IL RITORNO.

Era un giorno freddo e oscuro, nel cuor di gennaio. Stendevasi per

tutto il cielo un immenso, uniforme padiglione di nuvole cenericcie e

cupe, non interrotte da nessuno screzio di sereno, nè pure distinte

dalla lieve striscia di quel chiarore pallido, che sembra almeno

rammentare esservi ancora sotto al malinconico manto dell'inverno il

nostro sole. L'atmosfera, che la notte innanzi s'era irrigidita per

lo spirare d'un acuto, gelido rovaio, pareva più greve nella sua morta

quiete, come allorchè promette vicina la neve.

La strada era solitaria, le rive, le campagne si confondevano mute,

nude, in tutta la squallidezza del l'inverno: le rotaie del cammino

erano insudiciate d'un limaccio pesto, sdrucciolevole, e rotte a ogni

tratto da fossatelli e da pozze. La natura intirizzita e moribonda, le

piante aride e grame che lasciavano cadere qualche ramicello spezzato

dal gelo, l'ultime foglie già morte; non un fiore, nè un fil d'erba

che spuntasse di sotto la neve già vecchia e gelata, nè un passero

che saltellasse fra i vizzi rami. In mezzo a quella scena, la quale

t'avrebbe messo il freddo nell'ossa e nel cuore, erano solo indizio di

vita i tocchi replicati e sordi del mezzodì, che venivano dal campanile

d'un lontano paese. E la neve, già promessa dal rovaio della notte

innanzi, cominciava a cadere fitta, quieta, a larghe falde; sì che ben

presto tutta la campagna fu ricoperta d'una nuova veste biancastra, che

lasciava appena indovinare giù per le avvallate costiere la pesta del

cammino.

Già da molte ore continuava a nevicare a gran fiocchi; eppure su

quella strada deserta un povero cavalluccio, con la groppa coperta d'un

ruvido coltrone addoppiato, andava trascinando a fatica una di quelle

carrette a due ruote, con le spallette armate di quattro legni ad arco,

e sopravi tesa una grossa tela di canapa, che formava il tetto dello

strabalzante traino. Sul davanti, era seduto, con le gambe penzoloni

all'infuori d'una delle stanghe, un buon villano, il padrone della

carriuola: egli aveva una berretta rossa e nera, tirata su gli orecchi,

cadente da una banda e suvvi un vecchio cappellaccio sfondato; e invece

di mantello, anch'esso, come la sua bestia, portava su le spalle un

grosso boldrone di lana. Di tanto in tanto dava un buono scrollo alle

briglie di corda che teneva fra le mani, e col mozzicone della frusta

punzecchiava le anche del paziente ronzino, o co' più strani versacci

l'aizzava a un impossibile trotto; perchè la povera bestia, con le

zampe ingranchite dal gelo, sprofondava fin sopra al garretto nella

neve già alta, e a stento vi rompeva una callaia, inciampando sovente,

e levando il muso, sbuffante come un Rabicano.

— Uh! uh!... maledetta bestia! gridava il villano il quale, come gli

eroi d'Omero, aveva costume di parlare col suo cavallo: uh! uh!....

e' pare che sia la prima volta che tu batti questa strada, e sì che,

per dannata sorte, io potrei contarne gli alberi e i sassi... hop!

hop! non c'è verso; è come se parlassi alla cavalla orba del mulino...

Poveraccia! un po' di ragione l'hai anche tu; chè con una neve di

questa fatta, non ci si può vedere più in là del naso... Ah! la è

una vita ladra la vita della povera gente! Oh se almeno, arrivato che

fossi a casa, mi aspettasse un po' di roba da cristiano sul tagliere,

un bel fuoco allegro, e un buon letto!... Ma non c'è santi per noi!...

La casa è aperta alla furia di questo tempo indemoniato, i miei due

marmocchi a piangere sulla porta, e la mia donna a gridarmi dietro che

non ho guadagnato una boccicata; e rotte le impannate delle finestre,

e sul focolare morto una pentola screpolata!... E poi domani, andare

in giù con quattro ceste d'erbaggi, e qualche fardello, se pur capita,

e tornare in su il dì appresso con le ceste vôte, e le tasche magre...

E poi da capo sempre la stessa vita, finchè sia venuta l'ora di tirar

le calze... Oh! se qualche volta non si guardasse in su, di sopra

ai tetti, sarebbe meglio vendere l'anima al diavolo che forse è più

galantuomo di tante birbe di questo mondo!... Ah che giornata! che

neve!... Eh! uh! trotta, che la mangiatoia t'aspetta con una buona

bracciata di fieno; trotta, trotta, se non vuoi star digiuna come me,

bestia dell'inferno!

Così andava brontolando il villano; mentre spingeva gli sguardi di

sotto all'ale del cappellaccio, per vedere attraverso la folta neve se

spuntasse l'acuta cima del campanile del suo paese.

In quel punto, un lungo sospiro, il gemer d'una voce soffocata, che

uscivan del fondo della carretta, gli ruppero il filo dei pensieri; e

allora rivolto indietro il capo si ricordò della giovine, alla quale

partendo da Milano egli aveva avuta la carità di ceder quell'angolo;

una poveretta che aveva incontrato, appena fuor delle porte della

città, sola, tapina e malata. E per tutto il durar del viaggio, che

certo avevano fatto un diecisette miglia, ell'era rimasta là, in quel

fondo, come in un nascondiglio, accosciata, raccolta ne' suoi miseri

panni, e coperta d'una vecchia mantellina nera, che nascondeva quasi

del tutto il suo viso pallido e le sue bianche mani tremanti di freddo;

nè lungo la via aveva detto mai una parola, ma era stata così cheta,

che il buon cavallaro aveva già dimenticato la sua compagna di viaggio.

Pure quel nuovo gemito aveva un non so che di doloroso, che ruppe il

cuor del buon uomo; il quale si pose a contemplar la giovinetta con

quella compassione rozza ma schietta, che sì forte sentono i cuori di

coloro, i quali, senza saperlo, fan vita domestica con la sventura. E

vide l'infelice, benchè si tenesse tutta chiusa nella sua mantellina,

agitata da frequenti brividi, tremante per tutta la persona con le

labbra livide e semiaperte, e il viso scolorito e rigato di lagrime.

Ella piangeva, soffriva, eppure soffocava il suo dolore.

— Ehi! cos'avete, quella giovine? vi vien male? dite su! mi fate una

compassione...

— No, rispose con una voce debolissima che appena giunse all'orecchio

del cavallaro; no, ho dei travagli...

— Eppure, voi dovete aver freddo, tremate come una foglia! Mi

rincresce, sapete, che faccia un tempo così brusco, più per voi, che

per la mia povera bestia e per me! Siete così bianca e sparuta, che non

vorrei che questo vento gelato vi portasse via.... Maledetta neve! non

n'è mai venuta tanta, come in quest'inverno; è proprio una Russia!...

Ah! trotta, bestia poltrona!... Oh, guarda ch'io non ci aveva dato

mente! prendete, la mia figliuola, prendete questo mio tabarro; è una

grossa coperta di lana, ma tant'e tanto vi terrà un po' di caldo; e io,

bestia! che non ci ho pensato prima!...

— Oh! no, brav'uomo, rispondeva la giovinetta; io sto bene, e poi siam

vicini al vostro paese: non è vero?

— Eh! questa dannata strada non la finisce mai, come quella del

paradiso; il campanile lungo, lungo del nostro Cantù è sempre là,

nè mai ci s'arriva. Pigliate, via! pigliate la coperta; avreste ben

potuto cercarmela voi, chè per me gli è tutt'uno, ci sono avvezzo a

fare questa vita, e ho l'ossa dure... Mo, brava, siete buona, così!

chiudetevi ben dentro che vi sentirete meglio, e tiratevi i piedi

sotto... Oh! guardate, se una giornata come questa la doveva toccar

proprio a noi, con questo vento che taglia la faccia, e questa neve che

seguita allegramente. Brr! brr!...

— Vi ringrazio della vostra carità, disse la fanciulla, che

ravviluppatasi nel boldrone del villano sentiva di tornare in vita, ed

era tocca nel profondo del cuore dalle parole del galantuomo.

— Oh! riprese l'altro, fate conto davvero di tirar innanzi fino a Como,

con questo tempaccio del diavolo?

— Sì: prima che ci arriviamo, il tempo può calmarsi: e poi se mai si

facesse più cattivo, mi fermerò lungo la strada in qualche cascina; ma

bisogna ch'io arrivi a Como prima di notte.

— Ma, perchè mai andate così sola? e come vi siete arrischiata?...

— Non ve l'ho detto? vo a casa mia, dove non ho più nessuno: e se non

foste stato voi sì buono, che mi prendeste su in vostra compagnia, io

già aveva risoluto, mi sarei messa in istrada tant'e tanto.

— Pover'anima, vi compatisco! perchè lo so anch'io che cos'è patire,

e anch'io la mia parte di disgrazia l'ho avuta, vedete... Oh! gli è

pur troppo vero che le disgrazie son come le ciliegie, lo sapete il

proverbio... In pochi anni, me ne son capitate delle belle, che quasi

non le potrei contare; e in verità santa, penso che a noi, povera

gente, tocca proprio di vivere, se il vivere è portar fastidii...

Con tutto questo, se sapeste, nella mia miseria c'è dei momenti che

non invidio, di cuore, a tutti quei gran signoroni che ho conosciuti;

perch'io, povero e ignorante tal qual mi vedete, so cos'è il mondo; e

son certo che se avessi a metter su uno di que' loro vestiti foderati

di seta e coi bottoni dorati, ci creperei dentro prima di sera... No,

no! una minestra col lardo, un bicchier di vino, e un sonno duro tutte

le notti — e viva i poveri diavoli! Vedete, sono già otto o dieci anni

ch'io fo questa vita di trottare innanzi e indietro, due o tre volte la

settimana, dal mio paese fino a Milano; e pure, ogni volta che lascio

quel gran Milano là in fondo, e mi trovo all'aperto, io respiro largo,

e mi sento battere il cuore più giusto... Ah!

A queste sincere parole, che il cavallaro diceva per confortar la

fanciulla, essa non potè rispondere che con un sospiro, in cui era

l'amarezza di tante ricordanze! Poi tacquero entrambi, finchè il

ronzino, il quale, a malgrado de' sodi colpi che il padrone gli menava

sulle schiene, mogio e stracco, tirava di lungo per il disagiato

cammino, li ebbe strascinati fino all'entrata di Cantù.

Intanto il mal tempo cominciava a calmarsi, e la neve e il vento a poco

a poco cessavano. A un crocicchio di strade, la carretta s'arrestò; e

la giovine, per quanto il buon villano ne la pregasse, non consentì a

nessun patto a fermarsi in casa sua, e discese.

Per dir tutto, il cavallaro non si disperò per questo, che già in cuor

suo pensava al rabbuffo che poi avrebbe tocco dalla sua donna. — Via,

dunque, disse, se dovete veramente andar innanzi, non voglio tenervi.

Di qui a Como, c'è una buona camminata, un'ora e mezzo grossa... e la

strada, la sapete?

— Oh sì! e poi, spero di trovare alcuno di qui, da far la via insieme.

— Può darsi; la strada è battuta, ma con tutto questo, non vi fidate

troppo.

— E bene, sarà come Dio vuole! Egli, che m'ha aiutato sempre, non vorrà

abbandonarmi adesso! E quanto a voi, io non potrò che ricordarmi sempre

del servizio che mi avete fatto.

— Eh! m'è costato poco, la mia figliuola; che quasi m'ero dimenticato

che c'eravate voi nel fondo della mia carretta. Oh! promettetemi

almanco, che se aveste a passar ancor di qui, se tornaste un'altra

volta a Milano, farete capitale di me; al caso, cercate conto di

Battista il cavallaro; e tutti v'insegneranno.

— Ah no! colà io non ritornerò mai più; e così non vi fossi andata

mai!... Addio dunque, buon Battista; ricordatevi qualche volta anche

voi della povera orfanella.

Il buon villano pareva commosso, e: — Che almeno io sappia il vostro

nome, riprese, perchè voglio che stasera la mia piccola Tecla dica

un'avemaria per voi...

— Sì, la preghiera dell'innocenza mi farà del bene! ditele dunque che

raccomandi la povera Angiola Maria.

Al momento di congedarsi, la giovinetta s'avvicinò al cavallaro,

e traendo dalla taschetta del grembiale una moneta d'argento, fece

prova di mettergliela nelle mani; ma egli, levata la destra in atto di

malcontento, si fe' brusco in viso, e con un salto fu di nuovo al suo

posto su la carretta; menò una buona sferzata al suo ronzino, il quale,

come sentisse l'odore della stalla vicina, tirò innanzi di galoppo: un

momento appresso, l'uomo e la carretta erano scomparsi; e la fanciulla

si trovò sola, in mezzo alla strada deserta e nevosa.

Ma quella sicurezza ignara quasi del pericolo, quel semplice coraggio

che la provvidenza ha messo nell'anime innocenti, in quel duro momento

rinacque in essa. Ell'era sola, ma pensava che intanto sua madre in

cielo pregava per lei; il cuor suo batteva tranquillo, nella fiducia

che la risoluzione da lei presa le fosse stata inspirata di lassù;

onde, senza nessun terrore, s'apparecchiava a incontrare la traversìa

del cammino, il rigore della stagione e l'incertezza dell'avvenire.

Solo un pensiero di malinconia le chiamò in quell'ora una lagrima sugli

occhi; era un involontario ritorno dell'anima al passato, il ricordarsi

con che diverso augurio, con che lusinghiere speranze essa aveva

attraversato, poco più d'un anno prima, quelle stesse strade, que'

luoghi stessi, che voti erano stati i suoi, che incantesimo pareva la

sua vita. E adesso, in poco tempo, qual funesto mutamento, qual lezione

dolorosa!... Non più speranza nè amore, non più madre nè fratello,

nè altra consolazione o promessa; dietro a sè lasciava il disinganno

dell'innocenza, e l'orrore della malizia degli uomini; e nell'avvenire,

non aveva più nulla, nulla, se non la fede nel Signore; la fede, che

serbava sempre per essa lo stesso sorriso, ed era come quell'angolo di

cielo azzurro, che ha una stella di pace nel mezzo, quando la notte è

buia e l'aria carica di nubi nere.

Maria si mise per una viottola di traverso, che la guidò sul sagrato

d'una antica chiesa, fuori dell'abitato, che quei del paese chiamano la

Madonna de' miracoli. Per avventura la porta n'era aperta; ella entrò,

e inginocchiata appiè dell'altare, innalzò a Dio dal fondo del cuore

una preghiera pudica, ardente, segreta; una preghiera tutta d'amore,

che nessuno le aveva insegnata, e ch'era così pura, così preziosa! La

chiesa era vasta, deserta, oscura; un lumicino, sprizzando le ultime

scintille, moriva a fianco dell'altare. In quella solitudine, in quel

silenzio le risovvenne la sera, quando, sola del pari al cospetto di

Dio e tutta tremante d'una gioia segreta, aveva ascoltate le calde

parole del giovine straniero e ricevuta la promessa dell'amor suo.

Allora compresa da religioso spavento, quasi che le pesasse su l'anima,

grave come la memoria d'un delitto, quell'importuno pensiero, posò la

fronte ardente sul freddo marmo della balaustra dell'altare e con ferma

voce proferì queste parole:

— O Signore, io aveva dimenticata la vita oscura e tranquilla, nella

quale voi mi poneste; e la vostra mano s'è aggravata sopra di me.

Io adoro il vostro giudizio; ma se il piangere che ho fatto, se le

prove che voi mi mandaste, han potuto espiare in qualche modo la mia

colpa, oh! salvatemi voi da questa memoria che mi perseguita, datemi

il mio cuore di prima!... Io perdono a tutti quelli che m'hanno fatto

soffrire, e voi perdonate a me! E perdonatemi ancora, se vi prego, o

Signore, per _lui_! È soltanto perchè anche a lui apriate gli occhi

della mente, onde vi conosca e v'adori nella grazia della fede.

Io benedico il vostro santo nome; e voi guardate al breve cammino

dell'orfanella su questa terra!...

Fatta questa preghiera, si levò con una tacita divozione; e togliendosi

dal collo il rosario di sua madre, che ancora teneva nascosto in seno

da quella notte fatale in cui era fuggita dalla casa del suo esoso

padrone, appese quel dono povero ma prezioso accanto dell'altare,

come un'offerta della cosa più cara ch'ella s'avesse; l'appese fra

i molti voti d'altre infelici e afflitte creature, ond'era coronata

quella santa immagine della Madre di Dio. E così, compito ch'ella ebbe

l'ultimo sacrifizio del suo amore sulla terra, uscì della chiesa con

l'anima piena d'una contentezza soave, di pensieri intemerati e tutti

nuovi; e il cuor suo si sentì riposato in quella certezza che consola i

più lunghi travagli, nella certezza che dal Signore le era perdonata la

sua colpa.

Attraversato il borgo, allora taciturno e quasi deserto, si mise per la

vecchia strada di Como, lungo quella bella costiera orlata dall'ultime

cascine del paese; e con leggiero e spedito passo, benchè il terreno

fosse molle e manchevole per la neve recente, camminava pronta e

sicura; poichè, portando essa povere vesti e grossi zoccoli all'uso

delle contadine, pensava che nessuno l'avrebbe osservata; e quasi le

pareva fosse tornato quel tempo che, fanciulletta ancora, correva in

libertà su per gli erti dossi della sua terra, a cercar pe' sentieruoli

e sotto le più tarde nevi i cespi delle viole de' suoi monti.

Ma l'aria che prima s'era mitigata, si fece a poco a poco più cruda e

tagliente. La fanciulla rivolgeva attorno per la campagna gli occhi

attoniti e stanchi; e quell'uguale, infinita veste biancastra, che

tutto ricopriva il piano e l'altura, le metteva ancora nell'anima certa

mestizia, mentre la gelida brezza le feriva il viso dilicato, e le

correva con un brivido per le membra infievolite. Ella tentò allora di

seguitar con più rapido passo la via, chè sperava il camminare potesse

ridarle animo e calore di vita; ma, essendo rimasta digiuna per tutto

quel giorno, sentiva già languir le poche sue forze, perchè non era più

avvezza a quell'aspra vita. E ben presto il suo non fu più camminare,

ma uno strascinarsi lentamente su per la salita, che comincia a

due miglia circa dal paese a cui aveva dato le spalle; e i passi le

mancavano, e più d'una volta fu costretta di fermarsi e appoggiarsi

al tronco d'un albero, a un masso della riva, per non cadere oppressa

e sfinita. E nessuno v'era che potesse intendere il suo gemito, quel

gemito che il durare del patimento avrebbe strappato alle anime ben più

forti che la sua non fosse; ella avrebbe potuto venir manco e finire

colà, senza che nessuno il sapesse: per tutta la strada non aveva

incontrato anima viva.

Alla fine, di lontano, in mezzo alle nebbie che andavano sempre più

raddensandosi, gli occhi abbagliati della fanciulla distinsero un

mucchio di case, la piccola colonna di fumo nericcio, che fuggiva

del comignolo d'un casolare poco discosto; poi le giunse all'orecchio

l'abbaiare d'un cane; e le parve quasi il saluto d'un amico.

Allora, ripigliato un po' di lena, strascinò a stento i passi fino alla

casupola che prima aveva scorta; e giunta all'entrata d'una morta siepe

di pruni, che faceva cinta alla piccola aia dinanzi alla casa, vide

quel cane che malinconiosamente uggiolava. Pure al suo avvicinarsi, il

buon animale levò il muso e si tacque, come se l'aspetto d'una creatura

sofferente l'avesse raumiliato. Ristette un momento la fanciulla, in

forse d'entrare o d'andarne altrove a cercar qualche ristoro; ma il

cane allora attraversò la corte saltellando verso la casa, e a ogni

poco guardando indietro quasi che volesse invitare un ospite aspettato;

e giunto all'uscio d'una stanza a terreno, con lo spingere del muso ne

aperse le imposte, e la fanciulla gli tenne dietro.

Era la cucina umida, tetra del povero contadino: le pareti e le

travi della soffitta nere di fumo e di fuliggine, una tavolaccia nel

mezzo, dall'un canto una rastrelliera appiccata al muro, con sopravi

in bell'ordine una mezza dozzina di tondi di peltro lucenti e poche

mezzine di terra; gli altri canti della stanza tutti ingombri degli

arnesi della campagna ammucchiati, disfatti e ancora polverosi,

l'aratro, le marre, l'erpici, i coreggiati, le vanghe; in faccia poi

l'ampio focolare, dove ardeva stridendo e sfavillando un bel fuoco di

legne secche; e su la sporgente capanna del camino posavano il vecchio

e lungo archibugio, per traverso su due grossi arpioni, il mortaio

e la falce. Presso a quell'allegra fiamma, sedeva sur un rozzo ceppo

un contadino attempato, ma vegeto e d'aspetto gioviale; e rimpetto a

lui se ne stava, con la rocca assestata sotto l'ascella manca, la sua

donna, la quale torcendo il fuso con preste dita filava alla distesa un

grosso pennecchio di lino.

Maria s'accostò con peritanza; ma il contadino con quella schiettezza

bonaria e serena, ch'è proprio tutta lombarda, fece la più onesta

accoglienza alla giovinetta pellegrina; la quale, vinta quella prima

tema, arrischiò di domandare per carità qualche po' di ristoro.

Quei contadini erano buona gente, marito e moglie, i quali menavano

vita abbastanza contenta nella loro povertà; perchè il poco che

avevano, era anche di soverchio per essi, dopo una recente disgrazia

ond'erano stati colpiti, cioè quella d'aver veduto morir prima di loro

l'unica figliuola avuta, una poverina di quindici anni. E appunto

la memoria della perduta figliuola rinacque nello stesso momento in

cuor dell'uno e dell'altra, appena Maria apparve loro innanzi. Il suo

bianco volto, i suoi occhi grandi e intenti, il suo andare faticato,

tutto fece quasi credere a quelle due buone creature che fosse l'anima

della loro Margherita, la quale tornasse una volta a visitarle: era

questa l'illusione d'un dolore ancor vivo; il ricordarsi ch'essa pure,

la Margherita, soleva così in compagnia del vecchio cane tornarsene

spesso dal vicino chioso, ov'era stata a far pascolare la sua fedele

vaccherella.

La ricoverarono dunque, come fosse stata veramente la loro figliuola,

e la fecero sedere nel canto del focolare; poi, intanto che il bravo

compare le poneva innanzi una scodella di latte fresco e un bel pezzo

di pan raffermo, dicendo ch'era tutto quanto restava loro per quel

dì, la sua donna traeva di dosso alla fanciulla l'umido saione che

le copriva la testa e le spalle; e, accarezzandole i neri capegli, li

rasciugava dalle gelate goccie di che erano stillanti ancora. Quella

premura affettuosa e quelle carezze furono un balsamo per il cuor di

Maria.

Un'ora di poi, essa abbandonava la casupola ospitale, seguita dalla

sincera compassione, dagli augurii di quelle due buone creature;

e persuasa che il Signore, il quale l'aveva prima fatta incontrare

coll'onesto cavallaro, e poi condotta alla casa del contadino dabbene,

l'avrebbe accompagnata nel resto della via. E ben s'era anche il buon

campagnuolo profferto di venirle dietro, per un tratto di cammino; ma

essa, che già non sapeva come dimostrargli la sua riconoscenza, non

volle a qualunque modo assentire, e si rimise sola per il suo sentiero.

Pure, appena uscita, vide che il vecchio cane del casolare l'aveva

preceduta; e giunta poi dove la strada faceva volta al basso, lo scorse

ancora sopra un'altra ripa, ov'erasi fermato, e donde la seguì per gran

tempo cogli occhi, finchè si fu dilungata.

La via s'avvallava, facendosi di tratto in tratto più lubrica e

difficile; e fuor dalle gole dell'alture vicine soffiava cruda e

sottile la tramontana; eppure, alla fanciulla, quell'aria spirava

benedetta e salutare; perchè veniva dalla sua terra natale, e pareva

dirle che dietro alle folte nebbie di che essa vedevasi circondata,

erano le creste delle sue montagne, e le care acque nelle quali

specchiavasi il suo paesello.

Al piede di quella scesa, attraversava un rustico ponte gittato a

cavallo d'un torrente, che coll'onda grossa e limacciosa rodeva i

margini della riva: un uomo era seduto a capo della sponda del ponte,

sur un masso di tufo, che forse l'urto delle piene estive aveva

rovesciato. Era un vecchio mendicante; portava la bisaccia vuota al

collo e un giubbone di lana rattoppato, alla foggia dei montanari; e

stringendo con le due mani un nodoso bastone, se lo teneva piantato,

dinanzi e appoggiava al vertice di quello la testa contornata di radi e

canuti capegli e d'una barba grigia e irta.

La fanciulla s'arrestò in faccia del vecchio, e con un sentimento di

celeste compassione tolse fuori una moneta d'argento, l'unica a lei

rimasta e che appena sarebbe bastata a procacciarle qualche soccorso

lungo la via; e la lasciò cadere nella palma callosa e tremante che in

quel momento il povero le tese. Egli fissò gli occhi con meraviglia su

la moneta, poi li levò con una espressione indicibile sul volto della

fanciulla, confuso e in atto di dubbio e d'inchiesta.

— Ditemi, buon vecchio, gli domandò allora Maria, è questa a mancina la

buona strada per Como?

— Sì, tenete per di là, dopo un duecento passi vi troverete sulla

strada maestra, poco lontana della Camerlata... Ma dite, quella buona

giovine, non avete voi paura d'andar così sola a quest'ora, in una

stagione di questa fatta?

— No! mi son messa alla volontà del cielo; e pregatelo anche voi per

me...

— Oh pensate! anzi, se non fossi vecchio e stracco come sono, vorrei

farvi compagnia; sono incamminato anch'io verso Como; ma fiacco e

malato qual mi vedete, e dopo aver fatte venti lunghe miglia sotto la

neve, appena potrò prima di notte tirar innanzi fino a quella cascina

ch'è laggiù.

— Vi ringrazio della buona intenzione, ma io devo andare ancor molto

lontano, e si fa tardi. Addio!

Ripigliò il cammino, e ben tosto trovossi all'imboccar della strada

maestra. A mano a mano ch'essa progrediva, il nebbione si levava più

denso e cupo, stillando i suoi umidi e crassi vapori nell'aere gelato.

Già non era più di due miglia lontano della città: e qualche viandante

povero come essa, e alcune carrette e calessi tenevano quella via.

Sicchè essa allora si sentiva a battere il cuore più sicuro di prima,

quando camminava sola per la strada di traverso.

Passò davanti al portone d'una vecchia taverna, che spiccava con le

muraglie sgretolate e tutte nere di fumo sotto le tettoie biancastre

per la neve caduta: il carro d'un mulattiere era sotto il portone, e

dalle grate di legno delle finestre usciva a lampi il chiarore d'una

gran fiamma rossiccia. S'udiva, ora distinto, ora confuso, uno strepito

di molte voci, un alto e sonoro scrosciar di risa: la fanciulla tremava

di freddo e continuava per la via, seguendo intanto con l'anima la

storia de' suoi mesti pensieri.

Non molto dipoi, il suo orecchio fu percosso da un rumor di ruote e di

cavalli; e quel carro, che aveva veduto sotto la porta dell'osteria, le

passò vicino: lo conducevano due giovani e robusti mulattieri; uno de'

quali seduto di traverso su la schiena d'un vigoroso mulo, cantava a

piena gola, sur una rauca e strana solfa; e l'altro camminava a fianco

del carico, traendo spesse boccate di fumo da una corta pipa di gesso

che teneva inchiodata in un angolo delle labbra, e facendo agli orecchi

delle bestie chioccare a grandi scoppii la sua grossa scuriada.

Quando i due ebbero adocchiato la fanciulla cominciarono un l'altro a

parlarsi in un rozzo gergo, alternando fra loro certe risa sguaiate e

certi atti misteriosi, che la giovinetta ne raccapriciò tutta, e più

stretto si chiuse sul viso e sul seno il rozzo panno che la copriva,

rallentando i passi per rimanere indietro. Ma un d'essi, mettendo fuori

un aspro gorgheggio che somigliava all'urlo d'un mastino, attraversò

d'un salto il fossatello che lo divideva dal sentiero dov'era Maria,

e le si piantò dinanzi, ficcandole nella faccia gli occhi arditi

e travolti. La fanciulla gelò, e arretrandosi con un involontario

ribrezzo chinò la testa e si coperse il volto con le mani; l'altro

allora, al quale era cosa nuova quella paurosa modestia, le si fece

incontro più audace; e con un motto vergognoso, che ripetè con la buona

intenzione di calmar gli scrupoli della giovinetta, le profferse di far

la strada in compagnia.

Ella non rispose; ma d'improvviso volgendo le spalle allo sfacciato,

cercò di salvarsi dalle sue mani col fuggire: il terrore le dava l'ale,

ma il giovane la seguiva, la incalzava; e l'altro mulattiero, veduta la

scena, balzava dalla groppa della sua cavalcatura, e correva anch'esso

in aiuto del compagno.

Maria ansante, affannosa, fuggendo, guatava per ogni parte se alcuno

giungesse, e nessuno si vedeva. Già i due le stavano sopra, e con

avide braccia, come una colomba che due falchi si contendano, già

l'abbrancavano; quand'ecco un uomo sbucar fuori da una viuzza della

campagna: era il vecchio mendicante, che Maria aveva incontrato

al ponticello del torrente. Costui la vide, corse, gettossi fra la

fuggitiva e i due inseguenti; e strinse al suo seno la sbigottita

fanciulla, con un braccio che l'ira fece ancor forte, nel tempo stesso

che levò l'altro armato del nodoso bastone, minacciando di romper

l'ossa al primo che si fosse avvicinato: tutto fu un istante.

I due compagni, sorpresi dall'imbarazzo si guardarono in faccia un

l'altro; ma il vecchio, con ferma voce, gridò: — Non fate un passo, o

scellerati, e tornate per la vostra strada! Io non ho paura di voi;

e voi accopperete me, vecchio come sono, prima di toccare a questa

fanciulla la punta d'un dito!

— Cos'ha mai questo demonio di vecchio? disse uno allora; e l'altro:

— Malann'aggia il dannato che guasta il fatto nostro! E come c'entri

tu, vecchia tramoggia dismessa? Vanne al diavolo che t'aspetta, o

t'avrai a pentire!... E tutt'e due allora fecero per iscagliarsi sul

mendicante, e strappargli di mano il bastone, ch'egli teneva ancora

sollevato in atto di minaccia su le loro teste. La giovinetta aveva

gettato le braccia al collo del suo difensore, e vi si teneva stretta,

avvinghiata.

— Lasciatela stare, per dio! il vecchio riprese con accento disperato,

lasciatela stare: ella è mia figlia!...

Queste parole fecero uno strano effetto sulle anime rozze ma schiette

de' due garzonacci: e l'accorta menzogna, che la stretta del pericolo

suggerì al pover'uomo, fu quella che salvò la fanciulla dallo

scellerato insulto.

— Ella è mia figlia! replicò l'animoso vecchio, e la sua nuda fronte

si corrugava, ardevano gli occhi, e tutte le sue membra per lo sdegno

tremavano. I due giovani si trassero indietro, colti da un cotale

istinto di vergogna che non sapevano spiegare a sè stessi; e sui loro

volti foschi e fortemente scolpiti lo svergognato ardimento aveva

ceduto il luogo a un insolito senso di compassione, che li faceva

stupidi e muti.

Alla fine: — Andiamo, Anselmo! disse uno, questo non è pane per i

nostri denti; e voi, galantuomo, perchè non l'avete detto alla prima,

ch'ell'era vostra figlia?... Non avete a far con dei birboni; e vi

sareste risparmiato a voi l'incomodo d'alzare il bastone, e a noi il

rischio di rompervi le corna.

Ciò detto voltaron le spalle; e, pigliatosi a braccio un l'altro, se

n'andarono zufolando di concerto, per correr dietro a' loro muli che

avevano perduto di vista.

— Sia ringraziato il Signore! disse il mendicante, dopo che si furono

allontanati, che m'abbia mandato l'inspirazione di continuar la strada:

io son vecchio, gli è vero, ma mi ricordo d'altri anni e d'altri

tempi... e, per dio! vi giuro, che a costo di questi quattro dì che mi

restano di vita, quegl'infami non avrebbero ardito non solo di torcervi

un capello, ma nemmeno di dirvi una parola di più... Or via! andiamo,

io mi sento bene; la mia forza antica mi è tornata in corpo, e voglio

venir con voi fino laggiù alla città.

La fanciulla lo guardava con una soave tenerezza, dalla quale

traspariva tutta la gratitudine d'un'anima pura, che non sa trovar

parole per esprimere quello che prova.

— Creatura del cielo! continuava il mendicante, voi avete stesa la mano

al povero vecchio, voi avete spartito con lui forse l'ultimo vostro

pane! Poco fa, quando là sul ponticello, vi siete fermata dinanzi a

me e con atto di compassione m'avete guardato, io ho veduto spuntare

una lagrima sugli occhi vostri; era tanto tempo che non incontravo

una faccia pietosa!... Adesso, io sono infelice; ma anch'io sono stato

un uomo e ho vissuto giorni ben diversi... oh! ma allora, in vece di

questo giubbone, io portava la divisa gloriosa del soldato, io aveva

veduto più di trenta battaglie, io odorava con gioia il fumo del

cannone; e queste mani, che adesso vedete tremare, hanno piantato una

delle bandiere di Napoleone, là sui tetti delle case di Smolensko,

in mezzo ai ghiacci della Russia!... ma, ora tutto è finito da tanto

tempo; e nessuno sa più nè manco ch'io mi sia... Voi sola m'avete

consolato con un'occhiata d'amore; siate dunque benedetta!

Maria s'era appoggiata al braccio del vecchio; e alternando parole di

conforto al racconto delle loro vicende così diverse, ma dolorose del

paro, continuarono a camminare in compagnia, fino a che giunsero presso

alla città. Qui si fermarono e si separarono: Maria, con un senso di

riverenza e d'affetto strinse la mano della sua guida, quella mano arsa

e callosa che poco prima s'era levata in sua difesa, e a malincuore si

congedò dal vecchio mendicante, che più non doveva rivedere.

Battevano le quattr'ore di sera sulla torre d'una chiesa del sobborgo

di Sant'Agostino, quando la giovinetta, sola un'altra volta e sostenuta

dal suo cuore, l'unico fedele che rimanga agli infelici, prendeva

la via della montagna, sperando pure di potere almeno arrivare

presso al suo paese, prima che la notte fosse venuta. Pensava che le

sarebbe stato impossibile il trovare in quell'ora una barca che ve la

tragitasse, tanto più che non l'era nemmeno avanzato di che pagarne il

nolo; e poi, il timore d'esser conosciuta, e la ripugnanza che sentiva

a mettersi di nuovo in mezzo alla gente per le vie oscure ed anguste

della città, le accrescevano la sicurezza di poter giungere egualmente

da parte di terra al termine del suo viaggio: era quella la strada

del suo terreno nativo, e l'aveva trascorsa più già d'una volta fin da

fanciulla, in compagnia del padre suo.

L'alpestre cammino era disagiato e rotto, ma i passi della fanciulla

eran rapidi e sicuri; un segreto coraggio la sosteneva, dicendole che

dopo un'ora di via ella sarebbe finalmente giunta al luogo della sua

pace, a quel ricovero così sospirato e pianto, dove oramai aveva poste

le sue poche speranze, tutta la sua vita. La poveretta si pasceva,

camminando, di queste pure idee consolatrici: e mentre continuava la

sua via su per la difficile erta, pareva che la ricordanza de' suoi

mali recenti andasse dietro a lei fuggendo, svanendo a poco a poco,

come l'angustia di un pericolo già passato. Domandava a sè medesima, se

la vecchia Marta fosse ancor viva, se l'aspettasse ancora, se l'avrebbe

stretta nelle sue braccia, se le avrebbe perdonato e tenuto luogo di

madre. In mezzo a queste immagini, la cui amarezza era temperata dalla

fiducia, Maria non s'accorgeva dell'asprezza della strada, e le sue

gracili membra portavano con alacrità l'insolita fatica.

Di poche e rade tracce umane eran tocche le nevi di quelle dirupate

rive; il fianco della montagna, tagliato a mezzo della via che conduce

da uno all'altro di que' sette miserabili e oscuri villaggi, i quali

si chiamano con superbo nome le sette città di Blevio, presentava in

tutta la sua nudità lo squallore dell'inverno, che aveva fatto quasi

impraticabile i sentieri e le coste. Macigni rovinati di recente, e

ricoperti tutti dallo stesso manto di neve; alberi conquassati dagli

eterni rovai, e minaccianti di rovesciar su la strada, co' rami più

annosi squarciati, che crepitavano al più leggiero soffiare del vento;

e gore d'acqua putrida, ghiacciata, dov'era rotta o fessa la terra;

e giù giù, per il dosso della montagna, boscaglie nude, stecchite e

rigagnoli di nevi squagliate: vecchi torrenti che trascinavansi dietro

ceppaie sbarbicate e lembi di terreno lacerati dall'impeto del gorgo,

poi con fracasso si dividevano, si moltiplicavano saltando per le

rapide balze e rovinando per entro le scoscenditure e le frane con uno

scrosciare dirotto, il solo strepito che sturbasse la sepolta natura;

e al basso, in fondo, spiccando col suo cupo colore, sotto il cielo

torbido e bruno e sotto ai monti tutti bianchi, la verde e muta acqua

del lago.

Intanto era sopraggiunta la notte; e, dopo molti pericoli e molto

terrore, Maria aveva attraversato l'ultimo di que' sette villaggi.

Passando, non aveva veduto che il riflesso di qualche tardo lume,

dietro il pertugio ingraticolato d'una casipola; non aveva incontrato

che due o tre montanari, i quali, senza badare a lei, s'erano perduti

per le tenebrose callaie del paese. Cominciava a spirar di nuovo la

tramontana e a fioccar più larga e più folta la neve, sbattuta dal

vento, che fischiava rompendosi contro ai dirupi e sollevava ne' suoi

vortici quella già caduta.

Più d'una volta la fanciulla, la quale infiacchita, affranta dal

crudele viaggio, oramai reggevasi a stento, sentì mancarsi sotto i

piedi il terreno, e alzò uno strido di spavento, uno strido che quella

stessa orrida solitudine lasciava senza risposta; più d'una volta

con disperato sforzo si mise a correre a tutta lena su la perigliosa

via, a fianco de' precipizii, sul margine degli sdrucciolevoli massi,

come per salvarsi dal turbine che pareva inseguirla; e poi affannosa,

anelante e credendo veramente di morire, s'avvinghiava con le deboli

braccia al tronco d'un albero, alle punte d'uno scoglio. E il vento

quasi si facesse giuoco della misera creatura, come d'una gracile

canna, or la incalzava e or la respingeva infuriando; nella foga del

correre contro l'impeto dell'uragano, essa aveva perduto la mantellina

che la copriva: e, a ogni buffa del vento, le sue trecce sciolte le

sferzavano sul candido collo e sul viso livido e agghiacciato. Poi

tornava a camminare, e sollevando di sopra il capo le mani strettamente

intrecciate, sembrava tra l'orror dello spavento e il gemere della

preghiera domandasse al cielo la morte come una grazia; stanca la vista

le si appannava, le si confondevano nella mente gli stessi pensieri di

terrore, e già più non sapeva dove ella fosse.

Alla fine, il sentiero cominciava a calar al basso; e in mezzo al fosco

della notte e allo smorto biancheggiar delle nevi, parve a Maria di

vedere un filare d'alberi, un muro, una casa...

A tentone seguitava la guida di quel muro, e trovavasi in faccia d'un

cancello chiuso fra due cadenti pilastri. Appoggiò la fronte alle

fredde aste del cancello... e riconobbe ch'era il campo santo del suo

paese; e credè perfino discernere il mucchio di terra dov'era sepolto

suo padre e la croce coperta di neve che lo proteggeva.

Allora si mise devotamente inginocchioni su l'entrata del sacro

terreno; e da quella scena di morte richiamata d'improvviso ai

pensieri della vita, pregò, pregò a lungo... Ma il disagio patito, la

dolorosa via, l'angoscia e il rimorso, tutto le piombò in quel punto

su l'anima, la quale forse più non era attaccata che per un filo

all'esistenza. Ella abbrividiva, si sentiva sfinire, ardeva, gelava

nel momento stesso... Non ebbe più forza di tenersi al cancello che

aveva abbracciato, e lasciandosi cader giù lentamente su l'agghiacciato

terreno, giacque come morta.

Un'ora di poi lo scalpitar d'un cavallo turbava il silenzio mortale di

quella desolata riva. La notte era già alta, l'uragano cessato; e solo

testimonio di vita era il fremito indistinto del lago, che si rompeva

alla sponda col monotono spumeggiar del fiotto.

Il giovin cavaliero, ravvolto nel suo corto mantello, pareva

disprezzare tutto il rigore della stagione, e consolarsi quasi nel

respirar l'aria asprissima della montagna. Egli aveva abbandonato

le redini sul collo del suo cavallo, che con passo lento e stanco

discendeva per la china.

Allorchè giunse presso al campo santo, il suo sguardo cadde a caso

sopra qualche cosa d'opaco che spiccava sul bianco terreno. Raccolte

le briglie, volse il cavallo da quella banda, e curvandosi sulla sella

vide al debole chiaror della neve onde appariva coperta ogni cosa

all'intorno, una misera creatura la quale pareva svenuta o estinta; e

pensò ch'era forse colà venuta dal paese a pregare per i suoi morti,

e che la crudezza del freddo o l'imperversar dell'uragano l'avevano

ridotta a quegli estremi.

Il cuore gli tremava forte; fermò il cavallo, scese di sella; e poi

chinatosi sul terreno presso quella salma assiderata, riconobbe ch'era

una povera giovinetta; e sorreggendola sulle sue braccia la sollevò

alquanto e la sostenne, inginocchiato com'era, sì che la testa grave

e cadente dell'estinta si rovesciò su la sua spalla. Allora egli

avvicinò il suo volto alla bocca della infelice, per conoscere se un

alito leggero di vita scaldasse ancora le sue membra immobili, fissò

gli occhi sovr'essa; ma al primo guardare, nulla vide, nulla distinse,

quasi che l'anima sua non avesse più senso... Tornò a fissar quella

fronte, que' labbri, que' cigli, ogni fattezza... e un brivido gli

corse per tutte le vene, e si sentì passar attraverso al cuore come la

fredda lama d'un pugnale... Arnoldo l'aveva riconosciuta.

Angiola Maria: Storia domestica · 第 78 / 105 题