AMICIZIA.

In quel mezzo, dopo il primo incontro d'Arnoldo e di don Carlo lungo il

solitario sentiero della montagna, la conoscenza loro s'era fatta non

solamente più fidata e più stretta, ma, grazie al costume, all'alterna

stima, e allo stesso giovenile entusiasmo del cuore, era divenuta

oramai una vita compagnevole e intima.

Il giovine inglese non ebbe a male quella prima peritosa accoglienza

del vicecurato; e il giorno dopo il loro incontro, come gli aveva

permesso, venne a visitarlo, e seppe con maniere riverenti e modeste

cattivarsene l'attenzione e la fiducia.

Quella stessa mattina, quando nel partire attraversò il salotto a

terreno della casa, il giovine rivide le due donne che aveva notate

nella chiesa, la domenica innanzi; e il prete, accompagnandolo fino

alla porta, gli disse ch'erano sua madre e sua sorella. La prima,

al suo passare, aveva fatta una riverenza; ma la fanciulla non aveva

sollevato la testa dal lavoro al quale stava intesa.

Don Carlo, tornando col pensiero al novello colloquio avuto con

Arnoldo, conobbe che l'anima di questo giovine non era solo dilicata

e onesta, ma degna ancora di studio, e di raro pregio. Si persuase

che Arnoldo non era uno di quegli scioperati che viaggian per paesi,

di cui non sanno che il nome, d'altro non solleciti che degli agi e

piaceri che abbandonarono in casa loro. Poco gli bastò per intendere

che l'anima di lui era calda di nobili affetti e di volontà generosa,

che lo spettacolo di tante cose nuove vedute e cercate aveva messo nel

suo cuore, non logorato ancora da impetuose speranze, nè da violente

passioni, un'incerta tristezza di pensieri, un'involontaria e immatura

dubbiezza di tutto. Era la timidità d'una mente degna di miglior sorte;

era l'inerzia d'una vita giovine e negletta che ripiegasi, per dir

così, sopra sè stessa, nell'indifferenza delle cose che la circondano;

era l'uomo che s'abbandona per non si rialzar forse mai, se la

sventura nol trascini alla disperazione, o l'ebbrezza della fortuna non

l'acciechi con un delirio.

Arnoldo aveva cuore schietto e ardente. Egli non era creato per le

compassate e meschine passioni, che nella nostra società trovano sempre

la loro nicchia: ma a lui mancava quella costante energia del volere,

che sola dà forza per trionfare delle grette apparenze di virtù che il

mondo accarezza, e per non farsi reo di quelle piccole infamie, con cui

si pensa bene spesso di guadagnar la stima degli altri. Benchè nato in

quella casta privilegiata, che di per sè stessa chiamasi il gran mondo,

egli cercava un'aria men corrotta; ma volle, per dir così, venire a

transazione co' suoi affetti, con la sua coscienza; e non seppe più

vivere nè d'illusioni, nè di dolori. Anzi non potè gettarsi di dosso

la noja che gli si fece compagna, quando vide andarsene in fumo tutte

le felicità, tutte le virtù che aveva amate; quand'egli, che si credeva

così esperto della vita, conobbe che il mondo era ben diverso da' suoi

sogni, e confessò d'esser novizio.

Allora ritornò alla memoria de' suoi primi anni; tornò fanciullo nel

grembo di sua madre, alla meditazione di quell'ore felici, quando

ignorava che cosa fossero la gloria, la felicità, l'amore, nè d'altro

si nutriva che delle belle speranze dell'avvenire, educato dalle sante

parole dell'affetto materno e da' semplici consigli della sapienza. Ma,

aimè! quello fu l'ultimo incanto della giovinezza; sentì di non poter

più riposare nel passato, si trovò solo.

Eppure l'anima sua era sempre travagliata dal desiderio della vita

e del riposo, perchè in essa il fuoco della virtù non era spento;

e viveva tuttavia, benchè negletto, in un angolo del suo cuore, un

barlume di fede. Le vicende de' rapidi e diversi viaggi, che sovente

trascinano al cinismo e alla noja, conciliarono in vece l'anima

d'Arnoldo all'amor della pace e della solitudine. Da quel tempo, una

tinta di non so quale malinconia fu sparsa in tutti i suoi pensieri.

Rifece allora gli studii della adolescenza, amò la semplice verità,

e si persuase che la miglior felicità che sia lecito sperar quaggiù,

consiste in una vita libera e operosa, in una vita spesa a profitto

altrui nell'onestà di tranquilla fortuna, senz'aspettare di esser dagli

uomini ricambiati del bene che facciamo, ma con l'intima fede che il

bene di per sè stesso produrrà lieti frutti quando che sia. Pure per

lungo tempo, abbandonato com'egli era, nulla meditò, nulla fece; e la

coscienza della virtù non era altro ancora che un bel voto de' suoi

pensieri. Alla sua vita mancava tuttavia l'alito primo, il conforto

dell'amore e dell'esempio, che dà il coraggio dell'azione. E giunto

a quell'ora, in cui è forza lottare fra il disinganno e la speranza,

l'anima sua o si giaceva prostrata nell'inazione, o gemeva della sua

inutilità, come sotto il peso d'un vecchio rimorso.

Lo sguardo cauto e sagace del vicecurato aveva indovinata la vita di

quel giovine, che non era fatto per un destino infelice, e pareva

volerlo. Il loro colloquio gli spiegò ben presto tutto il profondo

d'un cuore, che a caro prezzo comprava l'amara lezione dell'esistenza.

Ma egli, a cui era toccato d'assaggiare innanzi tempo di ben più

fieri dolori, egli che nella sua ora aveva, come un uom disperato,

combattuto e vinto, sentì allora una segreta e dolce compassione

di quell'abbandonata giovinezza, e si compiacque nella fiducia di

consolarla e di sostenerla.

Così, dopo pochi amichevoli ragionamenti, l'uno e l'altro furon lieti

di quella fortuita conoscenza; e s'erano raccontati a vicenda que'

riposti segreti che apprezza e serba la sola amicizia. Intanto Arnoldo

tenne per gran ventura che il vicecurato, per alcune domestiche ragioni

e pel ritardo messo della pretura di **** a regolar la tutela della

giovine Maria, dovesse rimanere più a lungo che prima non pensasse. E,

dal canto suo, don Carlo divideva di buon grado col giovine forestiero

le ore di libertà.

Essi furono veramenti amici. E in que' luoghi pieni di vita, nella

tranquillità di quelle rive sempre liete e sempre nuove, i loro cuori

sentivano più forte il bisogno di rallegrarsi nella concordia de'

pensieri, nell'adorazione della bellezza, e più di tutto di gustare il

sublime del desiderio e il dolce del compianto. — Allorchè il tumulto

del mondo non disturba la maestà della natura, oh come il cuore si

versa nel contraccambio delle più intime virtù consigliate dalla

religiosa estasi della contemplazione! oh come è bello e grande il

credere e lo sperare insieme!

Un giorno, abbandonati all'inquieto corso d'una barca leggera,

quand'era il lago conturbato a più rapito ondeggiamento, sotto lo

spirare del _tivàno_ dell'Alpi, essi confidavano i liberi pensieri,

i voti misteriosi d'una più lieta aspettativa al cielo schietto e

azzurro, e nell'alterna vicenda del remigare vedevano fuggirsi a fianco

le rive, i palazzi, le ville; poi, quando il vento taceva e il lago

tornava quieto, miravano l'acqua disotto ripetere, come un'instabile

interminata scena, il bel paese, e disopra le nubi abbracciarsi e

ravvolgersi sorvolando i vertici della montagna — come se l'anima

arcana della natura tutta si risentisse in un'armonica commozione di

vita.

Un altro giorno invece, seguivano le viottole più erte e dirupate della

costiera, e su su pel monte a lungo inerpicandosi salivano con una

gioia selvaggia di libertà; contenti di trovarsi soli e dimenticati

su le più ardue vette, di guardare di là, per ogni parte, fin dove

l'occhio poteva, l'ampio orizzonte delle pianure, de' laghi, delle

Alpi e del cielo, come un immenso oceano di luce e di colori! — E là,

su quelle cime, sedevano su la dispersa rovina d'un casolare sfasciato

dall'acque montane, o sul tronco d'un vecchio albero sradicato dal

fulmine e marcito dal tempo; e disopra i loro capi non vedevano

sollevarsi che qualche rado cucuzzolo di monte, con la sua veste

di neve agghiacciata, o qualche rozza croce di legno, piantata nel

crepaccio d'un masso forse da un povero pastore, chi sa da quant'anni.

E più d'una volta cercavano nuovi sentieri sui fianchi dell'alpe dove

il terreno, scemo d'umori e di fecondità, cessa d'esser ricoperto

d'erba e ombreggiato di piante, dove non altro s'incontra che qualche

rara segreta sorgente col suo fresco zampillo d'un fil d'acqua, o

un'ampia zolla rivestita di muscosa verzura, o d'un rosato tappeto di

ciclamini. E, su per que' dossi, il giovine Arnoldo andava cercando con

mano paziente l'erbe più rare e le pianticelle mirabili e sconosciute,

che pare l'aria vi cresca con più facile germoglio, solo per la pastura

d'un branco errante di capre. Perchè egli aveva messo studio e amore

a quella cara scienza dell'erbe e delle piante, che ama e intende la

natura, e insegna con solitaria consolazione che in ogni angolo della

terra v'è una virtù misteriosa, una bellezza.

Una mattina, Arnoldo e don Carlo sedevano sur uno degli alti terrazzi

della malinconica e deserta Pliniana.

Il cielo era cinericcio e nebbioso; e i loro pensieri sentivano di

quella solenne quiete della natura, che pare più muta e mesta, s'è

una giornata avversa della sua più bella stagione. Arnoldo tenevasi

spiegato sulle ginocchia il suo albo, e disegnava lo schizzo della

veduta che gli s'apriva dinanzi — quella fuga di monti dietro un

monotono velo di nebbia; lo spumoso torrente che si rovescia da un'erta

cima a fianco del vetusto palagio; quel cielo bigio, uniforme, che gli

richiamava al pensiero il cielo della patria, una delle scene della sua

mesta e cara contrada, quel sacro cantuccio di terra, in cui riposavano

le ossa di sua madre. Don Carlo, poco lontano di lui, meditava

scrivendo sopra un foglietto, che appoggiato a un volume della Bibbia

e' si teneva fra mano.

Quando Arnoldo ebbe finito il suo disegno, s'avvicinò all'amico, e

gli si mise accanto, in atto d'aspettare: ma quegli non si riscosse, e

continuava a scrivere.

— Che scrivete, don Carlo? domandò Arnoldo.

— Amico mio, sono pensieri ch'io vo gettando su questa carta, tali

quali m'ardono in cuore, schietti, nudi; egli è un ritorno innocente

alla giovinezza già passata per me, la quale non m'è più che una

memoria. Che volete? Noi italiani, noi figli di questo cielo e di

questa terra, oh no! non possiam distaccarlo dal cuor nostro l'amore

della poesia, che succhiamo forse col latte delle nostre madri, che

beviamo coll'aria del nostro paese... L'armonia del canto è la più pura

voce dell'anima!.. E io, vedete, qui, in quest'ora di solitudine, in

questo luogo sublime, sento risvegliarmisi nel pensiero i miei sogni

d'una volta, parmi ancora d'esser giovine, italiano, poeta!...

— Oh il vostro sentire è nobile e bello! ditemi, ve ne prego, leggetemi

il vostro canto: chè anche il cuore di chi nacque di là dell'Alpi sente

e batte più forte, se la parola della bellezza lo scuote.

— Deh! che volete mai ch'io pensi e scriva? Non è, ve l'ho detto, che

la tarda rimembranza d'un tempo che non torna più. Ora, la mia sorte è

certa e tranquilla, e il mio cuore contento. Fare a' miei fratelli quel

poco di bene che per me si possa, nella condizione in che mi pose la

provvidenza, questo fu il primo mio voto, e sarà l'ultimo.

— Ma come potete voi col cuore sì caldo, con la mente fatta pura dal

fuoco dell'ingegno?... lo interruppe Arnoldo.

— Dimenticate l'uomo, e non guardate in me che il povero prete. Io

sono un nulla agli occhi del mondo, ma c'è delle anime che non mi

disprezzano. Sono que' pochi miei fratelli che vedono in me il loro

unico protettore; per essi, io sono il mediatore fra i travagli di

questa terra e la consolazione del Signore. Io parlo loro di semplici e

sublimi verità, ed essi m'ascoltano; io raccolgo la confessione della

loro debolezza, e li conforto al meglio; me li veggo inginocchiati ai

piedi, e fo sopra d'essi il segno della croce, il segno del perdono;

io battezzo i lor bambini, e seggo accanto del loro letto di morte,

e le anime n'accompagno al Creatore, benedicendole... Che altra umana

felicità poss'io invidiare?.. Oh! chi intende la grandezza di questa

divina missione, e la compie con quella forza, che sola la fede può

dare, non ha altro affetto quaggiù, non ha altro voto, se non che sia

fatta la volontà del Signore sulla terra come nel cielo!

— Queste son cose sublimi, e il vostro proposito è grande, come la

virtù ch'è necessaria per adempirlo. Ma io credo, amico, che il dir

addio alla gloria della scienza, alla dolcezza della vita, all'onore

della patria stessa, vi debba esser costato un gran sacrifizio! e

forse...

— Deh! chi mi assicurava che sarei venuto in fama, che avrei trovato

nella gloria il compenso della vita spesa per la sapienza? e ciò

foss'anche, gli è poi vero che sia questa una felicità, o almeno un

riposo de' nostri desiderii?... Ah! credetelo a me! io, dimenticato

nella mia oscurità, vivo più contento di voi... E la sola cosa che

adesso sparga di mestizia i miei giorni è il pensiero di mia madre e di

mia sorella. Povere e buone creature! esse non avranno l'appoggio che

di me aspettavano...

— Ma che cosa potreste far di più per loro? Nel tempo che siete qui,

non avete voi preparata loro una condizione onesta e sicura?...

— Sì; ma io dovrò abbandonarle. Pochi giorni ancora, e tornerò dove mi

chiama il mio debito sacro, che già per troppo tempo l'ho dimenticato.

Oh! Dio mi conceda ch'io possa una volta vederle tutte e due vicine a

me, sotto il mio tetto, ch'io viva con loro, sì... perchè io le amo,

vedete! sono i soli legami che mi uniscono alla terra: mia madre, la

donna amorevole e pietosa! mia sorella, l'angiolo della modestia e

della pazienza!...

— Non v'affliggete per loro; la virtù che si nasconde è sempre felice.

Su via, aprite l'animo a più lieti pensieri; e se non è troppo esiger

da voi, leggetemi ciò che avete scritto stamane, ve ne prego!

Il vicecurato stette alquanto a guardar taciturno il suo giovine amico;

e poi levatosi lesse:

Angiola Maria: Storia domestica · 第 28 / 105 题