In una stanza solitaria, abbandonata del palazzo, lord Leslie
nascondeva sè stesso e la sua cupa tristezza allo sguardo di tutti.
Nessuno v'aveva mai messo piede, fuori delle sue figliuole e d'un
antico famigliare, favorito del padrone, come son que' buoni vecchi che
contan più di quarant'anni di servigio in una casa.
La stanza non guardava al lago, ma al fianco della montagna, e solo
la rischiaravano verso sera i pallidi riflessi del sole cadente. Un
letto di foggia antica e chiuso da verdi cortine di seta, era collocato
nell'alcova che s'apriva nel fondo: allato, un gran seggiolone a
bracciuoli coperto di velluto damascato, una tavola con le gambe a
rabeschi, e sopravi una guantiera con tazze di cristallo e vaselli
d'argento. Pendevano dalle pareti gli antichi ritratti di famiglia,
quell'ultime memorie de' nostri vecchi, che oramai non hanno altro
rifugio che i cameroni e gli anditi buj delle ville deserte, se pur non
albergano capovolti, in mucchio, su le soffitte o ne' soppalchi delle
nostre case, o non sono dagli stessi figli e nipoti, come succede,
mandati all'incanto su pe' muricciuoli. — Un armadio di legno nero
intarsiato, uno scrittoio ingombro di carte e libri alla rinfusa,
e poche seggiole rivestite di coperture di saja verde, compivano la
suppellettile di quella trista dimora.
Già da venti lunghi giorni il lord era là, inchiodato nel suo letto
dall'improvviso malore che l'aveva colto; era là, con la sola compagnia
de' suoi foschi pensieri e delle sue speranze antiche, richiamate con
un accoramento febbrile, assaporate quasi per crucciarsi l'animo con la
loro memoria.
Le sue figliuole, que' due angioli che il Signore gli aveva mandato,
perchè fossero la sua più fedele consolazione nella vôta esistenza,
pareva che gli venissero in uggia anch'esse. Quand'erano a fianco del
suo letto, sedute insieme nell'ampio seggiolone, con le leggiadre lor
teste abbandonate su gli stessi origlieri che lo sorreggevano; quando
venivano a confortarlo con quelle parole che a' figli nessuno insegna,
e ch'essi soli sanno trovar sì bene, egli non sentiva l'armonia delle
care voci, che avrebbero versato sul suo cuore ferito il balsamo
dell'amore. Assorto ne' pensieri che lo facevan dispettoso d'ogni
altra cosa, egli voltavasi bruscamente dall'altro lato, se una d'esse
lo chiamava teneramente col nome di padre; e poi le congedava con mal
piglio, dicendo di volere star solo e di non aver bisogno delle lor
fanciullesche carezze.
Piangevan silenziosamente le buone giovinette al suo duro parlare, e
se n'andavano mute e lente; ma, uscite appena, compativano insieme al
povero padre, chè il suo male l'avesse fatto inquieto ed aspro; e si
confortavano a vicenda ad aver pazienza, chè forse, con l'amorose loro
sollecitudini, avrebbero medicato il dolore di lui, e vinta la sua
ostinata tristezza. E si fermavano nella vicina stanza, origliando a
ogni più lieve rumore; e riscosse, appena che uno sfogo improvviso di
tosse turbasse il caro ammalato, accorrevan di novo al suo fianco; e
lo pregavano, col pianto sugli occhi, che per amor loro bevesse alcuna
delle pozioni che gli apprestavano per temperare quella sua angoscia
convulsiva. Ma non gli svelarono mai che un medico le avesse ordinate;
sarebbe stato lo stesso che dirgli di spezzarne le boccie contro
la parete; bensì, con pietoso inganno, rassicuravano sempre ch'eran
semplici calmanti da esse loro apparecchiati.
Ma le innocenti non sapevano che la principal cagione di quel male
fosse l'ira dell'egoismo ingannato che lo rodeva, fosse l'estrema
rovina delle sue lunghe fatiche, l'ultimo crollo d'un edifizio a cui
per tutta la vita aveva lavorato, l'edifizio della sua grandezza!
Le novelle a lui venute d'Inghilterra per lettere e per gazzette, e
confermate pur troppo presto, avevano rivelato a lord Leslie che tutto
il suo credito, un tempo così potente, era perduto, che le sue mene
politiche cagionavano la caduta della sua stessa fazione; e che le
nuove elezioni della sua contea, ultima speranza a lui rimasta, erano
cadute sopra individui della parte opposta, e, fra quelli, sul più
conosciuto suo civile nemico. E di più, gli toccò perfino di legger ne'
giornali la storia della sua rottura col figlio, travolta, esagerata,
come si suole, commentata per suo discredito, quasi fosse stata una
domestica tirannide. Tutto ciò, e anche meno sarebbe certo bastato,
finì a suscitare nella sua logora vita un subitano rovescio; la
malattia che da lungo tempo covava, si spiegò violenta; e senza l'amore
e la paziente attenzione di quelle soavi creature d'Elisa e Vittorina,
lord Leslie avrebbe forse dovuto soggiacere a quell'ultima offesa
dell'orgoglio già vulnerato.
Non era la mattina, ed Elisa, a passo cauto, leggero, entrava nella
camera del padre ammalato; il suo cuore batteva di speranza e di
segreto timore. Ella rimosse con mano tremante la verde cortina
dell'alcova, si sollevò lieve su la persona, e guardò. — Suo padre
pareva dormire d'un sonno tranquillo; perchè il respirar di lui non era
più sì affannoso, e la calva sua fronte, che ombravano due ciocche di
grigi capegli, era pallida e serena.
La buona figlia sentì allargarsi il cuore, levò al cielo gli occhi,
domandò una benedizione all'anima di sua madre, perchè le dèsse forza
di compiere il generoso proposito, per cui quel giorno ell'era venuta
così di buon'ora nella stanza paterna. E poi lenta avanzando, s'adagiò
cheta cheta nella seggiola, accanto al capezzale di suo padre; e
abbandonata a' pensieri ond'era pieno il suo animo verginale, si
perdette ne' sogni dell'avvenire, in quell'estasi che un'intemerata
speranza dipinge come d'un'iride di felicità.
Intanto, senza ch'ella se ne fosse accorta, il padre s'era svegliato;
e il primo oggetto che gli appariva, era l'amorosa fanciulla sedutagli
accanto, era quella sembianza angelica e pura, che la faceva parere
cosa non mortale. Egli, senza pur muoversi, la guardava, ned ella s'era
ancora riscossa; la guardava, non l'aveva creduta mai così bella. —
Povero padre! quel pensiero d'innocente orgoglio nasceva nel suo cuore
forse per la prima volta! Continuava a contemplarla, e sentiva un
piacere mite, segreto, che non aveva provato mai.
Allora trasse una mano fuor delle coltri, e strinse con dolce forza il
braccio della figlia, ch'essa pianamente aveva poggiato su la sponda
del letto. Elisa a un tratto si risentì, e le parve che il padre
leggesse ne' suoi pensieri, che quello sguardo la penetrasse sino in
fondo al cuore... I suoi sogni eran sì belli! Arrossendo per subitanea
tema, si chinò verso di lui, e disse: — O mio padre! io era venuta a
spiare il momento che vi sareste svegliato, e intanto i miei pensieri
m'avevano rapita lontano lontano, ch'io quasi vi dimenticava; o mio
caro povero padre!
— Buona Elisa! tu mi vuoi bene, lo so! tu mi sei cara, adesso più che
mai! rispondeva l'ammalato con tale accento di mitezza insolita, che la
figlia non credette quasi a sè stessa.
— E potrei non amarvi? Ma ditemi prima che avete passato una notte
quieta, e che state meglio di jeri...
— Sì, sì! Sto bene, bene da vero.
— Corro dunque a dirlo a Vittorina, che aspetta qui fuori questa buona
novella. Pure, siete assai pallido, e la vostra mano arde e trema...
— Non importa, io sto bene! perchè, sappi, il mio male è qui, qui
dentro!... E con la destra si premeva il cuore.
— O padre mio! che pena mi danno le vostre parole! Oh non dite così;
dite che noi possiam consolarvi, poichè nostra è una parte del vostro
dolore! Deh fatevi cuore, siate giusto con voi medesimo! E se troppo
vi pesa, come dite voi, la cattiveria degli uomini, oh copriteli di
disprezzo e d'obblio! E guardate a noi, pensate alle vostre due figlie,
e anche al vostro... sì, al povero... Ma s'arrestò d'improvviso, e
chinò gli occhi a terra, sbigottita da uno sguardo terribile di suo
padre.
— Finite! Che cosa volevate dire? chiese il lord con tono severo, ma
fatto più dolce in viso.
— Oh nulla! Elisa rispondeva. Io non so, io parlava come il cuore mi
suggeriva... mi compatite?
— No! voi lo sapete pure, che non si deve pronunziar quel nome dinanzi
a me: bisogna dimenticarlo!
— Dimenticarlo?... non lo potrei. È mio fratello!
— Egli non è più mio figlio, e io non lo vedrò mai più! Ho già
cancellato dalla memoria anche il suo nome.
— Dio! s'io fossi quell'infelice, ne sarei morta!
— Tu, buona fanciulla, non m'avresti fatto il male ch'egli mi fece!
— Ma se ora ne piangesse, se non parlasse che di voi, se non avesse
altra speranza che del vostro perdono, che di vedervi una volta?
— Egli? oh come t'inganni! Tu non conosci gli uomini, tu non sai come
certi cuori son fatti! V'ha de' figli che calpesterebbero il cadavere
del padre, se fosse messo a traverso della loro via!...
— Ah non parlate così! Egli... era buono; e forse, se il vostro
sdegno...
— Eh non sai tu, che quell'uomo ha rovesciata la mia più lieta fortuna,
l'opera di tutta la mia vita? È lui, che ha gettato nel fango la
canizie di suo padre, lui che mi lima i giorni, che mi precipita prima
del tempo nella fossa! — E il lord s'era levato su la persona, e il
suo volto ardeva di tutto l'antico sdegno: ma, indi a poco, raccolse le
coltri, e s'abbandonò, come oppresso, sugli origlieri, dicendo con voce
mutata: — Via! non parliam più di lui! non affrettiamo con un impeto
inutile l'ora fatale che non tarderà a venire! Povera Elisa! tu sola
mi resti, tu che intendi cosa sia il segreto dolore di tuo padre. Tua
sorella è troppo giovinetta, è ingenua, spensierata; essa vede le rughe
della mia fronte, ma non la ferita del mio cuore.
— O padre mio, se sapeste, non io sola, ma tutti piangiamo per voi...
Oh! ricordatevi che l'ultimo voto di nostra madre fu la felicità e la
pace di noi tutti... e che invece!... perchè, anche lui...
— Lui! sempre lui! Sa egli forse ch'io son qui, presso a morire, in
terra straniera, e per sua colpa? Io giuro che se il sa, ne ride!
— Gran Dio!... proruppe la figlia, e si coperse con le mani il volto
già bagnato di lagrime. No, non è vero! oh se sapeste!...
— Ma voi, che sapete di colui?... dov'è? dite... dite! rispondete a
vostro padre.
— È qui!... balbettò allora con voce timida e sommessa la giovinetta;
qui, ne' dintorni. No, egli non era partito, come voi avete creduto.
Son due mesi che se ne sta in una povera casa, non lontano di noi,
nascondendosi a tutti, e a voi più che a tutti, perchè l'avete con
sì gran collera scacciato. Era questo il nostro gran segreto!... Oh
perdonateci! Quante volte egli volle tornare, gettarsi dinanzi a voi,
stringer le vostre ginocchia, e giurare di sagrificar tutto al più
piccolo vostro volere!...
— Che sento? Egli è qui? Ha dunque dimenticato che nulla v'è più
di comune fra noi? E perchè non è partito, perchè non lascia ch'io
sopporti in pace questo male?
— Egli aspetta il vostro perdono...
— E intanto che aspetta... io qui languisco, dimenticato da tutti...
Oh! aspetti, aspetti pure, ch'io morirò ben presto, e porterò con me
nella fossa il nome di mio padre!... Aimè, che ho vissuto infelice per
morire infelice! Oh s'egli non avesse spezzato ogni legame fra noi, se
venisse a sostenere il mio capo, a dirmi una parola di compassione!...
Ma no! egli non verrà. Il suo cuore non è impastato che di bassezza
e d'egoismo. Se fosse qui, mi lascerebbe languire, finire così, senza
cercar di vedermi?
— Ah signore, voi lo dite? ah ditelo un'altra volta, e lo vedrete
inginocchiarsi a' piedi del vostro letto, piangere, domandarvi la
vostra benedizione! Ricordatevi, padre mio, ricordatevi che voi l'avete
respinto dal vostro seno! Dite adesso una pietosa parola. Ma, voi
l'avete già detta!... e Arnoldo, ah! lasciate ch'io vi confidi tutto,
Arnoldo è là che v'ascolta, che piange nelle braccia di Vittorina...
E così parlando con inesprimibile dolcezza d'amore, ella correva
affannosa all'uscio della stanza, e — Vieni, diceva, mio povero
Arnoldo, vieni! tuo padre ti perdona! ah ringraziane Dio!...
Entrava Arnoldo, pallido, sommesso, e fatto umile dal gran dolore. Il
vedere suo padre così mutato, così invecchiato in due mesi, gli spezzò
il cuore d'affanno. In quel momento, egli sentiva la forza di rinunziar
per lui a ogni speranza, a ogni volere. Oh! nulla avrebb'egli osato
negare a quel vecchio, che per la prima volta vedeva giacere oppresso
sotto la muta sentenza d'una morte aspettata.
S'avanzava lentamente, s'avvicinava al letto, china al terreno la
testa, coprendosi d'una mano gli occhi; piangeva, nè sapeva trovar
parole a spiegar la piena degli affetti, che sì forte in quel momento
lo conturbavano. Egli rivedeva suo padre, lo rivedeva più mite e meno
ingiusto; e la speranza di consolarci giorni travagliati di quell'uomo
caduto, gli faceva parer men dura la parola d'accusa che stava per
pronunziare contro sè stesso. L'immagine di un padre prostrato in
una prematura vecchiezza, portante il peso d'una sciagura quantunque
voluta, lo ferì nel più vivo del cuore. Egli cadde in ginocchio a'
piedi del letto di lui.
Lord Leslie sentivasi, pur non sapendo come, trascinato da un'angoscia
segreta a perdonare, a dimenticare il passato, a rivivere come un tempo
nell'unico suo figlio. Sollevossi allora sul letto; e alzando la sua
testa calva e superba, nell'impeto d'un prepotente pensiero, stese la
destra ad Arnoldo; il quale con rispetto la strinse, chinando su di
essa la fronte. Ma il lord non disse una parola; il suo volto non fu
rischiarato dal sorriso, il suo sguardo non si levò al cielo.
Fu una pace gelida, incerta. Pareva che un destino, col quale entrambi
avessero tentato di lottare invano, li riunisse in quel momento. Nel
cuore del figlio, l'interno contento era temperato da un grave dolore,
ma nel suo volto, più che gioja e dolore, leggevansi timidezza e
rispetto: in vece l'impassibile e severa fronte del padre non era da
nessun affetto rasserenata; le rughe, che da tanto tempo la solcavano,
non erano scomparse, gli occhi suoi non furon bagnati d'una lagrima, il
suo sguardo fu lucido e fisso. — Era lo strano e fiero contrasto di due
cuori concitati e diversi; e quasi faceva terrore la verità di quella
scena semplice e muta!
Ma le due giovinette eran tutte commosse. Elisa, piena di gioja, perchè
quella pace era stata opera sua, nascondeva nel seno di sua sorella il
volto e le lagrime della tenerezza. E Vittorina teneva fissi gli occhi
sopra di lei, e col sorriso d'un gaudio celeste la baciava in fronte.