funebre. Ma gli eredi mandarono
un grido d'orrore appena la luce delle lampade portate da due
_policemen_ rischiarò il sarcofago. Era scoperchiato, ed il coperchio di
marmo giaceva in terra.
«. . . . . . Dall'un canto
Dell'avello solitario
Sta il coperchio rovesciato...»
Ma l'avello non era solitario; non era la morta che s'era risvegliata.
Anche la cassa di ferro era stata forzata tutt'in giro dov'era saldata.
I periti dichiararono che l'operazione doveva essere stata compiuta con
uno scalpello tagliente, sul quale s'era picchiato con un martello o con
un sasso; e non poteva essere stata fatta in meno d'un'ora, dato che ci
avessero lavorato due persone.
Il coperchio di ferro era stato rimesso al suo posto; ma combaciava
male. Quando venne sollevato, si vide la morta pallida e composta nella
bara, ma spoglia di tutt'i gioielli coi quali era stata sepolta. Sui
suoi piedi bianchi giacevano abbandonati uno scalpello ed un grosso
martello. I periti riconobbero gli strumenti coi quali era stata forzata
la cassa.
Le carni della morta, rimaste sempre ermeticamente chiuse, non si erano
scomposte. Ma erano rammollite, e nello sforzo che avevano fatto i ladri
per disgiungere le mani, il pollice della sinistra s'era strappato, ed
era rimasto chiuso tra il pollice ed il palmo della destra.
Quella mutilazione non indicava nessuna barbarie premeditata nè
volontaria; era affatto accidentale, ed il cadavere insensibile non ne
aveva sofferto; s'era voluto unicamente togliere qualche braccialetto o
qualche anello, che non avrebbe potuto staccarsi senza disgiungere le
mani.
Tuttavia quel fatto bastò ad accrescere oltremodo l'indignazione degli
astanti, ed appena la notizia si sparse per la città, tutti gli animi
furono mal prevenuti contro gli imputati; nessuno metteva in dubbio la
loro colpabilità. Soltanto dovevano avere un terzo complice, al quale
era riuscito di fuggire coi gioielli della morta.
Il fatto era così evidente, i ladri colti in flagrante erano talmente
nella impossibilità di giustificarsi che il processo non ispirò neppure
alla prima grande curiosità. Dal nome del complice in fuori, si sapeva
già tutto.
Ma appena i giornali recarono i primi resoconti dell'istruttoria, la
curiosità e l'interesse furono eccitati al più alto grado, ed alla prima
udienza pubblica il pubblico accorse in gran folla al tribunale.
Negli interrogatori era stato esaminato prima l'imputato il quale aveva
detto di chiamarsi Seth Reed, d'anni 31, cesellatore. Egli aveva negato
assolutamente il furto, e l'intenzione del furto; aveva negato d'avere
altri complici oltre la donna che era stata arrestata con lui.
Aveva narrata una storia meravigliosa ed incredibile, secondo la quale
sarebbe stato dietro un avviso sopranaturale che avrebbero deciso di
introdursi nel cimitero per violare una tomba. Ma non la tomba della
vedova Blounty. Di questa dichiarava di non sapere assolutamente nulla;
nè la località, nè le ricchezze che conteneva.
Le deposizioni della donna s'erano trovate perfettamente conformi a
quelle del suo complice. Ella credeva fermamente d'aver obbedito ad una
voce d'oltre tomba, recandosi al cimitero nella notte del 27 marzo.
Pareva infervorata nella sua idea; ne parlava con riverenza come di cosa
sacra.
Era evidente che volevano farsi credere allucinati; era il loro sistema
di difesa.
La comparsa degli imputati ai dibattimenti fu una sorpresa pel pubblico,
che s'aspettava di vederli truci ed arditi come due audaci malfattori.
Sono invece due figure affatto insignificanti. L'uomo, che fu chiamato
prima, ha una corporatura erculea, spalle da atleta, proprio le spalle
che si richiedono per aver potuto sollevare il coperchio di marmo del
sarcofago. Ma il suo viso è bonario e sciocco. Ripetè quanto aveva detto
nelle prime deposizioni, senza contraddirsi mai, ma facendosi strappare
le parole con fatica, e rispondendo a monosillabi.
La donna, che fu introdotta dopo, è una biondina che dimostra appena
ventidue o ventitre anni, così piccola e delicata, con lineamenti così
minuti, da togliere persino alla sua opulenta capigliatura dorata
l'appariscenza comune alle figure bionde.
Parla assai meglio dell'uomo, ed è la sua deposizione che ho notata sul
mio taccuino per darti la relazione dei fatti.
Quando il _Supreme Judge_ la invitò a rispondere, ella obbedì tenendo il
capo chino e gli occhi fissi sulle sue manine minuscole e rozze. Le
palpebre abbassate e guarnite di lunghe ciglia incolori nascondevano
affatto i suoi occhi. Ma in quell'insieme fragile c'era una sicurezza
sorprendente; non era agitata, non tremava; rispondeva senza la menoma
esitazione.
Disse di chiamarsi Betty Lawrence, vedova Reed, di ventinove anni,
cucitrice.
— Da quanto tempo siete vedova? — domandò il giudice.
— Da quattordici mesi.
— Come avvenne che vi trovaste la notte del 27 marzo nel recinto del
cimitero coll'imputato Seth Reed?
— Eravamo saliti in cima al muro con una scala di corda, e l'avevamo
scavalcato.
— E vi eravate introdotti nel sepolcreto della famiglia Blounty?
— Nossignore. Ho già dichiarato che non sapevo nulla della vedova
Blounty.
— Sapete però che là era sepolta una _vedova_, mentre io vi ho detto il
sepolcreto _della famiglia Blounty_.
A questa osservazione insidiosa l'imputata alzò per la prima volta il
capo in atto di stupore, e fissando in volto al giudice due grandi
occhioni d'un grigio scialbo, rispose:
— Non mi ha detto ieri, signore, che eravamo accusati d'aver rubato i
gioielli della vedova Blounty? Ecco come so che si tratta di una vedova.
Non si ricorda?
— Narrate per qual motivo vi eravate introdotta nel cimitero.
— Per tagliare la testa al mio povero marito.
— Perchè volevate tagliargli la testa?
— Era il suo testamento.
— Ma esiste questo testamento scritto?
— Nossignore, lo disse a voce.
— E c'erano testimoni quando espresse questo desiderio?
— Mi pare di sì. C'erano nella camera il dottor Wintry, che era venuto a
visitarlo, ed il _clergyman_.
— E perchè quell'ultima volontà del defunto non l'avete eseguita a suo
tempo?
— Credevo che fosse peccato tagliar la testa ad un morto.
— E l'andarla a tagliare un anno dopo, violando una tomba, non vi
sembrava più un peccato?
— Questo, era la sua anima che m'aveva ordinato di farlo. Sapevo che la
sua anima era in pena, ed era mio dovere di dargli pace.
— Non sapete fare un'esposizione seguìta dei fatti? Narrate tutto quanto
vi è accaduto dalla morte di vostro marito fino al 27 marzo passato.
— Ho già narrato tutto negli altri interrogatori, signore.
— Non importa. Tornatelo a dire.
— Dopo la morte di mio marito, il cugino Seth, che prima veniva di rado,
cominciò a farsi vedere più sovente a casa mia, e dopo pochi mesi mi
domandò se volevo sposarlo. Ma io volli aspettare a rispondergli finchè
fosse passato l'anno del lutto, per rispetto al defunto. Alla festa dei
Magi deposi il bruno, ed allora Seth mi disse:
— Ebbene, cugina, ora è tempo di concludere.
Ed io dissi di sì. Ma bisognava lasciar passare i mesi dell'inverno, che
sono quelli del maggior lavoro per me e per lui. Si decise di sposarci
alla fine di marzo.
La casa di Seth è più grande della mia e più ariosa perchè è fuori della
città, ed io dovevo lasciare l'alloggio ed andare a stabilirmi con lui.
Ogni giorno quando avevo finito il mio lavoro, preparavo un po' di roba
imballata, e la sera, quando Seth se ne andava, la portava a casa. Così
si faceva lo sloggio senza spesa.
Una sera aprendo un armadio dove c'erano delle cose vecchie fuori d'uso,
mi cadde sott'occhio una cassetta inchiodata, che il mio povero marito
aveva portata a casa circa un mese prima della sua morte. Mi venne in
mente che allora gli avevo domandato se avesse un tesoro in quella
cassa; ed egli mi aveva risposto:
— Che! È roba del teatro. Anzi, tientelo bene a mente, Bess, se io
venissi a morire, l'avresti a restituire.
— Ma la cassa è nostra — avevo detto io che la riconoscevo benissimo.
— Terrai la cassa — aveva soggiunto Tobie — e restituirai al
Walnut-Theatre quello che c'è dentro.
Tutto questo m'era poi uscito di mente; ma al vedere la cassa, mi
ricordai, e pensai subito di vuotarla e di restituire al teatro la roba
sua.
Voltai la cassa da tutte le parti per vedere quale degli assi mi
tornasse più comodo di sollevare; nel capovolgerla sentii un rumore come
d'un orologio a sveglia... trrrrrr.....
— È un orologio, pensai. E feci per introdurre lo scalpello. Ma appena
il rumore dell'orologio cessò, udii la voce del mio povero marito
chiara, ma indebolita come quando aveva parlato l'ultima volta, ripetere
le parole del suo testamento:
«Tagliatemi la testa.....»
Io non udii il seguito. Mi prese una paura orrenda; volli gridare, e mi
mancò la voce, ed in un momento non vidi, non udii più nulla. Mi parve
di morire.
Quando rinvenni, ero seduta in terra, e Seth mi stava accanto. Venendo
per la sua solita visita, m'aveva trovata svenuta, e m'aveva soccorsa.
Gli narrai com'era andata la cosa, e gli dissi:
— Senti, Seth, l'anima del povero Tobie è in pena, e non avrà pace
finchè non avremo adempiuto alla sua ultima volontà.
Seth non voleva credere, e diceva:
— Come vuoi che il povero Tobie stia in quella cassetta? Ci starebbe
appena la sua testa.
Ed io sostenevo che era la sua anima. Fosse il tronco o la testa, che
cosa importava? Lo spirito c'era; ed era lo spirito che aveva parlato.
Allora Seth cominciò a dire di aprire la scatola. Io non volli; mi sarei
lasciata uccidere piuttosto che permettere una cosa simile; bisogna
rispettare i segreti dei morti.
— Lasciamela soltanto osservare — disse Seth. — Se Iddio ha permesso che
parlasse una volta, chi sa che lo permetta ancora; ed allora io crederò
come te.
Prese la cassa in mano, e la voltò come avevo fatto io, guardandone le
commessure. Ma appena l'ebbe capovolta, si udì subito il rumore
dell'orologio, trrrrr..... e poi la voce del morto tornò a dire:
«Tagliatemi la testa, e portatela al teatro di Walnut-Street per fare il
cranio nell'_Amleto_.»
Questa volta non svenni, ed udii tutto il discorso. Seth era pallido
come un morto. Tremavamo tutti e due.
— Sì — disse Seth. — È vero. L'anima del defunto è in pena, e ci comanda
di eseguire la sua ultima raccomandazione. Ma come si fa?
— Si va al cimitero, e gli si taglia la testa — dissi io. — Le volontà
dei moribondi sono sacre; e noi abbiamo peccato, trascurando di
obbedirgli.
Seth non si sentiva il coraggio di tagliare la testa ad un cadavere.
Diceva che gli faceva ribrezzo; gli pareva una cosa orribile.
Io invece sentivo che non avrei esitato. Quando me l'aveva detto il
moribondo, io pure avevo raccapricciato, e non avevo voluto neppure
pensarci; ma ora che lo diceva il morto, non avevo altro desiderio che
di obbedire, perchè i morti non parlano senza il volere del Signore.
— Io verrò con te — dissi a Seth. — Non ho paura quando si tratta di
fare il mio dovere; ed in una cosa tanto sacra poi! Se ne avessi la
forza materiale, come ne ho la forza d'animo, farei tutto io stessa.
Ma Seth non sapeva risolversi. Allora gli suggerii di dare qualche lira
al _sexton_, perchè tagliasse la testa lui.
Egli è avvezzo a maneggiare i morti.
L'indomani al mattino Seth venne a prendermi. Andammo insieme al
cimitero, e proponemmo al _sexton_ la cosa. Era vecchio, ma forte; e
poteva benissimo fare tutto come avrebbe fatto Seth se ne avesse avuto
il coraggio.
Gli offrimmo una lira sterlina, poi due, poi tre; poi tutto il poco
denaro che avevamo raggranellato fra tutti e due per le spese di nozze.
Ma fu inutile. Quell'uomo non volle saperne; e non solo ricusò di
prestarci aiuto, ma anche di lasciar adempiere a noi quel sacro dovere.
— Diteci a chi dobbiamo ricorrere — domandai — ed otterremo il permesso.
Il _sexton_ si mise a ridere; egli gridava:
— Il permesso di tagliare la testa ad un morto! Ma questa donna è pazza.
Nessuno vi darà mai questo permesso.
Seth voleva rinunciare alla cosa. Diceva:
— Vedi bene che non si può.
Ma io avevo la mia risoluzione nel cuore, ed insistetti presso il
becchino.
— Non c'è nessun mezzo per far questo? Io sono disposta a dare tutto
quello che possiedo, ad espormi a qualunque pericolo. È l'ultima volontà
d'un moribondo, il suo testamento. Io ho trascurato di obbedirlo, ed ora
la sua anima è in pena, e forse non avrà più pace finchè non avremo
eseguito quel comando. Il suo spirito è venuto a ripeterlo dopo un anno;
lo abbiamo udito tutti e due. È un ordine del Signore. Aiutateci per
carità.
E continuai a pregarlo per un pezzo.
Quell'uomo pareva pensare un modo di accontentarmi; pensava molto, e
tratto tratto sorrideva tra sè. Finalmente domandò se fossimo veramente
decisi a fare la cosa ad ogni costo; ed io risposi per tutti e due di
sì; che eravamo sposi, ma che avevo giurato sulla Bibbia di non
rimaritarmi finchè l'anima del povero Tobie non riposasse in pace.
Allora egli disse:
— Miei cari, non c'è altro mezzo che scavalcare il muro di notte. Fate
quello che credete. Ma io non vi apro, non vi aiuto e non vi consiglio.
Io sono il _sexton_, ed il mio mestiere è di custodire i morti, non di
decapitarli.
Quando fummo usciti, Seth mi disse:
— Quell'uomo non ha parlato chiaro perchè è legato dal suo impiego, ma è
così che dobbiamo fare; l'ha fatto capire abbastanza; e dacchè l'ha
fatto capire, vuol dire che è disposto a far finta di non avvedersi.
Io pensavo a quel progetto; ed ero risoluta ad adottarlo. Seth vedendomi
preoccupata credette che esitassi e riprese:
— Però, il meglio sarebbe di rinunciarvi, portare la scatola al teatro e
non pensarci più; se non avremo obbedito, non sarà stato per mancanza di
buon volere.
Io stavo zitta; ma mi rinforzavo sempre più nel mio proposito; ed
intanto Seth s'indeboliva nel suo, e cercava di dissuadermi: tornò a
dire:
— D'altra parte quando porteremo quella testa al teatro sapranno tutti
che l'avremo tagliata noi; e se è proibito.....
Allora mi sdegnai, e risposi:
— Da quando in qua è proibito eseguire le ultime volontà dei moribondi?
Allora a cosa servirebbero i testamenti? Io ho giurato che finchè non
avrò dato pace all'anima del mio povero marito, non mi rimariterò più, e
nessuno toccherà più quella cassa; ed io stessa non avrò più un'ora di
tranquillità, perchè la coscienza mi dice che quello è il mio dovere.
Seth finì per lasciarsi persuadere.
— Ebbene — disse — andiamoci questa notte, e facciamola finita.
Combinammo che io avrei lavorato al magazzeno. Ch'egli sarebbe venuto a
prendermi dopo la giornata, avremmo pranzato fuori di città e poi
saremmo andati nella notte al cimitero. Io non volevo rientrare in casa
sola con quel rimorso sulla coscienza. Quella notte avevo creduto di
morire dalla paura. Avevo anche le convulsioni; vedevo il morto, e tutta
la stanza risuonava del suo grido:
«Tagliatemi la testa! Tagliatemi la testa!»
Si fece come s'era detto. Ma era una notte nuvolosa e scura; ci volle
del tempo a scavalcare il muro; specialmente per me che non ero mai
salita sopra una scala di corda, e tremavo tutta dalla paura.
C'inoltrammo nei viali bui, per cercare la tomba del povero Tobie. Ma
non avemmo il tempo di trovarla. Il _sexton_ ci aveva ingannati, oppure
nell'oscurità non riconobbe che eravamo noi, e ci credette due ladri; ci
fece arrestare.
— A che ora siete entrati nel cimitero? — domandò il giudice.
— Dovevano essere le undici e mezzo, perchè alle undici ed un quarto
eravamo giunti al recinto; e la scalata del muro e la ricerca della
tomba ci occuparono un quarto d'ora circa.
— E foste arrestati appunto alle undici e mezzo?
— Sissignore.
— E persistete a dire di non aver adoperato vanga nè leva, e di non aver
aperta nessuna tomba?
— Nessuna; non se n'ebbe il tempo, e forse non ci sarebbe neppure
riuscito di trovare la tomba in quel buio. Non avevamo pensato a portare
una lanterna.
— E non ci sarebbe il caso che, per errore, in causa dell'oscurità,
aveste aperta la tomba della vedova Blounty invece dell'altra? — domandò
il giudice con ironia.
— Noi non abbiamo aperta nessuna tomba.
— E sapete che in tutte le perquisizioni fatte in casa vostra e nella
casa del nominato Seth Reed, non s'è trovato nulla di simile alla
cassetta misteriosa che voi pretendete dotata di un linguaggio
sovrannaturale?
— Signore, ho già detto che finchè l'ultima volontà del povero Tobie non
sia adempiuta, nessuno dovrà toccare quella cassetta. Temevo che a Seth
tornasse l'idea di aprirla, e la riposi la sera stessa in luogo sicuro.
— Badate che la serietà della legge non ammette questi prodigi e queste
voci dell'altro mondo. Il non trovare la cassetta è una prova che non è
mai esistita, e che tutte le vostre deposizioni sono false.
— Quanto ho detto è tutto vero. _Quite quite true_. La cassetta l'ha
veduta ed udita anche Seth.
— Non avete altro testimonio da citare che il vostro complice?
— Nessun altro, eravamo soli.
— In tal caso, se non potete produrre la cassetta, la sua testimonianza
non conta più della vostra.
— Io ho giurato sulla Bibbia che nessuno dovrà aprire quella cassetta
finchè l'anima del povero Tobie non abbia pace; e neppure per
giustificarmi non posso mancare ad un giuramento.
Nella seduta del pomeriggio furono interrogati il medico ed il
_clergyman_ che s'erano trovati presenti alla morte di Tobie Reed.
Il medico, Augustus Wintry, è un uomo di sessantatrè anni, d'aspetto
nobile e buono. Egli crede al testamento del Reed, ma non l'ha udito
dalla bocca del moribondo. Lo aveva visitato, ed aveva ordinata una
pozione per rianimarlo. Un vicino di casa era corso dal farmacista; ma
tardava a tornare, ed il medico s'era accostato alla finestra ed era
rimasto a guardare giù nella via aspettando che tornasse l'uomo dalla
medicina. La camera di Tobie Reed era stretta e lunga; il letto era
dalla parte opposta alla finestra. Ad un tratto il teste aveva udito un
rumore di voci; s'era voltato, ed aveva veduto che il ferito s'era
rizzato a sedere sul letto ed aveva mormorato qualche parola; ma egli
non aveva compreso nulla, e nel minuto che aveva impiegato a traversare
la camera per accostarsi al letto, il moribondo era ricaduto sui
guanciali ed agonizzava.
La Bess gli aveva detto subito:
— Oh mio Dio! Mio Dio! egli delira!
Più tardi, pochi minuti dopo la morte di Tobie, ella aveva raccontata al
medico la raccomandazione del moribondo, e di nuovo aveva detto:
— Ma era un delirio! Non è vero, dottore, che il delirio gli faceva
pensare quella mostruosità?
Il teste aveva affermato che infatti poteva essere stato l'effetto d'un
momento di vaneggiamento.
Il giudice gli domandò se credeva che realmente il moribondo avesse
dette quelle parole strane. Egli rispose con sicurezza:
— Ripeto che non le ho udite. Ma l'imputata era troppo impressionata nel
riferire il legato del marito perchè io possa supporre che mentisse. E
d'altra parte la morte del Reed avveniva in un modo ed in un momento
affatto impreveduti. Come mai quella donna, in un'ora di sorpresa come
quella, avrebbe potuto improvvisare a sangue freddo un piano di furto da
eseguirsi poi nel cimitero, e pensare a stabilire quel precedente d'un
legato supposto e trasgredito, per fornire più tardi una scusa alla
difesa nel caso che il furto fosse poi stato scoperto, e ne fosse
risultato un processo? Sarebbe attribuirle una fertilità d'immaginazione
e una perfidia, di cui non ha mai dato prova.
Il _clergyman_ Jeoffrey Treden, giovane magro ed austero, di trent'anni
appena, dichiara egli pure di non aver udite le parole del moribondo.
Questi aveva cessato appunto di parlare quando il teste s'era presentato
alla soglia della camera per confortarlo negli ultimi momenti. Era
giunto al letto del malato nel tempo stesso in cui vi giungeva il
medico, ed aveva udita la Bess domandargli se non credeva che quella
raccomandazione fosse effetto di delirio. Il teste conferma la
dichiarazione del dottor Wintry, circa l'agitazione e l'apparenza di
sincerità con cui aveva parlato l'imputata. Non era credibile che
mentisse. Più tardi la Bess e Seth Reed, l'avevano preso a parte mentre
egli usciva, e gli avevano domandato se credesse che in coscienza
fossero obbligati a tagliare la testa al defunto. Egli aveva risposto
che sarebbe stata una profanazione. Non credeva che il moribondo fosse
stato in possesso delle sue facoltà mentali quando aveva espresso quel
desiderio.
— E come spiega lei — domandò il giudice — la dichiarazione degli
imputati che il morto stesso, dopo un anno, abbia parlato ripetutamente
in una scatola per rinnovare quell'ordine trasgredito?
— Io non lo spiego — rispose severamente il teste. — La cosa è
incredibile ed impossibile. La religione stessa ci vieta di prestar fede
a queste storie di spiriti.
— Crede dunque che gl'imputati siano allucinati? O, come dice
l'onorevole avvocato della difesa, in istato di _unsound mind_ (di mente
malferma)?
— Le loro deposizioni lo farebbero supporre. I loro precedenti no.
Furono sempre operai onesti, tranquilli e religiosi. L'imputata
specialmente è ferventemente religiosa. Ma non ha mai date prove di
esaltazioni superstiziose. Del resto questo punto non mi riguarda. È la
scienza che potrà deciderlo.
Il giudice si rivolse alla Bess.
— Imputata, avete udito? I soli testimoni che avete invocati negano
d'aver udita la raccomandazione del moribondo Tobie Reed.
— Credevo che l'avessero udita perchè erano nella camera — rispose la
Bess colla tranquillità di chi riconosce di essere caduta in un errore,
ma non ci attribuisce importanza.
L'ultimo testimone interrogato fu il custode del cimitero; un uomo sui
cinquant'anni circa, robusto, acceso in volto; un atleta con un viso da
ipocrita ed un ridere volpino, che alla prima riescì repulsivo. Il nome
inglese _sexton_ non dice nulla; ma il nostro _beccamorti_ gli si
attaglia a perfezione. L'espressione d'avidità che traspira dal suo
sguardo acuto, dal naso adunco, dà proprio l'idea che debba beccarli
quei poveri morti per portarseli via.
Interrogato sulla visita che gli avevano fatta gl'imputati, confermò le
loro deposizioni poi soggiunse:
— Io non avevo creduto alla storia del testamento e dell'anima che
parlava nella cassa chiusa. Sono venti anni che sto a custodire i morti
chiusi nelle casse, e so che quando sono là dentro non parlano più;
figurarsi poi quando non ci sono! Ho capito che volevano rubare i
diamanti della vedova Blounty. Tutti i ladri debbono pensare a quei
diamanti, ed io dormo sempre da un occhio solo, dacchè sono là sepolti.
— Gli imputati — osservò il giudice — pretendono che voi stesso abbiate
indirettamente suggerito il progetto d'introdursi nel cimitero di notte
per mutilare il cadavere.
— È vero. Avevo detto quelle parole appunto per attirarli nell'agguato.
Perchè dalle loro chiacchiere avevo capito che erano ladri, ed i ladri è
bene metterli al sicuro.
— E come mai, essendo quasi certo che sarebbero venuti quella notte,
siete rimasto solo nella vostra casa, ed avete lasciato loro il tempo,
che dev'essere stato più d'un ora, per compiere il furto?
— Sapevo di trovare i _roundsmen_ alla birraria vicina, dove li ho
trovati infatti. Credevo di poter udire i ladri al primo avvicinarsi, e
di farli arrestare prima che potessero far nulla. Ma sono vecchio. Il
mio orecchio non è più tanto fino come una volta. Ho udito troppo tardi;
debbono essere entrati nel cimitero alle dieci; ma io li ho uditi
soltanto alle undici e un quarto. Nel tempo che ho impiegato a chiamare
i _policemen_, non più di sette od otto minuti, pare che il terzo ladro
sia fuggito col bottino.
L'avvocato della difesa si alzò per osservare che, se per compiere il
furto si era dovuto impiegare più d'un'ora, come avevano dichiarato i
periti, e come confermava il _sexton_, sarebbe bastato provare che
un'ora prima dell'arresto gl'imputati non erano al cimitero, per
dimostrare che gli autori del furto non erano essi.
Il giudice aderì ad interrogare gl'imputati.
— Dove siete stati dalle nove e mezzo fino alle undici e mezzo circa,
quando foste arrestati? Rispondete, imputato Reed.
— Abbiamo fatto una lunga passeggiata perchè la Bess aveva paura a
rientrare nella sua casa.
— Potete citare qualcheduno che vi abbia veduti durante quella
passeggiata?
— No. Siamo usciti dalla città per non incontrare nessuno, perchè
eravamo agitati dal fatto che stavamo per compiere; e di questa stagione
non c'è molta gente che passeggi fuori di città.
— Ed avete fatto quella lunga passeggiata portando sempre le vanghe e le
leve colle quali foste arrestati?
— No. La mia casa è fuori di città, appunto dalla parte del cimitero.
Alle undici andammo a casa a prendere gli stromenti che avevo preparati
là. Avevo la chiave e salii io solo.
— E non potete citare un inquilino, che vi abbia udito o veduto?
— Non c'è nella casa che un altro inquilino; è un garzone della
birraria, e rientra sempre tardissimo. A quell'ora era fuori.
Pareva che gli imputati lo facessero apposta a sventare tutti gli
appigli a cui la difesa si aggrappava.
L'indomani s'aprì la seduta col discorso del _People's counsel_, il
quale, dopo avere brevemente riassunti i fatti, concluse che i due
imputati, sorpresi nel cimitero, non avevano trovato altro argomento da
addurre in loro difesa, fuorchè una storia affatto improbabile di
spiriti e d'anime in pena, a cui la serietà della legge non poteva dare
importanza.
Al tempo stesso, e precisamente dopo l'intrusione e l'arresto degli
imputati nel recinto del cimitero, una tomba era stata aperta e
depredata di immense ricchezze. Questa coincidenza pesava
inesorabilmente sugli imputati.
Quando anche essi avessero potuto produrre la scatola misteriosa, e
farle ripetere dinanzi al tribunale il suo mostruoso comando, non
avrebbero provato ancora la loro innocenza. Come mai, mentre essi
affermavano di non aver mirato che alla tomba dell'alienato Tobie Reed,
questa era rimasta intatta, e quella violata era un'altra? Dunque
dovevano esserci stati altri profanatori di tombe in quella medesima
notte nel recinto del cimitero. Eppure gl'imputati affermavano di non
aver veduto alcuno, di non essersi accorti in verun modo della presenza
di altre persone nel cimitero, finchè non erano risuonate le grida del
_sexton_ e dei _roundsmen_. Era facile, diceva l'oratore, spiegare la
cosa. Gli imputati non avevano avvertita la presenza di altri
profanatori, perchè il solo che vi fosse era con loro, era il loro
complice, fuggito coi gioielli.
La tomba del Reed era rimasta intatta perchè nessuno attentava alla sua
povera salma ignuda, e le ricche spoglie della vedova Blounty erano
scomparse perchè tutto quel complotto era stato montato per riescire ad
impadronirsi di quelle ricchezze. Ed infatti gli imputati non avevano
potuto provare di non essersi introdotti nel cimitero un'ora od anche
più, prima del tempo che avevano indicato. Secondo le deposizioni,
avevano fatto una passeggiata talmente solitaria da non essere veduti da
nessuno, erano rientrati a prendere le vanghe e le leve in una casa
tanto deserta, da non essere uditi da nessuno. Non era cosa abbastanza
strana, e non riesciva più facile supporre che nessuno li avesse veduti,
nè uditi dopo le dieci di sera, perchè già a quell'ora, erano occupati
nel cimitero a commettere il doppio delitto di profanazione e di furto?
Sebbene nè il dottor Wintry, nè il reverendo Jeoffrey Treden, i soli
testimoni citati dall'imputata, non avessero udito il testamento di
Tobie Reed, il giudice non voleva supporre che quel testamento fosse
stato inventato dai colpevoli un anno prima, in previsione del furto.
Ammetteva che il testamento fosse vero; faceva più; ammetteva che alla
morte di Tobie Reed la vedova ed il cugino di lui non pensassero ancora
a commettere un furto nel cimitero.
Ma più tardi quando avevano combinato quel piano colpevole, avevano
pensato di valersi del testamento del povero maniaco, per giustificare
la loro presenza nel cimitero in caso d'arresto, e per questo avevano
cominciato quattordici mesi dopo, a dare un'importanza postuma a quel
legato, che prima avevano considerato come una follia.
Ed infatti, per stabilire meglio che quello era il loro movente e non il
furto, erano andati a parlarne con finta ingenuità al _sexton_; a quel
modo credevano di prepararsi un testimonio in loro favore.
Ma violare una tomba era sempre un delitto, qualunque ne fosse il
motivo. Ed essi avevano pensato, nella loro superstiziosa ignoranza di
declinare la responsabilità di quel fatto, inventando un ordine
soprannaturale a cui obbedivano per sentimento religioso.
Sgraziatamente per loro, soggiungeva ironicamente l'oratore, avevano
commesso l'imprudenza di collocare l'anima del trapassato che parlava ai
superstiti, in una cassetta inchiodata; e la scomparsa della cassetta
deponeva contro la loro asserzione. Perchè non lasciarlo libero quello
spirito, ora che era sciolto dal suo involucro mortale? Almeno avrebbe
potuto perdersi nell'immensità dello spazio, senza che la giustizia
umana, indiscreta, gli domandasse conto della cassa che l'aveva ospitato
durante i suoi miracolosi responsi.
L'avvocato Thomas Doulton prese la parola in difesa degli imputati. La
sua arringa si appoggiò tutta sulla irresponsabilità — _unsound mind_ —
dei due colpevoli. Negò il furto. Ricordò ai signori giurati che non si
poteva condannarli per furto dacchè non c'erano le prove. La coincidenza
di tempo fra il loro arresto e la violazione della tomba Blounty, gli
strumenti che essi portavano, non potevano considerarsi come prove del
furto. Erano prove dell'intenzione di violare una tomba; e questa gli
imputati la confessavano. Ma erano due allucinati. Avevano creduto di
udir parlare un morto. La cosa non era nuova. Molti fanatici, molti
estatici avevano provati fenomeni simili.
Quella donna alla morte del marito era stata impressionata da quel
testamento atroce. Era religiosa fino allo scrupolo. Alla prima,
combattuta tra il dovere di obbedire alla volontà di un moribondo, e la
paura di commettere un peccato mutilandone il cadavere, aveva finito per
cedere alla paura religiosa, e trascurare il legato. Ma più tardi la
coscienza aveva cominciato a rimproverarle quell'ommissione. S'era
fissata su quel pensiero, e man mano s'era esaltata fino al delirio.
Rivedendo un oggetto, che aveva ricevuto in deposito dal marito defunto,
l'esaltazione del suo spirito era aumentata fino a credere di udire il
morto ripetere l'ordine in quella cassa il comando che lei aveva
trasgredito. Sotto l'impressione d'un'allucinazione paurosa era svenuta,
e, sorpresa dal fidanzato in quello stato, le era stato facile
influenzare quel giovane solitario ed ignorante, il quale aveva
partecipato del suo delirio. Questa era la loro storia. Quanto al furto,
nulla provava che la tomba della famiglia Blounty fosse stata derubata
appunto in quella notte. Forse era stata spogliata molto tempo prima,
quando l'impressione prodotta del testamento della ricca vedova era
ancora viva, e la popolazione ne parlava, e le cupidigie ne erano
eccitate. Il _sexton_ non se ne era accorto prima, ed aveva scoperto il
furto quella notte soltanto, messo in sospetto dalla presenza dei due
imputati nel cimitero.
La difesa riuscì debole. L'allucinazione sarebbe stata ammissibile, ma
la scomparsa della cassa, la coincidenza del furto la rendevano meno
credibile; e la perizia medica non trovava nessun segno d'alienazione
negli imputati.
D'altra parte il _People's counsel_, in una controrisposta all'avvocato
Doulton, ricordò che gli eredi Blounty andavano quasi giornalmente a
visitare la tomba della sorella, ed avevano dichiarato di non aver mai
notato il menomo segno che potesse far sospettare una violazione. La
deposizione del _sexton_ aveva confermate le stesse cose.
Il pubblico era impressionato dalla evidenza dei fatti, e la fermezza
degli imputati invece di interessarlo in loro favore lo irritava. Quando
è stato commesso un delitto, ciascun individuo si sente in diritto di
esigere la scoperta e la punizione del colpevole. L'istinto della
sicurezza personale, l'amore della proprietà lo fanno insorgere contro
quel suo simile che è una minaccia continua alla sua pace.
Non c'era da sperare nella risposta negativa d'un giurato. Era quasi
certo che il verdetto di colpabilità riuscirebbe coll'unanimità
richiesta dalla legge.
Il _Supreme Judge_ prima di proporre i quesiti ai giurati si rivolse
agli imputati e domandò:
— Imputati, avete nulla da aggiungere in vostra difesa?
Le risposte furono simultanee, ma diverse. La Bess crollò il capo e
disse:
— No. Ho detto tutto, e quello che ho detto è vero; sono innocente del
furto.
Seth Reed invece, pallido, agitatissimo, gridò:
— _The box! The box! Oh pray; bring the box!_ La cassa, la cassa; oh, ve
ne prego! Portate la cassa!
Questo grido disperato dell'uomo sorprese non solo il pubblico, ma anche
l'accusa e la difesa. Era nella convinzione di tutti che la storia della
cassa fosse una frottola volgare, inventata dai complici di comune
accordo. Ora l'udire che uno di essi ci credeva, e reclamava quella
cassa come un ultimo argomento di difesa, indeboliva tutte le
supposizioni fatte fin allora.
Lo stesso _People's counsel_, che non aveva mai dubitato un momento
della simulazione dei due colpevoli, fu scosso, e pensò che forse la
donna sola aveva ordito tutto l'inganno, ed era riuscita realmente a far
credere a quell'uomo ignorante, che uno spirito d'oltre tomba comandava
loro d'introdursi di notte nel cimitero. Egli manifestò questo dubbio
rivolgendo la parola alla Bess.
— Imputata — le disse — voi udite; il vostro complice invoca che venga
prodotta la cassetta misteriosa; egli ci crede; se voi pure ci credeste,
potreste esitare a dirci dove si trova? Potreste lasciar condannare voi
ed il vostro complice, senza tentare quest'unico mezzo per provare che,
in parte almeno, siete stati in buona fede?
— Io credo che la scatola ha parlato — disse la donna. — Lo credo come
credo a Dio. Ma ho giurato di non lasciare che alcuno vi porti la mano
profana, finchè l'anima del povero Tobie Reed non abbia ricuperata la
pace nella sua tomba.
— Sapete che, persistendo in questo silenzio, potreste essere condannata
a morte?
La povera creatura, da pallida che era, si fece livida. La colse un
tremito convulso; si guardò intorno smarrita, come per invocare
soccorso; poi si nascose il volto fra le mani, e singhiozzò
disperatamente. Non era un'eroina; non era neppure una donna forte; la
morte le faceva una paura orribile.
Il giudice, vedendola in quello stato, le rivolse egli pure la parola:
— Voi avete diritto di trascurare per voi stessa, forse, quell'ultimo
argomento di difesa; ma in coscienza non potete ricusare di addurlo per
salvare la vita del vostro complice. Foste voi che lo traeste alla
colpa; non farete tutto quanto sta in voi per difenderlo?
— Ho giurato — rispose la povera creatura, singhiozzando sempre.
— Ma non pensate che se egli sarà condannato, e se voi credete che
quella testimonianza possa avere un valore per attenuare almeno la
sentenza, la vostra coscienza vi rimorderà nei vostri ultimi momenti, e,
morendo con lui, avrete sulla coscienza, oltre al vostro delitto, anche
la sua morte?
— Oh, mio Dio! mio Dio! — gridava la Bess, piangendo. — Chi mi scioglie
da quel giuramento?
— A chi avete giurato? — domandò il giudice.
— A Dio. Era quella sera orrenda. Seth era partito. Io ero sola, ed in
preda di una paura atroce. Avevo paura della cassa; avevo paura del mio
stesso progetto d'andare l'indomani dal _sexton_ per far tagliare la
testa al morto. Allora presi la Bibbia, cercai il libro di Tobia; perchè
il povero morto si chiamava anch'esso Tobia, e pensai nel mio cuore: «Il
primo versetto che mi verrà sott'occhio, aprendo la pagina, mi dirà
quello che debbo fare, e lo farò». Apersi la Bibbia colla mente rivolta
a Dio, e col proponimento fermo, e lessi subito:
«Ma Tobia, temendo più Dio che il re, involava i corpi dei morti, e li
nascondeva in casa sua, e nel mezzo della notte li seppelliva».
Era chiaro; Dio voleva ch'io facessi come Tobia temendo più il suo
ordine divino che le leggi umane. Fu allora che mi proposi di fare ad
ogni costo quanto mi aveva comandato la voce del morto; ed affinchè nè
Seth nè altri potesse persuadermi del contrario, mi obbligai con un
giuramento. Posi una mano sulla Bibbia e dissi forte:
«Giuro che lo farò; e, finchè lo spirito mi ha parlato in essa, non
abbia trovato la pace eterna nessuno aprirà questa cassa.»
E poi, pensando che Seth avrebbe potuto cercare ancora di aprirla, per
evitare ogni controversia, la nascosi in luogo sicuro.
Il giudice ascoltava l'imputata con un'attenzione che tradiva una certa
deferenza. Egli cominciava a vedere qualche cosa di ideale in quei due
popolani che aveva creduto dapprima due ladri volgari. Forse non era più
così profondamente convinto della loro colpabilità, e si insinuava nel
suo spirito la persuasione che l'ignoranza, la superstizione, un
sentimento religioso esaltato, avevano potuto avere una gran parte nei
fatti per cui quei due giovani erano processati.
Come quasi tutti gli Americani, il giudice non aveva una fede molto
profonda nella missione divina e nelle facoltà divine dei sacerdoti. Ma
gli premeva di indurre la Bess a produrre quella cassa che aveva potuto
esercitare un'influenza così grande su lei e sul suo fidanzato, e per
questo secondò i suoi scrupoli religiosi.
— In una circostanza tanto grave — le disse — in cui si tratta della
vita d'un uomo, io credo fermamente che la Chiesa possa sciogliervi dal
giuramento che avete fatto.
— Chi me lo assicura? — domandò la Bess agitatissima, evidentemente
combattuta tra il desiderio di giustificarsi e la paura di commettere un
peccato enorme, com'era ai suoi occhi quello spergiuro.
— Un sacerdote potrebbe assicurarvene. Non c'è un _clergyman_ in cui
abbiate fede?
— Oh sì! Il reverendo Jeoffrey Treden — rispose la Bess. — Ma vorrei
essere sola con lui; e che nessuno gli parlasse prima; che nessuno lo
influenzasse.
— Se avete fede in lui, non dovete credere che sia possibile
influenzarlo. Del resto, la legge non si serve di mezzi che non siano
onesti — osservò il giudice severamente.
— Io non ho voluto alludere alla legge — disse l'imputata esitando; ed i
suoi occhi si volgevano con diffidenza a Seth.
Era chiaro che non era punto innamorata del suo sposo. Forse gli aveva
portato quel tanto di affetto di cui era capace il suo cuore. Ma in lei
il sentimento religioso era il solo capace di un grande sviluppo; in
quella creatura, apparentemente delicata e fredda, c'era la stoffa di
cui si fanno le martiri. Calma ed insignificante nelle circostanze
normali, quando nulla si frapponeva fra lei ed i suoi doveri religiosi,
aveva dimostrato, davanti ai primi ostacoli, che poteva calpestare ogni
sentimento umano, ogni umana legge, quando credeva di doverlo fare per
obbedire al Signore. Parlava di mutilare un cadavere, come di leggere un
versetto della Bibbia. Non aveva esitato a scalare un muro, di notte, a
mettersi in contravvenzione colle leggi, ad affrontare pericoli d'ogni
sorta, ed a trascinarvi lo sposo con sè. Lo avrebbe lasciato condannare
per non violare un giuramento che considerava sacro; ed ora aderiva a
consultare un sacerdote, perchè la spaventava l'idea d'una colpa
maggiore, d'un peggiore rimorso, lasciando condannare un innocente. Ma
la passione umana, l'amore, non aveva grande influenza sopra di lei. La
religione la dominava. Se il sacerdote le avesse detto: «ad ogni costo
dovete serbare il giuramento», avrebbe sofferto senza dubbio, avrebbe
pianto e pregato per lui, ma avrebbe abbandonato Seth alla giustizia, e
sè stessa con lui.
Per buona sorte, il sacerdote era un uomo rigido, che biasimava i
giuramenti audaci, e tutto quanto tendeva al fanatismo. Le rimproverò
quell'atto che non considerò come religioso; le disse che doveva parlare
in omaggio alla verità, se credeva che la sua rivelazione potesse
salvare la vita e provare l'innocenza di Seth. Le rimproverò pure la sua
ostinazione a credere che uno spirito le avesse parlato; era
superstizione ed orgoglio. Come poteva supporsi tanto privilegiata da
Dio, perchè s'avesse a rinnovare per lui un miracolo che appena era
avvenuto per i più grandi profeti?
Tra la seduta del mattino e quella del pomeriggio, il _clergyman_
s'intrattenne sempre coll'imputata, la quale si lasciò convincere
facilmente, perchè non aveva altre idee, nè altri principî fuorchè
quello di fare tutto quanto la religione le comandava, e di farlo ad
ogni costo.
Dacchè il sacerdote le diceva che era suo dovere produrre la cassa
misteriosa davanti al tribunale, ella confessò d'averla sepolta in un
angolo del suo cortile, sotto un grosso vaso di fiori, che aveva rimesso
a posto per nascondere che il terreno era stato smosso.
Lo stesso _clergyman_ accompagnò i _policemen_ che furono mandati alla
casa dell'imputata, ed assistè all'operazione perchè la cassa fosse
disotterrata e portata in tribunale senza che le venisse data la menoma
scossa.
Quando si riaperse la seduta, alle due del pomeriggio, la cassetta
famosa che aveva inspirati tanti dubbi, tante discussioni, era là,
chiusa, come l'avevano descritta gl'imputati.
Il giudice li interrogò uno dopo l'altra se riconoscevano la cassetta da
cui dichiaravano essere uscita la voce del defunto.
Sì; entrambi la riconoscevano.
— E quale movimento avevate fatto colla cassa quando udiste parlare?
— L'avevo capovolta per vedere da che parte si aprisse; udii subito un
rumore come d'un orologio a sveglia; e poi il rumore cessò ed udii la
voce del morto.
Questa risposta la diede Seth, che aveva acquistata un po' d'energia
dalla presenza di quel testimonio da cui sperava la sua giustificazione.
Quanto alla Bess invece era abbattuta. Le lotte interne, le paure della
coscienza scrupolosa, avevano paralizzato il suo coraggio. Ella aveva
desiderato che, se si avesse ad aprire o maneggiare la cassa, non
dovesse farlo altri che il _clergyman_. Per mano di quella persona
sacra, le pareva che la profanazione dovesse riuscire meno grave.
Per non agitarla maggiormente, il giudice e l'avvocato dell'accusa
avevano aderito a quella preghiera.
Fu dunque al reverendo Jeoffrey Treden che il giudice si rivolse
invitandolo a capovolgere la cassa.
Regnava il più alto silenzio. La curiosità del pubblico era eccitata al
sommo grado. Gli imputati erano convulsi; una, pallida, impaurita;
l'altro, ansioso, cogli occhi sbarrati ed il volto proteso verso
quest'ultima speranza.
Appena il _clergyman_ capovolse la cassa si udì il _trrrrr_ prolungato
che aveva descritto la Bess, ed immediatamente seguì la voce fioca,
sepolcrale, pronunciando distintamente, come in un singhiozzo da
agonizzante, che ne mozzava le consonanti, l'orribile testamento:
«Tagliatemi la testa, e portatela al teatro di Walnut-Street per fare il
cranio nell'_Amleto_.»
Un grido, terribile come un urlo, non interruppe la frase, ma sorse a
coprirne le ultime parole. Quel grido pauroso era partito dal fondo
della sala.
Un uomo era stato colto da terrore, e si dibatteva in un accesso di
convulsioni. Fu portato fuori; il silenzio si ristabilì lentamente.
Tutti avevano qualche cosa da dire. La parte colta del pubblico aveva
riconosciuto la voce di un fonografo.
Il giudice, i giurati sorridevano ironicamente. Tutto si spiegava. Gli
imputati avevano messo essi stessi il fonografo nella scatola per
accreditare la loro fiaba. Era un inganno volgare e stupido. Il pubblico
era offeso, e l'avvocato Doulton si sentiva scoraggiato. Non era più
possibile sostenere l'irresponsabilità degli accusati. Essi sapevano
cosa c'era nella scatola, essi avevano ordita quella sciocca trama, ed
avevano recitata la commedia dell'allucinazione.
Fu aperta la cassa, ed infatti se ne cavò fuori un piccolo fonografo a
manubrio.
Sul volto degl'imputati si dipinse il più profondo stupore. Erano due
commedianti di prima forza. Udii qualcuno accanto a me che diceva:
— Quel povero Tobie Reed che si disperava di non saper fare la commedia!
Se fosse vivo, potrebbe consolarsene facendo recitare sua moglie.
— Conoscete questa macchina, imputata Bess Reed? — domandò il giudice.
— Sì — rispose la Bess — è una macchina da cucire.
— Voi siete cucitrice; di macchine di questo genere dovete intendervi.
Saprete dirmi come s'adopera?
— No. È un sistema che non conosco.
Il giudice si rivolse a Seth:
— Imputato, conoscete questa macchina?
— Nossignore.
— Credete che sia una macchina da cucire?
— Può darsi; non me ne intendo.
— Non avete mai veduto un _fonografo_?
A questa domanda Seth rispose semplicemente di no, come uno che non
capisce di cosa gli si parli. Ma la Bess sussultò, ed alzò il capo come
ad un improviso ricordarsi; ed impulsivamente, senza essere interrogata,
esclamò picchiandosi colla mano la fronte:
— Ah! il fonografo! La macchina che parla!
— Imputata, voi conoscete il fonografo dunque — disse il giudice.
— Sì. Me ne aveva parlato tanto il mio povero marito.
— E vi aveva mostrato questo? E voi l'avete posto in questa cassa?
— Nossignore. Me ne aveva parlato soltanto. Non mi conduceva mai al
teatro; non ne avevo mai veduti. Oh mio Dio! Non era uno spirito; era
una macchina che parlava!
— E voi ne siete sorpresa? Non lo sapevate? domandò il giudice con
ironia.
— Non l'avrei mai pensato. Avevo dimenticato quei discorsi della
macchina. Come potevo immaginarmi?......
— E secondo le vostre deposizioni questa macchina apparterrebbe al
teatro di Walnut-Street?
— Sì; quando il povero Tobie portò a casa la cassetta chiusa mi disse
che quanto conteneva era del teatro, e che avessi a restituirlo alla sua
morte.
Il giudice diede un ordine perchè venisse condotto all'udienza il
proprietario del Walnut-Theatre. Intanto l'avvocato Doulton prese la
parola:
— È evidente che si attribuisce agli imputati l'astuzia d'essersi
serviti di un fonografo per dar colore di verità alle loro affermazioni
sorprendenti. Ma io vorrei che fosse chiamato il rappresentante del
signor Edison, perchè esamini la macchina, e riconosca, se è possibile,
da quanto tempo la lastra di stagnola ha ricevute le impressioni. E se
non basta, chiunque ha conosciuto da vicino il defunto Tobie Reed potrà
giudicare dell'identità della voce. Intanto è facile riconoscere che
quella non è la voce di nessuno degl'imputati; ed è cosa molto probabile
che il povero maniaco, impressionato dalla scoperta meravigliosa del
signor Edison, abbia voluto servirsene per rammentare ai superstiti la
sua ultima volontà. È più probabile senza dubbio, di quanto si è
mostrato qui di supporre, che due giovani ignoranti, che non
s'interessano punto ai trovati della scienza, abbiano potuto farsene
argomento d'una mistificazione puerile, che certo non avrebbe potuto
ingannare la maestà della giustizia.
Il giudice non ebbe il tempo di rispondere perchè fu introdotto il
proprietario del Walnut-Theatre, e quasi subito dopo sopraggiunse il
rappresentante della casa Edison.
Informato della scoperta fatta aprendo la cassetta, e delle deposizioni
degli imputati, il proprietario del teatro rispose, — che infatti,
appunto un mese prima della morte del Reed, al momento di ritirare le
sue macchine dopo gli esperimenti, il signor Edison, s'era lagnato della
scomparsa di un piccolo fonografo. Forse il povero Tobie, che se ne era
appassionato e che passava lunghe ore a contemplare quei prodigi, in un
momento di pazzia se ne era impadronito. Il teste non aveva sospettato
lui, perchè lo sapeva onestissimo.
Il giudice interrogò il rappresentante della casa Edison:
— Riconoscete questo fonografo?
— Sì; è uno di quelli che avevamo in deposito e che abbiamo trasportati
al Walnut-Theatre l'anno scorso all'epoca degli esperimenti. Quando li
ritirammo ne mancava uno.
— Potrebbe ella dirci, esaminando il fonografo, da quanto tempo il
foglio di stagnola ha ricevuto le impressioni della voce?
L'interrogato crollò il capo in atto di dubbio, e si pose ad osservare
la macchina.
In quella accadde un movimento alla porta. Un signore si affacciò,
acceso in volto, affannato. Voleva essere ammesso a parlare al
tribunale. I _policemen_ lo trattennero, ed uno di essi venne a dire al
giudice che il dottor Wintry aveva una comunicazione importante da fare.
Il giudice lo fece venire, e gli accordò la parola. Egli disse, parlando
con un'agitazione che alla sua età aveva qualche cosa di solenne:
— La verità si è fatta chiara da sè. Gli imputati sono ignoranti,
fanatici, ma sono innocenti del furto. Al principio della seduta, quando
il fonografo ripetè il testamento del maniaco Tobie Reed, un uomo mise
un grido e cadde in convulsioni atroci laggiù presso la porta. Dacchè
durano i dibattimenti avevo sempre osservato quell'individuo dalla
fisonomia volpina. Mi era antipatico, e m'inspirava dei sospetti. Quando
l'udii mettere quel grido, riconobbi il grido del rimorso, della
coscienza colpevole impaurita. Nella mia lunga carriera medica, mi
accadde più d'una volta di assistere nelle ultime ore uomini che,
integri in faccia al mondo, avevano la coscienza tribolata da rimorsi
atroci; le loro paure deliranti, erano ritratte nella convulsione
ignobile di quell'uomo. M'affrettai ad assisterlo. Lo feci portare
all'ospedale, me gli posi accanto; appena la convulsione gli permise di
parlare, balzò a sedere sul letto, e domandò tremando:
— Il morto ha detto tutto?
— Tutto — risposi.
— Ah mio Dio! — urlò il miserabile — mi condanneranno a morte, mi
impiccheranno...
La convulsione lo riprendeva violenta a quell'idea paurosa, ma la mente
rimaneva libera. Era in grado di parlare, e bisognava indurlo a dire la
verità.
— Potreste trovare indulgenza nei vostri giudici — gli dissi — se
confessaste la vostra colpa sinceramente, e senza restrizioni.
— Ma non ha detto tutto il morto? — domandò con diffidenza.
— Sì. Ha detto che voi avete rubato i gioielli della vedova Blounty.
— Oh mio Dio! Mio Dio! — esclamò picchiandosi il petto. — È vero! Io non
credeva che i morti potessero sorgere dalla tomba per accusarmi.
— Dovete dire se avevate altri complici.
— No; per amor del cielo, ch'io non mi metta altri delitti sulla
coscienza. Era un anno che ambivo quel tesoro e non osavo portarci la
mano per paura che mi scoprissero. Il primo sospettato sarei stato io.
Quando vidi quei due idioti, ed udii la loro stupida storia del morto,
pensai di profittare della loro intrusione nel cimitero per farli
credere colpevoli del furto. Mi premunii degli strumenti; ero coraggioso
e forte e non credevo che i morti parlassero; non credevo in Dio; non
credevo nell'altra vita; li avevo sempre visti così insensibili e muti i
cadaveri degli uomini....
— E quando essi furono arrestati voi solo apriste la tomba?
— Ci volle una grande fatica. Lavorai fino all'alba; dopo aver spogliato
il cadavere e rimesso a posto il marmo esterno, seppellii i gioielli in
un'altra fossa perchè non venissero scoperti in casa mia; poi corsi ad
avvisare la polizia; e tutto sarebbe passato liscio, e, finito il
processo, sarei andato lontano, avrei venduto tutto, avrei vissuto i
miei ultimi anni nell'agiatezza. Ah! ma i morti parlano; io non sapevo
che i morti potessero sorgere per accusarmi.
— Il suo stato è gravissimo — soggiunse il medico — e difficilmente
potrà ricuperarsi. È disposto a dettare la sua deposizione. Ora spetta
al tribunale raccoglierla legalmente, e render giustizia agli innocenti.
Quell'uomo, quel miserabile, è Dionisius Ramble, il sexton.
Così finì quello strano processo.
I due fidanzati furono severamente ammoniti per il tentativo di
violazione di tombe, ma considerata la loro superstiziosa ignoranza, che
il prodigio del fonografo aveva esaltata, furono assolti.
Il colpevole non ebbe tempo a subire la sua pena. Poco dopo la
confessione la paralisi gli tolse la parola, ed in pochi giorni morì.
Eccoti la Storia, e questa volta finita davvero, mia cara marchesa.
Metto qui i miei saluti in fretta perchè sono stanca.
_Tua di cuore_