I. L'OSPITE MONTANARO.

Cadeva l'autunno del 184*. Sull'imbrunire d'una di quelle care e

malinconiche giornate, in cui le memorie dell'amore e dell'amicizia

risvegliano nell'anima il bisogno di pensare e di piangere, io andava

lentamente camminando sull'alpestre via che conduce al solitario

villaggio di ****. Già avevo dato le spalle all'umide inabitate

reliquie del castello di Fuentes, e più non m'appariva nella lontananza

neppur quell'ultima lucida zona dell'Adda, che sboccando fuor dell'Alpi

di Valtellina s'allarga e s'impaluda là dove comincia ad aprirsi

il lago di Como. Le montagne all'ingiro s'eran velate di quel cupo

uniforme colore che spandono i poetici crepuscoli dell'autunno; e più

non si distingueva nè un villaggio, nè una chiesa, nè un campanile:

appena gli ultimi riflessi del sole già caduto tingevano tuttora d'un

roseo a grado a grado fuggente l'altissima cresta del Legnone, che

sola, fra tutti gli altri monti all'intorno, portava il suo candido

cappuccio di neve.

Io era solo, e non sapendo se, prima della notte fatta, mi fosse

possibile giungere al villaggio il più vicino, cominciavo a trovar la

via più lunga e meno romanzesca che non mi paresse da prima, più umida

e più trista la sera. E dubitai d'aver fallito il cammino; sicchè io

era già sul punto di voltar indietro i passi per tornarne al paese

d'onde veniva. Ma a poco a poco una cotale magia che si diffonde dalla

silenziosa maestà della natura, una specie di vaghezza dolorosa che ne

fa parer bello lo stesso terrore, e in uno quella meraviglia che andiam

sempre cercando nell'incertezza delle cose di quaggiù, mi diedero animo

a continuar la via.

Allora mi venne all'orecchio il rumore d'un passo lento e grave che

moveva dietro al mio, e l'eco d'una monotona cantilena, della quale

non poteva ancora distinguer le parole, ma che aveva non so che di

patetico e misterioso a cui mal non rispondevano i miei pensieri e le

confuse fantasie ond'era occupata in quel momento l'anima mia. Nelle

grandi solitudini, fuor dello strepito degli uomini e della vita, dove

la natura regna ancora nella primitiva e severa sua bellezza, una sola

voce, un suono lontano, un sospiro del vento che ti rechino di nuovo

i pensieri del mondo che avevi, senza saperlo, dimenticato del tutto,

d'improvviso ti rapiscono a quella contemplazione dell'infinito, a

quell'intima forza dell'anima che dianzi ti facevano maggiori di te

stesso, e ti ripiombano nella realtà delle cose, direi quasi, nel

terrore d'esser uomo e d'esser solo.

Mi fermai in mezzo della via, e diedi attento l'orecchio al suono che

andavasi man mano facendo più distinto e più vicino. Egli era forse

(pensai) un alpigiano di quella valle, che tardivo al par di me, si

trovava sulla medesima strada per tornarsene a casa, e ingannava il

tempo e il cammino ricantando alcuna delle vecchie canzoni del suo

paese. Così parevami dicesse press'a poco quella canzone:

Vedi la striscia bianca

Che pare un nugoletto?

Il vecchio non si stanca:

È il fumo del suo tetto.

O mia foresta bruna,

O cime del Legnon!

Passò la terza luna

Che da voi lunge io son.

Ampia, serena e chiara,

Qui l'aria il cor non serra:

La povertà m'è cara

Nella mia poca terra!

La nebbia eterna stagna

In seno alla città:

Cercai la mia montagna;

Sognai la libertà!

Cantar qui m'è concesso

De' miei figliuoli al canto:

Gli antichi miei qui presso

Dormon nel campo santo.

Per me sei vasto e bello,

Povero casolar! —

Ritorna al paesello

Il vecchio montanar.

— Ecco, diceva io tra me, dove si va a nascondere la semplice poesia,

amica del sole e del cielo sereno. Le rimembranze della passata età,

e le schiette, calde fantasie di questi abitatori d'ignote capanne

serbano ancora un'impronta di quella naturale dolcezza antica che noi

perdemmo: sono incolte, ma pur belle le armonie che d'una in altra

generazione consolano le loro veglie invernali, le tranquille domeniche

e gli allegri giorni della vendemmia, quand'essi s'accolgono a crocchio

sulla spianata al raggio del sole occidente! L'uomo della città ritrova

la sua patria per tutto il mondo: non v'è più che il montanaro il quale

ami la sua rupe e la casipola che sopra vi siede, e viva contento della

sua povertà all'ombra del campanile che lo vide a nascere.

In quella, sul sentiero che saliva con rapida svolta verso il colmo

d'una piccola altura, vidi venirne verso di me un vecchio; il quale,

sebben curve le spalle sotto il peso d'un fardello appiccato alla

cima del suo bastone, moveva con passo così alacre e spedito che in

un momento m'avrebbe oltrepassato, ov'io stesso non gli fossi ito a

rincontro, domandandogli: — Brav'uomo, siete del paese?

Egli fermossi: parve maravigliato di trovare uno straniero a sì

tarda ora su quella via. E guardandomi prima un poco, con cert'aria

diffidente, ch'era forse un resto della sperienza di fresco imparata

nella città, mi rispose: — Sì, o signore, torno a casa mia.

— Quant'è lontano di qui il vostro paese? e come si chiama?

— Oh bello! si chiama ****; e in una buona mezz'ora al più, del mio

passo, ci sarò arrivato.

Il nome del villaggio non mi parve nuovo, ma non sapevo in quale angolo

della memoria cercarlo.

— Se non v'incresce, soggiunsi, verrò fino al paese con voi; chè in

mezzo alla notte, e ignaro di questi monti e di queste valli, avrei

tema di perdere il sentiero.

— Come le piace, signore! Ma se mai credesse di trovare alloggio

al paese, cangi pure la strada fin d'adesso; chè sulla costa della

vallata, fra que' sassi del tempo del diluvio, non ci stanno che un

cinquanta povere e disperse tettoje, aperte al sole e alla neve, come

Dio vuole; e son case quelle ove non può dormire se non chi vi nacque.

— Ci sarà almeno il curato; ed egli forse...

— Eh! il curato? so bene che quando alcuno di lor signori capita nelle

nostre parti, si fa servir da osteria la casa della parrocchia; ed

è un onore che fanno... Il curato c'è sicuro, un bravo prete, non fo

per dire; ha un cuor da padre, un cuore proprio da buon montanaro. E

pure...

— E pure che cosa, amico mio?

— Ecco, vorrei dirle, non so se il signor curato vedrà tanto volentieri

in casa sua la faccia d'un forastiero. Egli fa la vita del romito;

quella poca terra e que' scarsi livelli che fanno tutta la prebenda,

gli bastano appena per non morir di fame. Perchè, il paese è povero,

caro signore; e anche noi vecchi, quasi ogni anno, dobbiamo andarne

a cercare un po' di sorte alla Bassa, e dopo aver tagliati i boschi

de' nostri monti, girare laggiù facendo il manovale, o qualch'altro

duro mestiero. Ma intanto, con la grazia di Dio, la si campa da povera

gente.

— E voi credete dunque che il vostro signor curato avrebbe cuor di

lasciarmi sulla via? Eh! per un uomo che insegna il vangelo sarebbe una

bella carità!

— Non è questo; ma gli è che pur troppo nella nostra povera terra,

benchè rintanata fra l'Alpi, i forestieri han finora condotto la

mala fortuna. E il paroco anche lui, vede, ha dovuto imparare a non

creder troppo alla gente, dopo la disgrazia del nostro vicecurato...

Oh! ma quello sì era un uomo! che cosa dico? era un santo, la nostra

provvidenza. Bisognava vederla quella testa che pareva inspirata

veramente dal Signore! Così giovane e così sapiente! E il suo cuore,

chi nol conobbe, chi non l'ha benedetto?... Egli spartiva con noi

il suo pane, egli andava a comprare del suo le medicine per i poveri

malati, e veniva a consolarci nella disgrazia, o a piangere con noi:

tutti, dal primo all'ultimo, vecchi, uomini e figliuoli, noi abbiam

imparato a ripetere il suo nome con una benedizione.... Oh! chi

l'avesse veduto com'io che andavo in casa sua tutt'i giorni per que'

pochi servigi che gli occorrevano!... Bisognava poi sentirlo, come lo

sentivano tutti quei della vallata, che venivano a frotte quand'egli

predicava e parlava delle cose del Signore, che dovevasi proprio dire

ch'era la verità santa. Anche il signor curato, quantunque vecchio e

superior suo, lo stimava come un dottore, lasciava facesse tutto lui;

e quell'uomo del Signore era veramente il nostro padre, il nostro

fratello.

Mentre il vecchio alpigiano così mi parlava, mi risovvenne il come non

mi fossero ignoti quel paese e la sventura del vicecurato: la quale io

aveva udito raccontare alcuni anni innanzi, e m'avea dato di potere

scrivere nella pace della giovanile mia stanza un libro semplice ma

vero; un libro che nel gran vortice della letteratura dovea sortire un

destino ben più lieto di quanto (non per la consueta umiltà d'autore,

ma per coscienza di sè) avesse sperato mai colui che lo scrisse. E mi

cadde in mente che più d'uno trovò ravvolta di soverchio mistero la

storia di quel prete, credendo così tutt'altro che vera una sciagura

ch'io non aveva potuto raccontare in modo più chiaro.

In quel momento, trovandomi a pochi passi dal villaggio, in cui visse

per alcun tempo il buon prete del quale parlavami il montanaro, pur non

sognando, per certo ch'io l'avessi mai conosciuto, pensai che il caso

m'offeriva forse un'occasione di saper qualche cosa di più che da prima

non avessi potuto raccapezzare di quella storia buja, o se non altro di

visitare i luoghi, dove quell'anima eletta così piena dell'amore degli

uomini e del desiderio del bene aveva lasciato la migliore eredità che

di noi possa restar sulla terra, una memoria incontaminata e benedetta.

E tutto in questo pensiero, ringraziai la fortuna che m'avea messo per

quell'alpestre contrada e fatto compagno di via del buon vecchio. Il

quale continuava con le schiette e vive sue parole a ragionarmi delle

virtù umili e grandi del vicecurato, e ripeteva a ogni poco che il

Signore l'aveva rivoluto troppo presto con lui.

Il montanaro sapeva solo che negli ultimi dì del viver suo l'infelice

prete aveva patite grandi e immeritate sciagure, sapeva ch'era morto

lontano lontano di là, e che la sua famiglia era ita per il mondo alla

misericordia di Dio. Io mi guardai bene dal rivelare all'onest'uomo

il poco che m'era noto della tremenda verità; chè temevo quasi rapire

all'anima sua semplice e buona quel culto segreto, quel religioso amore

che serbava ad una vita caduta sì presto in man de' cattivi, e ch'era

stata (per dir come il buon montanaro) la vita d'un martire.

Io camminava a fianco del vecchio, senza dirgli più nulla, e lasciando

che a sua possa egli interrompesse l'alto silenzio della notte,

parlandomi della sua montagna e delle città vedute, del suo paese, del

magro ricolto, del maggior figliuolo morto da pochi mesi, e dell'altro

partito l'anno innanzi coscritto militare, che più non sperava

rivedere, vicino com'era ad andarne a star co' suoi vecchi. — I miei

pensieri ritornavano a quegli anni in cui avevo anch'io conosciuto

e amato il misero vicecurato, e s'eran fatti così dolorosi ch'io

sentiva a quando a quando alcuna lacrima cadermi dagli occhi. E pure,

erami dolce in quell'ora il pensare alla mia patria!... Il montanaro,

accorgendosi ch'io più non dava mente alle sue parole, guardava la

luna che allora appunto si levava limpida e bella, come un diadema

d'argento, dietro gli altissimi gioghi dell'alpe; e canterellava ancora

a mezza voce:

Cercai la mia montagna,

Sognai la libertà!

Dopo un'ora buona di cammino (poichè su per la via de' monti, quando

vi dicono una piccola mezz'ora s'intende un'ora grossa al manco)

cominciammo a trovar le prime case del villaggio. Non si vedeva

più neppure un lumicino, ch'era già spento ogni focolare; nulla che

rompesse l'alta quiete notturna, se non il lontano romoreggiar del

vento fra le cime de' pini e degli annosi castagni; talchè mi pareva

d'attraversare un di que' paesi adombrati, morti, che talora ne

fuggono dinanzi agli occhi ne' sogni. L'alpigiano mi condusse lungo la

costiera per certe viottole che facevano giravolta a ogni cinque passi;

e calando sempre, si fermò alla fine dinanzi un casolare isolato,

dicendomi: — Questa è casa mia.

E battè forte all'uscio.

— Nessuno m'aspetta per certo, ripigliò poi: la mia vecchia e

l'Assunta, la figliuola del mio povero Pietro, mi credono ancora

laggiù alla fiera di Delebio; e il Sandro, quell'altro disutile che

m'ha lasciato, sarà ancora sull'alpe con le poche bestie, finchè vi

abbia pur qualche spanna di terra erbosa; le altre due grame vacche,

poveraccie! le vendei sulla fiera: chè aspettiamo una trista invernata;

e non potendo far vivere le bestie, bisogna pensare a campar noi.

Tornò a battere, e una voce rispose di dentro; poi s'udi uno strepitar

di zoccoli accorrenti, e levarsi il travicello che sprangava l'uscio, e

due donne in un gruppo comparir nel vano della porta: una d'esse teneva

alzata dinanzi agli occhi una fumigante lampanetta che maggior lume non

mandava d'una lucciola estiva.

— Oh Madonna santissima! disse la vecchia, siete voi?

— O caro il mio nonno! soggiunse la fanciulla che, vedendo uno

straniero, ardiva appena far capolino dietro la spalla della vecchia.

Che il Signore vi benedica! Ben lo diss'io che non poteva esser altri

che voi.

Entrammo nel casolare. Il messere col quale, camminando di conserva, io

aveva fatto più ampia conoscenza, e in cui veramente io vedeva uno di

que' patriarchi di montagna che più non si trovano se non là dove si

respira l'aria libera e pura, mi fece sedere sotto la capanna del suo

camino, dinanzi un'allegra vampa di rami secchi che le due donne ebbero

presto accesa sul largo focolare. Poi mi profferse di spartir con lui

quella poca di cena che trasse fuor della sua bisaccia, un resto di

pollanca fredda, e un bel pane bianco, messi in serbo la mattina: però

che l'ospite mio, come poi seppi, era un di quelli che nel paese poteva

dire la loro ragione, e possedeva terra e bestie, essendo da vent'anni

e più il primo deputato della comune.

Piacquemi di trovare ancora fra queste buone creature un esempio

dell'antica ospitalità a cui il mondo più non crede; e, rese grazie

all'onesto vecchio della sua cordiale profferta, accettai di preferenza

dalle mani della giovane montanina una colma scodella di fresco latte.

L'Assunta era una fanciulla di sedici anni, una brunetta dalle pupille

di foco e di forme spigliate e snelle: il breve guarnelletto turchino

lasciava vedere un bel piede e una gamba fatta al tornio; il suo busto

di lana rossa le serrava bene alla persona; e il bianco fazzoletto,

che teneva aggruppato di sotto al mento, faceva spiccare di più i bruni

contorni del suo viso e le due lunghe treccie di bei capegli neri che

le scendevano sul seno. E pure non era bella l'Assunta; ma aveva nella

sembianza quella dolcezza che annunzia la pace del cuore, e negli occhi

vivaci quella gioia che accompagna i semplici pensieri: ma nel lindo

suo vestire, nell'ingenua sua positura, seduta qual era sulla grossa

radice d'un albero a canto del focolare e intenta all'avolo suo che

andava narrando tutto quanto aveva detto e fatto da che s'era partito,

l'Assunta mi parve in quel momento una poetica figura, e poco mancò che

i miei pensieri pigliassero tutt'altro colore e che un diverso perchè

mi facesse fermar dimora in quella lontana e povera vallata.

A poco a poco, senza metter ombra alla sincerità del vecchio lo

ricondussi sulla via di parlarmi del vicecurato; e gli dissi che, per

me, ero contento di dormir quella notte, per qualche ora, in un angolo

della sua cucina, facendomi letto d'un bel mucchio di secche foglie

colà raccolte; io pensava che miglior giaciglio non avrei forse trovato

a venti miglia all'ingiro, e che così solevano dormire al tempo antico

paladini e trovatori.

— Or fa sett'anni, mi narrava il messere, noi avevamo ancora il nostro

vicecurato. Egli ne conosceva tutti dal primo all'ultimo, veniva a

sedere presso i nostri fuochi, nelle nostre povere stalle; nè mai

s'intese parlar meno di disgrazie nel paese che in quel tempo. Già vel

dissi, egli era il braccio destro del signor curato, e ogni cosa egli

facesse, era per lo meglio. Aveva un'anima santa, e quanti de' nostri

può dirsi, tornassero a vita per quella speranza ch'egli solo sapeva

dare, per quell'amore con che faceva carità a tutti di quel poco che

possedeva. Egli ci diceva sempre: — Sono povero anch'io al par di voi

altri, sapete! Ma il Maestro in nome del quale io vi parlo volle essere

quaggiù l'ultimo degli uomini; ed io v'amo tutti come miei fratelli...

La povertà è la terra di promissione.

Queste poche parole, ricordate nell'umile dimora con un sacro rispetto

dal montanaro, mi ridipingevano alla mente l'austera e pallida figura

di quell'uomo che aveva sostenuto quaggiù, per quanto era in lui, il

còmpito della verità e del sacrificio. Chiesi allora al buon vecchio

perchè e come mai l'avessero perduto quel loro padre e amico: ed egli,

dopo aver sospirato, guardommi con non so qual turbamento. Poi, con

voce commossa continuò:

— Un giorno, era nella state del 183*, una brutta giornata d'agosto,

nella quale tre temporali maledetti si scatenarono un dopo l'altro

su questa povera nostra valle, comparve qui nel paese un giovine

straniero, perduto forse sulla via, come lei in questa notte. Con

sè non portava nè bagaglio nè altra cosa; ma andava chiuso in un

mantellaccio e teneva calcato fin sugli occhi un cappello acuto

all'alpigiana. Al primo tetto che trovò, chiese alla Menica, la quale

stava filando sul suo uscio, quale fosse la casa del vicecurato. La

Menica a quella domanda, alla foga, all'agitazione dello straniero

che guardavasi indietro ogni momento, capì bene che colui, quantunque

vestisse il giubbone di lana e portasse le grosse scarpe del montanaro,

era tutt'altro da quel che compariva. E com'io appunto di là passava,

mi fe' un cenno del capo domandandomi se volessi accompagnar quell'uomo

alla casa del vicecurato. Io, che fo sempre di cuore un servigio al

prossimo, dissi al giovine che mi tenesse dietro, e m'incamminai lungo

la ripa, fino alla chiesa: colui mi stava alle calcagna, fissandomi con

cert'occhi che m'avrebbero fatto paura, se non mi fossi addatto che

il falso montanaro pareva aver egli stesso una gran paura in corpo.

Il signor vicecurato, quando fummo a due passi da casa sua, usciva

appunto, con un libro sotto il braccio; come soleva sempre a quell'ora,

quando andava solo a girar per la montagna. Il giovine gli corse

innanzi, ed appena i loro occhi s'incontrarono, vidi don Carlo diventar

tutto bianco nel viso, e levar la mano verso di lui, come per parlare

e non poter dir parola; ma poi subito ricomporsi, pigliar per mano il

forestiero, e rientrare con gran furia in casa. Ed io che, senza nulla

comprendere, faceva per andargli dietro, udii serrarmi dinanzi quella

porta che da tant'anni era sempre stata aperta a tutti.

— E non si venne poi a sapere chi fosse lo straniero? domandai.

— Quel giovine, poi che andò là entro non fu più veduto uscirne.

Chi disse vi sia stato chiuso tutta la notte, chi tre giorni, e chi

più d'una settimana: chi fosse, nessuno il seppe mai. Pietro il mio

figliuolo, che allora era ancor qui con noi, mi raccontò d'averlo

veduto passare il dì seguente, prima che l'alba uscisse, e andarne

in compagnia del vicecurato per la selva de' pini, e arrampicarsi

poi verso il Sasso Aguzzo; in somma chi ne disse una, chi un'altra;

io per me non potrei giurar nulla. Quel che so pur troppo è che

da quell'ora don Carlo non fu più lui; era sempre malinconico, non

parlava quasi mai: ed io, che lo vedeva ogni mattino, lo trovai più

d'una volta seduto al tavolo della sua stanza, con un gomito sur un

vecchio librone e la testa appoggiata alla mano, intanto che scriveva

e piangeva. Appena si fosse di me accorto, faceva il viso sereno e

alzandosi mi pigliava per mano, e mi chiamava il suo buon Bernardo, il

suo amico vero. Più d'una volta mi domandò s'io mi sarei sempre di lui

ricordato, ove mai gli fosse toccato di lasciar la nostra valle in cui

aveva passato quattr'anni di pace... Alcun tempo di poi, il vicecurato

partì per il suo paese, ch'è sul lago di Como, e mi disse che n'andava

a vedere per l'ultima volta il suo vecchio padre moribondo: stette

lontano quasi tutta la state, poi tornò in mezzo di noi, salutato e

venerato dall'amore di tutti; chè senza lui ne pareva d'esser come

pecore senza pastore. Passò anche quell'inverno, venne la primavera; e

il vicecurato, da un dì all'altro, senza che alcuno ne sapesse nulla,

abbandonò di nuovo il paese, e andò, s'è vero quel che fu detto, laggiù

fino a Milano. Quella mattina, egli stesso venne qui a salutarmi;

il fuoco era acceso come adesso, ed egli sedette su quello scanno di

paglia dove lei siede adesso, mi consegnò la chiave della sua casa, e

mi disse addio. Dopo quel dì non ricomparve più ne' nostri monti.

Così narrava l'alpigiano, e il suo racconto m'invogliò più che mai di

penetrare il mistero che pareva circondar gli ultimi anni della vita

del buon prete, quantunque un segreto presentimento mi dicesse che la

causa della sua sciagura era stata troppo alta e tremenda, e che, per

quanto avessi potuto raccorre della verità, non mi sarebbe fatto per

certo di rivelar del tutto quel mistero all'anime compassionevoli di

coloro che avevano già versata qualche lagrima sull'umile storia di

Angiola Maria.

Ma pure, confidando di trovare almeno qualche dimenticata reliquia

delle memorie del vicecurato che mi facesse più sacro il nome suo e più

nota la sua preziosa virtù, determinai di condurmi la vegnente mattina

a visitare il signor curato per cercar la via d'alleggerirgli un poco

la coscienza di que' vecchi segreti che certamente gli dovevano pesare.

Il montanaro, vedendo ch'io me ne stava imperterito senza più dargli

ascolto, credè mi tornasse indifferente il suo discorrere, o fossi

colto dal sonno: m'offerse allora il suo letto, ch'era nella stanza

superiore, ma ch'io non volli a ogni patto accettare; contento di poter

dormire una notte sulle foglie secche, come una volta il romeo che

tornava di Terra Santa.

Dettogli che sprangasse di nuovo la porta e addormentasse il fuoco

sotto le ceneri, diedi all'ospite mio la felice notte: e ravviluppato

nel mio mantello mi gittai su quel silvestre letto de' nostri

primi padri. La buona comare faceva l'alte maraviglie; la fanciulla

guardavami di sottecchi, lasciando sfuggire un involontario riso, e

l'una e l'altra s'avviarono sulla rozza scaletta che appoggiavasi alla

parete opposta al camino; poi sul pianerottolo si fermarono un poco;

e dall'alto guardando giù nel cantuccio dov'io stava mi salutarono

un'altra volta e disparvero.

Io dormii un sonno intero e tranquillo, come da lungo tempo non aveva

dormito; ma sognai l'Alpi e il lago, e la povera casa del vicecurato

e gli occhi limpidi e bruni dell'Assunta, la gaia figliuola del

montanaro.

Sorsi coll'alba e trovai già levati i miei buoni ospiti. La giovinetta,

sulla breve spianata dietro la casuccia, stava mugnendo la sua piccola

giovenca; e il vecchio messere era già pronto a servirmi di guida per

la valle e sul monte; poichè la sera innanzi io diceva che volontieri

avrei fatto un'escursione nel dintorno. Ma non appena seppe ch'io

voleva prima di tutto far la conoscenza del signor curato, si esibì

di condurmi a lui, contento, a dir poco, ch'io avessi preferito nella

passata notte la sua umile dimora a quella del curato medesimo. Allora

seguitai i suoi passi, facendo alle due donne promessa di ritornare.

Il curato di **** aveva veduto passare la metà de' suoi settant'anni

in quell'ignota parte di Valtellina: la sua era forse la più povera

pieve della diocesi. Uomo semplice e dabbene, di timida e ombrosa

natura, egli avea menato colà una vita così solitaria, così uguale

che quasi la sua povertà gli era divenuta necessaria; e da nessuno al

mondo invidiato, non portava invidia a nessuno. In tutto quel tempo,

l'unico avvenimento che turbasse la lunga pace di lui, fu la vicenda di

don Carlo, il suo vicecurato: quella storia, nella quale non seppe mai

veder chiaro, era stata per lui come lo scoppio d'una bomba; e soleva

dire ne' momenti di grande espansione di cuore: — Guai a questo mondo

a chi non vuol tacere! io per me veggo che non potrò rifarmi più da

questo tracollo!

Quel buon uomo adunque rimase in sulle prime tra insospettito e

impacciato dall'inattesa mia visita. Mi guardava di traverso con una

cotal ciera scura in uno e piacente, e a ogni mia domanda rispondeva

appena con qualche fugace monosillabo, quasi avesse temuto che gli

rubassi i pensieri. Ebbi un bel dirgli il mio nome, il caso che m'avea

fatto capitare in que' luoghi, e l'intenzion sincera d'andar cercando

per quei contorni i pochi avanzi del tempo antico, da' quali potessi

cavar qualche vecchia storia da fare un libro; egli lasciava morir

sempre il discorso, e pareva tentasse ogni uscita per salvarsi dal

pericolo della conversazione. Lasciai sfuggirmi di bocca il nome del

suo antico vicecurato, e dissi che l'avevo un poco conosciuto; mi

rispose con un gelido: _Ah sì?_... e per quella mattina non potei

strappargli più sola una sillaba.

Allora m'accommiatai da esso, ma non senza chiedergli licenza di

tornare a presentargli il mio rispetto innanzi abbandonare il paese.

E per tutto il dì n'andai vagando in compagnia del mio ospite su

per le vicine montagne, al raggio d'un bel sole d'autunno, e ben

lieto di vedere un lembo di quella terra che nel passato secolo era

stata testimonio di lunghe e feroci guerre di parte, quando in essa

soffiarono sì forte la libertà e la riforma.

Ma la ritrosia del signor curato non mi tolse dall'intento mio: e

quella sera medesima, io era amichevolmente seduto vicino a lui ad

un piccolo desco, dinanzi ad un certo botticello di legno, colmo

dell'ottimo vin di Sassella: un orciuolo d'antica foggia, col beccuccio

sporgente che quegli alpigiani chiamano ancora _galéda_, come lo

chiamavan press'a poco i Romani. Fosse virtù di qualche libagione del

patrio suo vino, fosse il consiglio della fedele sua Brigida e del

mio ospite montanaro, il vecchio paroco s'era ammansato, e potei a

poco a poco entrargli in buona grazia. Tempestato dalle mie inchieste

sulle cose antiche del paese, egli non trovando più il filo d'uscir

del laberinto in che s'era messo, scappò a dire che se ci fosse stato

ancora il suo _quondam_ vicecurato, il quale ne sapeva anche di troppo

e aveva scritto un mucchio di scartafacci appunto sulle antichità ch'io

cercava, m'avrebbe potuto dire di quegli antichi tempi di miseria tutto

quanto io voleva e non voleva sapere.

Allora il posi alla stretta; ed egli mi confessò che di fatto don Carlo

gli avea lasciato una confusione di quadernacci e di fogli sparsi dove

forse avrei potuto pescar notizie; ma che, non avendo egli mai avuto

nè tempo nè voglia di leggere quella scrittura così fina e minuta,

giacevano tutt'ora in un cassettone dimenticato del suo studio, se pure

i topi avevano loro avuto misericordia. In quella, con generoso atto

si tolse fuor dal taschino de' calzoni, la chiave dello studio e me la

porse. Non mi parve pur vero d'aver sì presto guadagnata la vittoria; e

colta la palla al balzo, come si dice, presi un lume e penetrai nello

studio, del curato. Frugai arditamente nel barcollante cassettone, e

trovai molte memorie di cose antiche, di che forse mi gioverò un'altra

volta, se a me non verranno meno il tempo, l'amicizia del lettore e la

sua pazienza.

Fra quelle venni a capo di raccogliere le poche e scucite pagine del

manoscritto del buon prete; e stimai di darlo fuori tal quale; perchè,

leggendo que' caratteri e ripensando a quell'uomo del sagrificio,

mi rasciugai qualche lagrima, e dissi nell'anima mia: — Tu solo il

giudicasti, o Signore! ed i figliuoli degli uomini avranno speranza

sotto il velame delle tue ale.

Angiola Maria: Storia domestica · 第 83 / 105 题