Intanto ch'io scorreva cogli occhi e col cuore quel manoscritto, che
a me fu caro ben più di quanto parrà agli altri che lo leggeranno,
il dabben pievano s'era chetamente addormentato nel suo seggiolone a
canto del camino, dopo aver veduto il fondo della sua antica e fedele
_galéda_.
Eran forse passate due lunghe ore, allorchè io rientrando nel
salottino con que' pochi fogli che, per dir vero, senza soverchio
scrupolo m'intascai, lo vidi risvegliarsi di botto e fissarmi in
volto due occhiacci da spaurato; chè, non ricordandosi forse più del
suo forastiero, Dio sa per chi m'avea scambiato in quel momento.
Feci le viste di non accorgermi del terrore che senza volerlo gli
avevo cacciato in corpo, nè di quell'impaccio con cui egli andavasi
raccostando alla meglio lo sbottonato panciotto e la lunga sottana
d'un equivoco negro colore, che nell'abbandono del suo sonnecchiar
vespertino aveva in dietro arrovesciata, non senza mettere un poco in
compromesso la sua gravità di prima.
Lo ringraziai il meglio che seppi della bontà colla quale m'avea
lasciato frugare nel suo studio, e poi, per un certo prurito della
coscienza, trassi di tasca il rotolo delle carte di che m'era fatto
padrone; e gli chiesi il permesso di portarle meco per alcuni dì,
affine di trarne le note che m'occorrevano. Egli allora per dársi un
cotale sussiego d'inquisitoria importanza pigliò lo scartafaccio, senza
badare che lo pigliava alla rovescia; e dato che v'ebbe un'occhiata mel
rendè soggiungendo: — So cos'è, so cos'è... Poh! lo tenete, lo tenete
pur fin che vi grada, ch'io per me di coteste malinconie non ho mai
voluto l'impaccio e tanto meno adesso. E così, a dirla fra noi due, non
mi fossi tirato addosso per que' brutti anni il fastidio di colui che
le ha scarabocchiate tutte quelle pagine; che non l'avrei pagata con
perder l'appetito per più d'un mese. Basta! ebbi il mio santo anch'io,
e per buona sorte la è passata la trista burrasca. Ma v'accerto che
sebben quello fosse una cima d'uomo, come dicono, per me fu il primo
e l'ultimo prete che mi tenni vicino. Mi riuscì di accomodarla con
monsignore; e d'allora in poi, io solo, povero e vecchio qual mi
vedete, ho tirata la barca della parrocchia, e spero continuare per un
bel pezzo ancora!...
Essendo fatta l'ora tarda, mi congedai dal pievano, pensando fra me di
mandargli in segno d'animo grato per il donatomi manoscritto un bel
Breviario nuovo che gli servisse in vece di quello tutto squadernato
e bisunto ch'io aveva veduto sul suo tavolo. E così poi feci, appena
giunto a Milano.
Tornai alla casuccia del mio buon alpigiano. E con lui, il seguente
mattino, volli visitare quella ch'era stata la dimora dell'infelice
don Carlo. Erano poche camerette, anguste, nude, disabitate, cadenti:
e come appartenevano alla prebenda, nessuno le aveva più occupate dal
giorno che il vicecurato s'era di là partito per non tornarvi più. Mi
si serrò d'angoscia il cuore, veggendo che servivano di ripostiglio
alle vecchie e rotte suppellettili della chiesa, e che in fondo della
stanza terrena eran riposti il cataletto de' poveri della parrocchia,
alcuni rugginosi candelabri di ferro usati ne' funerali, due panche
sgangherate, una barella; e nel canto, la zappa e la vanga del
becchino.
Nulla più v'era che serbasse ancora in quel cadente tugurio la più
piccola traccia della memoria di un giusto.
In sul meriggio, salutai la povera famiglia del Bernardo, quelle buone
e sincere creature ch'io aveva già preso ad amare, e che nella fede
de' loro cuori benedicevano tuttora al nome del vicecurato. Allorchè
m'arrestai un poco sul breve altipiano donde si vedevano in gruppo
le prime case di quell'ignota terricciuola, mi venne all'orecchio la
limpida voce argentina della figlia del montanaro che cantava così:
Io la vidi salire alla montagna
Io la vidi seder presso al torrente. —
O mia compagna,
Che fai tu qui?
Salutava cantando il sol cadente,
Povera abbandonata alpigianella! —
L'Ave Maria
Sonar s'udì.
Allora sollevò la faccia bella,
Le parole dicea dal piagner rotte, —
Ma la sua stella
Non apparì.
A mezzo del cammin giunse la notte,
Un nugol nero circondò la luna. —
L'antica Fata
Dall'antro uscì.
Accanto a lei passò la Maga bruna.
Povera alpigianella abbandonata! —
Sulla montagna
Essa morì.
— Chi sa, diss'io fra me, ch'egli stesso, il buon prete, non abbia
insegnato a quella montanina codesti semplici versi modulati su qualche
poetica tradizione dell'Alpi! E il mio pensiero, raffigurando la bella
sembianza dell'Assunta, ricordò ancora la fine della povera Angiola
Maria, alla quale parevami quasi compiangere quel malinconico canto.