Il giorno se n'andava, e il sole declinando al più sereno tramonto che
mai rallegrasse la primavera, spargeva una luce d'oro e di fuoco nel
purissimo orizzonte dell'Alpi lontane; una luce, che scemando a mano
a mano nella diffusa interminata armonia degli splendidi suoi colori,
dal rosso di fiamma, fino al croceo porporino e al roseo morente
nell'azzurro, pareva mandar gli ultimi saluti del giorno alla nostra
parte d'Italia.
E intanto un leggero vapore s'innalzava, s'innalzava lentamente
sulle acque del lago, che risplendevano ancora di quell'argentina
e tranquilla varietà de' riflessi dell'occidente, commosse dalla
freschissima brezza a una lieve increspatura; un leggero vapore,
che non era una nebbia, ma pareva quell'immenso velo di luce quieta
che l'iride quasi sempre spiega al cessar d'un temporale; era come
un etereo profumo, che si levasse per imbalsamar l'aria sempre pura
e per rivestire di nuova incerta bellezza le rive deliziose. E quel
velo trasparente, aereo, dilatavasi a poco a poco in tutto il cielo,
conciliando quella pensierosa malinconia, ch'è tanto cara alle anime
che vivon di sè stesse e delle loro memorie, quando le rapisce la
contemplazione dell'infinito, donde nè l'occhio nè il cuore vorrebbero
staccarsi giammai.
Per una stradetta solinga, che discendeva con facile declivio alla riva
del lago, se n'andava passeggiando lento lento il giovine vicecurato;
e arrestavasi talora, sollevando distrattamente gli occhi al cielo, o
fissandoli con una cupa immobilità sul terreno, così come lo movevan
le molte angustie in che era posta la sua mente. Erano i suoi pensieri
d'una tristezza insolita, inquieta; erano i pensieri del suo avvenire
e di quello di due creature tanto amate, e per lui sacre allora più che
mai.
Alla svolta del sentiero, mentre il prete affrettava involontariamente
i passi, quasi tenendo dietro alla foga delle idee che lo crucciavano,
uno sconosciuto, il quale presso al margine della strada era seduto
sulla rovina d'un di que' rozzi ponti che attraversano i torrentelli
di quelle rive, levossi d'improvviso. E, chiuso un libro che stava
leggendo, s'avanzò incontro al vicecurato, e si tolse con atto cortese
di saluto il berretto; quest'era un dire: mi preme di far la vostra
conoscenza.
Era il giovine Arnoldo.
Sulle prime don Carlo, il quale aveva tutt'altra voglia che di parlare,
e peggio con uno sconosciuto, pensò di risponder al saluto, e salutando
andarsene per la sua via, come fece; ma l'altro, che apposta gli
s'era fatto incontro, con deciso animo di parlargli, ne lo trattenne
con instanza rispettosa, e in atto di scusa gli disse: — Mi perdoni,
signor abate, se ardisco così d'attraversare il sentiero della sua
passeggiata. Io però ringrazio la fortuna che m'ha fatto incontrar con
lei.
— Signore, non so veramente a che io debba questa sua gentilezza.
— Signor abate, ella non mi conosce; non sa nè manco chi io mi sia; e
io, al contrario, sebbene non sappia il suo nome, io la conosco, e la
stimo con sincerità.
— Come? non saprei davvero...
— Ma prima, la mi permetta che io mi faccia conoscere a lei, quantunque
ciò forse poco importi. Io sono inglese, e mi chiamo Arnoldo Leslie.
— Forse, ella è della famiglia del lord che dimora là, nella villa ****?
— Io sono della sua famiglia! sono suo figlio. — Così rispose, con
un sospiro represso, il giovine, e ristette pensoso alcun tempo,
poi soggiunse: — Stamane, io passava a caso per la piazza del paese:
vidi aperte le porte della chiesa, a cui nella loro divota sincerità
concorrevano i contadini d'ogni parte, e udii il suono d'una voce che
parlava alla raccolta moltitudine. Non so da che proposito io fossi
condotto, quando venni nel piccolo tempio; so bene che appena v'entrai
e intesi poche parole di quel discorso, io mi sentii conciliato a certa
tristezza, a cui mai non rispondevano i miei poco lieti pensieri.
— Oh! se le pareti d'una povera chiesa di campagna son meschine e nude,
le rende auguste la solennità de' misteri che vi si spiegano!
— Ma voi parlaste a quella gente con tale semplicità d'affetto e
di parole, che non credetti quasi a me stesso, tanto io era lontano
dell'aspettarmi di trovare in quell'oscuro tempio chi ragionasse di
Dio e della virtù con tale mitezza di pensieri e insieme con tanta
efficacia. Oh! i'ho sentita nel mio cuore, e letta su que' volti rozzi
e intenti de' vostri ascoltatori la pietà semplice e religiosa, quella
pietà che finora io non ho incontrato mai nè sotto gli archi de'
santuarj delle più superbe città, nè in Roma stessa, fra le auguste
pareti di San Pietro.
— Mi perdoni, signore! Ella mi vuol far merito di quanto forse fu solo
effetto d'un particolare sentimento del suo cuore. D'altra parte, io
non dissi se non quello che l'anima mia e la povera condizione di que'
buoni contadini mi chiamavano alla memoria.
— Oh! io me n'avvidi, signor abate; voi parlaste secondo il cuore, e il
cuore è tutto! Ma quando uscii della chiesa, più che non maravigliassi
della schietta sapienza delle ascoltate verità, io sentiva in me stesso
il desiderio di conoscer più davvicino colui che le aveva pronunziate.
Sì! non solamente nella sua voce e nell'efficace convincimento delle
parole, ma nel suo volto, nel girare degli occhi, nella commozione
che tutto l'agitava, io indovinai in lui un uomo d'alti pensieri e
d'anima generosa, l'uomo che ha sofferto e pianto, che ha studiato e
conosciuto, l'uomo della sventura e del sacrifizio.
— Ella si piace, signore, di far del romanzesco, cred'io! disse don
Carlo con un tal sorriso di scontento.
— No, non è così! riprese serio il giovine, a cui quella dura risposta
spiacque.
— Mi fa maraviglia l'udire, soggiunse il vicecurato, che un giovine,
come lei, nell'ardore dell'età e della fortuna, s'occupi di cercar
quegli uomini oscuri e per lo più dal mondo disprezzati, che vivono in
un cantuccio della terra, per consacrare questi poveri anni al bene
di pochi loro fratelli. Del resto, le confesso, io non veggo altra
generosità nel sacrifizio che feci, se non quella che mille altri, al
par di me, conduce per la stessa via.
E queste parole egli diceva con una certa poco nascosta intenzione di
tagliare a mezzo un colloquio che gli pareva strano, e l'impacciava. Ma
il giovine Arnoldo, benchè il vedesse, dimostrò di non se ne accorgere,
e continuò con un far d'amichevole premura, mentre teneva dietro a'
passi del prete, che lentamente s'era mosso per il suo sentiero:
— Io ben lo vedo, voi siete sorpreso forse che un uomo, nato sotto
altro cielo, e cresciuto ne' principii d'un'altra fede, qui venga
a cercar la conoscenza d'un prete cattolico, in un paese romito e
senz'altra ragione o scusa, che quella d'una sua buona volontà. Questo
vi parrà certo un capriccio... Ma se sapeste!... Io son solo! e spero
d'aver ritrovato in voi un'anima che m'intenda e mi compatisca: oh
perdonatemi dunque!
— O mio buon signore, questa simpatia, non so se di pensieri o di
sentimento, che vi spinse a cercar di me, solo perchè il caso vi portò
a udire alcune poche parole, che non son già mie, ma del Vangelo;
questa simpatia vostra, cred'io, scemerebbe ben presto, se voi poteste
gettar uno sguardo nel mio cuore. Esso è come un libro di poche pagine,
è una storia di solitario dolore; e la storia del dolore è sempre
monotona e grave ad altrui!
— È dunque vero? e a ciò io m'aspettava. Voi dunque avete sofferto?...
— Ma, buon Dio! che domandate voi da me?
— Quel ch'io domandi? nol so. — E il giovine rimase di nuovo mutolo e
pensoso.
E intanto, seguendo quasi involontariamente il pendio del sentiero,
essi eran discesi a lenti passi fin presso la riva del lago; e poi,
continuando taciturni tutt'e due per la costiera folta d'arboscelli e
cespugli, salivano dall'altro lato del ridente promontorio di ****,
donde, nell'orizzonte più vasto e vaporoso, la più bella ed estesa
parte del Lario, illuminata da quel pacifico tramonto, spiegavasi in
magica lontananza agli attoniti loro sguardi.
Ma il vicecurato, più sovente che non riguardasse a quello spettacolo
ben noto al suo cuore, volgeva gli occhi sulla fisonomia del giovine
inglese; il quale sollevava la faccia commossa da non so che di mesto e
sdegnoso insieme, come chi frema d'un pensiero che vorrebbe cacciarsi
di mente, e non può. Pareva che il prete volesse indovinare i segreti
di quell'animo giovenile e ardente, che per certo non aveva volontà
ed affetti, quali tutti hanno: e sebbene don Carlo sentisse, in quel
doloroso momento della sua vita, desiderio di tutt'altra cosa che di
nuovi amici, pure la strana maniera con che il giovine forestiero gli
cercò amicizia e conforto, la sincerità che rivelavasi nell'espressione
malinconica della sua brama, e anche la speranza di poter in qualche
modo far del bene a un'anima creata forse per miglior destino; tutto
parve s'unisse nel suo cuore a consigliarlo di rispondere a quel
fraterno richiamo.
Arnoldo intanto camminavagli a fianco, e tuttavia nutriva pensiero di
guadagnarsene la fiducia, perchè le parole gravi e contegnose del prete
gli dimostravan chiaramente, ch'egli non era di coloro i quali nel
volger d'un'ora ti sono amici; amici a posta d'ognuno, che ti rubano
i tuoi e ti vendono i loro segreti, se pur ne hanno; che si sfiatano
in protestazioni di servitù e di fede, e poi, il giorno appresso se
avviene, ti rinfacciano amaramente l'angoscia che hai deposta nel
loro cuore; usurpatori del nome santo dell'amicizia, infami che ti si
prostrano a' piedi quando la buona fortuna ti sorride, e dappoi, se
ti coglie la sventura, ti gettano il fango sul viso, ti guardano in
cagnesco e sogghignano.
Ad Arnoldo dunque non rincrebbe quell'esitanza del giovin prete, e
quell'inquieta tema d'aprire il cuor suo, che rivelavano in un'anima
severa e forte un pudore quasi verginale. Egli vide però che, per farsi
amico di quest'uomo, gli era d'uopo avvicinarsegli con semplicità e
fede, e dimostrargli di esser degno dell'affetto che a lui domandava.
Gli si rivolse quindi, e — Mi duole, disse, d'avervi forse sviato dal
vostro diporto della sera. Se la mia compagnia vi disturba, vi prego a
scusarmi; io vi lascio.
Don Carlo, il quale un momento prima avrebbe forse risposto: Fate come
v'aggrada, — allora conobbe che la scusa del giovin forestiero era
dettata da una dilicata civiltà, schiva sempre di troppa instanza, e
sentì un segreto rimorso della ritrosia con cui prima aveva accolto le
parole di lui. E poi, se in quel momento si lasciavan così, forse tutto
era finito fra loro. E perciò, quando Arnoldo si volse per riprendere
il già battuto sentiero, e' gli accennò di fermarsi, e disse: — Oh
no! signore: la vostra compagnia m'onora, e vi son grato. Oggi poi, e
massime in questo momento, ho bisogno di distrarre i miei pensieri,
perchè la vista di questi luoghi, in vece di consolarmi, come io
sperava, mi rattrista. Io non so se questo giovi, ma la memoria, che ha
un gran potere sopra di noi, la memoria qualche volta pesa e opprime.
In questi luoghi io vissi fanciullo, vissi circondato d'illusioni e di
poesia, accarezzato dalle speranze, e adesso....
— Eppure io credeva, Arnoldo rispose, che una scena bella com'è
questa potesse calmare il dolore di qualunque ferita morale. È qui
che s'impara a pensar veramente; qui, il cuore è libero e largo. La
solitudine è madre de' grandi concepimenti, e in faccia a questa natura
sempre stupenda e tranquilla...
— Ah, non v'illudete, o signore! È questa una parte di terra, come
qualunque altra; e anche qui il dolore ha la sua casa, il dolore più
grande forse della consolazione che pur vi si ritrova. Se non temessi
d'annojarvi, io vi darei un testimonio di ciò in me stesso. Credete
a me, la natura è dappertutto bella e amica, e gli è dal nostro cuore
che nasce la sventura; anzi bisogna dire che noi stessi la vogliamo,
bisogna credere il dolore una necessità, com'è il desiderio d'esser
felice... Signore! la mia tristezza contrasta colla serenità del giorno
che tramonta — indi a poco soggiunse con voce tremante di commovimento:
— Ma, s'io vi dicessi che appena cinque giorni fa, in questi luoghi, è
morto mio padre, che alla sua donna ed alla figlia sua non rimane più
nessuno al mondo, tranne il povero prete che vi parla?... Oh pensando a
loro, bisogna ch'io pianga!...
Arnoldo senti stringersi il cuore; la verità di quel filiale cordoglio
lo compunse vivamente; e il pensiero tremendo, improvviso, ch'egli
pure forse avrebbe potuto perdere un padre, il suo vecchio padre che
l'aveva sdegnosamente cacciato dal suo seno, lo toccò d'involontario
raccapriccio. Egli prese allora la mano del giovin prete, e la strinse
in atto di affettuoso rispetto.
Intanto s'era fatto notte.
Don Carlo levò gli occhi, e: — Io veggo, disse, là in fondo, tra
quel gruppo di case, un lume passar dall'una all'altra finestra della
mia dimora. Là stanno le due donne abbandonate; esse m'aspettano, e
io so che han bisogno di consolazione. Permettete dunque, signore,
ch'io vi lasci; pure vi ringrazio di cuore della bontà che mi voleste
dimostrare, e vi domando scusa della mestizia delle mie parole.
Perdonatemi! e se mai non vi fosse discaro di visitare un prete
sconosciuto e solitario, quella è la mia casetta! Voi siete sì cortese,
ch'io vi rivedrò sempre volontieri. Buona notte, signore!
E se n'andò.
Arnoldo stette ancora per lungo tempo in quello stesso luogo, chè la
notte era bella e stellata, e il suo cuore commosso da mille pensieri.