Nel salotto d'un modesto albergo della città, un giovine passeggiava
su e giù, coll'andar lento, interrotto di chi è preoccupato da profondi
e importuni pensieri. Nel camino ardeva scintillando un fuoco vivo, un
di que' cari fuochi così salutari che ti sciolgon le membra da' brividi
de' primi freddi del dicembre; eppure, benchè un nebbione fitto fitto
impregnasse l'aria e le vie de' suoi vapori, la finestra della stanza
era aperta, spalancata; come si suol fare a' primi soli d'aprile.
Il giovine teneva le braccia incrociate sul petto e gli occhi fissi
all'angusto spazio di terreno che misurava co' passi; e in mezzo a'
pensieri lasciavasi sfuggir di bocca ora un lamento, ora una parola di
dispetto, secondo che lo vincesse impazienza o dolore. E poi, quasi
per togliersi a quell'ostinato meditare, s'avvicinava alla finestra,
e appoggiato alla soglia se ne stava a contemplare con occhio muto la
gente, le strade, le case e il sole biancastro e senza raggi attraverso
a quel velame di nebbia, che gli somigliava alla scena d'un sogno.
— Eccomi solo! egli pensava: solo, abbandonato a ventitrè anni, tristo
come un colpevole, inutile ad altrui, a me stesso!... Povera mia vita,
povero mio cuore, che siete mai? È questa la felicità ch'io cercava, la
verità, la pace di cui tanto aveva sete l'anima mia?... Benchè giovine,
la vita mi costò a quest'ora troppo duro saggio; ma, a questo mondo,
ciò che patisce il cuore soltanto, non si conta per nulla, l'ho perduto
tutto, tutto; e non mi resta nemmeno il ricordarmi del passato senza
sgomento e senza rimorso. È egli possibile che mio padre, il vecchio
mio padre m'abbia maledetto?... Gran Dio! sostieni l'anima mia, dammi
la virtù, di soffrire, o ch'io mi perdo!...
— E gli uomini?... essi che non credono e non vivono che per il
fatto, eterni schernitori d'ogni entusiasmo, d'ogni sacrifizio,
d'ogni patimento dell'anima, mi volgon le spalle, mi tengono a vile,
mi chiamano stolido, e fors'anche infame!... No, no! io fui, io sono
più forte di voi tutti! Sia ciò che vuole, la voce della coscienza,
la necessità dell'avvenire, l'infinito desiderio della verità gridan
più alto di voi; e io vi disprezzo. Ho ben già fatto ancor più; a
questa immensa speranza della verità ho sacrificato la canizie di
mio padre, il pianto delle mie sorelle, il mio nome, la gloria e gli
agi che il mondo m'aveva promesso, tutto, la religione stessa della
mia famiglia!... Pure, per gli altri, io sono un uom fiacco, uno
spirito vile, un imbecille. E qual è la mia colpa? Quella d'aver osato
confessare apertamente, in faccia a tutti, di credere!... A che mi
valse dunque la lotta lunga, penosa del dubbio? E se fu un martirio,
perchè non ne ho io trionfato ancora?... Io sono cattolico! l'ho detto,
e gli amici miei risero; ho creduto alla fede che m'insegnarono la
semplice eloquenza d'un santo, l'amicizia d'un giusto, l'amore d'un
angelo; ed essi risero!... Oh dolore, in cui v'ha di che maledir
l'intelletto, e di sospirar di finire!
— Io aveva tanto bisogno di riposo, eppur sento che il mio cuore
sostiene ancora una fiera guerra. Se ritorno coll'anima su la vita
passata, mi ricordo che a quindici anni io contava già amari giorni;
che talvolta io mancava sotto il peso della noia, e tal altra la mia
mente perdevasi nell'infinito. Ma almeno allora io poteva piangere...
Oh perchè la povera mia madre mi fu tolta sì presto! Io avrei vissuto
dell'amor suo, dell'amor suo, unica virtù di tutta la mia vita!
Oh perchè mio padre fu sempre così avido di grandezze, e io così
indifferente a ciò che chiamasi gloria e fortuna?... Se una passione
cieca, violenta m'avesse trascinato, come tant'altri ch'io vidi e
conobbi, sarei forse meno infelice che adesso non sono. Io non so
qual condanna s'aggravi sul mio capo; ma so che ho sofferto, ho veduto
piangere e soffrire quei pochi che mi amarono... No, no! gli è meglio
ch'io discacci questi dolorosi pensieri...
E tornava a passeggiare, e l'anima cupa gli si leggeva su la fronte
sdegnosa; i suoi passi erano più concitati, e gli occhi torbidi e
irrequieti, segno della tempesta che dentro sopportava. Alia fine
rimase per qualche tempo immobile, come se i suoi pensieri tacessero;
poi si gettò sopra una seggiola, abbandonò gravemente il capo fra le
mani, appoggiandosi alla tavola ch'era presso il camino; e di nuovo
s'immerse nelle più scure fantasie.
— È impossibile! il mio cuore non ha più che un'illusione sola...
Quell'oscura fanciulla, l'unica che, io abbia amato coll'anima mia,
l'unica che non abbia ardito confidare il suo al mio affetto, e che
pure mi ha amato, anch'essa m'abbandonò, non è più qui! Dunque non la
vedrò più, io che sperava di trovar vicino a lei una pace che per breve
tempo ho pur gustata, in que' pochi giorni fuggitivi, i soli giorni che
con dolcezza io richiami!...
— Buona e povera Maria! anche tu hai portato il peso del dolore, ma
pure fosti meno sventurata di me. Non sono io sulla terra solo, al
pari di te? ma tu vivi ancora la tua vita pura e tranquilla, non hai
il cuore turbato dalle tempeste che agitano il mio; l'affanno t'ha
oppressa, ma le tue lagrime sono silenziose e care, sono le lagrime
della virtù e della rassegnazione: io in vece non posso piangere, e
se piango, non son lagrime di conforto, ma di disperazione!... Oh le
mie notti! le ore terribili della notte così gravi e mute, e piene di
fantasmi! È allora che la mia mente va farneticando nelle tenebre,
che l'anima mia si dibatte, come in un mare senza confini. Tenebre
dappertutto, nel dì e nella notte, su la terra e nel cielo, tenebre
il passato e l'avvenire, la vita e la morte!... O Signore! questa è
la fede che tu m'hai data?... Eppure, io credeva!... e quando pregai
d'essere ricevuto nel grembo della tua Chiesa, allora il cuor mio era
sincero, era sicuro e forte. Deh! come in allora, ponmi al fianco, o
Signore, alcuno che mi ami, e mi ricordi sempre che questa fede non è
un sogno dell'anima, ma la vera, l'unica consolazione della vita!
— Oh! che sarà mai intanto di Maria, di quell'innocente creatura, che
per l'amor mio è fatta infelice? Io devo cercarla, ridonarle la pace
che le ho tolta, e, quantunque io non possa più restituirle nè madre nè
fratello, potrò almeno, se il cielo consente, e s'ella mi crede ancora,
tenere il mio giuramento. E Dio che l'ha benedetta, benedirà me pure!
Di lì a poco, alcuno bussò leggermente all'uscio della stanza. Era un
giovine di bell'aspetto e di modi cortesi, un tale che noi conosciamo
da poco in qua; era Eugenio, l'amico della graziosa alunna crestaia.
Com'egli avesse fatto la conoscenza d'Arnoldo Leslie, perchè si fossero
poi legati, io ve lo dirò adesso, se vi piace.
Il giovine inglese era tornato in Italia due mesi prima, nell'ottobre;
e, come ben lo pensate, col disegno di trovar Maria, la quale gli stava
sempre nel cuore; era stato il primo amor suo, era il solo anello che
ancora lo attaccasse alla vita.
Attraversata Francia e Svizzera, poi venuto a Como, s'era fatto
trasportare senza indugio al paesello di Maria. La prima gioia che
gustasse, dopo tanto tempo, fu al salutare la bella riva e quella
conosciuta e amata dimora; egli pensava di trovar colà, nella loro pace
di prima, Maria e sua madre... Balzò dalla barca, cercò impaziente
con gli occhi la casetta: le finestre eran tutte chiuse; solo vide
semiaperta un'imposta della porticella di strada, e seduta a capo degli
scalini la vecchia Marta.
Essa non lo riconobbe; ma quando e' le disse il proprio nome, — Oh
santissima Vergine! esclamò, cosa viene a far qui adesso lei? Non
sa che non c'è più nessuno? Non sa che sono tutti morti?... cioè,
la Caterina e don Carlo... e che di Maria non s'ebbe più nuova nè
imbasciata, dopo la gran disgrazia...
Arnoldo non chiese, non volle sapere di più. Ma il dì seguente, tornò
muto e lento a quella casa deserta; rivide la Marta, domandò e conobbe
la breve storia della sventurata famiglia, o almeno quel tanto che
n'era noto alla vecchia; e pianse con lei.
Di là poi, se n'era venuto a Milano. Presentatosi con note
commendatizie a quella casa di commercio, nella quale Eugenio
trascinava il suo meschino noviziato, egli s'avvenne in questo giovine,
che gli sembrò dabbene e sincero; e com'ebbe più d'una volta occasione
di trattar con lui, quando andava a riscuotere qualche somma di proprio
credito (perchè, per buona o cattiva fortuna, a questo mondo non si
vive soltanto d'amore e di fantasie); così, non di rado accadeva che se
ne tornassero in compagnia, senza esser per questo i più grandi amici
del mondo.
Arnoldo, d'altro non sollecito che di saper la sorte di Maria, aveva
inutilmente tentato ogni mezzo di trovarne traccia. Solitario per
costume, e divenuto poi più diffidente, non volle aprire a nessuno
l'animo suo; ma visse ritirato e malinconico nell'albergo poco noto,
dove aveva preso stanza e dove altri non capitava che quel buon giovine
dell'Eugenio; il quale talvolta, e quasi per forza, lo trascinava seco
a diporto, per guarirlo dalla sua cupa tristezza, dicendogli che lo
_spleen_ l'avrebbe presto fatto finir tisico.
Per questo, Eugenio non conduceva l'amico nè lungo le monotone strade
di circonvallazione, nè sotto i castani già brulli e nudi delle
nostre solitarie mura, ma se lo traeva dietro per le corsìe più liete
e frequenti di popolo; e tenendosi al braccio del compagno, sapeva,
in quelle passeggiate, trovar fuori l'ora opportuna di venire verso
la nota bottega, dove sedeva a ridere e a lavorare la sua Ghita; e
questa ne lo ringraziava con una lunga occhiata, con un sorriso. Ma una
volta fra l'altre, mentre al solito passavano appunto presso l'entrata
della bottega, Arnoldo a caso rivolse gli occhi da quella parte, e
vide, o gli parve vedere, la sua Maria che sedeva occupata al ricamo,
vicina alla vetriera della porta... Si fermò, riguardolla ancora...
era proprio dessa. Poco mancò che non gli sfuggisse un grido di gioia
improvvisa. Ma la fanciulla non s'era distratta dal lavorio, non lo
aveva riconosciuto. Egli allora, sforzandosi di parer indifferente,
chiese all'amico se fosse stato mai in quella bottega; ed Eugenio,
pensando che l'altro avesse indovinato il suo segreto, lo guardò
sogghignando, e rispose che sì; poi, da buon figliuolo com'era, gli
confidò il suo amoretto con la Ghita.
Arnoldo l'aveva appena ascoltato; colmo l'animo del contento d'aver
riveduta Maria, egli abbandonavasi alla soavità dell'antico affetto,
alla voluttà della speranza adempita. Il suo volto s'era fatto
sereno, il suo cuore leggiero e aperto; parlò e rise, sì ch'Eugenio ne
strabiliò, pensò fosse effetto della sua medicina, di darsi un po' di
bel tempone, e poco stette che non lo consigliasse allora, da bravo
amico, a far come lui, e pigliarsi dett'e fatto una bell'amorosa,
gaja, alla buona, che certamente gli avrebbe cacciato la mattana. Ma
si pentì e restò intraddue; quando, prima che si lasciassero, Arnoldo
gli strinse forte una mano, dicendogli seriamente: — Ho un servigio a
chiedervi: venite domattina da me, ch'io devo confidare al vostro onore
una cosa che mi preme.
— Ben fortunato di potervi servire, gli aveva risposto Eugenio;
di me potete viver sicuro, io vi stimo troppo, e... Ma non finì il
complimento, e se n'andò pensando: Che vorrà mai quest'originale? O
ch'egli è matto, o ch'io non ci vedo.
La mattina vegnente, non mancò all'ora data; e Arnoldo, con gran
mistero, gli scoperse la promessa che lo legava alla nostra fanciulla,
per la quale soltanto era tornato in Italia; e soggiunse che, dopo
molte vane ricerche, il caso gliela aveva fatta incontrare nella
modesta bottega d'una mercantessa; in quella appunto, a cui eran
passati vicino il dì innanzi in compagnia.
Eugenio maravigliò e rise, chè gli pareva un sogno; ma l'altro prese
sul serio la cosa, e fattogli giurare di non dir nulla, volle da
lui la promessa di far di tutto, perch'egli potesse in qualche modo
parlare alla giovine amata. Eugenio disse che non pensava l'affare
molto scabroso; e prima di sera aveva già messo a parte del suo segreto
l'amica, poichè non avrebbe potuto tenerlo intero per sè, a malgrado
di tutte le promesse del mondo. Ma, saputo ch'egli ebbe dalla compagna
che Maria era una giovine un po' diversa dall'altre, e che faceva la
ritrosa e la santoccia, s'avvide non essere la cosa sì facile, e non
seppe più dir nè fare.
Fu il giorno appresso che la fanciulla disparve, come già sappiamo.
Arnoldo ne disperò quasi, ma Eugenio era là per consolarlo e dargli
buona speranza; rassicurava esser quello un ghiribizzo, una delle
solite furberie delle fanciulle, le quali vogliono vedersi correr
dietro il poveraccio che abbia la disgrazia d'innamorarsene. — Pure
molti dì eran passati, senza che uno o l'altro avessero potuto ancora
saper la verità. Ben aveva tentato più volte l'Eugenio di far parlare
la crestaia, spacciando grandi promesse a nome dell'amico, ma non n'era
venuto a capo: la buona donna fu muta, ostinata a custodire il segreto;
benchè il giovine pensasse ch'egli era piuttosto per malizia che per
virtù scrupolosa. Arnoldo, perduta la fiducia di ritrovarla, si rimise
alla vita indifferente e monotona di prima, a quella vita tediosa che
coll'inerzia del di fuori ricopre l'interno cruccio. Così era venuto il
dicembre.
— Eugenio! diceva adunque Arnoldo al suo nuovo amico, quella mattina in
cui l'abbiamo trovato che passeggiava nella sala dell'albergo: Eugenio,
sedete qui, accanto a me. Le prove d'amicizia che m'avete dato, il
vostro onesto costume, la vostra premura, meritano ch'io metta in voi
maggior confidenza. Voi mi conoscete appena, e poco sapendo di me forse
mi giudicate male. Gli è giusto dunque ch'io vi spieghi il mistero che
a voi ancora mi copre, gli è giusto che mi conosciate meglio: forse
allora, se nel cuor vostro avete riso di me, mi compatirete!
Il tono severo di quest'esordio scosse un poco Eugenio: e poi, i
colloqui serii non erano il suo forte; nondimeno, fatta all'amico una
solenne protesta d'osservanza, si pose a giocar distrattamente con le
molle fra le ceneri del focolare.
E l'altro prese a raccontargli la storia dell'amor suo, meglio che non
abbiamo potuto far noi in queste pagine modeste; cosa ben naturale,
era l'amante che parlava, e il suo cuore s'effondeva nelle parole, con
una verità semplice, poetica. Ma Eugenio intanto pensava che l'amico
suo era un bel pazzo, e ch'egli, se fosse stato ne' suoi panni, certo
non avrebbe perduto il tempo in quelle malinconie, e a far all'amore
alla romantica con una tapinella; mentre invece avrebbe potuto a suo
capriccio fare il mestier del Michelaccio, quel beato mestiero che non
s'insegna, e che tutti sanno e sapranno sempre.
— Dopo quel tempo d'una felicità ch'io quasi non credeva possibile,
così continuava Arnoldo il suo racconto; dopo quel tempo, vennero per
me i giorni dell'amarezza e dello sconforto. Ma qui, bisogna che vi
confidi un'altra cosa che ancora non sapete, il vero mio nome. Voi mi
conoscete per Arnoldo Randale; questo non è il mio casato, ma quello
della famiglia di mia madre; e per segrete ragioni io lo presi al mio
ritorno in Italia. Mio padre è lord Guglielmo Leslie.
L'amico Eugenio levò gli occhi con gran maraviglia a quella sonora
parola di _lord_; e, poste giù le molle con che giocava, stette con più
cheta attenzione ad ascoltarlo.
— Mio padre, seguitava Arnoldo, è un uomo severo, superbo del suo
nome e dell'antica sua nobiltà, quant'altri mai; i suoi principii sul
fatto e su la condizione sociale son quelli d'un vero Inglese, onore,
orgoglio e fermezza; il motto dell'arme gentilizia de' Leslie sembrava
appunto dettato per lui: _Sempre salire!_... Ma, fin dagli anni
infantili, il mio cuore s'apriva in vece all'incanto delle miti virtù
di mia madre, dolcezza e compassione, amicizia e amore. Io sento di non
esser nato per quelle che chiamansi le grandi virtù del nostro secolo,
una politica che si veste del fastoso nome di filantropia, e una
civiltà che pesa tutto su le bilance dell'industria. Passai i prim'anni
dell'adolescenza nella casa d'uno zio di mia madre, venerabile vecchio,
di cuor giovine e caldo, uom generoso, soccorrevole e costante; egli
era irlandese e cattolico, e aveva perduto il figlio, la nuora e i
nipoti, tranne uno solo che formava le delizie dell'abbandonata sua
vecchiaia..... Questo giovine cugino fu il mio primo amico! Ah! pochi
anni appresso, anch'egli era morto...
— In quel tempo appunto, ripigliava il giovine dopo una pausa, nel
nostro paese gli spiriti bollivano in quella famosa guerra d'opinioni
e di parte, che tenne grandemente agitati tutti i giusti e i buoni, la
controversia della emancipazione de' cattolici. Mio zio metteva in cima
de' più cari suoi voti la sospirata legge, e ne procacciò il trionfo,
per quanto potè e seppe. Parmi ancora vederlo scuotere la sua testa
canuta, e volgere al cielo gli occhi accesi d'un insolito ardore di
gioventù, dicendomi dover la giustizia trionfare una volta o l'altra
anche su questa terra, e nessun sacrifizio esser poco, per guarire la
patria d'una piaga che per tre secoli aveva fatto la vergogna della
superba nostra civiltà!... Ma appena mio padre conobbe i nobili sforzi
del suo parente e il mio entusiasmo a pro di questa causa generosa,
mi rivolle presso di sè, caldo sostenitore, com'egli fu sempre, degli
antichi rancori. E mi mandò a viaggiar sul continente, perchè la mia
mente si spogliasse di queste fantasie, ch'egli chiamava la scorza del
fanciullo, e imparasse a conoscer gli uomini e le cose. Ma era tardi.
Io aveva già sposata la parte degli oppressi; io amava il culto solenne
e maestoso della Chiesa a cui mi guidava fanciullo il mio vecchio
zio, e dove univo le mie alle candide orazioni del mio povero cugino;
l'arida e corrotta dottrina, e la troppo mutabil fede nel seno della
quale io nacqui, non avevano parlato mai al mio cuore.
— Nel mio viaggio attraversai, come un uomo nuovo, quest'Italia
così degna d'amore e di venerazione; di città in città, vidi le
sue basiliche, le sue cupole, le sue chiese, nelle quali mi pareva
che l'arte veramente divina traducesse all'anima il mistero della
suprema bellezza; vidi i capilavori di Michelangiolo, di Raffaele,
di Tiziano, di Guido, di cent'altri; tutto mi rapì, mi commosse; e
questo, il posso dire, fu il principio della mia conversione. Conobbi
molti uomini d'alto ingegno, di semplice probità, uomini di fede e
di sapienza; conversai con essi, ritrovai in loro le virtù, le parole
dello zio Randale; e finalmente, venuto in questa stessa vostra città,
Dio mi fece incontrare con quel saggio che doveva rinverginar la mia
mente, vincere il dubbio del mio cuore, sollevare la mia speranza e la
forza del mio intelletto a una lieta novella. Fin d'allora io voleva
abbandonar l'eresìa; pure quell'uomo, ch'io venerava come il mio
salvatore, aveva letto nel mio cuore, e veduto che la mia deliberazione
era più d'entusiasmo che di convincimento; e non assentì. Ma,
congedandomi con lagrime di consolazione, mi disse di lasciar fare al
Signore, che avrebbe condotta a' fine l'opera sua.
Intanto Eugenio, al quale il racconto riusciva nuovo e strano (egli
che non aveva mai pensato sul serio a' paternostri e a' credo della sua
nonna), diceva tra sè e sè che quel giovine aveva più del dottore che
del lord, onde l'avrebbe indovinata meglio se fosse venuto al mondo a'
bei tempi del bordone e delle cocolle: del resto, che le belle Madonne
dipinte sui quadri l'avessero convertito, non lo capiva; chè per lui,
tutte quelle belle sante color di rose e gigli, e quelle Maddalene
penitenti che aveva veduto, gli avevan fatto frullare tutt'altri
pensieri in capo.
— Dopo qualche tempo, riprese Arnoldo, mio padre mi richiamò a casa;
ma avend'io rifiutato un illustre matrimonio al quale egli stesso mi
destinava, s'inasprì contro di me; mi respinse, e venne con le mie
sorelle in Italia, ov'io lo seguitai poco di poi. Ma qui, l'amore
di Maria e l'amicizia del fratel suo, come già v'ho narrato, mi
ricondussero a' più santi pensieri, alla religione... Tornato in
patria, volli alfine adempire il proposito fatto, e andai a visitare
il mio buon zio, il quale più nulla aveva saputo della mia sorte;
quell'uom venerando, giunto nell'ultima vecchiezza, era divenuto
cieco. Lo trovai inchiodato dagli anni su d'una seggiola antica, ma
con la mente lucida e col cuore tranquillo. Egli pianse di gioia al
racconto delle arcane vie per le quali la provvidenza aveva condotto
l'opera della mia salute; e levando in atto solenne la nuda sua testa,
e con le mani tremanti cercando la mia, mi benedisse, ed esclamò che
oramai moriva contento, perchè il Signore lasciava nella sua famiglia
l'eredità della fede. Alcun tempo appresso, egli si fece trasportare,
quantunque cieco, nella chiesa in cui io feci la pubblica abbiura
dell'eresía!... La memoria di quel dì non uscirà mai dal mio cuore!...
Ma da quel dì stesso, non rividi mio padre, e forse nol vedrò più.
Nessuno, ben che il fatto della mia conversione menasse qualche rumore
della città, nessuno ebbe l'animo di farne motto con lui; talchè seppi
poi ch'egli ne aveva letto la notizia sui fogli pubblici... Mi fu
riferito che nell'impeto del suo sdegno egli m'abbia maledetto... Oh
Dio! No, no, io non lo crederò mai; e tu, o Signore, non consenti che
un padre maledica al figliuol suo!... Il vero è ch'io fuggii, come un
colpevole, abbandonai famiglia, amici e patria; non avrei potuto vivere
come uno straniero vicino alla mia casa, a' miei; e mutai nome e cielo.
Poi, qui speravo di trovar quel riposo che sempre fugge dinanzi a me,
e qui mi chiamavano ancora una promessa, un amore... Ah! sì, che almeno
io ritrovi quella virtuosa fanciulla! Essa non mi respingerà più; ora,
io non sono il giovine ricco e potente, sono il figliuol diseredato, il
povero esigliato che domanda conforto, che ha bisogno di trovar alcuno
che l'ami ancora.
— Ah! esclamò Eugenio, vi dico in coscienza che di certe cose io non
ne so straccio! Ma se, per dio, non v'avessi intes'io a raccontare voi
stesso la vostra storia, la crederei proprio, come se mi dicessero che
il Gran Turco s'è fatto eremita. Un giovine come voi, un signore, un
uomo d'ingegno, far questa fine... Scusate, sapete; ma, a me, questi
miracoli non m'entrano in testa; sebbene, a dirvela com'è, tutto ciò
m'abbia imbrogliato un po' le idee; m'avete tirato giù certe ragioni,
certi scrupoli, a cui non ho mai pensato in vita mia.
Arnoldo taceva, e teneva fissi sopra il compagno gli occhi con un'aria
tra mesta e grave.
— E vorrei veder adesso, soggiungeva Eugenio, che quella fortunata
fanciulla volesse far la schizzinosa. È impossibile! e scommetto che il
suo nascondersi è furberia bell'e buona per tirarvi meglio in trappola.
— Non è vero! Voi non la conoscete, rispose sdegnoso Arnoldo.
— Sarà, lo dite voi, sarà! Ma pur non vorrei che... E, con un tal
maligno sorriso, Eugenio scoteva il capo.
— Ah! voi ridete, voi ridete, come gli altri che mi tengono per uno
stolto!... Ma voi non sapete quel che si passa qui dentro, quel che si
può perdere e sperare!
A queste parole dette con fuoco, l'altro tacque, si strinse nelle
spalle, e conchiuse mentalmente: Non c'è da dire! bisogna persuadersi
ch'egli pizzichi del matto.
Ma poco di poi, quando Arnoldo gli confidò che al domani partiva
per andare in cerca di Maria, al paesello del lago o nel dintorno, e
conchiuse pregandolo in nome dell'amicizia di tentar tutto, durante la
sua assenza, per averne egli pure contezza, Eugenio aveva promesso di
far l'impossibile: e si lasciarono, buoni amici come prima.