IL PANE ALTRUI.

Ditemi dove sia chi ricordi le gioie e i dolori del povero, chi

ne racconti l'amore schietto e vero, come la sua povertà, la

buon'amicizia, la generosità che ignora sè stessa; ditemi dove sia chi

dipinga la sua virtù, più feconda di quella de' sapienti, la sua fede

sincera, la sua speranza nell'altra vita?

E chi volete che ripeta le rozze canzoni del povero, la sua spensierata

ilarità, che numeri le sue dure giornate e i figli suoi, che rammenti

il suo nome, di padre in figlio; se, quando battè stanco del cammino

alla porta altrui, nessuno gli aperse, se nessuno sa che egli era vivo,

e che poi è morto?

Eppure le catapecchie aperte al sole e al vento sorgono accanto de'

bei palazzi, e al piede delle ville superbe stanno i tugurii co' loro

spenti focolari. Per le strade e pe' corsi, la carrozza del signore

urta e sperde la folla; e vedi il funerale del povero andar rasente

la muraglia della via, quasi messo in fuga, mentre la turba curiosa

s'arresta a contemplare un cocchio vòto e due livree listate d'oro,

alla porta d'un antico palazzo.

Ma la provvidenza non dimentica i poveri che sopportano la fatica,

che non chiedono altra consolazione, tranne quella di guadagnare il

pane pe' loro figliuoli. Essa sola può rendere il bene fecondo per

tutti, essa che dalla debolezza suscita, quando che sia, il coraggio

e la forza, essa che fa nascere dalle lagrime la gioia, e apparecchia

la pace a coloro che han sostenuto lunghe prove; quella gioia che

si ravviva a ogni lieta benchè piccola vicenda, e quella pace che

s'acquista quando il cuore senza viltà può benedire altrui. Il povero

che divide col fratello più infelice di lui la mercede prima numerata

con avara brama, si getta la notte sul suo stramazzo, forse più

tranquillo e pago che non il milionario, quando si riposa in letto

sprimacciato, su' gonfi guanciali, protetto dal baldacchino di velo

frangiato, dopo avere aperta una scuola, o fondato un ospedale, dove

gli par già di vedere, su la fronte della porta, scolpito in pietra il

suo nome e i suoi titoli superbi, pagati coll'oro, o con la viltà.

E poi nessuno v'è che poco o assai non viva per la domane. Se a ogni

passo trovi chi bestemmia la povertà ne' giorni numerati sempre dagli

stenti, i balzelli che non ristanno, il pane che rincara, trovi pure

chi maledice alle noie della vita, al piacere marcito dall'abitudine,

alla grandezza che fugge sempre, all'anima stessa che non si riposa

mai. E lo scontento agita gli uni e gli altri: colui che vanta un gran

nome e un gran censo, che ha sempre pranzi e ville, donne, cavalli e

teatri, sen va felice d'essere invidiato; ma egli stesso ben sovente

invidia la ruvida indifferenza, la credula mente, e la dura libertà del

povero.

Intanto gli anni passano per tutti, il sole nasce e tramonta su le

prosperità e su le disavventure umane, la natura spoglia e riveste

la sua bellezza; ma l'età perde i suoi fiori, e non si rinnova più! E

l'uomo, quest'essere così fiacco insieme e forte, così timido e così

audace, l'uomo non sente venir meno la vita, e cedere quasi sotto ai

piedi la terra; non s'accorge che, a una a una, sfumano innanzi a lui

le più gentili e care illusioni, che la sua memoria ha l'ale corte,

che il suo cuore si va sempre più stancando di battere..... Oh quant'è

più felice colui, il quale, nell'allegrezza e nel dolore, non sa che

credere, sperare e amare!

Sul cadere di una malinconica giornata di novembre — era appunto il dì

de' morti — un'orfanella, in povero ma decente vestito bruno, e coperta

d'un velo, se n'andava, assorta in profondi pensieri, verso il campo

santo suburbano di Porta Tosa. Il sole non era tramontato ancora; ma si

nascondeva innanzi tempo dietro una gran fascia cenerognola di nuvole;

e pareva negare il mesto e poetico saluto dell'ultimo suo raggio a

quella vasta e sacra campagna, tutta seminata di basse croci, e a

quella gente buona e fedele, venuta a consacrare un'ora alla memoria e

alla preghiera, nel soggiorno de' trapassati.

L'orfanella entrava anch'essa nel campo santo, in mezzo a una

processione di povere donne, delle quali parecchie venivano traendosi

dietro due o tre figliuoletti, alcune si recavano un bambino su le

braccia, altre camminavan sole e taciturne; e quale se ne andava

pregando in compagnia, e quale piangeva, e quale si fermava in un

compunto raccoglimento. Essa attraversava que' nudi sentieri; e

lasciava dietro a sè alcuni buoni vecchi, che, tenendo il bastoncello

in una mano e il rosario nell'altra, recitavano con mesta cantilena

quelle orazioni che presto dovevano esser ripetute sul proprio loro

capo. Vedeva, qua e là, al piede della bassa muraglia, all'angolo di

qualche cippo, mendicanti accosciati sul terreno, appena coperti dagli

ultimi cenci e portanti su le ginocchia le stampelle incrocicchiate,

andar invocando lamentevolmente la pietà di chi era men povero di loro:

vedeva più d'una madre infelice, circondata dalla miserabile corona di

tre o quattro bambini, l'uno lattante, piangenti gli altri, sollevar la

testa e con gli sguardi muti e l'estenuato aspetto raccomandarsi alla

carità del passeggiero, nel nome di Quella che fu chiamata la Madre

de' dolori; e da lontano e da presso, d'intorno a lei, in ogni canto,

spargersi in pietosa ricerca, entro per quella folta selva delle croci,

intere famiglie; e poi, a mano a mano, ciascuna di queste raccogliersi

vicino a una croce nota, inginocchiarvisi all'intorno, rispondere

insieme alla stessa preghiera; da un'altra parte, un vecchio già curvo

insegnare al figlio adolescente, sul cui braccio s'appoggiava, dove

riposasse suo padre e dove la madre sua; e qui, una donna starsene

solitaria e muta presso una lapida recente; e là, al piede d'un'altra,

due giovanette pari d'età e di sembianza, che sembravan gemelle,

spargere pochi fiori e piangere senza ritegno.

Maria, la nostra orfanella, s'aggirava anch'essa nel sacro terreno; ma

non cercava una croce, perchè questo santo segno non era stato posto

per distinguer dall'altre la fossa della povera sua madre. Pure, essa

conosceva quella zolla, ignota a tutti, cara a lei sola; essa aveva

veduto scavar quella terra, l'aveva visitata, quando nessuno era

passato ancora a calpestarla; e di poi, quando un'erba verde e fresca

la ricoperse, era tornata spesso a pregare colà; ell'amava quel breve

palmo di terra, e amava le bianche pratelline che lo smaltavano.

In quel dì solenne, Maria aveva speso i piccoli risparmi del suo

guadagno per far celebrare una messa di suffragio per l'anima di sua

madre; e poi era venuta a visitare un'altra volta quell'angolo santo,

a ripetere una di quelle orazioni, delle quali non è parola che non

salga nel cielo. Era là, in ginocchio, con la persona abbandonata

mollemente e come stanca; e lasciando cadere sul grembo le mani

intrecciate, rivolgeva al cielo la faccia, in quel soavissimo atto

in che il Bartolini ha scolpito la sua divina statua della Fiducia in

Dio. Affissandosi alla lontana dimora de' cieli, le pareva che l'anima

di sua madre potesse di lassù vederla, e che ancora le benedicesse; e

in fondo del suo cuore, mista alla dolcezza di quel sacro dovere, si

risvegliava una segreta fidanza, una virtù tranquilla, che il Signore

non l'avrebbe abbandonata mai. Il solo pensiero che in quell'ora

dolorosa le fosse grave era quello di non sapere in qual altro canto

di terra avessero portato a riposare per sempre lo sventurato suo

fratello, di non potere almeno spargere qualche lagrima là, dove forse

nessuno mai aveva detto un _requiem_.

Così, benchè sola al mondo, la povera orfana ritrovava ancora la pace

nel sentimento religioso dell'innocenza e nella memoria de' pochi che

l'amarono! Così, il ricordarsi di quel primo affetto, che sull'alba

della vita era stato per essa un amaro disinganno, non la turbava

più; non era che un'idea di tranquilla rassegnazione, o un sospiro

di timida speranza! Anche il pensiero, che spesso l'assaliva, d'esser

predestinata a morir giovine, allora non aveva più spavento per lei;

era anzi come la mesta aspettazione di chi non vede l'ora che sia

adempita una promessa. Essa aveva già assaggiata l'amarezza d'altri

contrasti e d'altre angustie, in quel breve tempo ch'era passato dopo

la misera morte del fratello e della madre; e nessun legame più l'univa

alla terra.

Angiola Maria, dopo perduta la madre, restò per qualche settimana

ancora nella casa della signora Giuditta la vedova del maggiordomo;

e visse colà abbandonata, ma paga almeno di poter nascondere a tutti

il travaglio del suo cuore. Ma quando, a poco a poco, il dolore

si fece un po' quieto, e la mente tornò a' pensieri della vita e

dell'avvenire, allora conobbe che anche troppo a lungo la vedova s'era

pigliato carico di lei, e ch'ella, giovine e fresca com'era, doveva

oramai cercare altrove di che vivere con la fatica delle sue mani.

Sulle prime deliberava di tornarsene al paese, dove confidava di poter

ancora compire onestamente i suoi pochi dì. Ma poi, non ebbe cuore di

abbandonar così presto quel luogo dove suo fratello e sua madre eran

morti, e dov'essa aveva amato e sofferto.

Una mattina dunque, prese il buon punto che la sua vedova amica,

la quale, come sapete, era una donna piena di buona volontà per il

prossimo, doveva andarsene non so dove, per certa raccomandazione; e

arrossendo con una vezzosa modestia: — Ho a pregarla anch'io di una

cosa, signora Giuditta, ho a dirle....

— Cosa volete? dite pur su col cuore in mano, la mia figliuola!....

Così la vedova, dopo la morte di Caterina, era solita di nominar

l'orfanella, come una pietà segreta le suggeriva.

— Ecco qui, diceva Maria, lei ha fatto anche troppo per me; e io vedo

in vece di non essere al mondo altro che un peso a quelli che m'han

voluto bene... Ah sì, di quanto disturbo, di quant'angustia le siamo

state causa noi, la mia povera mamma, e io massimamente! Oh così

potessi almanco fare anch'io qualcosa per lei!... Ma pur troppo; non

posso altro che tenermi nel cuore il bene ch'ella m'ha fatto, e pregare

il Signore, che a lei ne renda altrettanto....

— Oh! non istate a dir così, poverina, chè avete sofferto anche troppo;

e io non ho potuto far niente per voi....

— Lo può far adesso, signora Giuditta. Gli è un pezzo che ci penso,

e capisco ch'è una vergogna... Buona come sono a guadagnarmi quel

poco che mi può bastar a vivere, non devo star qui, come fin adesso,

d'incomodo a lei e di bene a nessuno... È ben vero che fuori di lei

non ho più chi pensi a me, non ho più a cui pensare: ma, tant'e tanto,

ho risoluto d'allogarmi in qualche maniera, di mettermi a qualche

servizio. Dica lei stessa, se non è vero che così fo bene?...

— Sì, la mia figliuola! avete un cuore, che dirlo è poco; ma v'andate

cruciando a torto, e dovete star con me.

— No, no: è già troppo gran tempo, le ripeto; o non bisogna da vero che

la vada così, perchè n'avrei sempre rimorso in cuore....

— Ma cosa pensate dunque di fare?

— Le dirò: prima volevo quasi tornarmene al mio paese, chè là forse

potrei ancora trovar qualcheduno che si ricordasse di me; ma poi,

venuta al punto di dir addio per sempre a questo luogo, dove avrei

dovuto lasciare tutto quanto io aveva di caro, non ebbi forza di farlo;

chè quasi mi pareva di perdere per la seconda volta la madre mia. Oh la

mi compatisca, signora Giuditta! chè, in verità, c'è de' momenti, ne'

quali non so nemmen io perchè sia ancor qui! Ho pochi anni, è vero...

ma, adesso, che ho a fare a questo mondo?...

— Oh vi compatisco sì, ma certe cose non bisogna poi prenderle tanto

sul serio, perchè staremmo freschi allora! Già lo so che avete la

testina un po' guasta.... È stata una gran benedetta signora quella

nostra padrona! e coll'avervi tenuto con sè ne' vostri primi anni e

fatto imparar a leggere e scrivere troppo presto.... Vedete, certe idee

che avete voi, io non le ho mai avute, nè anche in sogno.

— Ma, lei è buona, e non m'abbandonerà così! Per carità dunque, lei

che conosce tante brave persone, mi raccomandi a qualcheduna: chè mi

trovino un posto qualunque, un luogo, un servizio, tanto che mi dia

come poter campare questi dì che m'avanzano; io cerco poco, e purchè,

come le ho detto, non abbia a darle più questa noia, io m'accontento.

— Lo farò, Maria, se voi lo volete, lo farò: oh vivesse ancora la

buon'anima di mio marito! quello era un uomo di proposito; ha servito

sempre delle eccellenze..... ah! ma saran quasi vent'anni ch'è

morto!...

— O signora Giuditta! una buona parola soltanto, a qualche pia dama,

a qualche signora.... può valer molto; e io la terrò come un nuovo

benefizio.

— Bene, sì! parlerò, vi prometto, lasciate pensare a me... Andrò questa

mattina stessa dal signor canonico ****, ch'è un bravo, un sant'uomo, e

che conosce tutti gli ottimi signori di Milano.... Ma, non credeste mai

che non vi volessi più in casa mia!...

— Oh perchè, dopo tutto il bene che m'ha fatto, mi vuol dare questa

mortificazione? No, no! l'assicuro, signora Giuditta, quel che le ho

detto è il più vivo desiderio che mi sta in cuore!

— Dunque farò come volete, e quando prometto io... — E fattole una

carezza, se n'andò.

Benchè la Giuditta fosse una donnicciuola sincera, e avesse, per dir

vero, fatto qualche bene alla nostra fanciulla e a sua madre, nella

passata loro strettezza, pure non intendeva di prendersi sopra di sè

il peso di quella giovine; la quale, secondo lei, aveva mani e braccia

come tutte l'altre, e non era che un po' ammalata di testa. E poi,

siccom'essa era sempre stata avvezza a quel monotono andare di vita, a

quel piccolo inerte egoismo d'una vecchia governante pensionata, così

quel gran guai ch'era sopravvenuto al povero vicecurato, le era parso

un pensier del malanno, un garbuglio, un finimondo. Far del bene al

prossimo, sì — pensava la Giuditta — quando per l'altrui bene non ci

vada il nostro, la salvezza dell'anima, come andrebbe qui; perchè la

cosa è seria e brusca.... E se la Caterina era una buona donna, e se

la Maria è una tosa d'oro, c'è però di mezzo quella storia scura del

prete, che non ho mai potuto capire, e di cui ho fatto bene a tacer

sempre, come m'aveva saviamente consigliato il signor Giosuè.

Ella dunque non lasciò fuggir l'occasione: la stessa mattina, appena la

fanciulla le ebbe spiegato il suo cuore, trottò diritto alla casa del

signor canonico; e, trovato il modo di parlargli, narrò la disgrazia

dell'orfana, e lo scongiurò, con una litania di lamenti, che la

pigliasse sotto la sua protezione. Egli le promise di far qualche cosa,

e durò gran fatica a rinviarla, chè la non finiva più di piagnucolare.

Passati alcuni dì, la vedova ritornava alla porta del canonico, il

quale non era in casa; ma essa, con la pazienza di chi vuol ottenere

a qual si sia costo, l'aspettò due lunghe ore. Alla fine il canonico

comparve, e veduta che l'ebbe farsegli vicino e attaccarsegli alla

zimarra, — Siete una benedetta donna, le disse, ve l'avevo pur detto

d'aspettare che vi facessi avvertir io stesso! Ma via, poi che la vi

preme tanto, dite a questa vostra giovine che la si presenti, domani,

verso mezzodì, alla signora marchesa ****, alla quale ho già parlato

di lei; vedrò d'esserci anch'io, e faremo di trovarle un destino.

Domani.... a mezzodì.... avete inteso?

— Oh quanta carità, signor canonico! Lei fa da vero un'opera santa! —

E si chinò per baciargli la mano, ch'egli, per modestia, nascose nelle

pieghe della zimarra.

— Sì, sì: andate, la mia donna, e ringraziate Dio che ci sieno ancora

al mondo persone caritatevoli. — E passò innanzi.

Non è a dire quanto lieta tornasse a casa la vecchia Giuditta, con

questa novella; lieta, perchè nel riuscirle di metter via, com'essa

diceva, una giovine onesta, le era pur concesso alfine di racconciarsi

nella sua pace casalinga, salvando l'opinione della pietà. Appena pose

il piede sul suo limitare, non potè trattenersi dall'abbracciar la

giovinetta, dicendole: Lo sapevo ben io, che quel brav'uomo del signor

canonico non promette per niente! Non ve l'ho detto, ch'egli avrebbe

subito trovato dove allogarvi?.... Ebbene, la cosa è fatta: domattina

vi presenteremo alla marchesa ****, ch'è una gran signora, una dama che

ce n'è poche come lei, una di quelle sul far della mia povera padrona,

delle quali pur troppo s'è quasi perduta la stampa; mettetevi nelle sue

mani, e al resto non pensate; è il caso vostro, e ne son contenta per

voi!....

— O signora Giuditta, quanto le devo mai! Queste sue parole danno la

vita, e io ne la ringrazierò e benedirò sempre.

E Maria passò quella giornata nel rassettare il suo miglior vestito,

apparecchiata da quel momento a mettersi per la via che la volontà del

Signore le destinasse.

Il giorno seguente, al primo tocco del mezzodì, le due donne si

trovavano alla casa della marchesa, poichè la Giuditta s'era messo

in capo di volere ella stessa presentarla a quella dama. Entrarono in

uno di que' vecchi palazzi, che portano un nome storico, e de' quali

pochi avanzano nella nostra città; uno di que' palazzi che, in mezzo

alle nostre moderne case dalla fronte gretta e linda, dalle molte

finestre e da' leggeri terrazzini, mostrano ancora la pesante e soda

struttura d'un secolo e mezzo fa, il gran frontone della porta, i muri

intonacati di sasso nericcio, i radi e ampii finestroni con le loro

fosche invetriate e gli enormi davanzali: appunto come appare talvolta,

in mezzo a gaia gioventù, uno di que' zazzeroni sessagenari che non

si sono ancora emancipati dalla coda e dalla polvere di Cipri, nè

dalle grosse fibbie d'argento alle scarpe, nè dai due tondi orologi di

Bordier con le catenelle d'acciaio a pendaglio sotto la giubba larga e

quadrata.

Per uno scalone, che pareva il vestibolo d'una chiesa, salirono al

quartier della dama. Un vecchio servitore, infagottato in una livrea

orlata di passamano turchino, ricevette le due donne in una vasta

anticamera; e le fece di là passare nell'attigua galleria lunga e buia,

dove stettero ad aspettare il buon momento di presentarsi alla signora

marchesa. E passata una mezz'ora, che a loro parve eterna, una gran

scampanellata destò gli echi di tutti que' cameroni, e fece batter

più forte il cuore delle due donne, avvertendole che il buon momento

era venuto. Quello stesso vecchio servitore attraversò la galleria,

borbottando fra le gengive, e scomparve dietro una porta rivestita di

flanella verde; ma indi a poco tornò, e tenendo aperto l'usciale che

metteva alle stanze interne, fece segno alla giovine che lo seguisse;

e lasciò la vecchia, dispettosa di quel complimento, a contemplare a

suo grado i seggioloni d'alta spalliera che fiancheggiavan le pareti,

le facce torve e barbute di que' quadri neri e le soffitte di legno di

noce a cassettoni dell'antica galleria.

Benchè il passo della fanciulla fosse tremante, e più tremante il suo

cuore, nell'attraversar le due sale che conducevano al gabinetto della

sconosciuta dama, pure rassicuravasi pensando, che quella signora,

s'era vero ciò che la vedova le aveva detto, doveva esser buona e

pietosa; e rammentava la prima sua benefattrice, la contessa Anna; ma

tanto aveva sofferto la poveretta, che non confidava più di trovar chi

potesse amarla adesso, com'era amata allora.

Quando il servitore ebbe aperto l'usciuolo del gabinetto, s'intese di

là entro una voce: — Venite pure, quella giovine, venite; la signora

marchesa ha la degnazione di ricevervi.

Ella entrò, in atto rispettoso, fece alcuni passi, e modestamente

sollevò gli occhi. La marchesa era seduta sur un canapè rivestito d'una

copertura di seta gialla, scendente fino al suolo e foggiata a guisa di

cortine; tutto il gabinetto e il rimanente della suppellettile era pure

tappezzato d'una stoffa gialla, a grandi screzii e fiorami, riquadrata

entro cornici sottili, dorate, adorne de' più bizzarri fregi, intagli e

ghirigori, che avrebber fatto la maraviglia de' nostri moderni amatori

dell'arredare antico. Parea e malinconica penetrava la luce per l'unica

finestra del gabinetto, di sotto a' lembi semiaperti di due tende di

damasco verde, rischiarando a pena un quadro sacro di fresca data, che

pendeva su l'opposta parete, in una gran cornice nera a trafori; il

ritratto d'una santa vergine e martire.

La signora marchesa mostrava nell'aspetto la dignità d'un buon mezzo

secolo compiuto; e benchè altri non fosse con lei che il signor

canonico, suo direttore spirituale e amico di casa, pure la si teneva

ritta e dura su la persona, con la faccia secca, grinzosa, e acuto il

mento, e le braccia strette a' fianchi e distese sul grembo, come si

disegnano le sfingi. Una cuffia bianca di ricchi merletti a cannoncini

le s'impadiglionava su la testa e proteggeva due ciocche di capegli

biondi artificiali; uno scialle nero le copriva le spalle magre e la

persona; e i suoi piccoli piedi, che forse erano stati la disperazione

de' ballerini dell'aristocratico _minuetto_, spuntavano appena dal

lembo della sua sottana color di nocciuolo, per appoggiarsi sur uno

sgabelletto di cannucce. Sul tavolino che le stava dinanzi, era un

monticello di libri co' dossi e fogli dorati, volumi superbi al di

fuori ma umili e pietosi al di dentro, un calamaio di cristallo co'

becchi del pennaiuolo d'argento, posato su d'un fascio di lettere e

carte, e un vassoio d'eguale fattura.

Il canonico, che le sedeva a lato, finiva allora di succhiar la

consueta cioccolata sul dipinto labbro della chicchera, e per una sua

vecchia abitudine ne risciacquava il fondo coll'acqua cedrata: egli era

in veste talare, secondo il suo costume per le visite della mattina;

delle quali la prima era appunto per il buon cioccolate della marchesa.

Due lunghe, uguali e scrutatrici occhiate, della marchesa, vo' dire,

e del canonico, furono il primo interrogatorio che subì la fanciulla;

e bastarono a rapire al suo cuore la poca fiducia con che veniva,

e ad agghiacciarle su gli occhi una lagrima di gratitudine, che già

v'era spuntata. Essa cercava invano sul volto bianco e arcigno della

severa dama un ricordo della simpatia e del sorriso della buona e mite

contessa, ch'era stata la sua seconda madre. Gli occhi piccoli e bigi

della marchesa, e le sue labbra sottili senza colore, e compresse

in uno stentato risetto, davano alla sua fisonomia un non so che di

stranamente pietoso, un'apparenza di compassata bontà. E bisogna dire

che l'esame di quelle occhiate non fosse molto propizio alla nostra

Maria, se le prime parole che la dama le rivolse, furon queste: —

M'avevano detto che una povera giovine cercava di raccomandarsi alla

nostra compassione; ma siete voi? vestita così come venite, m'avete

aria d'una damigella!

— Signora marchesa, mi perdoni! Io porto ancora questo vestito nero,

perchè ho perduto mia madre; nè mi pare ch'esso disdica alla mia umile

condizione.

— Però quel color nero fa spiccar la vostra fisonomia; siete un po'

pallida, ma bellina.

— Oh! mia signora, non mi mortifichi così!

— Via, non arrossite!... Ma lasciamo andar questo per ora, e veniamo al

sodo. Dunque, lei, signor canonico... E così dicendo volgevasi verso

di lui con un chinar del capo — lei, m'assicura da vero.... Perchè,

aggiunse fissando di nuovo gli occhi su la fanciulla lo dovete alla sua

raccomandazione, se acconsento a far qualche cosa per voi....

— Oh signora marchesa!... la prego, la prego... disse in atto d'umiltà

e di riverenza il canonico; già è la nostra parte, di noi altri preti,

quella di procurar il bene de' poveri. E quando s'ha la fortuna d'aver

a fare con dame illustri e pie, come lei, signora marchesa....

— Il male è, ripigliò questa, che pur troppo la nostra carità il più

delle volte è sterile: è il grano che cade in terreno sassoso, come

dice il Vangelo. Ma, parlando di questa giovine, spero che n'avremo

bene.... Dunque voi vi chiamate?...

— Angiola Maria ****. I miei parenti erano poveri, ma onesti.... e

adesso sono morti....

— Sì, sì, la solita storia; tutte dicono così! ma prima, spiegatevi:

v'adattereste a servire?

— Ah! rispose Maria con un profondo sospiro; non mi rimane altro

destino, bisogna ch'io sia pur rassegnata a questo.

— Eh! mi pare che abbiate il vostro piccolo orgoglio anche voi....

— Bisogna compatirla, mormorò il signor canonico; era usa a star

bene, e m'han detto che passò qualche tempo in una casa di signori

inglesi....

— Ah sì?... domandò strabiliando la marchesa; veramente, questa è

una circostanza che non mi piace niente affatto.... Ma chi vi mise in

quella casa forestiera?

— È stata una fortuna.... il caso.... io era la compagna delle

damigelle di quel signore; stetti alcuni mesi con esse, dopo che io le

ebbi conosciute sul lago; e fu il mio povero fratello....

— Vostro fratello? dunque voi avete un fratello?

— Io l'ho avuto.... Anch'egli è morto, signora. E qui non potè stare

di nascondere fra le mani il volto e le lagrime che quelle memorie le

chiamavano su gli occhi.

— E questo vostro fratello che cos'era? Così, con la freddezza di un

giudice che processa, continuava la marchesa il suo interrogatorio.

— Era vicecurato in un piccolo paese, a ***.

— Come?... come?... interruppe allora il canonico; e battendo la

tavola con una palmata, che fece sobbalzare a un punto il calamaio, il

vassoio, la tazza e i libri: sarebb'esso mai questo vostro fratello, il

prete Carlo ***?

— Egli stesso! proferì con fioca voce la sbigottita giovinetta, e chinò

subito sul seno la faccia, lasciando in quell'atto cadere il velo, che

prima aveva sollevato.

— Possibile?... oh vergogna!... scandalo!... orrore!... Signora

marchesa, signora marchesa, non ne facciamo niente.... io ritiro la mia

raccomandazione..... Non si può, la mia ragazza, non si può! So ben che

ci canzonate!

— Che cos'è mai? per amor del cielo! dica, signor canonico, si spieghi,

ch'io mi sento già venir fredda!... E la marchesa, sbarrando con

ispavento i suoi piccoli occhi, scuoteva la cuffia a gran rischio di

scompigliare le bionde sue ciocche.

Il canonico si levò in piedi, e delle braccia fatto arco su la tavola,

si chinò all'orecchio della marchesa, sfiorando quasi con le labbra i

merletti della preziosa cuffia; e le susurrò, in poche parole, non so

che mistero.

Ma quelle sue parole furono come un tocco di folgore. La marchesa balzò

in piedi anch'essa, con una ciera sdegnosa e stralunata; lanciò alla

povera tosa un'occhiata fulminea; ma poi, a poco a poco, si ricompose

nella prima dignità, e mutato lo sguardo dell'ira in quello della

gelida compassione: — Andate, povera giovine, le disse, andate! Io ne

sono proprio accorata, ma non posso far niente per voi... la cosa è

troppo seria. Voi forse non ne avete colpa, ma le leggi, il governo, la

religione, e la quiete della mia coscienza voglion così; è impossibile,

impossibile!....

Ciascuna di queste dure parole apriva nel cuore di Maria una nuova

ferita. Una maledizione le era dunque caduta sul capo, una maledizione

terribile, immeritata, che faceva altrui delitto la pietà verso

l'infelice orfanella? Era dunque l'infamia che pesava sopra il nome del

suo fratello, sopra quel nome innocente e caro? Essa tremava come se

fosse veramente colpevole; la sua mente si smarriva, nè so qual forza

la sostenesse in quella difficile prova. Ella s'avanzò con sommessione,

com'era venuta, verso la sdegnata marchesa; e timida arrischiò un

passo e tentò di baciar la mano di lei, per chiederle perdono d'averla

sturbata. Ma la pia e superba dama ritirò la mano, e la congedò

dicendo: — Mi rincresce, la mia ragazza, ma, per ora, non m'è concesso

assolutamente di potervi far del bene. Chi sa che col tempo....

Piuttosto, cercate ricovero in qualche casa oscura, in uno stabilimento

di carità, in un ritiro.... sarà meglio! E intanto tener lontano i

pensieri mondani, avvezzarsi alla modestia, al raccoglimento.... e

sopra tutto poi, alla rassegnazione. Quanto a me, vi prometto, che se

m'avverrà, spenderò forse per voi qualche buona parola anch'io.... ma

dipenderà dalla vostra buona condotta.

E così detto, si volse al suo fedele consigliero, e si mise a parlargli

in segreto e con gran calore.

Maria trovò nella galleria la vecchia Giuditta; la quale, rassegnata

ad aspettarla, erasi a tutto bell'agio accovacciata entro un gran

seggiolone del seicento, sotto i piè d'uno degli antenati della

marchesa; uno di que' cinquanta ritratti, con irti mustacchi, gorgiera

spagnuola, cappa bruna e brache gonfie e listate. E, come vide Maria,

le venne incontro con volto sereno, che voleva dire: E così? siete

contenta?

Ma la fanciulla, tutt'ancora confusa, le prese tremando la mano, e

stringendosi a lei vicino: — Andiamo, le disse, andiamo via! Oh lei,

signora Giuditta, è più buona di loro: lasciamo per carità questa casa,

le dirò tutto poi. — E partirono.

Fu dopo questo, e dopo un novello inutile tentativo appresso d'un'altra

caritatevole signora, la quale trovò Maria d'età troppo fresca

per poter far da cameriera a una sua figliuola che doveva andare a

marito, fu allora che la povera giovine accettava di collocarsi, come

ricamatrice, nella bottega d'una crestaia, una delle cento amicizie

antiche della signora Giuditta. E si tenne abbastanza fortunata, chè

almeno in quell'oscura vita nessuno le avrebbe rimproverato il suo

dolore e la sua misera condizione; nessuno sarebbe venuto ancora a

ripeterle all'orecchio una maledizione all'infelice fratel suo.

Così aveva passato già sei mesi nella povertà e nel lavoro, paziente

e tranquilla. Era come s'ella fosse morta per tutti; nessuno che

domandasse il suo nome, nessuno che le dicesse una parola amorosa, o

le avesse chiesto mai il perchè della sua tristezza. Anche la signora

Giuditta, da prima così premurosa, così affannona, pareva averla

dimenticata; poichè, appena le venne fatto d'appoggiare altrove la

fanciulla, non si lasciò più vedere. Non già ch'ella fosse senza cuore,

ma voleva respirare da quel gran trambusto avuto in poco tempo, chè non

s'era figurato mai potesse succeder tanto al mondo a una donna. Maria

però era venuta più d'una volta a visitarla, perchè essa non avrebbe

potuto dimenticar mai il più piccolo bene a lei fatto; e poi, quella

dimora era stato l'ultimo asilo della madre sua, innanzi che l'avessero

portata via, all'ospedale; era là, che il suo Carlo l'aveva condotta

in un giorno di fatale disinganno; era là, che essa l'aveva veduto

l'ultima volta.

L'onesta crestaia la teneva in casa sua, e le aveva destinata una

cameretta buia, a mezzo la scala, che prima serviva all'uso di

ripostiglio, e che rispondeva sur un cortiletto angusto e uggioso. In

quel bugigattolo altro non c'era che un cassettone, un letto povero e

basso, o piuttosto una grama materassa gettata su due panche nane, e

un piccolo scanno nella stradetta fra il letto e la parete. Una luce

morta, chiusa dal colore oscuro delle tettoie all'intorno, calando a

traverso de' piccoli vetri verdognoli della finestra ferrata, dava a

quell'umide pareti un aspetto più tristo ancora, e quasi di carcere.

Eppure la buona orfanella, allorchè si trovava nel misero asilo, dove

poteva pensare o piangere non veduta, credeva ancora d'esser libera;

essa, che un tempo temeva di restarsene sola, allora cercava, amava

il silenzio e l'ora solitaria. E quando, dopo l'assiduo lavoro della

giornata, ritornava alla tarda sera nell'abbandonata cameretta; e

quando in ginocchio a fianco del suo letto, chino il viso su le povere

coltri, offeriva al Signore il giorno ch'era passato; il Signore allora

spirava in quell'anima vergine l'alito della rassegnazione e della

pace. E poi, ella coricavasi col cuor libero e con la mente serena,

dormiva ancora i soavi sonni dell'infanzia. E l'angelo custode vegliava

certamente nella sua nube sopra il capezzale dell'innocente.

Così dunque Maria aveva passato sei mesi. E nel giorno de' morti era

venuta su la fossa della madre, fra i poveri e i buoni, a portare

anch'essa il tributo della sua orazione a quel Dio, che benedice al

dolore prezioso de' piccoli, e rasciuga le loro lagrime.

Angiola Maria: Storia domestica · 第 69 / 105 题