PARTENZA E MISTERO.

Una settimana appresso, due grandi e pesanti carrozze da viaggio, che

su gli sportelli portavano dipinto un ampio stemma, e ciascuna delle

quali era tirata da quattro cavalli da posta, avevano attraversato la

città ed erano uscite per la porta Vercellina. I postiglioni toccavan

di sproni alla spacciata, facevano scoppiar le fruste, e davano fiato

alle rauche cornette.

Nell'interno della prima di quelle vetture sedevano un uomo vecchio

e grave e un bel giovane; sul sedile di fronte stavano due gentili

damigelle avvolte in mantelli eleganti e guerniti di pellicce. Nella

seguente poi, che reggeva da tergo due larghi, neri bauli e parecchie

grosse valigie, era sepolto in mezzo a un mucchio di fardelli il fedele

cameriere del vecchio signore; due altri servitori stavano seduti a

cassetta.

Il padre e il figlio tacevano, assorti in profondi e contrarii

pensieri; le due fanciulle malcontente d'abbandonare così presto il

nostro bel cielo, alternavano fra loro poche e interrotte parole.

Esse ricordavano la lieta vita passata, la voluttà dell'aria che

si respira nel cerchio dell'Alpi, su le rive dei laghi; e a mano a

mano lasciavansi dietro con rincrescimento le colte campagne che già

cominciavano a sentire il primo tepore della bella stagione. Alle

parole che facevano si frammischiava sovente il nome della loro povera

e semplice amica, accompagnato da un pensiero doloroso. Ma pur quel

nome non portava con sè nessuna amarezza; perchè Elisa non poteva

persuadere a sè stessa che l'anima pura di Maria fosse colpevole, come

aveva sospettato il padre suo; e Vittorina non sognava neppure che la

causa di tutti que' guai fosse l'amore, ignara qual era ancora che per

amore si pianga e si soffra, come aveva fatto la fanciulla.

Ma ben altre erano le fantasie d'Arnoldo. Quel giorno che il vicecurato

apparve d'improvviso per salvar la sorella e ricondurla con sè, volle

il caso che Arnoldo rimanesse lontano; e, sul far della sera, quando

tornò a casa, egli ignorava tuttavia ogni cosa. Vittorina fu la prima

che gli corse incontro, e gli diede la trista novella. Com'egli fosse

abbattuto dall'intendere che Maria era partita per sempre, e quanto

patisse in quel momento solo il suo cuore lo seppe. S'era fatto

pallido, cupo; l'ira, l'affanno, il sospetto erano entrati in un punto

nell'anima sua; ma non si scoperse, non disse parola.

In quella medesima sera, lord Leslie gli aveva fatto dire che sentiva

desiderio di parlargli; ed egli non indugiò a presentarsi a suo padre.

Il vecchio gli venne incontro di subito, lo prese per mano, e senza

accennare alla più lontana idea di ciò ch'era stato, gli mise innanzi

con parole amichevoli e gravi le nuove urgenti circostanze che lo

consigliavano a ritornare alla patria, senza por tempo in mezzo; gli

spiegò sott'occhio lettere d'uomini potenti, che gli avevano disegnato

l'andar delle cose e la gravezza del momento; gli parlò poi del debito

di non tradir l'avvenire, i proprii diritti, la parte alla quale s'era

legato, della necessità infine di giovarsi di quella congiuntura, per

non essere avvantaggiato da altri, e racquistare almeno ciò che prima

aveva perduto.

Arnoldo rimase confuso, annientato quasi dalle parole paterne. Il

vecchio non imponeva, ma cercava consiglio, pregava; ond'egli che

dapprima era stato pensoso, irresoluto, rompendo alla fine il silenzio,

uscì a proporre al padre, che l'unico partito da seguitare era quello

d'un sollecito ritorno in Inghilterra. L'accorto sguardo del lord aveva

indovinata la via per arrivare al cuor generoso del figlio; la sua fina

politica famigliare aveva trionfato.

Il giovine però sentiva il peso di quel dovere penoso che su le

prime aveva accettato con volontà sincera. Accondisceso ch'egli

ebbe, il pensiero di perder Maria gli tornò in cuore, gli si fece

insopportabile; voleva parlar di nuovo a suo padre, scoprirgli ogni

cosa; ma poi riflettè, e conobbe che sarebbe stato lo stesso che

perdere tutto. E intanto sorse a consolarlo una nuova speranza,

che forse, cedendo da principio, gli sarebbe stato agevole poi, nel

volgere di qualche tempo, di preparar l'animo paterno a non porre più

altro contrasto alla sua volontà; e vinto così l'antico pregiudizio

dell'orgoglio domestico, egli sarebbe stato padrone della sua mente e

del suo cuore. Allora per non saper trovare altra uscita, abbracciò

il più facile consiglio a cui, per la fiducia del meglio, assai di

sovente si appigliano gli animi incerti e miti, quello di tacere e di

aspettare.

Ma pure egli era torbido e travagliato. Non poteva spiegare a sè stesso

la causa di quell'improvviso fuggir della fanciulla, dopo tutto ciò

ch'era stato; nè comprendere come il vicecurato fosse venuto e partito,

senza cercare di lui, senza aspettare di vederlo. Ben gli nacque in

mente l'idea, che Maria forse avesse confessato al fratello il segreto

dell'amore che li univa; ma per ciò appunto si corrucciava di più,

pensando al basso e falso concetto che l'amico doveva farsi di lui, non

conoscendo ancora la purezza del suo proposito, il mutamento dell'anima

sua. E desiderava di poter rivedere, innanzi partire, la giovinetta; e

voleva parlarle almeno una volta, accertarla del suo ritorno dopo breve

tempo, e ripeterle la già fatta promessa.

Allora, dopo ch'ebbe inutilmente tentato più d'una via per trovar nella

città chi gli desse qualche contezza del luogo in cui il vicecurato

potesse aver formato dimora, dopo ch'ebbe risoluto di trasferirsi

segretamente, prima al paesello del lago, poi all'alpestre villaggio di

Valtellina; pentito dell'una e dell'altra cosa s'abbandonò all'inutile

rammarico, all'inquietudine, a disegni cupi e sdegnosi. Pensò anche

di palesare il suo stato a quel saggio uomo che aveva avuto tanto

potere su la sua vita e ch'egli venerava come secondo padre, onde lo

sovvenisse di consiglio; pure, quando fu sul punto di farlo, non ardì

aprirgli l'animo, o temette forse il giudizio del semplice ma austero

vecchio.

Intanto il dì della partenza era venuto. Tutto quello ch'egli potè fare

fu di scrivere una lunga lettera al vicecurato, nella quale n'acchiuse

un'altra indirizzata a Maria; mandò queste lettere alla posta, e pregò

il cielo che arrivassero al più presto al loro destino.

Dov'era allora la nostra fanciulla?

In certe povere stanzette, confinate nella soffitta deserta d'un antico

palazzo, che appartenne un tempo alla famiglia del conte Francesco

****, viveva ancora la vedova del vecchio maggiordomo di quella casa.

Dopo la morte degli ultimi padroni, il palazzo era stato venduto,

spogliato delle sue tappezzerie di damasco e delle dorate suppellettili

che l'adornavano da forse un secolo; e un negoziante, arricchito di

fresco e non ancora ritirato dagli affari, l'aveva acquistato e fatto

restaurar tutto alle fogge del gusto moderno, con le sue sete, co'

lucidi arredi parigini, co' molli tappeti turchi.

Quella vedova era una buona vecchietta, servizievole, cicalona,

tutt'amore del prossimo e de' poverelli, lodatrice eterna de' tempi

suoi e de' suoi ottimi padroni, e massimamente della defunta signora

contessa; la quale non l'aveva dimenticata nel testamento, e le aveva

lasciato una provisioncella, vita sua durante, un trenta soldi al

giorno e l'abitazione: era tutto quel che la povera donna possedeva

quaggiù. Pure essa viveva contenta, e col suo sordo sogghignare, diceva

bene spesso: Chi molto abbraccia, nulla stringe; ma chi sa contentarsi

del poco, campa un pezzo e col cuor largo. — Quel negoziante, al quale

certi lontani parenti della contessa, che ne furon gli eredi, avevano

venduto il palazzo, dovette accettare tra gli altri patti anche la noia

di tenersi in casa la vecchia vedova. E questa poi fu sempre ostinata a

non voler abbandonare quella dimora dov'era vissuta per trent'anni; di

modo che il novo padrone mise giù il pensiero di farla sloggiare con le

buone, come aveva stimato facile, nella fiducia che la vecchia sarebbe

presto ita a cercar posto nell'altro mondo.

A quest'antica conoscente, alla signora Giuditta, come in tutto il

quartiere era chiamata, affidò dunque il vicecurato la sua afflitta

sorella. Essa gli aveva tante volte portati su le sue braccia l'uno e

l'altra in giorni più lieti, quand'erano ancora ragazzetti, che non se

n'era dimenticata; ma non gli aveva veduti da tanto tempo, che quasi

non lo credè vero, allorchè le si fecero conoscere. Pure li ricevette

a braccia aperte, e dimandò loro del buon Andrea, della comare

Caterina, del palazzo, di cent'altre cose e perfino del vecchio Azor;

rammaricandosi di tutto quello che non era più, e benedicendo il cielo,

che la sua vecchia amica si ricordasse ancora di lei.

Nell'ignota dimora della vedova Giuditta, don Carlo dunque pensò di

nascondere Maria alle ricerche e alla persecuzione di colui, ch'egli

credeva essere stato il suo seduttore; giacchè intendeva di fermarsi

ancora per qualche giorno a Milano, e di ricondurre poi egli stesso la

fanciulla a sua madre.

Maria, ne' primi dì, non sapeva accomodarsi a quella nova solitudine.

Ignara di quel che fosse avvenuto, dopo che aveva abbandonato la

casa de' Leslie, di quel che potesse fare Arnoldo per ritrovarla, e

sedotta ancora da una lontana idea di rivederlo, di separarsi in pace

da lui, idea che la sua virtù e l'affetto le richiamavan sempre, non

come una colpa, ma come unica consolazione, ella passava le ore in

una rassegnazione dolorosa. Non piangeva più, ma faceva ogni sforzo

per ritornare più spesso che poteva alla memoria di sua madre; pure,

qualche volta, in segreto, ripeteva ancora il nome di colui che per il

primo le aveva promesso amore, e sentiva ch'essa non avrebbe più potuto

amar nessuno, come aveva amato lui.

Ella non usciva mai, e stava sempre in compagnia della vedova, la quale

non sapeva immaginare perchè una creatura, giovine e bella come Maria,

fosse così tacita e mesta. Intanto il fratel suo consumava que' pochi

giorni nel visitar gli amici che gli restavano ancora, antichi suoi

compagni di scuola, alcuni de' quali erano allora parochi nella città,

e altri procacciavan di guadagnarsi, con la penna e con gli studi, una

vita stentata ma libera e onesta.

E nel rinnovarsi di quelle conoscenze, che avevano messa profonda

radice ne' cuori, di quella corrispondenza di sentimenti e di simpatie,

ch'è sì bella quando la sorgente ne sia virtuosa e schietta, e fedele

la ricordanza, oh! come gli pareva di ringiovenire, di ritornare

a quell'età d'affetto e di desiderio, in cui si crede che la buona

volontà sia tutto, e nulla la difficoltà delle opinioni e del potere

altrui; in cui è certa e giusta l'aspettativa, e santa l'energia della

fede e del contraccambio!...

Con quali sinceri trasporti gli amici si rividero, s'abbracciarono!

Con qual fratellanza di gioia e di dolore rinnovellarono le memorie

della giovinezza! Come lagrimarono gli amici che non erano più,

ch'eran mancati nell'ora migliore! Come compiansero a quelli che

avevano tradito le speranze di loro concetto, un bell'avvenire, la

vita intera!... E le promesse di star sempre uniti col cuore, se con le

persone non potevano, d'adempiere insieme all'eterno dovere di render

migliori gli altri, di non cader mai d'animo, nè per la tirannia de'

pregiudizii e del tempo, nè per la cieca guerra delle passioni, e di

servir liberamente alla causa della verità, preparando d'accordo, per

quanta forza e per quanto cuore era in essi, il bene e la giustizia

per tutti; queste altissime promesse si ripeteron più d'una volta ne'

loro ragionari dolci e solenni, e furono santificate da' voti e dalle

preghiere di que' giusti e generosi che amavano e che soffrivano.

Così alcuni di que' dì felici, che il buon prete non credeva di trovare

più su la terra, e dietro a' quali l'anima sua aveva ben sovente

sospirato nelle solitudini della campagna, in mezzo alla povertà e

alla dura vita del contadino, o sotto gli umili archi della chiesa del

suo villaggio, alcuni di que' dì felici sorgevano ancora per lui; e lo

consolavano nel momento che, ferito nella più viva parte del cuore,

s'era umiliato innanzi alla superbia degli uomini, all'ingiustizia

delle cose. Ed egli se ne rallegrava con sè stesso, chè da tanto tempo

aveva rinunciato all'allegrezza: nè alcun funesto presentimento venne a

turbar la purità di quell'affetto antico e santo, e il felice presagio

d'un'età migliore!... Ma troppo spesso le nostre più vive speranze son

le più vane!

Un giorno — non eran passate più di due settimane da che Maria stava in

casa della vedova — le due donne avevano apprestato un desinare assai

modesto, e aspettavano il vicecurato.

È passato il mezzodì; passano una, due, tre ore, ed esse aspettano

ancora, e il vicecurato non comparisce. Su le prime, non si dan

pensiero di quel suo tardare, rassicurandosi nell'idea che forse

qualche impreveduta circostanza ne lo trattenga. Ma poi all'abbassar

del giorno, quando l'una e l'altra ebbero finito di ripetere

le consuete scuse che si van cercando per ingannar l'angustia

dell'aspettare invano, allora, con quel senso di tristezza che desta il

veder farsi sera, crebbe il loro dubbio e l'inquietudine. E taciturne

entrambe si pongono a sedere presso una delle finestre che dà sul

cortile, s'interrogano a vicenda con gli occhi, e guardano ogni momento

verso il cancello del palazzo, in attenzione curiosa d'ognuno ch'entri

o passi.

Da quella finestra vedevasi, per il vano del portone, lungo tratto

della frequentata corsìa. Si fece notte, le campane delle chiese erano

già silenziose per tutta la città, e le donne aspettavano ancora. In

ogni passeggero che attraversasse quel breve spazio, pareva loro di

riconoscere il prete; ma nessuno mai s'arrestava, nessuno svoltava in

quella porta. Maria ben cercava di persuadersi che nulla ci fosse di

più naturale di quell'assenza, ma invano; un interno timore la vinceva,

l'anima sua andava immaginando qualcosa di funesto, un pericolo, un

tradimento, una sciagura improvvisa; e già, come una spina, le stava

fitta in cuore l'angustia, che il suo Carlo non avesse a ritornare mai

più!

La vedova, indispettita alla fine di quel lungo tedio, cominciò a

sfogarsi, a brontolare fra sè e sè: — Vedete mo, che vezzo! Son già

passate più di sei o sett'ore.... Ha ragione chi dice: aspettare e

non venire, cosa da morire! Intanto voi siete ancora a digiuno, la

mia tosa! Manco male, ch'io ho pensato meglio di voi... ma domani, il

resto di quel pollo e di quella zuppa sarà roba da buttar via per la

finestra... Che cosa crede d'esser poi quel vostro signor fratello? Non

è all'osteria, e se qui c'è poco, c'è del cuore almeno! Ma, adesso che

ci penso.... Scommetto che, senza dir nulla, avrà desinato altrove; e

noi siamo state sì buone ad aspettarlo... Oh via, levatevi su, e peggio

per lui! mangiate un po' anche voi, chè almanco non si consumi questa

poca grazia di Dio....

— Ora non potrei, signora Giuditta, non potrei da vero... ho un gruppo

qui, una cosa che m'opprime....

— Oibò, non mi fate smorfie! In questi dì, non avete mangiato mai, più

che non mangi un piccione.... E poi, non dormite, avete una ciera che

fa pietà.... Via! ecco quel che son divenute le nostre ragazze! vedete

un po' quel che si guadagna a star nelle case de' grandi signori...

La minestra di casa vostra vi fa schifo... Non dico così per voi,

ma al giorno d'oggi, si vede, tutti vogliono stare in sul grande...

Ebbene? sorridete un po'!... Che dirà vostra madre? Quella è una donna

casalinga, sincera, alla mano... Che dirà, quando vi rivedrà con quel

viso di panno lavato?...

La fanciulla taceva, pensava che sua madre non le aveva mai detto

parole così amare; e quell'inutile conforto le parve più duro di

qualunque rampogna.

Non era lontana la mezzanotte, quando s'intese un calpestio su per

l'angusta scala che saliva a quelle stanze. Le strepito risvegliò

l'attenzione della vedova, la quale, seduta accanto del focolare,

recitava il rosario con accento basso e sonnacchioso, e fece palpitare

il cuor della fanciulla, che s'era presso a lei raggruppata, trovando

appena voce di rispondere all'avemarie.

— Siete voi, Carlo? domandò essa, con una gioia sicura, levandosi

subitamente; siete voi una volta?... Oh sia ringraziato il cielo!

Nessuno rispose. Ma, poco stante, un bussare forte e strano all'uscio

risonò nelle tre stanzette del povero quartiere.

— Ohe! che rumore di casa del diavolo, signor abate? gridò stizzosa la

vecchia. Bella musica dopo averci fatto aspettare tutto il dì e tutta

la notte!

Intanto Maria era corsa ad aprire.

Si presentaron due sconosciuti, col cappello basso su gli occhi,

abbottonati fin sotto al mento in un palandrano nero. La fanciulla

diede un grido, e balzò indietro atterrita; la vecchia spalancò tanto

d'occhi, e facendosi ritta ritta su la persona, appuntò le braccia su

l'anche, in atto di stupore e di dispetto.

Ma l'uno de' due sconosciuti, avanzatosi verso le donne, si pose

l'indice della mano attraverso le labbra, e, — State zitte, disse loro,

non v'inquietate, non gridate! Non veniamo per farvi nessun male, noi

siamo impiegati, facciamo il nostro dovere; e non si cerca di voi. Ma,

per amore, silenzio!

— Eh! ch'io non so niente, e qui non c'è nessuno, cominciò a gridare la

vecchia. E... e...

— Silenzio, dico, adesso! ripetè colui; risponderete a quel che siamo

per domandarvi. E voi, soggiunse voltandosi al compagno — una faccia

lunga, scura e smorta, che gli stava sempre alle calcagna, come la sua

ombra — ponetevi là, a quel tavolino, e scrivete!

E l'altro fece, senza dir nulla.

— Siete voi la vedova Giuditta ****? chiese allora l'uomo che parlava.

— Sì, son io! rispos'ella; ma perchè voi... perchè lui... perchè io...

— Voi, tacete! e la giovine qui presente è la nominata Angiola Maria

****?

— Son io quella, rispose alla sua volta la fanciulla, ma con voce

debole e tremante.

— Bene! E si rivolse di nuovo alla vecchia: Abita in casa vostra il

prete Carlo ****, fratello di questa giovine?

— Sì, ma è solamente da pochi dì, ch'io stessa gli ho fatto il piacere

di tenerlo qui, con sua sorella; e l'ho fatto perchè siam vecchi amici,

e se a questo mondo non ci fosse un po' di carità...

— Basta, tacete! Non ho domandato questo.

— Ma se non posso tacere! Sono una donna onesta, nè voglio che

nessuno...

— Tacete! vi replico, e badate a me. Da quanto tempo quel prete abitava

qui?

— Fanno giusto quindici giorni ieri...... fu un venerdì! Quando si

dice!... Ecco che cosa vuol dire un venerdì!... In verità santa, è una

cosa da non credere... Una storia simile non m'è capitata mai!

— Volete finirla con queste chiacchiere inutili? Ditemi piuttosto, dove

tenete la roba del vostro ospite?

La Giuditta, inasprita più che mai, non sapendo comprendere la ragione

di quell'interrogatorio, rispose alzando le spalle, e con un gesto

indicò l'altra camera; poi si mise a guardare or l'una or l'altra di

quelle due faccie, per vedere se le riuscisse di poter raccapezzare

qualche cosa di così fatto garbuglio. Ma l'uno senza complimenti, preso

un lume ch'era sulla tavola, l'accese, e passò nella vicina stanza,

come fosse in casa sua; e l'altro intanto continuava a scrivere col

muso duro, con gli occhi inchiodati sul suo scartafaccio.

Maria, tutta piena di spavento, non osava quasi respirare; essa aveva

indovinato che il suo povero Carlo correva qualche gran pericolo, che

coloro eran venuti per metter le mani sul fatto suo; e, resa ardita

dal suo stesso terrore, si mosse per correr dietro a quell'uomo, e

domandargli, per la pietà del cielo, che cosa fosse avvenuto del fratel

suo. Ma colui, avendo trovato di là ciò che cercava, ricomparve su

l'uscio, tenendo sotto il braccio un piccolo fascio di carte, e alcuni

libri (erano le memorie, il breviario, il vecchio Dante e la Bibbia del

buon prete). Pose il tutto su la tavola, rilegò con somma diligenza

il fascio, e v'improntò, senz'altro dire, un gran suggello. Poi,

volgendosi alla giovinetta, tolse fuori e le porse una lettera dicendo:

— È di vostro fratello! Per quest'oggi la nostra incombenza è finita.

Buona notte!... E fece un cenno al collega; il quale si levò, ripose

via il grosso scartafaccio, e si chiuse di nuovo nel suo palandrano. E

per dov'erano venuti, uscirono.

La fanciulla allora s'abbandonò su la seggiola ch'era più vicina,

tenendo stretto fra le mani il foglio fatale, che non aveva cuore

d'aprire. Ma quando la vecchia, strabiliata ancora di quant'era

succeduto, fece per toglierle quella carta, allora Maria la riguardò in

volto, corrucciata insieme e pietosa, poi chinò gli occhi, e lesse, che

quasi le mancava la voce:

«Maria, mia cara sorella!

«Colui che ti consegnerà questa lettera, ti dirà anche ciò che

sia di me. Il cuore mi piange di dover lasciarti sola per qualche

tempo; ma rassicurati, non sarà che per pochi dì, forse per poche

ore! Pure, te ne prego, fa in modo che nostra madre venga anch'essa

al più presto a Milano. Povera donna!... Ma in quanto a me, non

le dir altro per carità, se non che sono ammalato, che spero e

ho bisogno di rivederla. Il cielo benedica te e lei. Di' ancora

alla buona signora Giuditta, che mi compatisca e mi perdoni. — Tu

intanto prega il Signore per me, e fatti cuore; io non ho nulla di

che rimproverarmi in faccia agli uomini. Mia amata, mia infelice

sorella! ricordati sempre, che quanto succede quaggiù, è tutto per

volontà di Dio!...»

Misera giovinetta! — Che cuore fosse il suo allora, di quale spavento,

di quali fantasmi fosse agitata e piena per essa la notte che seguì

quel terribile giorno, nessuno il potrebbe immaginare, non che dirlo.

Aimè! tutto l'affanno che può versarsi in cuore umano, era versato nel

suo; e per maggior dolore, la sorgente di questa nuova sciagura era un

mistero per lei!

Angiola Maria: Storia domestica · 第 64 / 105 题