AMORE.

Ma in quell'amicizia, che il giovine forestiero aveva cercata con

tanto studio, non si nascondeva un'altra cura più gelosa e segreta,

un pensiero più intimo, più ardente, il primo pensiero dell'amore,

l'imagine di Maria?

Il giovine non può esser mesto a vent'anni: egli non vuole allora la

malinconia e la meditazione, ma ha bisogno d'un affetto più potente che

l'aiuti, che gli faccia sentire il fremito della vita; sia l'amore o

l'ambizione, la gloria o la scienza, sia l'avvenire o la fede che lo

commuova, gli è forza che il suo entusiasmo si nutra e viva. Guai a

colui che a vent'anni ha il fiele dell'amarezza nel cuore, e il ghigno

del disprezzo sul labbro!

È nella solitudine, nella pace della campagna, che il giovine è

più inchinevole alla dolcezza d'un affetto. Nel seno d'una bella e

tranquilla natura, noi siamo, o almeno ne par d'essere, più virtuosi;

crediam più facilmente all'amicizia, ascoltiamo il consiglio della

benevolenza, gustiamo la pietà, cerchiamo l'amore. Non tutti pensano

che sia così, ma non conta: non sono io il primo che così pensi e

creda.

Arnoldo fra gli altri così credeva. Nella vita solinga, abbandonata

che menava in quel villaggio, presso a suo padre, alla sua famiglia,

e costretto a nascondersi, a divorare in segreto il suo cordoglio,

aspettando pur con fiducia che qualche raggio amico lo riconducesse

nel seno de' suoi, la coscienza del giovine e saggio vicecurato era

stata una gioia, una felicità per lui. Trovandosi solo, egli sentiva

la necessità di cercar un amico che temperasse il suo sconforto, e lo

compatisse. E questa sì cara amichevole servitù nessuno gli avrebbe

potuto prestare meglio che don Carlo, il quale de' dolori di questa

terra aveva abbastanza veduto per poterli prendere sul serio.

Qui Arnoldo gli scoperse perchè ruppe col padre suo; e di quella

domestica guerra di cui molti avrebber riso, egli vide e conobbe

tutta l'acerbità e il disgusto. E non solo ne patì per l'amico, ma gli

consigliò di tornare in pace a ogni patto, dicendogli che la collera

del padre non poteva esser vinta che dall'amore delle sue sorelle.

Ma quando Arnoldo si rallegrava con sè stesso dell'amico acquistato,

una memoria più cara gli si risvegliava nell'anima. Si ricordava di

quel giorno in cui aveva ascoltata la predica del vicecurato, là nella

chiesa del paese. Pensava a quella bellissima e modesta creatura, che

aveva veduto pregare, inginocchiata presso la madre, a quella sembianza

malinconica e pur così serena nel dolore, a quel volto candido sotto

il nero zendado. Egli aveva accompagnato con la sua la preghiera che

allora faceva l'anima sofferente della fanciulla. Poi si ricordava

che il dì appresso, quand'egli era ito a visitare il prete nella sua

casetta, aveva riveduta la fanciulla, e al rivederla s'era turbato:

ella invece non aveva sollevato gli occhi, non s'era quasi accorta di

lui; e la piccola scortesia gli era dispiaciuta.

Questa memoria ei la serbava come un segreto; ma non ardiva ancora

d'interrogare il proprio cuore, quantunque il dubbio, in cui egli era,

gli fosse assai penoso. Ma poi, di volta in volta ch'egli tornava alla

casetta del lago, e quando, fatto più dimestico con le due donne, vide

la semplice bonarietà della madre dell'amico suo, e scoperse l'anima

delicata e sensitiva della sorella di lui, allora provò una gioia

tranquilla e solitaria, una consolazione che non aveva gustata da tanto

tempo. Respinto dalla sua, parevagli quasi d'aver trovato un'altra

famiglia; i suoi pensieri, che prima erano agitati da un gran tumulto

di cose, i dubbii cocenti che sempre lo travagliavano, le speranze

incerte, le visioni che disturbavano i suoi sonni e la sua solitudine,

tutto il cuor suo si faceva sereno, si riposava, appena egli passasse

il limitare di quell'umile casa — dove non era nessun rumore, fuorchè

il lento batter del fiotto al basso del muricciolo dell'angusto

cortile; dove non era nessun'ombra fuorchè quella della verde tettoia

formata dalla vecchia vite che saliva bistorta accanto all'uscio della

casa.

Al primo avvicinarsi a Maria, egli non poco si maravigliò, chè gli

parve di trovare in essa una rara modestia, una riserbatezza semplice

insieme e sicura, insomma una soavità di costume che, alla prima,

annunziava non solo la bellezza nativa del cuore, ma anche lo studio

e la squisitezza de' modi. Il suo portamento era timido, ma aveva non

so qual vezzo; il sorriso rado e quieto, il parlare assai modesto, ma

vero; e quel che più toccava il cuore, era il suono dolcissimo della

sua voce. Ella portava sempre un vestitino schietto, semplicissimo,

ch'era povero ma mondo, e fatto dalle stesse sue mani; i suoi bei

capegli eran pettinati con gran cura; le sue mani bianche, come quelle

d'una damigella. Ben vedevasi ch'ella conosceva d'esser nata in umile

stato; ma che pur non aveva dimenticata ancora la gentilezza delle

consuetudini d'una volta, la più eletta educazione della sua prima età.

Arnoldo trovava Maria spesso taciturna e pensierosa. Egli non le

aveva parlato quasi mai, quantunque la vedesse sovente; perchè ben

di rado ella e sua madre discendevano nel salottino a terreno, quando

il giovine vi si trovava in compagnia del vicecurato. Quindi Arnoldo

ardeva del desiderio di conoscere i pensieri di quell'anima pudica

e ritrosa, che pareva chiudere in sè stessa un tesoro di dolcezza

e d'amore. E cominciò a pensare che la giovinetta doveva sentir con

dolore la povertà della sua condizione, perchè il suo cuore era stato

un giorno accarezzato dalle grazie della vita; a pensare ch'ella aveva

la virtù d'esser felice ancora nell'oscura sua tranquillità, e che

forse sentiva più forti que' nobili affetti di che il fratel suo gli

ragionava sempre con tanto ardore. Arnoldo aveva egli potuto legger

nel cuore di Maria?... O era il suo un incauto sospetto, un fumo che

appannava il limpido specchio di quell'anima pura?...

L'idea che Maria fosse degna di miglior sorte, la fiducia di

sollevarla, di darle una vita novella, lo sedusse, lo vinse: il suo

pensiero non corse più in là. Egli dunque s'abbandonò a quelle nuove e

gentili illusioni. Un amore poetico, misterioso, un amore non rivelato,

e tranquillo ancora nella sua purezza, gli suscitò nel cuore sogni

tutti novi, che gli promettevan tuttavia qualche cosa di celeste in

terra.

Questo amore era il suo più prezioso segreto; uno sguardo, una parola

non l'avevano tradito ancora. Dopo molto esitare e molto pentirsi,

risolvette di tacersi e aspettare, con la sola speranza, che la

simpatia di quell'anima candida nascesse spontanea per lui.... Nel

principio dell'amore il giovine, non pensa che al suo cuore sol basterà

per poco quella solitaria delizia; ch'egli ben presto cercherà, vorrà

corrispondenza d'affetto: egli non pensa che tranquillo può essere

il sorriso della virtù, non quello della passione, e che, sparita la

prima aurora dell'amore, esso non gli dipingerà più la vita co' suoi

bei colori; ma l'abitudine l'avrà circondata della muta sua nebbia! e

allora verrà il tempo del disinganno, e fors'anche del rimorso.

E non era la prima volta che Arnoldo amasse. Ma erano stati amori

d'ebbrezza e di delirio; amori di un giorno, d'un'ora: visioni fugaci

e lusinghiere di donne bianche e rosee, di semidive trasparenti sotto

i ben foggiati merletti, fra l'onda delle trine e dei veli, ne' molli

velluti, o nelle pelliccie profumate; erano stati capricci di facili

seduzioni, usurpate dolcezze, e misteriosi ritrovi; gioie sparse di

fiele e sfuggenti più rapide che non fosser venute, lasciandosi dietro

un torpore, un tedio, se pur non era affanno e dispetto. Fino allora,

dell'amore egli s'era fatto giuoco, come le donne s'eran fatto giuoco

di lui: le grandi, le infelici passioni, colle quali si pretende

di dare una tempra così romanzesca alla nostra società, egli soleva

chiamarle le passioni a buon mercato. Si può perdonargli, perchè quando

amò per la prima volta, credeva che l'amore fosse tutt'altra cosa!

Ma ora quel cruccio e quell'amarezza avevano ceduto il luogo ad altri

voti, ad altri pensieri. Egli non credeva ancora all'amore, ma pur

credeva all'incanto della bellezza; e già si sentiva migliore, da

quel punto in cui una povera fanciulla, che nol cercava, che non

lo guardava, era divenuta, per dir così, la forma ideale delle sue

fantasie. E non sapeva che quel divino soffio che spira la vita alla

bellezza, è amore!

Già eran passati alcuni giorni da che Arnoldo era tornato in grazia

del padre; e non avendo in quel tempo riveduto l'amico, lasciò la villa

e prese il sentiero lungo il lago che conduceva alla casetta. L'acqua

era quietissima; la sera bella, ma senza luna; ed egli pensieroso più

dell'usato.

Bussò. Chi venne ad aprirgli fu Marta, la vedova d'un pescatore, che

Caterina, dopo la morte di suo marito, aveva fatto venire in casa

sua per le bisogne domestiche, e per non rimaner tutta sola con la

figliuola, quando don Carlo fosse partito.

La Marta, che già conosceva il giovine, — Non c'è nessuno, signore!

disse, restando su la porta. Don Carlo è dal signor curato di qui, e

Caterina e Maria sono ite in chiesa al rosario; nè son tornate ancora.

— Dunque me n'andrò! disse Arnoldo, col cuor malcontento.

— Ma, se volesse fermarsi, possono tardar poco...

— Oh non importa!... Ma sì, aspetterò, bisogna ch'io parli a don

Carlo. — E seguendo la donna, attraversò le due stanze a terreno, e

per la scala che riusciva in un canto del salotto, ascese nella camera

dell'amico. Marta pose giù sur uno scrittoio il lume, e se n'andò.

Poco stante, egli s'accorse che le due donne eran tornate a casa,

intese la voce di Maria che cercava di Marta, quella voce che gli era

sì cara. Poi rispondersi, bisbigliare fra loro, e non far zitto...

Certo Marta aveva detto alle donne ch'egli era là, ed esse s'eran

ritirate nell'ultima cameretta, dall'altra parte della casa.

Intanto Arnoldo aspettava. E lo sguardo suo errava distratto su le

carte e su' pochi libri, de' quali era sparso lo scrittoio del prete:

un volume delle OPERE DI SANT'AGOSTINO, un TOMMASO DA KEMPIS, un

DANTE di vecchia edizione, il BREVIARIO e la BIBBIA; e qua e là, fra

que' volumi, vide gettati a caso alcuni fogli e quaderni manoscritti.

Ne prese uno, l'aperse e lo guardò. Eran pensieri scritti in uno

o in altro giorno, nel tempo della solitudine, in ore di tristezza

o di meditazione. Egli lesse in que' fogli amare parole, parole di

sconforto e di sdegno, dettate, senza dubbio, da una potente e gelosa

cura, e poi temperate da un voto di pace, da un ricordo di pietà o di

rassegnazione, da un augurio di virtuosa coscienza.

Una pagina, ch'egli scorse con rapido sguardo, diceva:

A' 30 d'aprile 18..

«Il mio povero padre è morto! — E io non lo vidi nella sua ultima

ora, io non ebbi il conforto di bagnar del mio pianto la sua testa

moribonda! — Oh che lagrime io avrei sparse, e con che fervide

parole pregato!.... Ma no: anche questa misera speranza doveva

esser vana. — È un'altra prova che il Signore mi ha mandata!...»

A' 2 di maggio.

«.... Le lagrime di mia madre, il dolore tacito e rassegnato della

mia dolce sorella, hanno umiliata l'anima mia. E a me tocca di

consolarle, a me di sorridere, col cuore serrato dall'affanno!

Datemi forza, o Signore; e benedite, benedite sempre a quelle

pietose e cristiane creature!

E più sotto, a caratteri rapidi, intralciati, che mostravan la foga

dello scrivere:

«.... Perchè il cielo è così sereno, e la natura così feconda e

lieta? — Una storia di secoli di sangue, inutile insegnamento a'

miei fratelli — una contrada senza nome e senza avvenire — un'età

grave a sè stessa — uomini vili e ciechi, che non sanno se vivano

e perchè...! Non è uno scherno della provvidenza?... O forse è

la pena d'un eterno peccato, la dimenticanza della prima virtù

che Dio ci ha data, la virtù del volere?... No! no! via da me

questi mortali e terribili pensieri! — Non ho madre e sorella,

a cui preparare una sorte migliore, non ho tanti poveretti a'

quali un dovere più sacro della vita e della morte mi lega per

sempre?............

Volse la pagina e continuò:

«— Jeri ho incontrato quel giovine straniero. Non so perchè egli

brami sì forte di conoscermi e di leggermi in cuore. Pure, l'anima

sua mi pare schietta e nobile; vorrei rivederlo, perchè mi sarebbe

dolce lo spargere qualche consolazione in un cuor ben fatto, in

una vita giovine e capace di bene. — Stasera, quando raccontai a

mia madre l'impensato incontro, Maria mi disse d'aver veduto più

d'una volta quel solitario giovine, che da qualche tempo dimora in

questi contorni; e avend'io soggiunto ch'era un gentiluomo inglese,

si maravigliò che cercasse di farsi amico mio. — Buona fanciulla,

le dissi, tu non sai di quali oscuri mezzi talvolta si valga il

Signore per il nostro bene! Chi sa che quell'anima traviata e

deserta non trovi nella calma delle mie parole, e nella povera

virtù d'un uomo ignoto, com'io sono, un occulto consiglio, un

nuovo conforto a miglior meta, la prima parola forse d'una verità

aspettata, e non pur conosciuta!... Allora, io ben m'avvidi, il

puro intelletto dell'ingenua fanciulla comprese d'un lampo il mio

segreto proposito. Oh la purezza del cuore e del costume sono la

più vera luce del pensiero!... —

«— Buona e infelice Maria! Io penso bene spesso a te, e ti

compiango, perchè l'anima tua parmi destinata a sofferir molto

quaggiù. Il tuo cuore sente troppo, e troppo di buon'ora tu hai

gustato i piaceri dell'anima, per viver contenta nella tua meschina

sorte.... Ecco a che si riduce la benevolenza del ricco! — Con te,

io non ho mai fatto parola di ciò... Ma oggi bastò una lagrima che

ti cadde dagli occhi ad agghiacciarmi il cuore. Ella mi parlava

del giovine forestiero. Oh! con qual accento, con qual sorriso

celeste mi disse: Egli dev'esser buono, e pare infelice! E tu

devi consolarlo, o fratello: oh se le tue parole gli toccassero

il cuore!... Io non potrei sopportare il pensiero ch'esso abbia ad

andar perduto in questo mondo e nell'altro!..........

Arnoldo non lesse più innanzi. Gettò dispettoso il libro, un amaro

sogghigno errava su le sue labbra. Egli ristette, lo sguardo fisso, le

braccia serrate al petto, con un brivido nel cuore e uno strano tumulto

ne' pensieri.

Dopo alcun tempo don Carlo, tornato a casa, salì nella stanza; e,

veduto l'amico in atto di sì profonda occupazione, che non s'accorse

del venir suo, lentamente gli s'avvicinò.

— Arnoldo, voi m'avete aspettato, non è vero?

— Siete voi? rispose, riscotendosi, il giovine. Sì, venni a cercarvi.

Da alcuni giorni io non vi ho veduto; e temevo quasi non foste partito.

— Converrà bene ch'io vi lasci presto; e forse non resterò qui oltre

domani...

— Come?

— Gli è già parecchie settimane ch'io son qui. Oramai, le poche brighe

che domandavano la mia presenza, sono finite. Jeri mi fu consegnata

la tutela di mia sorella, e di quel poco ben di Dio che le tocca, e

quest'oggi ho riscossa porzione d'un vecchio credito, che mio padre

teneva verso un tale di Lecco. Adesso, mi richiama altrove un dovere

assai più sacro.

— V'assicuro che mi sa male che voi partiate. Ma, vel prometto, verrò

a trovarvi, e vi scriverò. Il vostro nome non è di quelli che si

dimenticano sì presto; e la conoscenza nostra, io spero, non morrà,

come tante che profanano la virtù e la fiducia dell'amicizia.

— Dio il voglia! E quanto a me, vi confesso che una certa tristezza

m'assale nel lasciar questa mia povera casa, e mia madre, e Maria...

Esse qui resteranno, con la compagnia di molti travagli; e io non

potrò, solo e lontano di loro...

— Oh non pensate! finchè io starò qui, verrò di frequente a visitare la

buona vostra madre; e poi condurrò meco le mie sorelle, e farò conoscer

loro Maria. Ed esse s'ameranno certo, perchè anche Elisa e Vittorina

sono due amorose fanciulle... Oh voi noi sapete ancora! Ho seguito il

vostro consiglio; e furon esse che calmarono lo sdegno di mio padre,

che m'han condotto nel suo seno... Da che non ci siam veduti, la pace

fu fatta: io domandai perdono a mio padre d'una colpa non mia; ma lo

feci di cuore, perchè da tanto tempo non avevo inteso la sua voce!

— È dunque vero? Oh voi siete felice! Il cuor vostro gusterà una di

quelle gioie non concesse che alla virtù cristiana d'umiliarsi.

Don Carlo ringraziò l'amico per quella sua cortese promessa; e poi,

prima di prender commiato, volle dirla anche a sua madre. Usciti di là

e passati per un piccolo corridore, vennero nella stanza dov'erano le

donne, le quali non aspettavano quella visita.

Era la cameretta di Maria.

La parete ignuda e bianca; da un lato un letticciuolo, a capo del quale

pendeva un quadretto dipinto, l'immagine della Madonna addolorata;

e più sotto, una candela benedetta e un crocifisso d'argento. Il

letticciuolo coperto d'una coltre di color cilestro; e le lenzuola

ripiegate sovr'essa eran sì candide, che non parevano ancor tocche.

Da un altro lato, una piccola finestra che guardava nel cortile verso

il lago, mezzo nascosta da una tendetta bianca. Qualche seggiole

di paglia, un rozzo tavolino, suvvi una piccola spera, e un vecchio

armadio in un canto, compivano la suppellettile della cameretta.

Arnoldo sentì una tacita gioia in cuore, quando il suo sguardo

s'arrestò su quella scena modesta e casalinga.

I raggi pallidi, che fuggivan di sotto il coperchio della lucerna,

mandavano una quieta luce su l'angelica faccia della fanciulla, e su

le piccole sue mani intese a lavorar di maglie; i suoi bruni capegli

rilucevan lisci e spartiti su la fronte, e le ricadevan dietro le

orecchie in folte e facili anella, fino a toccarle il seno, china come

ell'era; una veste semplice di percallo cenerino, e un nero fazzoletto

appuntato nella cintura aggiungevano una grazia pudica al contorno

della sua leggiadra persona. La madre sedeva anch'ella presso la

tavola, occupata a rimendar con l'ago alcuni suoi lini; e la vecchia

Marta più addietro, presso la parete e sur un trespolo, era attenta

all'arcolaio, e dipanava. — Il lume della lucerna, che disegnava con

varia movenza d'ombre e di chiarore quel gruppo sì raccolto, dava

all'umile scena un incanto di quiete e d'armonia: pareva uno di quei

cari quadretti fiamminghi, così semplici, così veri.

— Sapete, madre mia? disse don Carlo entrando; bisogna ch'io parta

domani: ho deciso.

— Come? io non ne sapevo nulla: gli è propio vero? domani, doman

mattina?... dimandò con turbato accento Maria, e sollevò la faccia. E

voleva dir di più, ma s'accorse che con suo fratello anche un altro era

là; chinò il capo, e ristette tra pentita e peritosa di quella domanda,

che le era uscita del cuore.

— È necessario, rispose il prete; chè io restai qui con voi più ancora

che non avrei dovuto.

E Caterina intanto scuoteva la testa, in atto di rassegnazione

malcontenta, e mormorava piano: Già son avvezza a mandar giù di più

amari bocconi... dunque pazienza!

— Sì! abbiate pazienza anche stavolta, mamma Caterina, la confortava

Arnoldo. La speranza del rivedersi è intanto qualche cosa: io poi

vi darò spesso notizie del figliuol vostro, perchè gli ho promesso

d'andare a visitarlo a ****.

— Lei è propio un buon signore! rispose, facendo le sue grazie, là

madre.

— Oh sì! aggiunse Maria con una voce soave, ma così timida e fioca, che

Arnoldo l'intese appena.

— Fatevi pur cuore, nè fate star di malanimo anche me. Già bisogna

ch'egli sia così! diceva don Carlo.

— Ma crediate, amico, riprese Arnoldo, ch'io m'ero assuefatto così

bene a passare i dì con voi, in questa contrada! Errando con voi da

qualsiasi banda, ogni paesello, ogni villa aveva la sua storia, ogni

montagna, ogni rupe il suo nome; e temo che mi costerà il divezzarmi...

— Lei è un signore, soggiungeva Caterina, e non vorrà pensare a noi...

— Che dite? anzi, se non me lo negate, voglio far conoscere le mie

sorelle a voi e a vostra figlia, che siete così amorevoli e buone.

— Oh Signore! noi avremo vergogna, rispose la madre.

— No, non può essere, ve n'assicuro.

— Oh noi desideriamo tanto di conoscerle, soggiunse vivamente e

arrossendo alcun poco Maria; noi le ameremo!

Quella sera, l'ultima che don Carlo passava presso de' suoi, chi sa per

quanto tempo, egli rimase fino ad ora tarda con le donne, le quali a

malincuore pensavano al domani. Anche Arnoldo stette un buon pezzo in

quella modesta compagnia, in mezzo a' que' dolci colloqui familiari,

in cui si ripetono tante lievi e care cose, e s'avvicendan parole, di

consiglio, di ricordo, d'aspettazione. L'animo suo era pieno d'una pura

contentezza; e quando, salutato di novo l'amico, tornò per la riva del

lago alla villa, egli ripensava alla buona famiglia, e gli pareva che

il suo cuore rimanesse là, in quell'angusta cameretta.

Angiola Maria: Storia domestica · 第 38 / 105 题