Chi non vide la bottega del signor Samuele, il nostro speziale, in
quella notte, non penserà forse ch'io possa,
«Credendo e non credendo, dicer vero.»
Fu un agitarsi, un andar e venire, una faccenda, un tramestío, che a
memoria d'uomo non s'era mai veduto il simile in quelle quattro mura; i
novellieri del paese n'ebbero a cianciar per lungo tempo, e a farne le
più belle e strane conghietture del mondo.
Nel mezzo della stanza, sopra il seggiolone ch'era là, solito trono
d'ogni sera del signor curato, giaceva coricata e sostenuta da alcuni
guanciali, la povera giovinetta, la quale non dava più nessun segno
di vita. Erane il viso bianco e smunto, e solo al contorno degli occhi
infossati e delle labbra sottili appariva dipinto d'un rossor livido,
cupo e morente nel pallidissimo colore della fronte e delle gote;
ma gli occhi eran chiusi, le braccia al lungo del fianco distese,
irrigidite; e tutta la bella persona immota, raggruppata, per così
dire, in sè medesima e co' ruvidi panni raccolti d'intorno, che
s'informavano dalle dilicate membra, era stesa nella grave, abbandonata
positura d'un cadavere.
Presso a lei, curvo sopra uno de' bracciuoli della seggiola, stava il
giovine inglese, muto e smorto esso pure, quasi come la svenuta; e le
sue pupille senza moto non si staccavano mai dalla faccia di Maria; la
quale posava con la testa arrovesciata all'indietro, come se l'anima
di lei avesse già abbandonata quella sua verginale dimora. Nè altra
cosa rivelava la vita in quella strana immobilità del giovine, fuorchè
il leggero mover delle labbra, quasi che pronunziassero parole senza
suono, e tremassero commosse dall'incerto e sublime sorriso che fu dato
solamente al dolore, quando ancora non abbia perduta tutta la speranza.
Con le faccie lunghe, curiose, guardandosi di sottecchi a ogni
momento, uno in atto d'interrogare come la sarebbe ita, e l'altro di
rispondere che non lo sapeva, se ne stavano il signor curato e il
deputato politico, dietro il seggiolone, presso d'un tavolino; sul
quale vedevasi lo scacchiere abbandonato, con le pedine sparsevi sopra:
e da certe occhiate, che i due lasciavan cadere su quello a ora a
ora, s'indovinava in essi il rammarico della partita intralasciata. In
mezzo a loro allungava il collo, come il solitario cappone dalla stia,
l'agente comunale, quotidiano testimonio e giudice delle sette disfide
de' due campioni a dama.
Colui che dall'altra parte gesticolava con gran foga nel parlar
sottovoce al dottore, era quel vecchio galantuomo del signor Gaspero;
egli, ragionando, spiegazzava la gazzetta che ancor teneva fra le mani,
l'ultima capitata al paese in quel dì stesso. E qui, torna bene che
conosciate la prudenza del curato; il quale, dopo il brusco esempio
di quel disgraziato don Carlo, aveva smesso non poco del suo ardore
politico; e, ceduto il diritto della lettura al signor Gaspero, si
era rassegnato alla parte d'ascoltatore, accontentandosi durante la
sessione parlamentaria in casa dello speziale, di scrollare il capo,
fregarsi le mani, o d'andar traendo lunghi sospironi, o di sogghignar
fra sè e sè; il qual diplomatico suo vezzo faceva allora il termometro
infallibile della politica del paese.
Intanto lo speziale e il dottore s'affaccendavano a gara intorno
alla tramortita fanciulla, con una sollecitudine e un'umanità degne
veramente del secol nostro; e mettevano alle prove la dottrina e l'arte
per richiamarla alla vita, e per conoscere se mai un palpito ancora
poteva essere suscitato in quel cuore che più non batteva. Lo speziale,
rimboccato un lembo del suo grembiule di tela roana scura, e inforcato
il naso con gli occhiali, davasi attorno con una premura, un affanno da
non dire, e rimestava le cassette, gli armadii e le scansìe, le quali
dalle spalancate vetriere presentavano la tremenda falange de' vasi
e delle boccie di polveri e manteche, d'olii e di sali, di succhi e
quintessenze, da disgradarne Avicenna e Hanhemann. Il dottore aveva già
invano sperimentato di stropicciar le tempie, la fronte e i polsi della
giovinetta con essenze spiritose, e metteva giù con dispetto le inutili
ampolle; invano le aveva posto sopra il seno de' pannilini riscaldati,
e di grosse coperte le aveva ravvolte le insensibili membra. Tutti
volevano dir e fare; proponevano, discutevano, parlavano tutti in una
volta; era un trambusto, un frastornío, che avrebbe potuto risvegliare
i sette dormienti della leggenda. — E quella gran gara era l'effetto di
due sole parole, pronunziate dal nostro giovine eroe allorchè, entrato
nella bottega, con infinito stupore e maraviglia di tutti, recandosi
su le braccia la svenuta fanciulla, depose sul seggiolone il caro suo
peso, e disse: — Tutto quanto io posseggo a chi salva questa giovine!
Ma poichè il mio racconto, con vostra buona pazienza, cammina a
rilento, non v'incresca di volgere indietro un'altra occhiata.
Era passato più d'un mese dal dì che Arnoldo abbandonava Milano, per
venire in traccia della perduta Maria. Se vi ricorda, quando seppe
ch'essa non era più nella bottega della crestaia, nè potè averne
in altra maniera notizia alcuna, si mise in mente che la si fosse
ricoverata al suo paese, presso alcun parente; e partì con questa
certezza. Venuto fino a ****, prese a pigione una parte dell'antico
palazzotto, ove suo padre aveva prima dimorato; ma quant'egli fece
per trovar qualche traccia della giovine orfana, fu tutto vano. Queste
ricerche replicate e sempre perdute gli facevano scorrere nell'affanno
e nel dubbio i tristi giorni dell'inverno; e un mese così passò.
C'erano pure alcuni dì, ne' quali sentiva ancora di vivere: eran
quelli, in cui salito in sella d'un giovine cavallo, che da un pacifico
Comasco aveva in quel torno comperato, s'arrischiava su per le rotte
strade delle montagne, sfidando l'aspreggiare della stagione, e la
traversìa de' venti. Quelle corse selvagge lungo i margini dell'acque
e sopra i fianchi de' dirupi, gli ricordavano la sua patria, il suo
cielo, le nebbie del mare, il castello del buon zio, la combattuta
sua giovinezza; tutta la prima, la vera poesia dell'anima vergine e
ardente. Poi succedevano de' giorni, ne' quali gli tornava incresciosa
la vita, e gli pareva che al suo soffrire non restasse altro conforto
che un novello soffrire. Allora se ne stava, le ore intere, appoggiato
alla finestra della sua stanza, guardando il lago, e si sprofondava
nella meditazione e nel passato: un volume, suo fedele amico, un bello
Shakspeare, ch'era un ricordo del cugino Randale, del compagno de' suoi
prim'anni, gli stava aperto dinanzi; e gli uomini disegnati da quel
gran pittore dell'anima e della vita pigliavano agli occhi suoi figura
e movimento. Vedeva sè stesso nello sfortunato Edgardo, il figliuolo di
Glocester; piangeva al sublime delirio, alle cocenti lagrime di Lear,
fremeva a' soliloquii di Macbeth, e pensava a suo padre; per lui, la
tenera Cordelia, l'innamorata Desdémona, la dolente Caterina, eran
sempre Maria. Altre volte, e il più sovente, camminava di buon mattino
fino alla casetta d'Andrea, che la vecchia Marta abitava ancora, quanto
solitaria e grama, lo pensate! E' vi restava per tutta la giornata,
seduto in un canto del focolare, poco lontano dalla vecchierella; la
quale non faceva che parlargli di _quella cara tosa_. Era la meschina
dimora unico avanzo del bene della fanciulla; e senza il buon signor
Gaspero, che aveva salvato per miracolo dagli artigli dell'esattore
comunale la casa e la vigna, tutto sarebbe stato perduto. Egli poi lo
fece perchè, a dirvela in confidenza, sentiva ancora il batticore per
la giovinetta, che si ricordava d'aver le tante volte fatto ballonzare
piccina su le sue ginocchia.
Arnoldo dunque contemplava, con l'anima tremante e con lo sguardo
fisso, atterrito, immobile, la faccia della fanciulla; e stava spiando,
se in mezzo a' tormenti, con che il dottore e lo speziale straziavano
quella bianca e dilicata creatura, il cuore e le labbra di lei si
riaprissero al gemito dell'esistenza. Con ambe le mani e' le strinse la
destra agghiacciata, e avvicinandola alle sue labbra, con quell'affetto
che solo può essere consacrato dalla terribile idea della morte,
v'impresse un lungo ardente bacio d'amore, delirando quasi che con quel
bacio gli fosse dato restituirle la vita; come Romeo, quando venne alla
tomba di Giulietta.
La baciò di nuovo, la contemplò... soprastette... E poi, balzando
d'improvviso, con un accento soffocato dall'impeto della gioja,
proruppe: — Ella vive ancora!...
Non era una vana illusione; quella fredda mano aveva risposto al premer
delle sue con un bàttito leggero, fuggitivo. Era il tornar della vita;
egli allora, tutto tremante di speranza e di terrore, le posò la destra
sopra il seno, e quel leggier risalto si ripetè: era il cuore che
ripigliava il suo palpitare.
Nè molto andò ch'essa riaperse e lasciò errar debilmente all'intorno
gli occhi estatici e muti; e fece come un grande sforzo per sollevare
la testa; poi gli occhi si richiusero, e la testa ricadde. Arnoldo
sentì di nuovo la crudele stretta dell'angoscia, e il suo volto si
ricoperse di mortale pallidezza. Allora afferrò per un braccio lo
scompigliato dottore che gli era vicino, e fortemente scuotendolo, — Mi
rispondete voi della sua vita? domandava con alto spavento. Ed esso,
sotto la tortura di quelle valide stratte, balbettava: — Rispondo,
rispondo io... Non tema; mi lasci, mi lasci andare!...
— Ma questo letargo mi spaventa! replicava il giovine, dando un altro e
più fiero squasso al braccio del povero dottore.
— Non tema, questi rispondeva, è un semplice sopore, è una cosa
naturale... Io me l'aspettavo... bisogna che sia così!
Ma lo speziale, veduta quella potente dimostrazione, rinunziava
all'intrapresa cura, alla speranza del grosso regalo; e cautamente,
come un buon capitano che prevede a tempo il pericolo, ritiravasi
dietro la trincea del suo banco.
Intanto bisognava pensare a collocar la malata in qualche altra parte,
dove potesse riposare, meglio che non in quel duro seggiolone del
curato; bisognava trovare una camera, un letto: lo speziale era nel
cimento d'offrir il suo per quella notte, e Arnoldo già aveva risoluto
di farla trasportar nella villa; quando il signor Gaspero venne fuori
col miglior consiglio: e fu, che mandassero a chiamar la Marta, e
portassero la fanciulla nella sua propria casa, che non era lontana; e
così almeno la poveretta, al suo risvegliarsi, sarebbesi trovata sotto
un tetto conosciuto, tra le braccia d'una persona amica.
Mandarono dunque per la Marta; e come la buona donna si rimanesse
consolata insieme e sbigottita, tra la contentezza di riveder la
sua Maria, e il dolore di ritrovarla in quello stato, può credersi
appena. Ma Arnoldo e il dottore pressavano, sicchè ben presto ebbero
trasportata la giovinetta, tutta ravviluppata nelle coltri, a casa sua;
dove giunti, la posero in quella camera, ch'essa un tempo occupava, nel
suo letticciolo, ch'era ancor rifatto.
Essa era tuttavia immersa in un sopore profondo. Arnoldo, che l'aveva
sostenuta tra le sue braccia, con quella cura attenta e gelosa della
quale solo l'amore è capace, si trattenne per lunga pezza appiè del
letto; e, seduto sur uno sgabello, col capo chino su le ginocchia,
s'abbandonò a lunghi e dolorosi pensieri. Poi, avendo il medico
raccomandato gran silenzio e quiete, acconsentì a ritirarsi nel
piccolo andito vicino, e si riposò sopra una seggiola, presso la porta
socchiusa della cameretta: donde gli giungeva all'orecchio l'affannoso
e grave respirar di Maria, la quale, riavuta alfine dal suo lungo
svenimento, era caduta in un sonno profondo. Marta stette a vegghia
tutta la notte presso il capezzale della fanciulla.
La mattina seguente, sul primo albeggiare — erasi il cielo durante la
notte sgomberato dalle nuvole, e risplendeva uno di que' dolci soli
d'inverno, che consolano il cuore degli uomini e la malinconia della
natura, uno di que' soli che, dopo l'imperversare del cattivo tempo,
non sono radi in quel beato angolo della terra. — Maria si riscosse
dal profondo suo sonno, e sollevandosi lentamente su la persona, alzò
gli occhi, e vide il primo raggio di quel sole, smorto ma pur limpido,
che penetrava per la finestra, e cadeva sopra il suo letto. Guardò
trasognata all'intorno, e ravvisò la figura amorevole e serena della
Marta; la quale, seduta da un canto, stava a mirarla tra confortata e
pietosa, senza poter dire sola una parola. Riebbe allora la conoscenza,
tornò a volger gli occhi per ogni parte, chè ancora non sapeva dove
fosse. Era pur quella la sua cameretta, un tempo sì cara, il soggiorno
d'un'età più felice; era il raggio del suo sole che la salutava, era
quella la casa di suo padre e di sua madre. E già non si ricordava più
d'aver pianto e patito... Ell'era ancora là, eran tornati i giorni
della sua fanciullezza.... tutto era stato un sogno, un lungo e
terribile sogno!
Ma rivolse il capo dall'altro canto, e gli occhi suoi s'incontraron
negli occhi d'un giovine di nobile aspetto, che, incrociate sul petto
le braccia, la contemplava silenzioso, ma sorridente. Essa lo guardava,
e coll'incertezza dello sguardo pareva domandar chi fosse quel giovine.
Allora tutti i suoi pensieri si sollevarono nella mente, si confusero,
le ripiombarono in un punto sul cuore; la speranza che tutto fosse
stato un sogno era svanita... Distolse gli occhi da lui, gettò le
braccia al collo di Marta, che s'era fatta a lei più vicina; e tutto
nascondendo il viso in quell'amplesso si mise a piangere, come si
piange quando con le lagrime a lungo represse si può sfogar un dolore
raggruppato per tanto tempo nel cuore.
— Oh! cosa le avete voi fatto, signor Arnoldo?.. domandò la Marta,
posando in atto di compassione la destra sul capo chino della
giovinetta.
— Io l'ho amata!.. rispos'egli.
In quel mezzo, il medico comparve su l'uscio della camera. Maria era
ricaduta sui cuscini del letto, in un nuovo spossamento di tutte le
forze. Il dottore le si avvicinò, studiò con attenzione il suo volto
colorato allora d'un leggier vermiglio, e gli occhi incavati e morti;
le toccò i polsi, che rispondevano con ardenti e ineguali bàttiti
febbrili, e conobbe che il male era più serio che prima non pensava.
Ma, benchè in cuore lo sentisse, pure tacque al giovin forestiero
il suo fatale sospetto; e limitossi a ordinare alcune pozioni, e a
prescriver novamente che lasciassero l'ammalata in un assoluto riposo,
procurando di risparmiarle la più piccola sensazione di piacere e
di dolore. E poi, si volse ad Arnoldo, e, fattosi un po' d'animo,
gli comandò d'allontanarsi da quel luogo, se pur voleva che la vita
dell'ammalata fosse salva.
Arnoldo obbedì a malincuore, ma obbedì. Uscito in compagnia del
dottore, quando furon nell'andito, si fermò, e lo prese per la destra,
dicendo: — Giuratemi ch'ella vivrà! con un accento che fece tremare il
pover'uomo; il quale lo guardò, e balbettando rispose: — Oh! oh! oh!
tutto sta nelle mani di Colui ch'è lassù!...
Chi amò veramente e pianse al terribile dubbio di dover perdere per
sempre l'amor suo, immagini l'angoscia dell'innamorato giovine. Alla
vita di quella creatura era allora attaccata la vita della sua fede,
il coraggio dell'anima sua, tutta la sua speranza terrena. Fino a
quel giorno, egli non aveva pensato mai esser così dura la solitudine
a un'anima che ha bisogno d'amore e d'esempio; e quando ritrovò
quell'angelo di pura bellezza, che nella sua mente egli aveva rivestito
dei più ideali colori della virtù, confidò finalmente che il cielo si
fosse riaperto per lui. Il solo pensiero di dover perderla ancora gli
appariva tremendo, come l'anátema della disperazione; egli stesso non
aveva creduto fino allora d'amarla tanto!
Il dì seguente, il medico dovette pur troppo confermarsi nel concepito
sospetto; gl'indizi d'una lenta febbre di consunzione si manifestarono
nell'ammalata; la sua notte era stata senza sonno; al letargo del dì
innanzi eran succeduti il turbamento, il delirio, l'obblio del passato
e il vago presentimento d'un termine vicino; e a tutto ciò ben presto
s'aggiunsero una tosserella aspra e muta, e un assiduo languore.
L'infelice si lamentava spesso d'atroci punture al cuore, d'un sordo
tintinnìo negli orecchi, d'improvvise fiamme che le ardevano il sangue,
le oscuravano gli occhi e la mente; e allora, le coltri le pesavano sul
seno, le erano insopportabili; e, con un fievole gemito, diceva di non
poter respirar l'aria che la circondava.
Poi succedeva un lunga spossatezza, e pareva che la sua vita andasse
mancando, come un raggio che si dilegua; pareva che ogni ora dovesse
esser l'ultima per lei. La buona Marta era sempre al fianco di quel
letto; e la sorreggeva, e apprestava le medicine dal dottore ordinate:
benchè essa nel suo cuore molto soffrisse, aveva forza di non piangere,
e trovava sempre qualche pietosa parola per sostenerla. Ma quando
l'ammalata era quieta, e ch'ella si sedeva sola a' piedi del letto,
allora lasciava tacitamente scorrere le sue lagrime; e coll'anima sua
semplice e fedele pregava, sempre in segreto, la Madonna.
Talvolta, nel cuor della notte, Maria a un tratto balzava esagitata, in
mezzo a que' sonni leggieri, se pur sonni potevano dirsi gli sfuggevoli
riposi che il dolore, stanco quasi di tormentarla, le concedeva; ella
balzava a seder sul letto, e cacciandosi indietro con le mani tremule e
scarne i lunghi capegli, che umidi di febbrile madore le si stendevan
sul viso, spingeva gli occhi attoniti fra l'ombre della camera, e poi
levava la destra convulsa per additar quelle immagini sinistre che
l'assediavano, o quelle persone amiche con le quali immaginavasi di
parlare e di piangere. Allora i suoi pensieri vagavano nelle torbide
memorie del passato; la sua innocenza, l'amor suo, i pericoli corsi,
le sue disgrazie, e tutti quelli che l'avevano avuta cara, e quelli che
le avevano fatto del male, tutto le si affacciava in un punto all'anima
oppressa; e le sue interrotte parole erano piene di pietà e di dolore.
La sola Marta era testimonio di que' solitari e compassionevoli
lamenti.
— Perchè mai mi lascian tutti così sola, sola, dopo ch'io fui sempre
perseguitata?... Oh Dio! che ho fatto di male? O mia madre, io pensava
sempre a voi, quand'ero lontana; ma questo povero cuore... questo
cuore non era mio! Tengo qui dentro un segreto, che non devo scoprire
a nessuno, neppure a lui, a lui che... ah il suo nome io non potrò
dirlo mai!.. perdonatemi, o mia buona mamma! Dio m'ha castigato...
perdonatemi voi!... S'egli mi parla di qui innanzi, tacerò, farò la
sorda, fuggirò via... Aimè! dove sono?... Questa è la chiesa ov'egli
m'aspetta, questo è l'altare — Ave, Maria, piena di grazia, il Signore
è con te... — Forse non verrà! Ah no! eccolo, è lui!... Perdono, o
Signore! io ascoltai la sua promessa, perdono!
E ricadeva illanguidita e senza movimento, per sollevarsi ancora, dopo
pochi momenti, rapita dall'impeto di nuove immagini: — Egli tornerà,
il suo cuore è buono; le sue parole son vere, come la virtù; con
quello sguardo, è impossibile non dir la verità!... Oh caro! io l'avrò
convertito, egli crederà nella nostra santa fede, e verrà a pregar il
Signore con me... Io sono pallida, lo so; ho patito tanto e sto ancora
assai male... Guardatemi, ditemi: è egli possibile che non mi riconosca
più, che più non sappia chi sono?... No, non è vero! esso era pur qui,
io l'ho veduto; e m'ha ben ravvisata, e m'ha sorriso come una volta!
S'io non fossi bella come prima, avrebb'egli sorriso?...
E anch'essa la povera giovinetta, come se contemplasse un'ombra
presente, sorrideva così da strappar le lagrime a chiunque l'avesse
ascoltata in quell'ora.
Dopo un altro istante di riposo, risorgeva ancora lentamente, giacchè
invano la desolata Marta tentava con amorose e ripetute preghiere
di far ch'ella si coricasse più tranquilla. E giungendo le mani, e
scuotendo il capo, in atto di chi racconta lunghi travagli sostenuti,
ripigliava: — Io non ho amato altri che te, e non te l'ho detto mai!...
Ma per amor del cielo, non ne parlare con persona viva... Vedi! mia
madre è morta, mio fratello, mio padre, tutti son morti!... Io sono
sola a questo mondo... e tu! tu mi puoi dare il paradiso o l'inferno...
Io vorrei esser tua; ma temo che lassù in cielo non sia scritto così!
Vieni, vedi, questa è quella Madonna, a' piè della quale mi giurasti
di volermi sempre bene... T'avvicina, pigliami per mano! Dio ne
benedirà!... Ma, chi è mai quel prete? lo vedi tu? io lo riconosco...
è lui, è mio fratello, è il tuo amico... Oh Dio! Dio eterno! fuggiamo,
lasciami! Non vedi ch'egli leva la destra in atto terribile di
minaccia? non senti ch'egli ne maledice tutt'e due?...
Ma il cielo pietoso, dopo quelle notti d'angoscia, dopo quelle visioni
di sgomento, le concedeva almeno lunghe ore d'una calma benefica e
sollevatrice, interi giorni di pace e di rassegnazione; nel volger
de' quali dolce le tornava lo sfogo del pianto, il conforto d'una
calda preghiera, e soave perfino il ricordarsi del dolore sofferto,
il pensare a quello che ancora le restava a soffrire. In quel tempo
però ella poco parlava, e pareva quasi straniera a ogni affetto che
la riavvicinasse a questa vita: l'avresti creduta una di quelle sante
giovinette martiri della prima età cristiana, le quali, in mezzo a'
tormenti, contemplavano estatiche una corona celestiale.
Io non dirò tutto il patire di quella meschina, chè già questa semplice
narrazione è troppo compassionevole e piena di pianto. La malattia
della povera Maria fu lenta, sorda, penosa; più d'una volta essa toccò
a quel tremendo punto, in cui la sola speranza che rimanga è un domani
nel cielo; più d'una volta fece temere di vederla finire, dopo alcuno
di quegli impeti di tosse convulsiva che di frequente l'assalivano.
Eppure il dottore, sia che non fosse troppo sapiente, sia che vedesse
più in là che non sembrava, ebbe segreta speranza di salvarla ancora;
e nelle cure assidue che le prodigava, non tardò ad accorgersi che il
male non aveva soggiogato del tutto quella debole complessione, e che
anzi a poco a poco rimetteva della sua crudeltà; onde fu persuaso che
se alla fanciulla non erano quaggiù promessi lunghi anni, le sarebbe
stato conceduto almeno di vedere più d'una primavera, e forse di
respirar novella vita nel balsamo dell'aria nativa.
Egli non s'ingannò. Venne la primavera, e ben presto la gracile salute
della nostra giovinetta cominciò e rifiorire. Il silenzio dell'anima
e la pace della natura poterono più che gli sforzi dell'arte; ma
per non far ingiustizia a quel dabbene del dottore, bisogna dire che
la paziente attenzione e lo studio che pose a risparmiare alla sua
ammalata ogni più leggiera commozione e più di tutto ogni memoria della
sua vita passata, fanno fede ch'era miglior medico ch'egli medesimo
non si credesse, un medico filosofo, voglio dire, come pretendono
d'essere tutti i nostri medicuzzi d'ieri. Non permise ad Arnoldo di
visitar Maria che una sola, o al più due volte la settimana; e sempre
in compagnia di lui, per due eccellenti ragioni: una, perchè il mondo
non dicesse, l'altra, perchè un solo colloquio che fosse finito con far
piangere l'ammalata, avrebbe potuto rovinar il sistema della sua cura.
Dunque, in tutto quel tempo, Arnoldo era stato quasi straniero per
Maria; essa non osava domandare di lui, neppure alla Marta; ed egli,
temendo sempre che il cielo non gli rapisse quel fiore sì adorato, si
tenne in una mesta e contegnosa lontananza. La Marta poi, la quale
dapprima, finchè durò il male di quella sua diletta, aveva saputo
soffocar le lagrime, allora piangeva; ma piangeva di consolazione.
Era un mattino, un bellissimo mattino, al principio d'aprile.
Maria sedeva al raggio di quel puro sole, nel cortiletto che si
specchiava al lago; sedeva tranquilla presso il muricciolo, sul quale
erano ancora i suoi vasi di fiori, quantunque inferme e cadenti ne
fossero le odorose pianticelle. Essa respirava l'aria imbalsamata dai
profumi della mattina; e il suo viso alquanto pallido ancora, mostrava
quel soave incanto di bellezza, che tocca assai di più, quando rivela
il segreto d'un'anima che si ricorda de' suoi dolori. Un sorriso
ineffabile, misto d'una dolcissima malinconia, errava sulle sue labbra
ancora smunte; e la lieve tinta rosata onde le si coloravano le gote,
faceva spiccare di più la muta candidezza del suo bel volto e del
sottile suo collo.
Arnoldo entrò nel quieto ricinto; nè Maria, assorta ne' suoi pensieri,
s'avvide di lui. Egli le si avvicinò lentamente: la fanciulla alzò
allora gli occhi, e la sua fronte si velò d'un vivo rossore, che
subito sparve. Alla prima, Maria non trovò parola; poi balbettò come
un saluto; e il giovine, fattosi a sederle d'accanto, si rimase lungo
tempo a guardarla, incerto e pensieroso. Ed essa, inchinate le pupille
a terra, taceva.
— O Maria! diss'egli finalmente, io benedico quest'aria così serena e
in pace, questa gioja di tutta la natura, questa divina bellezza della
terra e del cielo che vi restituiscono la vita, che sembrano sorridervi
per consolarvi di tutto quel ch'è passato!... Voi siete nata in un
paese beato; questi monti e quest'acque sono la più bella contrada del
mondo... Oh vi fossi nato anch'io, oh fossi anch'io italiano!... Ma
voi lo sapete, o Maria, i' ho risoluto di non abbandonar più questi
luoghi. Ora, son solo su la terra, e costretto a fuggire dalla casa de'
miei padri, a portare un nome che non è mio! Una volta io era potente,
adulato, cercato; ora mi respingono tutti. Ma voi non mi respingete,
no; io non posso più che offrirvi un'umile sorte e l'esilio; ma voi
siete buona, e manterrete la vostra promessa!... Ditelo, Maria, ditelo
adesso ch'è tempo! Fra voi e me non c'è più distanza; e una vita
modesta, ma beata con voi, è la sola felicità alla quale io voglia,
alla quale mi sia concesso d'aspirare.
— Lei è un buon signore, ha un cuor che d'uguali ce n'è pochi! Ma io
cerco inutilmente esprimere quel che sento... Ah! se le mie parole
hanno qualche valore agli occhi suoi, deh m'ascolti, signor Arnoldo!...
E così Dio mi mandi forza di parlarle com'io devo, in questo momento
che deciderà della mia vita!
— Dite, Maria! Il farmi felice o infelice per sempre, sta in voi... a
voi lascio la mia sorte! Ho saputo rispettar fin adesso ogni vostro
desiderio, non v'ho mai ricordata una promessa... perchè il vostro
dolore, le vostre disgrazie...
— Per carità, signor Arnoldo, non parliam più di me. È di lei che mi
preme, della sua felicità, del sacrifizio ch'ella vorrebbe fare. Oh!
ritorni per un momento su la sua vita passata; pensi a lei stesso, come
deve fare un uomo; e poi decida.
— Come, o Maria, sarebbe possibile che ricusaste d'unire la vostra
sorte alla mia? dopo tutto quel ch'è stato, dopo tanto amore?... Oh io
vi amo ancora, o Maria, vi amo, come la prima volta che vi ho veduta,
come quel giorno...
— Non mi dica così, signor Arnoldo, io ne la prego col mio cuore,
con le mie lagrime!... Se ha ancora della stima per me, parliamo
come fossimo stranieri uno all'altro. Non è vero ch'ella non abbia
più nessuno a cui pensare... Suo padre soffre certamente per la sua
lontananza, e sospira di rivederla prima di morire, di lasciarle il
suo nome e l'onor della famiglia... E le sue buone sorelle?... e il
suo paese che lo chiama, che l'aspetta, che ha bisogno di lei?...
queste cose, appena io capisco come sieno, ma pur sento che son vere.
Non posso creder che suo padre l'abbia maledetto, non è vero che più
nessuno si ricordi di lei! E se anche, al primo momento, lo sdegno
l'avesse fatto ingiusto, si sarà pentito da poi; perchè padre e
madre perdono tutto, piuttosto che i figliuoli... E se dapprima, per
l'onore, ella ha creduto bene d'abbandonare chi lo disprezzava, adesso
è il momento di far vedere a loro stessi, che la persuasione e non il
capriccio l'hanno consigliata, e che ha ancora, lasci ch'io lo dica, lo
stesso cuore e la stessa virtù!
— Buon Dio! siete voi che mi parlate così? chi vi disse tutte queste
cose? chi ve le inspira? Io, sì, lo sento il cruccio di star lontano
da' miei... so che le mie buone sorelle piangono e m'aspettano. Ma,
per me, il domandar perdono sarebbe un rinnegare la verità che ho
abbracciata! Nè per questo i' ho fatto sacrifizio d'ogni cosa; l'ho
fatto per ciò che tutti calpestano, la fede e la coscienza. O Maria, lo
veggo! voi non mi amate più!
— Ah! signor Arnoldo, non dica, non pensi così. Io era già morta, ella
mi salvò! Oh questa riconoscenza ch'io sento, basterà oramai essa sola
a riempiere tutta la mia vita!...
— Voi parlate di riconoscenza, ed è amore ch'io vi domando. E che?
s'io dovessi anche tornarvi, là nella mia patria, se l'onore mi vi
chiamasse, non andrei io superbo di mostrar a tutti qual angelo io
possegga? non benedirei sempre il cielo di poter mettervi a parte
d'ogni contentezza della vita, di farvi grande, come siete degna
d'essere, più d'ogni altra donna?
— Il suo cuore è buono e generoso; ma io, quantunque nulla sappia in
confronto di lei, pur sento che questa la è un'illusione. Nol so da
vero, perchè mai abbia preso a voler bene a una poveretta come me;
pure, so ch'io non lo meritava, e che non ero nata per questa fortuna.
Oh! non la mi guardi così! se ascoltassi soltanto il mio cuore, una
cosa sì amara io non potrei dirla... E poi, capisco pure ch'io le parlo
troppo male; ma al momento in che siamo, bisogna dir tutto com'è.
— Cielo! oltre al non amarmi più, potreste voi pensare, o Maria, che
verrebbe tempo ch'io avessi a mancare alla mia fede, all'amore?...
— No! vedo pur troppo che non so spiegarmi, o ch'ella non m'intende!...
E questi suoi rimproveri mi fan piangere. Ma io non voglio dire
di lei... Tutti l'hanno amato, e l'ameranno sempre: e come nol
dovrebbero?... Nessuno ardirà disprezzar la fortunata che porterà
il suo nome. Ma a questa donna felice, se mai fosse d'una condizione
diversa dalla sua, una meschina come son io, non sarebbe rìserbata una
continua rampogna, un tormento segreto, eterno?... Potrà mai credere
a quegli onori che non sono per essa, e non arrossire di trovarsi con
quelli che mentono con la bocca e disprezzano nel cuore, con quelli che
tacciono per compassione?... Oh! gli occhi di chi ha molto sofferto
leggono nell'interno di coloro da' quali non sono amati, abbastanza
per poter piangere ancora. E poi, viene il tempo il più amaro. Quegli
che prima era l'amico, il fratello, il padre suo, il suo tutto, non
la guarda più come in quel giorno, in quel giorno felice che nasce
una volta sola, e non torna più; non le chiede più di quelle parole,
che un tempo facevano la sua gioia, il suo conforto. Egli è un uomo,
un cittadino; ha la gloria che lo chiama, la vita che gli comanda, la
società che l'accarezza, il mondo che lo guarda... Egli non è più solo,
come in quel giorno così bello!
— Maria, Maria, che dite voi mai?
— Ah! lasci ch'io sfoghi tante cose che da sì gran tempo porto nel
mio cuore! Quella poveretta che sente non essergli più necessaria,
quella, che al pari d'un fiore per un giorno gli piacque, non è più
la medesima... Ella tace sempre, ella piange spesso; ed egli volge
indietro la testa, e cerca altri fiori più freschi, più belli, perchè
l'uomo ha sempre bisogno della bellezza... Oh mio Dio! quest'angoscia
basta sola a far morire di dolore la infelice! E il dubbio che
l'accompagna sempre, e il timore di proferire una parola sola che a
lui dispiaccia, e l'affanno segreto di sentirsi così piccola cosa a
paragone di lui, e la stessa grandezza dell'amore che gli porta, di
quell'amore ch'egli con un pensier solo può maledir per sempre...
— Non più, Maria, non più!... Ecco, era una speranza del tutto vana la
mia, e voi spezzate l'ultimo anello della mia vita... Tu, o Maria?...
tu, la più bella e la più santa creatura del Signore, l'unica stella
ch'io avessi ancora, tu puoi abbandonarmi? Abbandonarmi, quand'io,
per amarti, ho dimenticato patria, parenti, nome, tutto?... Gran dio!
dunque la virtù ch'io cercai sempre, altro non era che un delirio, la
poesia de' vent'anni, l'incanto d'una primavera?... Bisogna che sia
così. E adesso, che farò?... Tornerò nel mondo, mi getterò in questo
vortice di cose, nell'ebbrezza della passione, nella vita del momento;
sì, riderò delle lagrime che si piangono da per tutto, e di quelle che
farò versare anch'io; e a coloro che mi rinfacceranno di non creder più
a nulla, nemmeno alla virtù, dirò; Gli uomini m'han voluto così! peggio
per loro.
Maria raccapricciò a queste strane parole, chinò la testa e impallidì.
Arnoldo la guardava quasi sdegnoso, e levandosi a un tratto, mosse per
allontanarsi.
— Oh si fermi, signor Arnoldo, proruppe allora la sbigottita fanciulla,
e non mi lasci in questo modo!... Io le ho parlato come una povera
giovine onesta; ho fatto il mio dovere. Ella non sa, non vede il mio
dolore; ma io soffrirei ben più, se non avessi coraggio di parlarle
col cuore in mano. La grandezza, la felicità che mi vuol dare, non
son fatte per me: questi due anni della mia vita non saranno stati
altro che un sogno, ma il più bello di tutt'i miei sogni!... Quando
penso a queste quattro mura, dove son nata, dove per tanto tempo sono
stata felice anch'io... quando penso a mio padre, a mia madre... Oh se
vivessero ancora... non mi avrebbero certamente benedetta!
— Se que' buoni vivessero ancora, vorrei metter la nostra sorte nelle
loro mani. E anch'esso, vostro fratello...
— Il mio povero Carlo!.. Ah se sapesse quello ch'egli pensava e diceva!
Questa forza ch'io sento di parlarle come feci, me l'hanno data le sue
parole, e la santa virtù che inspiravano... Io me lo ricordo, come
se fosse adesso; egli, il mio buono e santo fratello, mi disse una
volta... qui, qui appunto dove siamo noi: Abita sempre nel luogo in
che il Signore ti collocò; Egli solo è Quello che non abbandona mai!
Conserva il tuo cuore, e vivi povera e modesta come sei nata!...
E, ripetendo questo ricordo, Maria singhiozzava. Il giovine era
commosso e sorpreso da contrarii pensieri.
— Ecco, ripigliò indi a poco Maria, che le ho aperto l'anima mia.
Un'altra ragione poi... non ho nemmeno il cuore di dirla, ma pur è
vera anch'essa... ed è questa, ch'io sento di potere durar poco: la
è un'idea che ho avuto sempre... Ma, adesso, Dio mi darà la virtù di
patire per questo poco tempo.
— No, Maria, non lo dire; no, non è vero!... Vuoi tu vedermi disperato,
vuoi tu ch'io maledica al mondo e a Dio?...
A questa imprecazione la fanciulla non resse; il coraggio, che fin
allora l'aveva fatta maggiore di sè stessa, era esausto: ella tornava
una fragile, sofferente creatura com'era prima. Fece per parlare, e non
potè; sentì sciogliersi le membra, vide appannarsi, confondersi le cose
a lei d'intorno, e la sua voce non seppe formar che un debole sospiro.
— O Maria! o mio angelo tutelare, diceva Arnoldo con supplichevole
affetto, sostenendola: ascoltami, o Maria, non m'abbandonare, non
morire!... Tu sei una santa, io ti venero come mia madre! Farò tutto
quello che vuoi; parla... guardami! dimmi una parola sola... Non m'ami
più? Ah! non importa... Io sarò infelice; ma tu ascoltami, non morire,
oh non morire!... Ti son forse odioso? Ah no, no! dimmi che non è vero!
E perdonami: io voleva un poco della tua felicità, un poco della pace
del tuo cuore. Parla, o Maria! ma non mi togliere tutta la speranza.
Vuoi tu ch'io parta, che corra a gettarmi a' piedi di mio padre?... Io
me n'andrò, domani... oggi... subito! Ma tu vivi, aspettami, e lascia
ch'io creda all'amor tuo.
— Sì, sì, è ben meglio che parta, signor Arnoldo! disse Maria, alla
quale le ardenti parole del giovine avevano restituito un po' di
coraggio, quantunque misto a un segreto fremito di terrore; è ben
meglio che parta! Io per me, spero che Dio m'aiuterà... Senta dunque:
s'ella torna nella sua patria, io l'aspetterò per un anno... e poi...
quando veramente fosse la volontà del cielo...
— Questa condizione è dura, Maria; nè so come potrò obbedire...
— Ah! è necessario ch'ella s'allontani per qualche tempo, che torni in
pace col padre suo!... Consoli le sue sorelle; e mi nomini a loro; a
quella buona Elisa, se la si ricorda ancora del mio nome. Io intanto
penserò a lei, sempre a lei, signor Arnoldo, ch'è stato così buono per
me! Io non aveva più nulla a questo mondo, nulla fuorchè la mia onestà;
ella ha avuto compassione di me, e io la benedirò sempre, pregherò
sempre per lei!...
Arnoldo era commosso fino alle lagrime. Contemplava Maria con una muta
tenerezza; e la piena degli affetti che agitavano il suo cuore, non
poteva trovare un'uscita. Alla fine le si appressò umiliato, le prese
una mano, se la recò alle labbra, la baciò, la bagnò del suo pianto, e:
— Addio, le disse, Maria! Addio per un anno.
— Addio! rispose con voce sicura la fanciulla; ma il suo cuore
addolorato in quel momento tremò che non fosse _per sempre_.
Il seguente mattino, Arnoldo abbandonava quelle rive, abbandonava
l'Italia. Tornato alla villa, dopo il colloquio avuto con Maria, vi
aveva trovato alcune lettere d'Inghilterra, e fra queste una d'Elisa
sua sorella, la quale dipingendole il rovescio ch'erasi fatto nella
salute del padre suo, il terrore e l'abbandono in che essa e Vittorina
vivevano, lo scongiurava a non perder nemmeno un'ora, a ritornar
subito, a ricordarsi del nome che portava, e del dovere di figlio
e d'Inglese, che lo richiamavano in patria. Questa lettera finì di
persuadere Arnoldo. Bisognava dunque partire, senza riveder Maria,
tutto il comandava: e chi sa anche s'egli potrà ancora arrivar a tempo
per ricevere la benedizione del padre suo?
Egli dunque partì. Maria, che in tutta quella notte non aveva potuto
chiuder occhio mai, s'era levata col sole, e se ne stava appoggiata al
davanzale dell'aperta sua finestra, a contemplar di lontano la villa
**** dov'egli abitava.
I balconi del terrazzo erano spalancati; quella parte della casa aveva
l'aspetto d'un luogo abbandonato di recente. Quel pianerottolo deserto,
quell'alto terrazzo, quelle vôte finestre, le mettevano nell'anima
un'involontaria tristezza. I suoi sguardi calarono lenti e distratti al
lungo della riva... In quel momento, essa vide una barchetta staccarsi
dal piccolo porto che si apriva al piede della villa. Un uomo, chiuso
nel suo mantello, era in quella, barca, la quale ben presto pigliò
il largo; il barcaiuolo faceva forza di remi contro il vento che
increspava tutta la superficie del lago. Un grido doloroso, invano
trattenuto, le scoppiò dal più profondo del cuore... Allora, come
fosse stato scosso da quel grido, Arnoldo levò il capo, e di lontano la
riconobbe. Si alzò, stese la mano verso di lei nell'atto d'un ultimo
saluto; poi, quasi oppresso da una forza prepotente, s'abbandonò di
nuovo su la prora della barca: la quale fuggendo via via si dilungò
rapidamente, finchè non apparve più che come un punto nero nell'iride
dell'acque che riflettevano il sole nascente.
Ma quand'ebbe perduta di vista quella barchetta, la povera Maria sentì
mancarsi il cuore: uno schianto improvviso la soffocò; e proruppe in
lagrime d'amarissimo cordoglio, in quel piangere caldo e dirotto di
chi non ha più speranza. Ella pensava che tutto era finito, che non
l'avrebbe riveduto mai più.
Angiola Maria visse ancora un anno, nella solitaria casetta, in
compagnia della sua vecchia amica, ch'erale prodiga delle cure le più
amorevoli, e si ricordava così spesso di _lui_.
Aveva raccolte sei o sette povere fanciulline del contado, tutte da
quattro a cinque anni, belle angiolette da' capegli d'oro e dai visetti
color di rosa, tenere anime che l'amavan come una madre. E insegnava
loro a leggere, a dire quelle prime orazioni del fanciullo, che sono
il più soave profumo che si alzi ne' cieli; e si deliziava di vederle
folleggiare, quelle piccine, per le aiuole del suo cortiletto; e tutte
le metteva a parte di quel poco ben di Dio che a lei era avanzato.
Così ell'era abbastanza felice, perchè persuasa e contenta d'aver
compito il suo dovere.
Innocente e sublime creatura! Essa aveva compito il suo sacrifizio.
Al cominciare dell'altro inverno, que' fatali indizii d'una lenta
consunzione, sopita per qualche tempo ma non vinta, tornarono a
spiegarsi; e il dottore, il quale a quando a quando capitava a
visitarla, si fu subito accorto della funesta verità.
Pure Maria trascinò i suoi giorni per tutta l'invernata. A poco a
poco, ella si consumava, finiva, senza temer di nulla, senza soffrire:
Dio è sempre pietoso, e volle risparmiarle quegli ultimi patimenti.
Le fanciullette sue amiche venivano ancora, quasi ogni dì, a tenerle
compagnia; qualche volta, alcuna d'esse, la più grandicella, le
domandava perchè mai la fosse così pallida e dimagrita, e nel domandare
piangeva... Ma ell'era rassegnata; nè fu udita mai pronunziare un solo
lamento; chè anzi, assorta talora in una dolce meditazione, le sue
labbra s'aprivano a un tranquillo e celeste sorriso.
Tornò la primavera, tornò il bel sole, tornarono i fiori; ma il cielo
non fu più sereno, nè più ebbe l'aria balsamo per lei. Oramai, ella non
sorgeva più dal suo letticciolo.
Al principio dell'aprile, in quel dì stesso che, un anno prima, aveva
veduto partir Arnoldo, ella restituiva l'anima pura al Creatore. E
le fanciulle ch'essa aveva tanto accarezzato, e la Marta, alla quale
lasciò la sua casetta, e quel buon galantuomo del signor Gaspero, che
sempre le aveva voluto bene, furon coloro che l'accompagnarono l'ultima
volta fin al luogo del suo riposo. Ella è sepolta presso a suo padre; e
quelle due zolle sono protette da una croce sola.
Alcune settimane dopo la morte di Maria, il signor Gaspero stava
leggendo agli amici le novità della gazzetta: sedevano a circolo
su l'entrata della bottega di Samuele; poichè al venir della state,
l'aristocrazia del paese, come i capi delle tribù indiane, soleva tener
consiglio a cielo sereno. Dunque, fra le altre novelle, sotto la data
di Londra, egli lesse questa:
«— Sir Arnoldo, figlio di lord Leslie, quello stesso, la cui
conversione alla fede cattolica menò gran rumore l'anno passato
nel bel mondo, fu eletto membro del parlamento pel borgo di ****.
Pretendesi che l'onorevole baronetto debba menare in isposa una sua
cugina, la bella e ricca erede di lord S..... miss Elena Davison.»
Il buon vecchiotto continuò a leggere; nè a lui, nè al dottore (il
quale però conservava ancora, come reliquie, certe tre quadruple di
Spagna lasciategli in dono dal giovine inglese), nè al curato, nè allo
speziale, cadde in pensiero che quell'onorevole baronetto fosse appunto
il bel forestiero che avevano conosciuto. Non vi fu che il deputato
politico, il signor Mauro, se pur ve ne ricordate, il quale susurrò a
mezza voce: — Quel nome non m'è nuovo... Ma via, che importa a noi?...
Bisogna dire per altro, che di Maria non si dimenticarono. Il signor
Gaspero raccontò più d'una volta la storia della povera tosa; e n'era
sempre commosso, e conchiudeva seriamente: — Il mondo è una scala, e
ciascuno deve starsene al suo scalino. La provvidenza non ha creato
per niente i signori e i poveri diavoli. Dunque rimani contento nella
condizione in che la Provvidenza t'ha collocato, nè voler sollevarti da
quella, per non perdere pace, libertà e salute... Ma, dopo un momento,
scrollava il capo, e con un sogghigno di compiacenza soggiungeva: —
Quest'è vero! Eppure io sono la prova del contrario. Se fossi sempre
stato quel baggeo ch'io m'era da fanciullo, la mia fortuna a quest'ora
sarebbe di menar la barca fino a Domaso e di pescar gli agoni laggiù
sotto la riva; ma perchè, in que' bei tempi, non me ne stetti con
le mani nel giubbone, da povero merciaiolo son diventato quel che
sono, e ho veduto quel che so io; e almeno ho casa e tetto, e posso
far e disfare anch'io la mia parte; nè mi manca nulla, fuorchè la
consolazione d'un'anima bella, come fu Maria. Ma, un'altra come lei,
non la troverò più, se campassi anche gli anni di Noè.