O cielo amico, ciel di zaffiro,
Ah ne risplendi sempre così!
Senza una nube, senza un sospiro
Di nostra vita trapassi il dì;
Nè rio pensiero mai turbi il core,
Che solo cerca silenzio e amore!
Aura di sera — spira leggiera,
Geme alla sponda — l'onda che muor.
La luna è chiara, splendon le stelle:
Le tre sorelle — cantan d'amor.
La luna è chiara,
Cantan d'amor!
Il più sovente, venuta la sera, le due damigelle accompagnavano Maria
alla casa di sua madre; e là s'intrattenevano alquanto a frascheggiare
con la vecchia Marta, e a raccontare la lieta giornata alla buona mamma
Caterina, come già la chiamavano. E la buona mamma Caterina quasi ne
piangeva di consolazione.
In questa dolce e sollazzevole amicizia corsero così due mesi, i due
mesi dell'estate: e su quella felicissima riva, dove gli ardori del
sirio e del sollione sono temperati dalla freschezza dell'acque, e dal
respiro quotidiano de' venti della pianura e dell'alpe, e ristorati
dall'ombra delle montagne e dal silenzio perenne della natura, le tre
fanciulle gustavano una contentezza così serena, che non avrebbero
cercato di più. Quando la gioia è vera il cuore crede ch'essa durerà
sempre!
Anche Arnoldo non era mai stato lieto come allora, e quasi gli pareva
un sogno la sua felicità. In quel tempo d'una confidente esistenza, in
que' giorni fuggevoli e uguali, egli lasciava che l'anima sua errasse
in balìa di facili illusioni; i suoi pensieri non eran più quelli
d'una volta; egli trovava in essi una quiete insolita; e diceva che
una stella nova e più pura era comparsa nel suo cielo. Arnoldo amava
la povera Maria, e l'amava sinceramente. Eppure spesso, quand'era
solo e domandava a sè stesso, se Maria, nella sua innocenza, avesse
potuto indovinar quel segreto ch'egli aveva sì caro; un sospetto
sorgeva a turbarlo con voce importuna, dipingendogli alla mente
quell'angiolo come una povera creatura, ch'egli voleva far sua vittima
per abbandonarla poi nella sciagura. Allora l'amor suo gli pareva
una menzogna, le sue parole uno scherno crudele, ogni suo sguardo
furtivo un'infame seduzione. Ma quand'essa era là, in mezzo alle sue
sorelle, folleggiante e graziosa come Vittorina, tenera e meditabonda
come Elisa; quando, con quella pura sua voce, gli cercava l'anima
dolcemente, o la rapiva con la magia d'una sua canzone montanina,
allora le fosche fantasie acchetavansi; egli credeva all'amore, credeva
al suo cuore e a Dio.
E la fanciulla? — Povera innocente! tu ancora non sai che sia l'amore
d'un uomo! Nessuno ha gettato mai sopra di te un solo di quegli sguardi
che consumano come fiamma, e lasciano un solco nel cuore; nessuno
t'ha detto una parola, per rivelarti che l'abbandono del cuore e del
pensiero ci può costar tante lagrime e tanto sacrifizio. Tu non ami
che tua madre, il fratel tuo, Dio, il cielo, il tuo villaggio e i
tuoi fiori!... Oh guardati, e ti salva dall'amore, finchè hai tempo
ancora! L'anima tua è tuttavia pura e soave; essa trema, come una
rosa tocca dal primo vento. Perchè abbandonasti il cantuccio della
stanza di tua madre, e la tua piccola finestra incoronata di fiori?
Aimè! gli occhi di chi non conosce l'amarezza del pianto che si versa
quando l'innocenza è morta, guardano al futuro attraverso il prisma
ingannevole del presente; e il cuore, se non è ferito, non crede al
dolore! — Povera Maria! oh come tu benediresti a quella voce che ti
dicesse: Tu se' troppo ingenua, tu se' troppo sicura di te stessa!