LE ALUNNE DELLA CRESTAIA.

Se mai, al tramontar d'un bel giorno, quando, o miei giovani amici,

andate a zonzo per le vie della città, lasciando vagar la fantasia

dietro gli scherzosi buffi di fumo del vostro cigarro, vi siete fermati

presso la porta invetriata della bottega d'una crestaia; se mai vi

piacque d'andare sbirciando, con un'occhiata curiosa, la lieta scena

che presentano le giovinette operaie in quel laboratorio della moda, io

vo' scommettere che con un sorriso su le labbra e con un grillo nella

mente avete detto: — Oh il bel cespuglio di rose che paiono aspettare

chi primo le colga!... E poi forse, appoggiati alla spalla della

muraglia, dietro il prisma di que' tersi cristalli, vi sarete fermati a

rallegrarvi gli occhi nell'affaccendato crocchio delle belle fanciulle.

— E via col fumo del cigarretto, i più matti pensieri vi avran fatto

girare il capo, e sarete rimasti inchiodati là, senz'accorgervi

forse neppure degli urtoni e degli sgambetti di qualche frettoloso

passeggiero.

Un banco lucido, incorniciato, attraversa per il lungo quell'elegante

officina, coperto e ingombro tutto di scatolone aperte, di cartoni e

di cassette; sopra le quali sfoggiano spiegate le più aeree stoffe, i

più graziosi trapunti: i veli, i nastri, i mussolini, le sete danno al

luogo un non so che di fantastico, di nebuloso, come si dipingerebbe

il misterioso gabinetto d'una sultana delle Mille e una notti. Entro

per le scansie, che nascondono tutto il giro della parete, vedi pendere

in bell'ordine da lucidi piuoli le cuffie, le trine, i cappellini,

le berrette, le gorgierine increspate, i cappucci, e l'altre cento

maniere d'ornamenti che inventò l'arte capricciosa della donnesca

civetteria. In mezzo a quell'onda trasparente di veli e di tessuti,

spicca la sollecita figura della maestra crestaia, che mentre attende

a foggiare il merletto d'una cuffia, o il bizzarro galano dell'ultimo

cappello, leggiadra creazione delle sue cesoie, non perde però d'occhio

l'inquieto gruppo delle giovani alunne; le quali, sedute in giro alla

tavola de' lavori, sotto lo splendore d'una bella lampana di cristallo,

si van raccontando una all'altra in segreto le lor piccole confidenze,

i loro novi amoretti, e alternano intanto facili risa, motteggi e baie.

Sono sei o sette fanciulle, vispe, sollazzevoli, accorte una più

dell'altra, che tra l'agucchiare e il ricamare lasciano scappar certe

loro rapide e loquaci occhiate verso l'entrata; e poi, sorridendo e

guardandosi fra loro di nascosto, dan di gomito alla vicina, quando

alcuna arrossendo d'improvviso abbassi il capo sul suo lavoro, sia che

con la coda dell'occhio abbia veduto passar lungo la via il suo giovine

innamorato, o sentito il picchiar del suo bastone su lo scalino della

bottega, oppure distinto fra il continuo strepito del di fuori il noto

zufolare della sua arietta.

Una sola di quelle fanciulle se ne stava modesta e silenziosa, tutta

intenta al collaretto già mezzo ricamato che teneva fra le dita; e

mentre che le testoline irrequiete delle gaie compagne si volgevano di

qua, di là a ogni momento, ne' più leggiadri e furbetti modi, quell'una

s'inchinava in atto tranquillo e pensoso, quasi che fosse straniera al

sommesso cicaleccio dell'altre, a quel sì frequente scoppiar di risa

mal trattenute. Se non che gli occhi talvolta riposava, come incantati,

sul suo gentil ricamo; e allora essa non cuciva più, e la mano che

teneva l'ago, posava oziosa su le ginocchia. Bensì, di tanto in tanto,

le compagne le dicevano qualche lieta parola, o le facevano qualche

malignuzza domanda; ma essa non rispondeva che sollevando i suoi begli

occhi, aprendo appena le labbra a un leggero sorriso. E certo le amiche

non le avrebbero perdonato quella sua malinconica ritrosia; ma sapevan

tutte, che alla poverina non restava più nè padre, nè madre; e che non

aveva saputo ancora trovarsi un innamorato: per questo la compativano,

e la chiamavano Maria la novizia.

— Senti, Ghita! diceva alla sua vicina con segreto susurrio, la più

tristarella di quel gruppo, una piccola brunetta, che aveva un par

d'occhi di fuoco, e le guance paffutelle e colorite, come lo spicchio

di una melagrana. Senti, ma non dirlo nemmeno all'aria, per carità!

Gli è un pezzo che volevo parlarti di una cosa.... perchè, devi sapere

che sono stufa di non aver nessuno che mi guardi a me! Tu, o Ghita, e

Rosina, e Stella, avete pure il vostro amoroso; e me, non c'è anima che

mi cerchi...

La Ghita rideva a questa sincera confessione, e — Che vuoi che ti

faccia io? rispondeva sotto voce anch'essa....

E l'altra: — St! st! chè la maestra guarda verso di noi, e ne fa gli

occhiacci, che par quasi la ci voglia mangiare.

Pure, di lì a poco, si chinò ancora all'orecchio della compagna, e

ripigliò: — Dunque.... tu sei felice, Ghita! tu che la sera, appena

fuori di qui, trovi l'Eugenio, lì su' due piedi, che t'aspetta; e

subito gli dai di braccio, e ve n'andate in santa pace; ma io...

— Tu sei ancora una ragazza, o Luisa, rispondeva l'amica; hai quindici

anni appena, e non è più di tre mesi, che sei qui con noi.

— Che importa mai? Se son giovine, tanto meglio! Credo poi di non

esser così brutta che m'abbiano a metter in un canto come un cencio; e

non sono poi nè smorta come la Maria, nè losca come quella superba di

Carlotta....

— Abbi un po' di pazienza, che la capiterà presto anche per te la

fortuna; se non è venuta, vuol dire che non è adesso la tua ora.

— E io sento in vece che l'ora è questa... Ma ascolta una buona volta,

qual sia il piacere che mi devi fare....

— Gran segreti fra la Luisa e la Ghita! disse allora, battendo sul

tombolo la spoletta del suo ricamo, la Carlotta, che sedeva in faccia a

loro.

— Niente del tutto! E poi, che ne vuole saper lei, signora pretendente?

rispose la prima, indispettita.

— Oh! oh! come la ti fuma subito! Non si può dirti nulla! soggiunse

Stella, la sua vicina.

— Lasciatemi un po' stare, replicò Luisa più corrucciata ancora; e

in quella piccola ira, alzava con sgarbo le sue tonde spallucce: le

compagne la guardavano di sottecchi, e sogghignavan fra loro. — E

voglio dire e fare quel che mi piace, riprese poi, cogliendo il buon

punto, che la maestra dal suo banco stava mostrando ad una merciaia del

vicinato non so che fazzoletti di mussolino. — E se voi altre non mi

lascerete stare, ve ne dirò tante da farvi diventar rosse di vergogna,

dalla prima all'ultima, da farvi scappare!...

Tutte ridevano; Maria soltanto, con un'aria di dolce compassione, levò

gli occhi sopra di Luisa; ma questa, ostinata nel suo capriccio, si

trasse con la sua seggioletta più vicino alla fedel Ghita, e continuò:

— Ascoltami tu, che sei buona; voglio proprio dirti tutto, a marcio

dispetto di queste grazie sgarbate. Sappi dunque, che stamane ho veduto

passare di qui, più di due o tre volte, il tuo Eugenio, in compagnia

d'un altro; quest'altro io non lo conosco, ma mi ricordo d'averlo

veduto, e dev'esser suo amico.... Bene, questo bel giovine, perchè è un

bel giovine, sai?... mi pareva che mi guardasse me.... oh anzi, ne son

certa! E se tu fossi capace stasera di domandargli, all'Eugenio, chi

sia quel suo amico.... oh! ti vorrei far mille baci. Senti, mi dice il

cuore, che quel giovine passa di qui proprio per me. Egli è di bella

statura, ha una fisonomia così cara, ha certi baffetti biondi.... e

poi, un bel fare.... Oh! gli è sicuro un signore, e io muoio di voglia

di sapere se è per me.... se è lui.... Oh cara Ghita, lo farai a me

questo piacere, di', lo farai?...

— Sì, sì, ma se poi non fosse che un riscaldarti la testa!...

— Oh Ghita! tu non gli hai dato mente, perchè guardi sempre il

tuo Eugenio; ma io... Sai? gli è perchè mia nonna, non contenta di

recitar tutto il dì la corona, che in fine non è lei che m'ha fatto,

non ha voluto mai lasciarmi andar sola per le vie, e manda sempre ad

accompagnarmi, innanzi e indietro, quello stupido del mio fratello

minore, che fa il copista da un avvocato: se non fosse così, oh me la

spasserei ben alle spalle di queste cattive, che adesso ridon di me!

Quel bel giovine, che tu sai, m'avrebbe già parlato, e vorrei farne

crepar molte dall'invidia... Oh sì! vedi, perchè non son degni di

stargli a confronto nè il Colombo, quel malcreato che fa all'amore con

la Carlotta, nè il signor Antonio che parla alla Rosalia, e che avrà

i suoi buoni cinquant'anni... No, no, io nol vorrei cambiare il mio

amoroso, nè col Pietro della Clarina, proprio degno di lei, un giovine

di bottega; nè col contino pitocco di cui si vanta tanto la Stella, e

nemmeno quasi col tuo Eugenio; sebbene, bisogna dirlo, Eugenio li valga

tutti insieme. E io, credilo, io sarò sempre la tua vera amica....

— Senti, Luisa, rispondeva la Ghita a quell'inquieto cicaleccio: di

malizie n'hai da vendere, ma tant'è, io ti voglio bene, perchè sei

sincera; e gli domanderò....

— Sì, ma stasera, stasera. Lascia poi fare a me... Domani, quando mio

fratello verrà a prendermi, gli dirò che voglio accompagnarti a casa:

andremo insieme, e tu troverai l'Eugenio, e ci sarà anche l'altro...

Oh che bene! che allegria! non posso star cheta, solo a pensarci. — E

la tristarella rideva di cuore. Ma quel suo ridere risvegliò ancora il

motteggiar delle compagne.

— Oh! la è lunga stasera!... diceva una; e le altre: — Già, lei è

sempre la disturbatrice!

— Qualche gran mistero!

— Oh lo sapremo anche noi! la Ghita ne lo dirà.

— Sei pur buona tu, Ghita, a darle ascolto.

— Che si faccia sposa la Luisa? oh, oh!

— E chi volete che la tolga?...

Ma queste amare baie ferivano il cuore della Luisa, che girò una lenta

e torva occhiata su le compagne. E voleva rispondere, ribatter quelle

parole nemiche con più acerbi rimbrotti; ma ella arrossiva, e le sue

mani tremavano: allora lasciando cadere il collaretto increspato, a cui

avrebbe dovuto lavorare, appoggiò stizzita la sua piccola testa su la

tavola, e ruppe in un improvviso scoppio di pianto.

Maria, che sola era stata sempre silenziosa, sentì pietà della Luisa;

e quando questa, non trovando più armi contro la sorda guerra delle

pazzerelle amiche, finì a rispondere col pianto, ella s'alzò, le si

fece accosto, le strinse con affetto una mano; indi, rivolta alle

compagne, — Via, disse, siate buone! non vedete che vi riuscì di

farla piangere? sareste mo contente d'esser ne' suoi panni?... E poi,

che v'ha fatto mai, poverina? Su dunque lasciatela in pace, e fate

vedere che avete buon cuore. E tu, Luisa, non piangere! ti vogliamo

bene tutte, vedi! la è stata una burla; non àbbilo per male, o pensa

piuttosto che non c'è rosa senza spine, e che tu sei ancora felice di

non aver altri guai! Oh tu non conosci che si ha a sopportare a questo

mondo di ben più grandi travagli!

Ma la buona intenzione di Maria, e le sue miti parole fecero peggio;

perchè le fanciulle, dispettose del sentirsi ammonire da una che poco

amavano — Oh vedi! bisbigliarono fra loro, vedi un po' questa che vuol

far la dottoressa!

— E perchè se n'impiccia ella adesso?

— Eh la santarella! sentitela, che fa la dottrina cristiana....

— Taci, taci, Maria; si conta di belle cose anche di te, e non ci far

parlare.

Così la tempesta, che prima minacciava la Luisa, scoppiò in vece su la

buona Maria; la quale mortificata essa pure, tornava mutola a sedere.

Ed essendo in quel punto la crestaia scomparsa dietro l'uscio interno

della bottega, per salir alle sue stanze di sopra, quelle mordaci

cervelline non si tennero più, e si voltaron tutte contro di Maria.

In quella, s'intese il battere delle otto. Allora fu un cinguettio,

uno scoppiar di risa e di scherzi, un coro di vocine stridule e gaie,

una furia di smettere i lavori alla rinfusa, di gettar su la tavola

i guancialetti, le spole, le cuffie disfatte, i ricami su disegni

incartocciati, le cesoie, i ditali. E ciascuna delle fanciulle correva

a pigliare il suo cappellino di seta e lo scialle a scacchi o a

quadretti, e tutte in una volta assediavano la povera Maria, che sola

fra tutte era rimasta al lavoro. Pareva quel confuso cicalio che fanno

le passerette d'una colombaia, sul vespro d'un bel dì d'estate.

Diceva una: — Senti, Maria! tu, in fondo, non sei una cattiva pasta di

ragazza, ma vuoi far la gatta morta, e non ti sta bene.

E l'altra: — Non le guardate, ch'è marcia invidia che la fa parlare.

E una terza: — No, no; scommetto che sa fare anche lei il fatto suo, e

voi la chiamate la novizia! andate là, povere sciocche!... Chi diceva

così era la Carlotta, la più sguaiatella e la più brutta, alla quale

tutte si strinsero intorno, pressandola con cento interrogazioni.

— Ah sì, dici? anche lei, con quella faccia compunta? Ma contane dunque

qualcosetta, se ne sai!

— Ah! ah! son proprio contenta! Non l'avrei mai creduto; e come?... e

dove?...

— Sì, dilla su, com'è stata? dunque l'ha avuto anche lei il suo bello,

eh? altro che prediche, che amor del prossimo!

— Ah! l'ha avuto anche lei l'amoroso? Egli l'avrà piantata, e per

questo arrabbia che noi ce lo teniamo!... Oh conta, conta su!

— Ma io non so altro... ma non posso dire... E poi io nol fo per

vendetta, perchè io le voglio bene alla Maria... Così, ma inutilmente

rispondeva la maligna Carlotta, mentre tutte le eran d'intorno, e chi

per un braccio la pigliava, e chi le scuoteva un lembo dello scialle, e

chi le tirava i nastri del cappellino: pareva quasi giocassero a gatta

cieca.

Maria rivolse alle compagne uno sguardo in cui appariva più la

preghiera che il compatimento; ma quelle continuavano a ridere, a

chiacchiere con gran bisbiglio; e non vi fu che la Luisa, la quale,

forse per gratitudine, fattosele vicina, le disse all'orecchio: — Buona

Maria, scusami se tutto è per cagion mia!... E le diede un bacio di

cuore.

Certamente, il giuoco avrebbe preso mala piega, se in quel punto non

ricompariva la crestaia. La quale, veduta quella confusione, e intesa

quella strana armonia di risa e di voci, si fermò nel bel mezzo della

bottega, e girando un'occhiata lunga e severa sul crocchietto delle

inquiete alunne, che alla sua presenza s'eran ricomposte in silenzio,

umili, quatte e stupite, fece loro una solenne gridata, ch'egli era un

pezzo che non toccavano la compagna; e con questa le congedò una dopo

l'altra, che non vedevano l'ora d'andarsene.

La piccola Luisa fu l'ultima, poi che dovette aspettar che venisse il

caro suo fratello; e n'aveva tanto corruccio che dispettosa batteva

i piedi. Ma appena lo vide metter il capo dentro la porta invetriata

della bottega, strisciò una goffa riverenza alla maestra crestaia, e

poi subito scappò via, come un uccello.

Chi avesse avuto il capriccio di tener dietro a quelle farfalline,

n'avrebbe veduta una, appena fuor dell'uscio, pigliarsi al braccio

del bel giovinotto che stava ad aspettarla, avvolto, come il conte

d'Almaviva, nel suo mantello; un'altra andar sola sola, rasente la

muraglia, e via dilungarsi in mezzo della gente; un'altra poi, giunta

a capo della via, arrestarsi, e guardar con ansietà di su, di giù,

per ogni parte, in atto di chi cerca alcuno che non compaia; e questa

stringersi presso la compagna, raccontare cammin facendo i suoi gelosi

misteri d'amore; e quella dare una scrollatina di spalle e raddoppiare

i passi, se avveniva che qualche mal capitato zerbino le augurasse

la buona notte o le stendesse la mano indiscreta; in somma, una di

quelle scene tra il chiaro e l'oscuro, così deliziose a' nostri giovani

eroi che vanno in volta per la città, paladini notturni, in traccia

d'amorose venture, come i bracchi dietro l'acceggia.

In quella sera, quando si ritirò nella sua camera abbandonata, Maria

benedisse il cielo di poter finalmente lasciar libero sfogo a' suoi

sospiri. La sua mente era più che mai agitata da mille immagini

dolorose; ma soprattutto l'angustiava un dubbio, un sospetto, un

pensiero spaventoso, ch'ella non osava confessare al suo cuore.

Si pose a sedere; meditava a sè stessa, alla sua vita, e le pupille

le si gonfiavano di lagrime. La folle allegria delle compagne,

i loro ghiribizzi, que' motti, que' consigli facili e maliziosi,

non rispondevano al suo costume timido e dolce, alle sue dolenti

ricordanze; ella si accuorava di dover tacere sempre, di vedersi

negletta, perchè non aveva il cuore come l'altre; pativa di non esser

amata, e pur pensava ch'essa non avrebbe potuto confidarsi a nessuno.

Ma tutto questo era ancora nulla; il peso della sua vita essa l'aveva

portato in silenzio e con rassegnazione fino a quel dì; e in quel

dì appunto, un'improvvisa circostanza bastò a risvegliare nel suo

cuore appena riposato un'antica e terribil guerra. — Quella stessa

mattina, un giovane era passato più d'una volta dinanzi la bottega (se

vi ricordate, i furbi occhietti della Luisa l'avevano ben notato),

e Maria, nel gettare uno sguardo involontario su la via, lo vide

anch'essa, lo conobbe... Era desso, era il suo Arnoldo! — Le parve

ch'egli pure la conoscesse; le parve che gli occhi di lui si fossero

scontrati ne' suoi... E poi non si ricordava più di nulla; essa non

l'aveva più veduto.

Fu un sogno, un'illusione?... No, no, l'anima sua era troppo in pace

nel punto ch'egli passò, perchè quella vista fosse un inganno de'

suoi pensieri. Già il rivederlo aveva rinnovato tutti i dolori della

sua vita, e vinto il suo cuore; il rivederlo sola una volta bastava a

rapirle di nuovo la calma e la forza in tutto quel tempo riavute, la

memoria stessa di sua madre, e quella di tutto il pianger che aveva

fatto... Ella ebbe ancora un momento, un solo momento di speranza e

di gioia! — Ma come si trovava egli qui?... E perchè tornava, e che

voleva da lei? Dunque non era tutto finito fra loro, non erano come

morti l'uno per l'altro? Non era dessa la povera orfana, alla quale non

restava più nulla in questa terra, più nulla fuorchè la virtù?

Questo segreto patimento, che solo un'anima pura e addolorata può

intendere, tolse a Maria il sonno di quella notte. Ma al mattino,

quando appena per le fessure delle imposte il primo chiarore penetrò

nella misera stanza, essa, lasciato il suo letto, fece una preghiera

più fervida dell'usato; e quando si levò di terra, la sua deliberazione

era già presa. Salì serena e composta, come soleva, alle camere della

crestaia; e quando la seppe levata, bussò leggermente all'uscio di lei.

La buona donna aveva preso ad amarla; cosicchè, sentita appena la sua

voce, la fece venire a sè e le dimandò che volesse, dandole animo a

parlare. La fanciulla rispose aver un segreto a scoprirle e una grazia

a chiederle; si trattenne un pezzo con lei e le aperse tutto il suo

cuore.

Quella mattina, ella non discese nella bottega, e la sua seggiolina

rimase vòta: le compagne n'ebbero gran maraviglia e bisbigliarono fra

loro mille congetture di quest'improvvisa assenza: per tutto il dì non

parlarono d'altro, nemmeno de' loro amorosi. Poi, la mattina appresso,

la crestaia annunziava alle curiose alunne che Maria era partita di

casa sua; ma per tentare che facesse or l'una or l'altra, affine di

aver la chiave di quel segreto, non riuscirono a nulla; la brava donna

mantenne a Maria il silenzio promesso.

Alla fine, quando fu venuta la sera, le fanciulle, prima del rintocco

delle sospirate ott'ore, svolazzarono fuor della bottega; e ciascuna

ebbe a raccontare al suo fedele la storia della scena del dì passato e

della compagna scomparsa.

Noi lasceremo le altre, e terrem dietro con passo leggiero alla Ghita,

la quale camminando stretta stretta al braccio del suo Eugenio, gli

parlava con quell'ingenuo cicaleccio che nelle giovani crestaie ha

pur il suo vezzo. Perchè, se nol pensaste, la Ghita era una buona

ragazza, fresca come un botton di rosa, un po' capricciosetta ma

savia; essa, quantunque alunna d'una crestaia, era graziosa e onesta;

e le piaceva ch'Eugenio l'accompagnasse, perchè, poverina! aveva

tanta paura di correr sola le vie; nè il suo innamorato poteva ancora

vantarsi d'averle mai carpito un sol bacio. Egli poi, l'Eugenio, era

un giovine come ce n'è tanti, allegro, buon tempone, ma di cuor mite e

sincero; e benchè facesse all'amore per non saper fare di meglio, pur

egli credeva ancora all'amore. Unico figlio d'un vecchio impiegato di

scarse fortune, egli era scritturale in una buona casa di commercio.

Una mattina, stando solo al terrazzino gli venne veduta, al terzo piano

della casa dirimpetto, una giovine, la quale inaffiava due vasetti di

fiori su la sua finestruola; stette a contemplarla lungamente, e gli

parve bella: era Ghita. E poi, quando la fanciulla uscì, le si mise

dietro, la seguitò come la sua ombra fedele, e così fece per un mese.

Passato il quale, essa non ebbe cuore di far la ritrosa, chè se n'era

accorta; un giorno, rispose al saluto del suo bel vicino, il giorno

appresso gli concesse un'occhiata e un bel sorriso; poi venne una buona

parola, e poi se n'andarono in compagnia; sicchè il povero giovine, a

poco a poco, s'innamorò da vero della fedele sua dea del terzo piano.

— Senti, mio caro! diceva in quella sera Ghita all'amico. L'altro dì,

tu m'hai raccontata la storia d'un bel giovine forestiero, quello...

del nome non mi ricordo più... quel bravo giovine con cui t'ho veduto

passar più d'una volta. Tu m'hai pur detto ch'egli voleva sposar la mia

compagna, la Maria, che gli piaceva tanto da un pezzo; ma che poi tutto

era ito a monte, e non s'erano più veduti, e...

— Sì, rispondeva il giovine, or bene? avresti forse detto alla tua

compagna, che l'amico suo è qui e che a qualunque costo vuol parlar con

essa?

— No, no; t'avevo promesso di tacere, e ho taciuto.... benchè avessi

una tentazione, a dirtela schietta, di mostrare che sapevo tutto

anch'io, e di farla arrossire un po' quella Maria, ch'è un'acqua morta,

e fa l'innocentina...

— Via, che vuoi dirmi dunque, che mi fai gli occhietti?

— Io voleva dirti che tu non mi vuoi bene, che sei un cattivo arnese,

e non avresti cuor di fare come quel tuo bravo amico, che vuole un ben

dell'anima alla Maria...

— Di far che, maliziosa?

— Di sposarmi, signorino! gli susurrò all'orecchio, con una graziosa

moina. Tu non m'hai promesso ancora, ma lo farai, non è vero? quando

sarai padrone del fatto tuo; perchè adesso sei un buon giovine, e

null'altro, com'io una buona tosa...

— Tu sei una matterella, e appena fuor del guscio, pensi già...

— Oh se tu mettessi un po' di giudizio, mi sposeresti...

— Non mi parlar di malinconie, o ch'io ti pianto qui su' due piedi.

Dimmi piuttosto, che c'è di nuovo di Maria, perchè mi preme di

sapere...

— Oh vedi! una certa idea me l'aveva fatta già dimenticare. Maria

dunque, Maria non c'è più!

— Come non c'è più? dici da vero?

— Se n'è andata, e non si sa come, nè dove...

— È fuggita?...

— Chi lo sa? Certo, la cosa non è chiara; ma io credo ch'essa non ne

voglia saper altro di quel tuo amico; perchè io ci vedo, sai? Oh la

è così; essa l'avrà riconosciuto, quando passava con te per la via; e

per paura di far dire, e per non voler anche lei adattarsi come tutte

l'altre, avrà pensato di schivar l'occasione e di fuggire...

— È impossibile! e perchè dunque? e dove mai?

— Io la conosco quella giovine; ha le idee storte, certe fantasie,

ch'io non so propio quel che la si peschi. Figurati, non fa che

pensare o piangere; se parla, se ride, è un miracolo... Io per me, la

compatisco, poveretta! così giovine, e non aver più nessuno; ma, suo

danno, se la è così semplice da scappar via quando c'è chi l'ama, la

cerca... e di più la vuole sposare! Non è egli vero, ch'è peggio per

lei?

— Sì, sì! Ma intanto, come farò a dirlo a lui? Non so, da vero, come si

possa esser matto, incocciato così per una come lei; e venir apposta

d'Inghilterra e star un mese a cercarla... Io per me, a quest'ora

l'avrei già mandata... dio sa dove!

Ma essi, allo svoltar della via, si guardano indietro, camminano

con passi così presti e spessi, e si parlan così davvicino, ch'è

impossibile seguitarli ancora e rubar loro le parole... E poi, il più

ladro mestiero della terra!

Lasciamo dunque che la giovine coppia se ne vada in pace per la sua via.

Angiola Maria: Storia domestica · 第 71 / 105 题