ALTRO TEMPO, ALTRA VITA.

Ecco Milano, la bella e ricca Milano! I larghi viali suburbani, che

ornati d'una doppia fila d'alti platani, la circondano, come delle

verdi ombre d'un giardino; i suoi lieti bastioni, le sue porte,

che ora ti figurano la superba idea dell'arte romana studiata da'

compassi dell'arte moderna, e ora ti presentano l'umile ingresso

d'una borgata; i suoi corsi larghi, lisci ed asciutti, le sue variate

vie fiancheggiate di modesti palazzi e di case belle e recenti dalla

fronte allegra, dalle spesse e diritte finestre; tutto ti farebbe

creder quasi d'essere in una città sorta ieri, se le belle cupole, e

i campanili delle vecchie sue chiese, e quelle superbe colonne cadenti

di San Lorenzo, unico avanzo della nostra grandezza a' migliori giorni

di Roma, e più di tutto la mole sublime e gigantesca del Duomo con

le cento sue guglie aeree, non sorgessero a ricordarti che i secoli

passati hanno ancora le loro grandi vestigia, e signoreggiano, direi

quasi, con l'armonia della loro maestà vetusta su d'un vasto anfiteatro

di case, che la mediocrità costruì in compagnia del comodo, del

risparmio e della convenienza.

Ma non cercare gli avanzi delle nostre glorie municipali; son pochi e

inutili per noi, e furono sepolti dai secoli, o dispersi dagli uomini.

Non aprire i volumi della storia, che adesso non è il tempo; essa ha

delle pagine scritte col sangue, pagine terribili che fanno fremere

e lagrimare; e altre ne ha, ornate delle più belle glorie italiane,

pagine sante, che sono l'entusiasmo e la speranza di chiunque si

ricordi ancora di portare il nome de' suoi antichi. — Milano è la città

del gran signore e dell'onesto privato, del mercatante e dell'ozioso,

del filosofo e del povero galantuomo; è la città semplice e colta,

generosa e ospitale, la patria della bella vita e del buon cuore.

Tutto il mondo è paese, dice il proverbio; ma i proverbi, massime gli

antichi, non han più ragione.

Eppure colui che per la prima volta abbandona l'aria pura della

campagna e la solitudine d'una terra ignota, non può trovar nella città

quel soggiorno di delizie e di fortuna, che forse prima aveva sognato,

nè quella pace oscura che nessuno al mondo invidia, tranne chi l'ha

perduta.

V' è una certa tristezza nella consueta tranquillità cittadina, una

certa monotonia nella quotidiana vicenda delle sue costumanze, una

noia negli spassi, un'inerzia nella vita, che talvolta ti par quasi

di trovarti solo e abbandonato in mezzo alla frequenza della gente, e

ti stanchi di vedere il malcontento in seno della ricchezza, e da una

parte l'orgoglio, e il disprezzo dall'altra, e dappertutto l'abitudine

e l'indifferenza per quanto ti s'agita o muta d'intorno. Al principio

dell'inverno poi, quando il cielo non ha sole, e la terra non ha altro

che nebbie e fumo, la è una scena a cui l'anima immalinconisce e si fa

grave e noiosa.

Le vie spesseggiano di popolo, ma son taciturne; è un andare e venire,

un mischiarsi, un incontrarsi da ogni parte; ma ciascuno cammina per le

faccende sue, o, se non ha faccende, s'accontenta di badare a quello

che altri fa e dice. La scena poi è sempre la stessa: è il fanciullo

che ora a ritroso, or saltelloni s'avvia alla scuola col fascetto

de' libri sur una spalla, e il pigro servo o la fante brianzuola che

gli tien dietro; è l'onesto impiegato che col suo lento passo usato

s'incammina all'ufficio per la strada da vent'anni battuta, chiuso nel

suo pastrano di panno turchino e col fido ombrello sotto l'ascella; il

solito gruppo de' lettori d'affissi alle cantonate, il fattorino che

torna zufolando alla bottega, la femminetta divota o la vecchia dama,

seguita dal servitore in livrea e con l'astuccio degli occhiali e due

grossi libri fra mano, le quali spesseggiando i passi se ne vanno alla

messa della parrocchia; è l'ozioso che girando a zonzo arresta tutti

gli amici e i conoscenti ne' quali s'imbatte, o dà gli occhi entro

ogni bottega, o numera le finestre d'ogni nuova fabbrica; è il giovine

signore, che dall'alto suo cocchio inglese balza su le soglie del

palazzo di qualche eletta contessa, lasciando al valletto di dieci anni

le briglie de' focosi puledri.

Nondimeno nella città è un bel vivere per tutti. Ben so che spesso

bisogna vedere e tacere, e mordersi la lingua o far orecchie di

mercante; so che bisogna sorridere a tanti amici di cappello,

accarezzare quelli che ti stanno di sopra, e quelli stessi che

t'invidiano, e guardar confuso nella folla il traino cortigiano

dell'ignoranza, e tremare talvolta perfino d'una segreta stretta di

mano dell'uomo sincero; so che bisogna fremere e arrossire, se non per

te, per altrui; e chinar la testa alle opinioni che, al pari di tanti

piccoli tirannelli, si cozzano, e voglion regnare insieme... Ma finchè

nella patria troverai un amico che ti dica una buona parola, finchè

avrai nella tua casa alcuno che t'ami, alcuno da amare, oh! terrai

sempre caro il nome della tua città, come quello di tua madre!

La famiglia de' Leslie, venuta a Milano, aveva preso dimora in una

bella e comoda casa, situata in una delle più popolose vie della città.

La casa apparteneva a una vedova dama, la quale, alla morte del marito,

s'era ritirato nel secondo piano, per nascondervi il suo lutto e i suoi

quarant'anni, e per cedere a qualche ricco pigionale il quartiere del

piano _nobile_, come qui si chiama.

Le damigelle, non avendo altri pensieri che di gioia, s'addomesticarono

in pochi dì con la vita cittadina e co' novi piaceri, e dimenticarono

il lago e i suoi pacifici ozii. Ma così non era di Maria. Essa non

aveva creduto da prima, che così presto si sarebbe trovata sola sola; e

già s'accorgeva che le mancava qualche cosa, e non sapeva che pensare a

sua madre, e pensare a suo fratello.

Pure ne' primi giorni, la novità di tutto quello che la circondava,

le cure divise con le compagne per mettere in ordine la nuova casa,

e assettare ogni cosa nella piccola stanza che ciascuna d'esse

aveva scelto per sè, fu una sollecitudine, un pensiero. Ma poi,

quel trovarsi chiusa sempre tra le pareti d'una sala, quantunque

tappezzata da lucenti arazzi e sfavillante d'oro e di cristalline

lumiere, quel correre alle finestre, e non veder che tetti e case, a

traverso l'aria greve e fosca, e cercare invano con l'occhio la linea

serpeggiante delle montagne, e i noti paesetti su l'opposta riva, e

l'incerta lontananza dell'acqua: tutto ciò la faceva ben sovente muta,

incresciosa a sè stessa, e le aveva rapito quell'aria di freschezza e

di sorriso, ond'era prima così bella e serena.

Arnoldo e le sue sorelle impiegarono que' primi dì nel visitare a

parte a parte le nostre chiese più antiche e famose, i pochi monumenti

dell'arti, le molte fabbriche degne d'esser vedute. Il giovine era

stato a Milano in altri tempi, e aveva conosciuta la città; egli si

faceva dunque compagno delle fanciulle in quegli utili diporti della

mattina, e dava loro la spiegazione di tutto, meglio che non l'avrebbe

fatto un facondo cicerone di piazza.

Ma elleno non potevano mai persuader Maria ad accompagnarle. Maria

temeva di farsi vedere con esse in mezzo a tanta gente; e s'ella da

prima non aveva pensato mai alla gran distanza che separava l'oscura

fanciulla dalle nobili damigelle, quest'idea dolorosa cominciò allora a

tormentarla con un assiduo rimprovero.

Quand'era sola poi, rifletteva a quello strano mutamento della sua

povera sorte, domandava a sè stessa perchè mai avesse acconsentito

a seguire una famiglia che non era la sua, e come la si potesse

abbandonar così, anima e cuore, a quella vita tutta nuova per lei,

e a che fine la sarebbe venuta. Tutto le pareva un sogno; ma il

turbamento che le s'era messo nel cuore, era vero. Allora sentiva

il desiderio d'una consolazione lontana, ignota, che nessuna cosa al

mondo le avrebbe potuto dare, nemmeno il ritorno alla sua casa, alle

braccia di sua madre. Per la prima volta, ella pensava a sè stessa, a

sè sola; all'avvenire, ai suoi timori, alle sue speranze. Oh! perchè

tutte quelle angustie, perchè quelle inquietudini e quel rammarico si

quietavano nel suo cuore, quando Elisa o Vittorina correva a scuoterla

da' suoi mesti pensieri con l'ingenuo bacio d'una sorella, o quando

sentiva soltanto pronunziar fra loro il nome d'Arnoldo, o sostava al

suono della sua voce, a quello de' suoi passi?

Lord Leslie intanto, giunto appena in città, ripigliò la sua vita

altera e dispettosa, com'è costume de' vecchi, che senton oggi il tedio

di quel che jeri bramarono. Lo strepito della città gli ricordava il

tumulto della sua vita passata, i lunghi anni travagliati dalle cure

della grandezza e dall'inimicizia della sorte. Egli dunque tornò a

starsene chiuso e solitario, a non voler vedere anima viva; e alternava

le lunghe ore della sua giornata fra il tè, le gazzette inglesi e la

corrispondenza epistolare de' suoi agenti di Londra e de' gentiluomini

della sua parte.

Arnoldo amava passar la più gran parte del giorno in compagnia

delle sorelle; chè la dimestichezza d'una vita modesta e uguale, le

consuetudini quotidiane, quella sì cara onestà del costume di Maria,

e quella sua semplice bellezza, tutto s'univa per fargli più prezioso

un amor puro e segreto. Nè Elisa e Vittorina ne' loro cuori ingenui

n'avevano ancora il più lontano sospetto; e lord Leslie stesso, anzi

che a codesto affetto d'Arnoldo, avrebbe creduto alla prossima rovina

della superba aristocrazia del suo paese.

Era in quel torno capitato a Milano tra i molti inglesi che passar vi

sogliono nell'inverno, un baronetto, antico amico de' Leslie, il quale

trattenutosi pochi dì, venne a portar loro le fresche notizie della

patria; e fu il solo che il lord acconsentisse di vedere. Era un uomo

di mezz'età, con un falso e ricciutello toppè d'un biondo rossigno;

volto di tinta accesa, ma sincero; cravatta e corpettino bianchi;

abito di color verde inglese, soppannato di velluto, a larghe rivolte

e larghi quarti; un occhialetto d'oro pendente al collo, e manichini

increspati su' guanti gialli; insomma, lo scapolo elegante, il _dandy_

di quarant'anni.

Costui sedeva, una sera, in mezzo al piccolo circolo delle due

damigelle, d'Arnoldo e della nostra fanciulla. Fosse l'aria vivida

d'Italia che l'animasse più del solito, fosse la leggiadria delle

giovinette, fatto è che quella sera egli faceva le spese della

conversazione; sfoggiava quegli scherzosi nonnulla, per cui nel bel

mondo anche il dappoco diventa fior di senno; ciarlava, rideva per

tutti, chè non pareva fosse nato al di là della Manica; e, com'era

stato gran viaggiatore, ripezzava il suo parlare or della lingua

nativa, or della nostra e or della francese. Ad Elisa, in men di

mezz'ora, egli aveva già ricordato a una a una le amiche damigelle che

l'aspettavano nella contea, e le s'era fatto vicino per bisbigliarle

all'orecchio che un giovine poeta italiano errava sempre intorno al

deserto castello de' Leslie; e poi aveva presa la piccioletta mano di

Vittorina, e le aveva descritte a parte a parte le splendide feste, i

passeggi, le danze, le corse de' cavalli, le compagne fatte spose.

— Oh perchè non son giovine anch'io come voi! seguitava il brioso

baronetto. Per voi è l'aurora, per me il mezzodì, per voi splende

il sole della bella Italia, per me quello del nord; pure non sono

malcontento di me stesso... I' ho fatto più lunghi viaggi, che non

Colombo, Marco Polo, Vasco de Gama e il capitano Cook, tutt'insieme!

Ho veduto il mondo; ma lo darei tutto, se fosse mio, per un anno

solo de' vostri... L'amore è la più bella parola di tutte le lingue;

domandatelo, miss Elisa, al vostro poeta, e voi, miss Vittorina, al

vostro cuore!...

— Voi siete molto gaio, sir Edwin, l'interruppe Arnoldo; e la vostra

vita, se alcuno la scrivesse mai, dovrebb'essere un bel romanzo.

— O amico mio, pensate! press'a poco come quello di Gil Blas de

Santillana. Anch'io sono sempre stato di buon umore, _a jolly

fellow_... E poi? non credete forse che la vita di qualunque uomo,

fra i venti e i cinquant'anni almeno, sia un romanzo?... Quella d'una

giovinetta poi, quella d'una bella donna!... _Oh delicious! delicious!_

— Aimè! disse ridendo Vittorina, io non ho tocca ancora l'età del

romanzo.

— Sì, sì! per un volto e per un cuore come il vostro, il romanzo

comincia a quindici anni. Ma per me... la mia stella tramonta! ah! ah!

l'ipoteca dell'età pesa anche su lo spirito! eh! eh!

— Via, via, sir Edwin, soggiunse Elisa, consolatevi, chè lo spirito è

un genio bizzarro che non ha paura del tempo!... Ma lasciam le follie;

e voi continuate a darci le novelle de' nostri amici di Londra. Non ci

avete ancora detto nulla d'Elena nostra cugina? l'avete veduta?...

— Miss Davison? Essa è l'ultimo angelo _of our merry England_, che mi

sorrise prima della mia partenza. Essa è sempre più bella, una maga,

una divinità! I nostri _dandys_ le fanno corona sempre e da per tutto;

è il sospiro di tutti, l'idolo che tutti adorano. Ma nessuno trionferà,

perchè noi la serbiamo per l'amico nostro Arnoldo. Non va bene?...

— V'assicuro, rispose Arnoldo, ch'io non fo di questi aurei sogni. Io

vorrei piuttosto amare, che adorare...

— Che c'è di novo? voi siete così mesto e circospetto, ch'io non vi

riconosco più. Ma, a proposito, come riusciste a far pace con vostro

padre, dopo quel terribile scacco?... A lui, non ebbi cuor di parlarne.

Oh se sapeste! il nobile duca era uscito de' gangheri... le vostre

superbe zie, la marchesa... la viscontessa, facevano _un commèrage_;

tutta Londra lo seppe; se ne parlò a Bath, Brighton, Chelthenham...

E quella povera miss? così giovine, così ricca e così bella? Ma essa

si consolerà! ah! ah!.. Eppure, lasciate che io le dica, sir Arnoldo,

ell'era fatta per voi!...

Arnoldo non potè più sopportare l'insipido cicaleccio del baronetto; e

poi, Maria era presente. Costui aveva toccato una corda, che in quel

punto risvegliava un ricordo doloroso nel suo cuore; quindi troncò a

mezzo il discorso, alzandosi bruscamente, e preso il cappello, uscì.

Sir Edwin non s'avvide, o finse di non s'avvedere di quel mal garbo;

si rivolse ancora alle fanciulle, e continuò le sue vôte facezie.

Maria, nascosta quasi in un canto della sala, era stata silenziosa

e indifferente per tutta la sera; se non che, alle ultime parole del

baronetto, rivolse un momento gli occhi ad Arnoldo, e sentì ferirsi nel

cuore, come d'una punta mortale.

Alcuni giorni appresso, ell'era sola nella sua camera; le due

damigelle, col padre e con Arnoldo, se n'erano ite a un ritrovo, in

casa d'un gran personaggio. Mentre frugava nel suo armadietto, le

era venuta sott'occhio l'ultima lettera del vicecurato, quella con

cui le aveva concesso di partir di casa sua. Essa l'aprì, la meditò

lungamente, china la fronte, e fissi gli occhi, che lasciavano cadere

involontarie lagrime su le smorte sue guance: e quelle parole, che

la prima volta l'avevano appena commossa, allora la fecero tremare.

Alla fine, abbandonò la mano che teneva il foglio, e appoggiò l'altra

dolorosamente sul cuore, come cercando di soffocarne il palpitar

crescente. Allora proruppe in un pianger dirotto.

Essa aveva letto nel proprio cuore. Ciò che fino a quel dì era stato un

segreto, un mistero per lei, le apparve lucido e schietto al pensiero,

divenne una certezza, una verità, che la riempì di confusione e quasi

di spavento.

— Oh Signore! ella diceva in mezzo alle lagrime, osando appena

esprimere con un lamento l'angoscia del cuore. È possibile che sia

così?... Ch'io mi lasci andare a pensar sempre a lui, anche senza

volerlo, a lui, più che a mio fratello, più che a mia madre?...

Oh! cosa son io a confronto di lui?... Povera mamma! perchè l'ho

abbandonata?... Essa crede ancora ch'io sia innocente come un angelo,

essa che mi diceva tante volte: Io t'ho messo il nome di Angiola,

perchè tu sii sempre il mio angelo; te ne ricorda!... Ed egli?.. Oh

se avesse a pensare ch'io sia venuta qui, qui in casa sua, con le sue

sorelle, perchè gli voglia bene! Ah povero me! che abisso!... Come è

avvenuta una cosa sì terribile?... Me l'aveva pur detto mio fratello,

che in questa famiglia non credono come noi, e che per ciò appunto io

dovessi esser tanto più buona e pia... E ora? sento che il cuore mi

dice ch'io son rea!... No, no, non è possibile! È un sogno ch'io fo,

è la mia fantasia ammalata; io tremo, e parmi quasi d'avere i brividi

della febbre.

E intanto ch'essa con voce fioca diceva queste parole, s'era

abbandonata sur una seggiola, accanto del suo letto, e lasciava cader

sul seno la testa. Ma pensava ancora. — Io fuggirò di qui, pensava;

domani, subito, io dovrei lasciar questa casa! Ma come mai lo potrò

fare?... Oh Signore! quest'è forse un castigo... Pure, che colpa è

stata la mia per meritarlo? Ah toglietemi voi da questa angustia!...

Io sono infelice sì! ma è poi vero, ch'io faccia tanto male ad amarlo?

Perchè veniva egli così spesso, lassù, in casa nostra? perchè anche

mio fratello l'amava? perchè mi parve così degno d'esser amato da

tutti, così onesto e cortese?... Egli voleva tanto bene a mia madre! Il

suo cuore è sì buono! E come si compiaceva di sedere all'ombra della

vite, sui nostri scanni di paglia, di parlar con noi, di raccontarci

tante cose! Ma io non gli ho detto mai nemmeno una parola, che potesse

far credere a lui... No, no... Se io non ardisco nè anche guardarlo,

quand'è presso di me! Oh se mai egli venisse ad averne il più piccolo

sospetto, credo che ne morirei di vergogna!...

Qui tornava a sollevarsi, e appoggiando il viso su le palme, e i gomiti

alle ginocchia, gemeva in silenzio. I suoi bei capegli, nell'agitarsi

ch'ella faceva sotto il peso di quel dolore, s'erano snodati, e le

si spargevano giù sulle spalle e sul grembo, a somiglianza d'un nero

velo. Ma poi continuava a martoriarsi ne' suoi terrori: — Gran Dio!

cosa sarà di me?... Quand'anche io cercassi di tornare a casa mia,

la mamma non vorrà più vedermi; e io pur sento che adesso non avrei

coraggio d'andare a gettarmi nel suo seno. E le due damigelle, esse

che m'han voluto un sì gran bene, che per tanto tempo mi tennero

quasi come una sorella?... Ah no! Se io non le avessi conosciute, non

sarei a quest'ora ridotta a piangere così!... Ed egli? E suo padre,

quell'uomo così severo, che non dice mai una buona parola, nemmeno a'

suoi figliuoli?... Io credo che se avesse a saperlo m'ucciderebbe forse

con un solo di que' suoi sguardi!... Oh misera ch'io sono! io vedo che

quest'amore sarà la mia morte!...

Così ella, che fin allora aveva indirizzata tutta la sua mente a

quella candida affezione e che altro più non sapeva desiderar nè

cercare, adesso ne rifuggiva con terrore; e per la prima volta che

s'accorgeva di amare, gustava tutto l'assenzio che si mesce all'amore.

L'idea della sua pace perduta, il dubbio e la vergogna, la memoria de'

suoi, il dolore della sua povera sorte, i pensieri di Dio e della sua

fede innocente, e, insieme a questi affanni, anche la sola nascosta

speranza che nutriva, di poter pure essere amata, tutto le pesava sul

cuore già debole e stanco; e una folla di nuove e tremende immagini le

accerchiava la mente smarrita.

E già si sentiva venir meno a poco a poco; i suoi pensieri si

mischiavano, si confondevano, più rapidi, agitati, cocenti; poi le

pareva si facessero cupi, gravi, un peso insopportabile; ella perdette

la conoscenza, e abbandonò la testa su gli scomposti cuscini del letto.

La sua fronte appoggiavasi grave e lenta sopra il braccio manco; e la

sua faccia appariva d'una bianchezza muta, al par delle lenzuola su cui

riposava. Nella dolorosa inquietezza di quell'oppressura, la semplice

e linda vesticciuola che le stringeva la persona, s'era slacciata allo

sparato del collaretto; e sul candore del suo collo e d'una spalla

seminuda spiccava la nera striscia d'un nastrino, dal quale pendeva

una piccola crocetta d'argento, un dono fattole dalla sua nonna, fin da

quando essa non aveva che sette anni.

Arnoldo aveva abbandonata prima della mezzanotte la splendida festa; e

per le vie mute, solitarie della città, ritornava a casa, in compagnia

de' suoi pensieri torbidi e malcontenti. L'allegria del ballo, la pompa

della bellezza, e lo sfoggio dell'onore e dei tesori più non potevano

scuotere da quell'anima giovine e malata l'inerzia che la spossava, nè

domarne la noia che innanzi tempo vi s'era messa, la noia, questa dura

fatica d'una vita che non è feconda.

Allorchè Arnoldo, rientrato in casa, passò lungo il corritoio, su cui

s'apriva la camera di Maria, ne vide l'uscio socchiuso; il poco lume

che n'usciva, era quel bagliore morente che tremola nell'ombra, come

un augurio sinistro. Egli passò, ma il suono d'un gemito profondo,

affannoso, lo fece sostare un istante, l'agghiacciò d'improvviso. Tese

l'orecchio, stette ondeggiando fra due pensieri, un brivido ignoto gli

sopraprese; poi aperse cautamente l'uscio, ed entrò nella cameretta.

Maria posava come prima sulla seggiola, abbandonato il capo sul letto,

e il viso coperto d'un pallore mortale; se non che aveva le braccia

raccolte sul seno, e le mani congiunte insieme, in atto di preghiera.

Arnoldo, appena si fece innanzi, sentì darsi una stretta al cuore,

così lo sbigottì l'aspetto della fanciulla immota e giacente come

persona morta. S'avvicinò tremando; ma il leggero sospirare a cui si

schiudevano appena le labbra di Maria, l'assicurò ch'essa era immersa

in languido sonno.

Egli prese la lucerna, e velandone il raggio con una mano, sì che tutto

il chiarore si raccolse sull'angelico viso della sopita, stette attento

e senza moto a contemplarla lungamente. Arnoldo non aveva veduta mai

creatura più bella.

Una vampa improvvisa gli arse nell'intelletto, gli corse per le vene;

un funesto riso gli stava su le labbra, e una luce fosca gli splendeva

negli occhi; il suo cuore batteva violento... Ma non era un palpito

di gioia, era un fremito d'ebbrezza. E in quell'istante, un pensiero

d'inferno gli attraversò, come un fulmine, la mente.

— No! no! egli disse: io credo che se osassi toccarle un dito, la

maledizione del cielo cadrebbe sul mio capo! Ah! perchè mai è così

grande la magia della bellezza nel dolore?... No, io non devo restar

qui! O santa memoria di mia madre, aiutami!... Bisogna ch'io fugga!...

ma come potrei io lasciarla così? Ella non riposa, ella soffre e

addolora. O Maria, tu hai mutato il mio cuore, tu mi facesti credere

alla virtù, risorgere nella speranza, amar la vita! Il mondo, gli

amici si ridono di me... Che importa? Egli è perchè non hanno altre

armi contro il cuore che l'ironia e il disprezzo! Ma tu, Maria, tu mi

benedirai!... Ella mi ama, sì!... e forse avrebbe la forza di morire,

prima di confessarlo una volta sola.

Queste parole sommesse, agitate del giovine, e l'ardente suo sospiro

risvegliarono d'improvviso la fanciulla. Ella aperse gli occhi, e vide

Arnoldo; e vederlo, e dar un grido, e balzare in piedi precipitosa

per fuggir della camera, fu tutt'una cosa. Ma il giovine le si pose

dinanzi, la trattenne, e poi ritraendosi d'un passo, — Ah! restate,

Maria, disse, restate e perdonatemi! Io passava di qui, intesi un

lamento, entrai, pensando che aveste bisogno di soccorso. Io v'amo

troppo, e non dovete aver timore di me!

— Oh per amor del cielo, tacete! Io non so nulla, lasciatemi,

lasciatemi partire!...

— No, ascoltate, Maria!... Voi m'avete ridonata la vita, per voi ho

ancora gustato giorni d'una felicità, ch'io credeva impossibile! Voi,

senza saperlo, avete fatto puro il mio cuore: e io ritrovai tanti anni

perduti!...

— Oh dio! dio! lasciatemi andare!... non vedete quanto male mi fanno le

vostre parole?...

E la fanciulla s'inginocchiava innanzi a lui, giungendo le mani,

supplichevole e affannata.

— Maria! rispos'egli, chinandosi verso di lei, in atto di sollevarla;

ascoltami, Maria, te ne scongiuro, o dimmi almeno che mi perdoni!

— Oh! io non ho nulla con voi! Cosa m'avete fatto?... Io voglio

ritornare al mio paese, io voglio mia madre! Ah! non l'avessi

abbandonata, non sarei adesso una povera infelice!

— Sì? dunque è vero, dunque è vero che m'ami?... Oh! io lo so, il

tuo segreto è mio! Maria! Maria, amami! io non cerco che il tuo amore

innocente!...

Maria non fece motto, non rispose che con un gemito. S'alzò, fece

alcuni passi, tentò ancora di fuggire; ma l'impeto di tanti e contrarii

affetti, che tutti in una volta avevano oppresso il suo cuore, le tolse

ogni lena: il piede non la sostenne più, e sarebbe caduta sul terreno,

se non era Arnoldo a reggerla con le sue braccia.

Egli la contemplò ancora; e il vedere ch'essa andava mancando e

respirava a pena, lo riscosse, gli mise nell'anima ignoto terrore...

Non sapeva che fare, e chiamò alcuno che venisse a soccorrere la

svenuta. Ma nessuno comparve. Allora chinò il suo viso su quello della

fanciulla, e le baciò la bocca, con un bacio timido, furtivo, quasi

sperando di poter con esso richiamarla alla vita.... Ma il tocco di

quelle labbra fredde e semiaperte gli destò in cuore il ribrezzo, lo

sgomento di chi commette un delitto. Allora chiamò di nuovo; e, sendo

accorsa una fantesca, confidò la fanciulla alle sue cure, e usci in

silenzio.

Dopo quel giorno, Maria fu sempre pallida e taciturna. Ella aveva

perduto il suo sorriso e il suo bel colore, come l'ultima rosa

dell'autunno.

Angiola Maria: Storia domestica · 第 56 / 105 题