LETTERA PRIMA.

Filadelfia, 5 gennaio 1878.

_Mia cara,_

Oggi tutti i giornali cittadini si occupano di un originale che morì

ieri l'altro; un tipo strano che ti voglio descrivere perchè forse ti

gioverà in qualcuno de' tuoi romanzi.

Tanto, non avrei altre notizie da darti, perchè mio marito è sempre

fuori per i suoi affari, Ettore è in collegio, ed io muoio di nostalgia,

al solito.

Ti dissi che m'ero abbonata al teatro di Walnut-Street. Ci andavo ogni

sera coll'assiduità d'una persona annoiata che cerca distrarsi. Qui

posso andar sola al teatro in assenza di mio marito. A Milano mi sarebbe

sembrata un'enormità.

Dal mio palco potevo vedere tra la prima e la seconda quinta, un ometto

piccolo, magro con un viso tutto zigomi, colle labbra così sottili che

la sua bocca pareva una ferita cicatrizzata, col naso anch'esso sottile

come una piccola parete di cartoncino, un paravento messo là fra due

guance, perchè l'occhio destro non potesse vedere quello che accadeva a

sinistra. La testa era completamente calva, ed ai due lati del paravento

luccicavano due occhietti piccoli, neri, vivacissimi, irrequieti,

guarniti di ispide ciglia rossiccie, dalle quali si poteva argomentare

che quando quell'uomo aveva avuto dei capelli, erano stati rossi.

Era un operaio del teatro. Un buon operaio; tutto il giorno lavorava

alle scene, agli attrezzi, ai sipari, a tutto il meccanismo del

palcoscenico che io non conosco. Ma la sera non faceva nulla. Non

bisognava contare su lui.

Prima che si accendessero i fanali era là al suo posto fra la prima e la

seconda quinta, ascoltando ogni parola, seguendo ogni gesto, cogli occhi

scintillanti, la bocca semi-aperta, la persona protesa innanzi,

completamente elettrizzato da quanto vedeva ed udiva.

Erano quarant'anni che faceva quella vita; era entrato al servizio del

teatro a sedici anni, ed ora ne aveva cinquantasei.

S'era ammogliato tardi, ed aveva sposato una cameriera del console

francese, che aveva imparato per pratica la lingua dei suoi padroni, e

ne andava superba. Ma l'amore per la giovane Bess non lo aveva distolto

dal suo grande amore per l'arte. Era questa per lui una specie di mania.

Pare che non avesse mai compreso precisamente cosa fosse l'artifizio

drammatico; e confondeva bizzarramente nella sua testa la finzione colla

realtà.

Sapeva che _i signori del teatro_ — come diceva lui — studiavano una

parte; vedeva che gli stessi avvenimenti si ripetevano moltissime volte,

organizzati sotto un dato titolo; capiva che quei personaggi morivano

sul palcoscenico, poi tornavano a vivere dietro il sipario. Ma, malgrado

ciò, quei personaggi per lui esistevano realmente; li identificava cogli

attori, ed in ogni dramma vedeva una parte di vero.

Qualche volta, filosofando coi suoi compagni operai un po' demoralizzati

che dubitavano dell'immortalità dell'anima, Tobie Reed era uscito a

dire, come prova di quanto egli credeva con fede profonda, che aveva

veduto Otello uccidere Desdemona e poi uccidere sè stesso al

Walnut-Theatre, la tale sera e la tale altra, e poi li aveva riveduti

tutti e due trasformati in Giulietta e Romeo, o in Fausto e Margherita.

Tutti i frequentatori del Walnut-Theatre conoscevano le piccole manie di

Tobie, come lo chiamava con accento francese la Bess. Era divenuto

celebre per una scena buffa.

La sua grande ambizione, l'aspirazione della sua anima da artista, era

quella di rappresentare una parte sul palcoscenico, una parte qualunque;

non ci metteva orgoglio.

— Sia pure da servitore o da spazzino — diceva. — Sono un povero

operaio, e non potrei diventare un signore nè un re. Ma se potessi

comparire là fuori anch'io.....

Era un pensiero che lo tormentava continuamente. Gli pareva che entrando

in iscena prenderebbe parte a quella vita avventurosa dei drammi che lo

appassionava tanto.

Il capocomico, il quale era anche primo attore nella sua compagnia, era

agli occhi di Tobie l'onnipotenza; egli pensava con ansietà che sarebbe

bastata una parola di quell'uomo per aprirgli il varco a quel mondo

fantastico a cui anelava.

Tobie non avrebbe mai osato rivolgersi direttamente a quel personaggio

alto e misterioso che vedeva ogni sera sotto nuovi aspetti e con nuovo

prestigio. Ma da tutti gli impiegati, da tutti i subalterni del teatro

gli faceva portare la sua supplica di accoglierlo nella compagnia, e

stava sempre aspettando una risposta.

La Bess, che s'infastidiva di quell'idea stravagante, gli diceva spesso:

— Non farti illusioni, Tobie. La tua voce è troppo cupa. Non sei fatto

per recitare. E poi, a cosa servirebbe?

Era una donnina positiva, d'idee strette, ignorante, che passava la vita

lavorando. Al teatro non ci andava mai, e credeva che tutte le arti

fossero perditempi inutili, ed anche un po' peccaminosi.

Ma Tobie non rinunciava per questo alle sue speranze.

Una sera si dava l'_Amleto_. Egli era là, al solito posto fra le quinte,

cogli occhi sbarrati, il cuore palpitante per quel povero principe

mesto, che era il capocomico. Ad un tratto gli sente dire con accento di

profonda incertezza:

— _Tobie or not Tobie_...

Parlava di lui! Era preoccupato della sua domanda. Rifletteva se dovesse

ammettere Tobie all'onore della scena. Ci doveva essere un posto

vacante, ed il principe pensava se gli convenisse meglio ammetterci

_Tobie or not Tobie_.

Tobie era timido, rispettosissimo; ma in quel momento vedeva agitarsi la

grande questione della sua vita: «_that is the question_» diceva

pensosamente Amleto. Una parola detta a tempo, un'intercessione,

potevano forse deciderlo in favore del povero operaio.

Tobie si lasciò vincere dalla sua grande passione, si fece innanzi sul

palco, un passo solo, colle mani giunte, e con voce supplichevole

esclamò:

— _Oh yes sir! Tobie! Tobie!_

Neppure la sepolcrale serietà d'Amleto potè resistere a quella scena; ed

il pubblico applaudì con entusiasmo.

Tobie, da quell'uomo discreto che era, si ritirò subito. Ma il sorriso

del capocomico gli aveva dato buone speranze. Infatti, egli aveva preso

interessamento per quel personaggio bizzarro, che aveva ridotta ai

minimi termini per conto suo la grande questione dell'essere o non

essere. Ogni volta che gli passava accanto dopo quel fatto, sorrideva

ancora.

Una sera, al momento di andare in iscena, venne a mancare, per un

malessere improvviso, un attore di terz'ordine che doveva comparire

soltanto un momento per annunciare ad un sovrano che la reggia era stata

incendiata dai sudditi ribelli. Erano poche parole. Una comparsa.

— Accontentiamo Tobie Reed — disse il capocomico. — Vestite lui, ed

insegnategli la parte.

Si può figurarsi la gioia, l'esaltazione di Tobie. Aveva raggiunta la

mèta sospirata tanto lungamente. Ecco; un sovrano lo prendeva al suo

servizio; e toccava a lui, Tobie, dare il primo allarme per avvertire il

suo signore dell'incendio.

In un momento tutto si confuse in quella povera testa. Non pensò più ad

altro che al pericolo del sovrano suo signore; se ne appassionò; avrebbe

voluto correre subito da lui; e ci volle tutta a trattenerlo fino al

momento in cui toccava veramente a lui d'entrare in iscena.

Appena gli dissero: _va_, egli balzò con furia fuori dalle quinte, al

colmo dell'esaltazione, urlando come uno spiritato:

— Fuoco! Fuoco! Siamo circondati dalle fiamme!

E la sua voce cavernosa aveva preso un accento così spaventosamente

vero, che il pubblico impaurito rispose con grida di terrore, balzò in

piedi, rovesciò le panche, ed urtando, calpestando tutto, si precipitò

fuori, pazzo di terrore, credendo che fosse realmente incendiato il

teatro.

Naturalmente quel successo impreveduto troncò netta la carriera

drammatica di Tobie Reed, e le simpatie del capocomico per lui. Egli lo

riprese severamente, lo chiamò vecchio imbecille, e lo rimandò con

disprezzo ai suoi lavori manuali.

Fu un avvilimento profondo per Tobie. Avevano forse ragione la Bess ed i

suoi amici. Egli aveva una voce cavernosa che impauriva la gente. Doveva

rinunciare a recitare; rinunciarvi per sempre, perdere la speranza che

aveva vagheggiata per tanti anni.

Ne era profondamente desolato. Ma d'altra parte riconosceva che la

sentenza che lo colpiva era giusta; egli aveva veduto con sgomento la

catastrofe suscitata in teatro dalla sua comparsa; aveva constatati i

danni; non c'era a dire; meritava d'essere espulso; ma era un gran

dolore, un gran dolore!

Soltanto Tobie non riesciva a comprendere come mai — dopo averlo

respinto dalle scene con tanto sdegno e tanto perentoriamente — ogni

volta che si rappresentava l'Amleto il capocomico tornasse ad agitare

fra sè la stessa questione: «_Tobie or not Tobie!_»

Che volesse prenderlo un'altra volta nella compagnia? Riammetterlo alla

difficile prova? Non era possibile; lo aveva chiamato _vecchio

imbecille_; gli aveva imposto severamente di non comparirgli più

dinanzi. Eppure tratto tratto era là daccapo, perplesso, inquieto, a

ripetere:

— _Tobie or not Tobie; that is the question._

A forza di pensarci, il povero Tobie ne perdeva la testa; vaneggiava.

Associava quella scena coll'altra del cimitero, e si faceva delle idee

sempre più confuse e truci. Finì per immaginarsi che il sovrano suo

signore, ch'egli aveva servito così poco, e che ora confondeva con

Amleto, lo avesse condannato a morte per punirlo della scena

dell'incendio, ed avesse ordinato a' suoi sgherri di portargli la testa

del colpevole decapitato.

E Tobie era in grado di riconoscere meglio di chicchessia, che il

sovrano aveva le sue buone ragioni per dubitare dell'identità del cranio

che gli dava il becchino, e per domandare ripetutamente se proprio era

«_Tobie or not Tobie_».

Sul palcoscenico del Walnut-Theatre non erano mancati tiranni

sanguinari, per giustificare le supposizioni atroci di Tobie.

C'erano momenti in cui il pover'uomo, nel suo immenso sconforto, pensava

che, se veramente quel cranio fosse stato il suo, avrebbe rappresentata

una parte nell'_Amleto_, ed una parte importante; e gli doleva quasi di

non essere stato decapitato.

A lungo andare, e col ripetersi di quella scena, il pensiero di Tobie si

fissò con insistenza su quella combinazione funebre, la quale conciliava

il suo desiderio di prender parte alle rappresentazioni drammatiche

colla incompatibilità della sua voce e la sua inettitudine a recitare.

Se avesse potuto davvero mettere là il suo cranio! Ma come fare?

Finalmente, a forza di rifletterci sopra, gli parve d'aver trovato il

modo; e da quel momento il suo spirito apparve più sollevato e

tranquillo. Aveva ancora una speranza, una meta, per quanto stravagante,

a cui rivolgere l'attività della sua mente.

In quell'epoca cominciò a correre voce che Tobie Reed avesse fatto una

ricca eredità. Ma il suo modo di vivere non mutò affatto; continuò a

lavorare tutto il giorno e ad assistere alle rappresentazioni della sera

coll'usata assiduità; la sua casa non s'ingrandì nè si fece più bella;

la Bess continuò a lavorare di cucito per un negoziante di biancheria

come aveva fatto sempre; e la diceria dell'eredità non ebbe più corso.

Tuttavia era stata una ragione abbastanza plausibile che l'aveva

suscitata. Per più d'un mese Tobie s'era mostrato preoccupatissimo della

sua successione. Voleva far testamento; andava domandando a tutti come

si facesse, come potesse esprimere validamente le sue ultime volontà un

uomo che non sapeva scrivere; e se fosse indispensabile ricorrere a un

notaio, e se si dovesse pagarlo, e quanto.

Questo _se_ e questo _quanto_ erano stati due ostacoli insuperabili pel

povero Tobie, ed avevano privato i posteri delle sue ultime volontà.

Egli aveva messo fuori un gran sospirone sulla spesa approssimativa d'un

testamento che gli avevano indicata, e non ne aveva parlato più. Era

evidente che le supposizioni dell'eredità erano state infondate. Tobie

aveva desiderato di far testamento per qualche sua stranezza, come aveva

desiderato di recitare; era stata una nuova manìa; ma in realtà di

patrimonio da legare non ne aveva, dacchè gli mancavano persino i

quattrini per pagare il notaio.

L'anno scorso in principio dell'inverno il signor Edison prese in

affitto il teatro di Walnut Street per un dato numero di sere. Doveva

fare davanti al pubblico i primi esperimenti del fonografo.

Tobie rimase sbalordito quando vide il palcoscenico invaso fin dal

mattino da quelle macchine d'ogni dimensione. Che cosa dovevano farne? E

dove starebbero gli attori? Non gli riesciva d'immaginare che strano

dramma si preparasse. Specialmente quel cilindro, lungo quasi un metro,

montato sopra una specie di cavalletto, con tanta complicazione di

piombi appesi a catene di varie lunghezze, e ruote e manovelle, quel

grande ordigno che teneva il posto d'onore sul davanti della scena, lo

impensieriva moltissimo.

Tutta l'altra serie di fonografi di dimensioni minori, che erano sparsi

su varie tavole, Tobie li credette macchine da cucire, e suppose che le

avessero portate là perchè nel dramma si dovesse rappresentare una

sartoria, un laboratorio, o qualche cosa di simile.

La sera del primo esperimento Tobie fu sollecito ad accorrere al suo

posto fra le quinte, più curioso, più interessato che mai. Non vedeva

l'ora di sapere che parte doveva rappresentare quella macchina.

Cominciò dal non capir nulla, e dal sorprendersi al vedere che non

comparivano attori, che non c'erano scene, che un giovane signore tutto

solo e vestito di nero faceva al pubblico un lungo discorso.

— _It is a lecture_ — è una conferenza — disse Tobie.

Ma la sua meraviglia passò ogni limite, quando vide il giovane signore

accostare la bocca alla macchina misteriosa, e confidare al suo orecchio

d'ottone il solito dilemma che da tanti anni tribolava il capocomico:

— _Tobie or not Tobie; that is the question._

Era dunque per decidere di questo che si era fatto tutto

quell'apparecchio? E che cosa ne risulterebbe?

Tobie aveva finito per rassegnarsi a non essere artista; aveva un altro

progetto che appagava le sue lunghe aspirazioni. Tuttavia fu vivamente

interessato da quel modo tutto nuovo di risolvere una questione.

Dopo aver parlato, il giovane signore passò dietro la macchina e si pose

a tirare le corde ed i piombi.

— Si estrarrà a sorte — pensò Tobie. Ed aspettava di veder uscire da

qualche parte una cartolina su cui fosse scritto il _sì_, o il _no_.

Ma invece fu la macchina stessa che ripetè colla medesima intonazione

piena di dubbi:

— _Tobie or not Tobie, that is the question._

Era stupefacente che quel suo desiderio fosse diventato la

preoccupazione generale. Che persino le macchine si tormentassero con

quella questione. Alla lunga, però, capì che la macchina non aveva

pensieri suoi da esprimere; che ripeteva soltanto quanto le avevano

detto. Ripeteva tutto; colla stessa voce, colle stesse intonazioni! Una

macchina che parlava!

Era un miracolo come quello dell'asina di Balaam.

Ma dopo la macchina grande parlarono anche le piccole, le macchine da

cucire. Il miracolo era più grande d'ogni altro scritto nella Bibbia.

L'asina di Balaam era unica.

Tobie era in un orgasmo straordinario. Nessuna produzione drammatica lo

aveva mai esaltato tanto.

— Parlano! — gridava. — Udite, udite! Vi sono macchine che parlano!

Ripetono una volta, dieci volte, cento volte, quanto hanno udito!

E s'informava se quelle macchine potessero ripetere un discorso dopo un

dato tempo... dopo un mese... dopo un anno...

— Sì, potevano ripeterlo dopo un tempo infinito, purchè non venisse

toccato il foglio di stagnola su cui era rimasta l'impressione della

voce, mediante le oscillazioni inflitte al piccolo perno....

Tobie non comprendeva nulla delle spiegazioni; ma la sua gioia era al

colmo. Batteva le mani, saltava, rideva come un pazzo. Pareva che quella

scoperta lo toccasse ne' suoi interessi più vitali; che l'avessero fatta

esclusivamente per lui.

Quando il teatro fu deserto, egli s'introdusse sul palcoscenico, e passò

parte della notte a far girare il manubrio dei fonografi, ad ascoltarli

ripetere le parole che erano state dette nella serata, a dirne di nuove

ed a farle ridire. E così continuò per tutte le notti finchè durarono

gli esperimenti. Si credeva che lo avesse colto una nuova mania.

— Chiodo scaccia chiodo — dicevano i suoi compagni. — L'idea fissa del

fonografo gli farà passare quell'altra di recitare. Ma sarà pazzo

egualmente. Soltanto avrà cambiato pazzia.

Invece quando i fonografi sgombrarono il teatro, Tobie non ne parlò più;

ed al desiderio di diventare attore drammatico non fece più la menoma

allusione. Si era fatto serio, tranquillo; lavorava assiduamente.

Guarito da quelle idee strane, era un buon operaio ed un buon marito.

Al teatro si diceva per celia:

— Ecco la prima utilità del fonografo. Ha guarito un pazzo. Forse la

serietà di quella scoperta e di quelle dimostrazioni scientifiche gli ha

raddrizzata la testa.

Era questo un risultato non preveduto dal signor Edison; ma un risultato

buono, ad ogni modo; e gli amici di Tobie se ne rallegravano. Ma era

un'illusione, se ne accorsero ben presto.

Un giorno, circa un mese dopo gli esperimenti del fonografo, la Bess si

vide portare a casa il marito sopra una barella tutto insanguinato. Era

caduto dall'alto d'una scala a pioli sulla quale era salito per disporre

i sipari del teatro; era precipitato in orchestra e s'era ferito

gravemente al capo, battendo la fronte contro un leggio di ferro.

Quando lo deposero sul letto, era svenuto. Il medico dichiarò che la

ferita era mortale, e non diede nessuna speranza.

La Bess mandò a chiamare un cugino del marito Seth Reed, il solo parente

ch'egli avesse. Dopo circa un'ora, Tobie si risvegliò dal suo

abbattimento, riconobbe il cugino e la moglie, e stese loro le mani; ma

ebbe appena il tempo di dire:

— Udite, udite. Questa è la mia ultima volontà. Tagliatemi la testa, e

portatela al teatro di Walnut-Street per fare il cranio nell'_Amleto_.

Ricadde sul guanciale; gli prese il rantolo e mezz'ora dopo spirò.

La mania di Tobie Reed non era guarita affatto. Egli visse e morì nella

sua idea fissa di diventare attore drammatico. Soltanto si era

tranquillato perchè, una volta persuaso di non poterci riuscire da vivo,

aveva pensato un modo per riuscirci almeno dopo morto, mettendo sulla

scena il suo povero cranio. E questo lo appagava.

Pur troppo, mia cara, il mio racconto è finito, e debbo riconoscere che

non ha un bel finale d'effetto; anzi non ha finale addirittura, e

termina meschinamente a coda di sorcio. Ma le cose vere non sono mai

così bene organizzate come i vostri fatti da romanzo, immaginati apposta

per fare impressione a chi li legge. La realtà non mira a far

impressione; è quel che è; e per questo i romanzi piacciono quasi sempre

di più.

Ad ogni modo, io t'ho dato un tipo abbastanza originale. Se ti riesce di

creargli intorno un romanzo, una novella, qualche cosa, non mancare di

spedirmene una copia, la prima. Ho tanto bisogno di distrazioni contro

la nostalgia che mi tormenta! Tanto, che t'ho scritto una serie di

pagine abbastanza scipite per ingannare la noia di un lungo pomeriggio,

a rischio di triplicare il porto della mia lettera.

Saluta tuo marito per tutti noi, dammi notizie di voi altri e della mia

cara Milano, e credimi

_Tua di cuore_

La cartella N. 4 · 第 18 / 26 题