La fanciullesca amicizia ch'era nata tra le due figlie del signore
inglese e Maria non doveva certamente durare più che un passatempo
di campagna, un giovenile capriccio. Tra l'una e l'altre v'era troppa
distanza, perchè potessero vivere insieme nella concordia de' pensieri
e del costume, rallegrarsi delle stesse speranze, senza invidia
nè gelosia, e vagheggiar lo stesso avvenire: la buona, la semplice
amicizia ha bisogno di cuori che abbiano sempre la stessa fede, le
stesse speranze, lo stesso amore. Era quello in vece un bel sogno, un
sogno dorato ma passeggero. Un anno ancora, e forse le figliuole del
lord, cercate da ricchi e illustri sposi, avrebbero dimenticata la loro
amica, la compagna di pochi dì, alla quale non sarebbe rimasto altro
che tornar più povera di prima, e infelice, dove prima non era, alla
deserta casa del suo villaggio.
Eppure Vittorina ed Elisa non pensavano che doveva esser così; perchè
sentivano ancora come sia dolce l'amare con quell'incerto desiderio e
quella serenità modesta, che sono il più bel dono della giovinezza,
fino a tanto che il soffio gelido del mondo, e le piccole superbie
della società non hanno appannato i sinceri affetti del cuore.
E Maria anch'essa, la quale appena sapeva che cosa fosse la vita,
s'abbandonava alla malía di quel sentimento che subito c'incatena,
quando vediamo d'essere accarezzati, amati. Ma il soggiorno della città
e le abitudini del mondo signorile dovevano presto rivelarle il vero, e
farle sentire il molto amaro di che era mista la poca gioia gustata per
breve stagione.
Non andò gran tempo che gl'inviti a splendidi festini, a nobili
brigate, e le visite fatte e ricevute, come impone la schizzinosa
cerimonia, e i circoli dei forestieri, divezzarono lord Leslie dalla
solitudine a cui pareva si fosse condannato. Le buone novelle politiche
venute dallo straniero l'avevano riconciliato con le sue speranze
d'una volta; egli frequentava le più illustri case, conduceva sempre
con sè le figliuole, e voleva che Arnoldo le accompagnasse. Nel cuore
dell'inverno, le armonie de' nostri teatri e l'allegria delle veglie
e de' balli, chiamarono ad altri pensieri, ad altre premure le due
giovinette; le quali prima avevano menata una vita troppo modesta
e casalinga per non piacersi, come suole avvenire, di que' variati
sollazzi che per loro avevano ancora la seducente lusinga della novità.
Intanto Maria in tutto quel tempo, e furono due lunghi mesi, visse
quasi sempre abbandonata e solitaria, in mezzo al tumulto della città,
fra il continovo sentir ricordare le feste del dì passato e il vedere
apparecchiarsi a' piaceri della domane, feste e piaceri che non erano
per lei! E oh! quante volte allora desiderava di trovarsi a casa sua,
al fianco di sua madre, accanto del suo arcolaio; e sentiva in sè
stessa un accoramento di vedersi così negletta; e divorava in segreto
le lagrime dell'amore e dell'abbandono.
Quand'essa rimaneva in casa, in quelle lunghe sere invernali, che
sembrano eterne a chi nella solitudine ha de' dolori a cui meditare;
quando altro non le giungeva all'orecchio fuor di quel lontano
mormorare, ch'è l'indizio della vita notturna d'una città, e pensava
che nessuno poneva mente allo sfogo del suo dolore; allora, dopo d'aver
tentato inutilmente d'occuparsi nell'una o nell'altra cosa, per disviar
gli assidui pensieri che le stavano in cuore, rimembrava la pace che
non avrebbe trovata mai più, e cercava di persuadersi della stoltezza
di quell'amore che l'aveva fatta smarrire, e della vita inutile e
desolata, che ormai le restava a compiere.
Nelle prove del dolore quell'anima fiduciosa e pura aveva trovato
la forza di conoscer la vita e la funesta sua realtà; perchè pare
pur troppo, che la conquista d'una ferma ragione valga il prezzo
dell'innocenza e del disinganno: così bisogna che l'albero perda i
suoi fiori, perchè si fecondi il frutto. Maria, che non aveva veduto
il mondo, che non aveva trovato sul suo cammino se non persone amiche e
liete di poterla amare, Maria, in quell'ore di solitaria tristezza, era
divenuta una creatura nova. Allora la vita, che un tempo si dipingeva
dinanzi e lei così serena e bella, spogliavasi di tutta la sua magìa;
anch'essa la timida fanciulla sentiva nel cuore una pena ignota, muta,
indistinta, e poi la puntura segreta del primo rimorso; anch'essa
aveva una parola, un'acerba parola per domandare al Signore con che
ragione l'avesse resa infelice! E non le parevano più cosa impossibile
la malizia degli uomini e la fortuna de' cattivi; per la prima volta,
l'amaro sorriso dell'odio aveva sfiorato la sua bocca: ella pure
sentiva d'avere una forza intima, potente, la forza di disprezzare chi
le aveva fatto del male.
In que' momenti angosciosi, si metteva a scrivere al fratello di ben
lunghe lettere, nelle quali effondeva tutta l'amarezza del cuor suo
e il compianto del suo misero destino. Ed eran fogli sparsi più di
lagrime che di parole; era la pietosa confessione d'un'anima che non
sa reggere al primo colpo del dolore. E poi lacerava, bruciava ciò che
aveva scritto; si sforzava d'esser tranquilla, e, raccolti i pensieri,
toglieva fuori, e ponevasi a leggere con voce commossa il suo libro
delle preghiere.
Così passavano per lei i giorni e le settimane di quel tristissimo
inverno. Ella vide che sarebbe stato una follia il domandare alle
amiche perchè non la conducessero con loro, dopo ch'ella stessa s'era
tante volte mostrata ritrosa a accompagnarle; e le fanciulle non
ebber più cuore di pregarnela, quando si furono accorte che il padre
repugnava all'intima confidenza da loro messa in Maria.
La giovinetta dunque soffocava il suo affanno; e tremando sempre che
una parola, un gesto, un'occhiata potesse tradire quel segreto, il
primo ch'ella avesse avuto mai, e che avrebbe voluto nascondere anche
a sè medesima, cercava d'ingannar chiunque appena le volgesse uno
sguardo; cercava di parer lieta, quando il suo cuore non era pieno che
d'una sola malinconica idea. Egli era pur doloroso il veder sempre un
mesto pallore sulla sua fronte, e un sorriso di gioia sulle sue labbra!
Ma in quel tempo, il segreto turbamento d'altri e più gravi pensieri
agitava la mente di Arnoldo. La quiete della meditazione, che fa
nascere la necessità di conoscere e di sapere; la libertà dell'anima,
che conduce allo studio di quanto v'ha di più riposto nella vita, e
che in mezzo al tumulto degli uomini è così facilmente dimenticato e
perduto; la volontà non più tentata dall'esterne apparenze e scevra
d'ira o di timore: tutto ciò aveva fatto maturo l'intelletto del
giovine a uno studio nuovo e più severo della vita. Troppo spesso la
sana mente e la fredda ragione sono umiliate da una specie di vago
abbattimento, da un amaro disgusto delle cose, perchè possano essere
capaci di grandi e virtuose risoluzioni. La coscienza del dovere,
senza l'alito segreto dell'affetto, non è virtù; perchè la virtù viva
nel cuore, non basta la persuasione indotta dalia muta esperienza del
fatto; è forza che al fatto si trovi una spiegazione, un principio
sovrano: il misterioso legame dell'anima con la vita.
Arnoldo aveva conosciuto nella nostra città uno di quegli uomini di
semplici costumi e d'animo incorrotto, i quali in mezzo del mondo
sieguono con passo sicuro una via negletta e taciturna, la via
dell'onesta saggezza. Gli applausi e la gloria non sono per loro, anime
grandi e oscure; ma sono per loro la tranquillità dell'uomo modesto
e la forza del giusto; essi vengono sulla terra ignoti, dimenticati,
e se ne vanno del pari; ma il frutto delle parole e dell'esempio loro
sopravvive, e non può andar perduto.
Quest'uomo del quale io non dirò il nome, perchè i buoni non cercano
lode nè invidia nel mondo, paghi dell'amore dei pochi, nel piccolo
cerchio di coloro che si ricordano del bene avuto; quest'uomo, con
la dolcezza dei consigli e con la forza mite d'un senno angelico e
consapevole del cuore umano, indirizzò e sostenne i pensieri di Arnoldo
a quel fine a cui l'anima sua da tanto tempo anelava. Egli lo preparava
a' gravi studi, lo nutriva di ferventi meditazioni e di calda volontà,
accendeva il suo coraggio, rinfrancava la sua vigilanza, gli prometteva
la vittoria dopo la battaglia, e dopo la fatica il sospirato riposo.
Alle severe lezioni di lui Arnoldo consacrava allora la più gran parte
del suo tempo; ond'avveniva ch'egli si rimanesse, talvolta anche per
gli intieri giorni, lontano dalla sua casa e dall'amata giovinetta.
E poi, quando ritornava, quasi sempre appariva mesto, chiuso nel suo
pensiero; non parlava, e passava lunghe ore intento a nuove e severe
letture, con l'animo combattuto da strane ed inquiete fantasie. Non
di meno, con gran cautela, egli tenne sempre nascosta a tutti la
ragione di quelle sue assenze quotidiane, di quell'assidua e muta
preoccupazione. Maria soltanto se n'era accorta, ma taceva; e per il
suo cuore era un tormento di più.
Pure in mezzo a quest'ignota cura d'Arnoldo, vi era de' giorni ne'
quali l'amore, che pareva quasi divenuto in lui una quieta abitudine,
si faceva più forte del suo proposito, più grande della sua virtù.
Allora egli s'abbandonava a' suoi sogni antichi, a quei fallaci disegni
che fa sempre l'incauta giovinezza, persuasa che la scusa dell'amore
renda tutto facile e giusto. Allora la leggiadra immagine di Maria
non rallegrava più come prima tutti i suoi pensieri; il suo cuore
era ardente, oppresso; egli la cercava sovente, e poi quando le era
vicino sentiva conturbarsi; voleva parlarle, spiegarle l'amor suo, ma
non sapeva con che parole. E se mai avveniva che i timidi occhi della
fanciulla s'incontrassero per un momento ne' suoi, essa era colta da un
terrore nascosto, non mai provato.
Una mattina — era in febbraio — le due sorelle e Maria sedevano
silenziose presso un tavolino di lavoro, non lungi dalla finestra, da
cui penetrava una luce fosca, attraverso i cristalli che la gelata
nebbia notturna aveva indorato dei più bizzarri rabeschi. Arnoldo,
appoggiato alla spalla del camino, volgeva senza attenzione le pagine
d'un volume che teneva fra le mani. Poco di poi, essendo venuta una
mercantessa di mode, le due sorelle uscirono; e Arnoldo rimase solo con
la fanciulla.
Tacevano entrambi, e Maria non osava levare gli occhi dal lavoro, al
quale pareva intenta. Arnoldo aveva posto giù il libro, e la rimirava,
tutt'occupato nella sola idea dell'amore. Alla fine se le avvicinò, e
con voce rapida e commossa, — Maria! le disse, è tanto tempo ch'io devo
parlarvi, e voi...
Maria taceva; ma il suo cuore era tremante, e batteva rapido e forte.
— Maria, ascoltami, te ne scongiuro!
— Pensi signore! io non posso, non devo...
— No! Maria, bisogna che tu m'ascolti. Lo so, lo vedo, tu mi fuggi
sempre, temi pur anche un mio sguardo, eviti di rispondermi una parola.
Ma la tua timidezza, la tua angustia ti fanno più cara, più celeste al
mio cuore!... Oh non mi respingere, Maria! Il mio amore ha bisogno del
tuo!
— Deh! non parli così! rispose la fanciulla. Io non ho nulla a questo
mondo, e lei vorrà farmi più infelice di quel ch'io sono?...
— Io non ho altra speranza che l'amor tuo! Dal primo giorno che ti vidi
ti ho amata, e la tua felicità è l'unico mio voto... Oh se potessi
spiegarti quanta dolcezza tu spargesti nella mia vita!... Ma no, io
ti chiedo solo una parola!... Dimmi che mi ami, e io son pronto a far
qualunque cosa per te! Mio padre potrà maledirmi, ma togliermi al tuo
cuore giammai!... Noi fuggiremo di qui, andremo sotto un altro cielo
bello e beato, come il cielo del tuo lago! E tua madre, la buona tua
madre ci benedirà... Essa verrà e starà sempre con noi. Ah! dimmi una
parola, e domani, quest'oggi ancora...
— Ah no, no! per carità, non si prenda così amaro giuoco di me! Io non
so che cosa lei voglia dire!...
— O Maria, tu sei la creatura più santa ch'io trovai sulla terra!
Perchè non vuoi credere al tuo cuore, perchè non a me stesso? Io non ho
mentito mai! non temere... Tu non mi rispondi? non mi guardi nemmeno?
Maria si coperse il viso con tutt'e due le mani.
In quel momento rientrarono le due sorelle, tutte festevoli, recando
ciascuna un bell'abito di velo trapunto; ch'era destinato per il
ballo del domani. Entrambe corsero verso di Maria, e le mostrarono
quei graziosi vestili: e mentr'ella li ammirava, nascondendo il
suo turbamento sotto un menzognero sorriso, Arnoldo fissò sopra di
lei uno sguardo ardente, uno sguardo che voleva dire tutta la sua
speranza d'amore; e quando s'avvide che la fanciulla l'aveva compreso,
s'allontanò.
Quel giorno, Maria non fu più veduta, nè all'ora consueta del pranzo,
nè a quella del tè. Ella s'era chiusa nella sua camera; e, dopo lunghi
pensieri e lungo affannarsi, aveva scritto una lettera, come se in
quel foglio fosse l'ultimo consiglio della sua pover'anima perduta; lo
suggellò, e vi mise sopra il nome di suo fratello.
Poi, di nascosto, sola e frettolosa, era uscita. Ella stessa, Maria,
volle da nessuno veduta portar quella lettera, perchè temeva che
qualunque altro, a cui l'affidasse, avrebbe indovinato ciò che v'era
scritto dentro. Attraversò alla ventura due o tre vie, dubitando al
volgere d'ogni contrada, e tutta paurosa, benchè fosse coperta nel
suo velo e quasi nascosta in esso. Più d'una volta pensò d'arrestare
qualche passeggiero, perchè le indicasse dov'era la posta delle
lettere; ma sempre si pentiva e seguitava innanzi. Alla fine,
avvenutasi in un vecchio, che aveva veduto levarsi il cappello nel
passare sotto un'immagine della Madonna, gli s'accostò, e confusa gli
fece la sua domanda; il galantuomo la guardò, fece un certo atto di
maraviglia, poi sorrise e le insegnò la via. Ed ella vi corse quasi
volando, e lasciata cadere la lettera nella cassetta della posta, tornò
a casa, con più rapido passo e con l'anima più tremante di prima.