potrai parlar da sera o da mattina,
dirai che dica ch'un medico saggio
gli vuol portar perfetta medicina,
e fie nicissitá che l'uom selvaggio
gli mostri dell'entrare la dotrina:
come se' dentro, istrigni il passerotto,
e l'uom selvagio si morrá di botto.--
51
E Gismirante andò né piú né meno,
sí come detto gli avea la fata:
trovò la donna col viso sereno
alla finestra, e fégli l'ambasciata,
ed ella andò, e disse tutto a pieno
ch'egli l'ensegni l'uscita e l'entrata:
--Perch'un medico, ch'è di grande affare.
egli vi vuol venire a medicare.--
52
Ed e' le disse:--Dolce amor mio bello,--
te' questo anello ch'io porto in dito,
che per virtú di questo ricco anello
vedrai l'entrata del castel gradito.--
La damigella subito prendéllo,
gittollo a Gismirante pro' e ardito:
e Gismirante l'anello prendea:
allor l'entrata del castel vedea.
53
E, come dentro e' fue Gismirante,
uccise il passerotto; e quel fellone
mise uno strido, e po' morí davante.
E quelle dame, ch'egli avie prigione,
ch'eran quarantatré, e tutte quante
eran di gran legnaggio lor persone,
come lo vider, tutte inginocchiâro;
Iddio e lui molto ringraziâro.
54
E Gismirante molto bestiame
caricò d'oro e di ciò c'ha voluto.
Po' fêr partenza, e gir con quelle dame
a quella fata che gli ha dato aiuto.
Ed ella disse:--Tutte le tuo' brame
potuto ha' sodisfar, se t'è piaciuto.--
Ed e' si volse a lei:--La veritad'è
ciò che dite; ma non per mie bontade,
55
ma per vostra virtú, non colla spada,
ho acquistata la persona e l'avere.
E pognamo ched io a corte vada,
dama, per voi ho ciò ch'i'ho a tenere.
Deh! datemi comiato, se v'agrada,
conciosiacosach'i'ho gran volere
di conducer davanti a re Artúe,
questa mie donna con quarantadue.--
56
Ed ella disse:--Po' che in tuo paese
vo' ritornare, una cosa t'impongo,
che contro a ogni gente sie cortese,
e spezialmente a que' c'hanno bisogno.
Ch'io sono istato a tutte tuo' difese,
benché di dirlo alquanto mi vergogno,
per quel che tue facesti a' tre uccelli,
conciosiecosaché son mie' fratelli.--
57
Ed e' con allegrezza fe' partita,
considerando a cui l'avíe fatto,
dicendo:--Mentre ch'io avrò vita,
la ragione aterò ad ogni patto.
Quando si sente in corte la redita,
il re Artúe con tutti i baron ratto
incontro gli si fêr piú di se' miglia,
facendosi di lui gran maraviglia.
58
Po' che le donne si furon posate
alquanti giorni dopo un gran mangiare,
e Gismirante l'ebe dimandate
s'elle volíeno a casa lor tornare;
ed elle che n'avien gran voluntate,
dicieno:--Messer sí, in quanto a voi pare.--
Ed e' con gente assai in quantitade
tutte mandolle nelle lor contrade.
59
E que' signor, di cui le dame sono,
sentendo questo fatto com'è suto,
tanto contenti e tanto allegri sono,
ongnun fan festa, quando l'han saputo,
e ciascheduno gli mandò gran dono
per merito di quello gran trebuto.
Il re Artú, c'ha Gismirante in casa,
domandò della dama ch'è rimasa.
60
E Gismirante disse:--Quest'è quella,
di cui vidi il capello tanto biondo,
signore mio--contando la novella
rispuose il cavalier tanto giocondo.
Ed e' rispuose:--Mai non montò in sella
contento cavaliere in questo mondo,
come deb'esser tu di cotal dama.--
E la reina e tutte genti chiama.
61
E fecela isposare in suo presenza,
e puose lui in ricca e magna altura,
facendo festa con magnificenza,
come conviene a sí fatta misura.
E sí regnaron con benevoglienza,
quanto piacque a Dio di somma altura,
moglie e marito sanza aver ma' crucci.
Al vostro onor questo fe' Antonio Pucci.
VIII
BRUTO DI BRETTAGNA
1
I' priego Cristo padre onnipotente,
che per li pecator volé morire,
che mi conceda grazia ne la mente
ch'i' possa chiara mia volontá dire.
E' priego voi, signori e bona gente,
che con efetto mi deggiate udire,
ch'io vi dirò d'una canzon novella,
che forse mai non l'odiste sí bella.
2
Leggendo un giorno del tempo passato
un libro che mi par degli altri il fiore,
trovai ch'un cavalier inamorato
fe' molte belle cose per amore,
ond'io, a ciò che sia amaestrato
de la prodezza sua ogni amadore,
dirò di quel baron senza magagna,
che fu chiamato Bruto di Brettagna.
3
Questo barone essendo d'amor preso
piú ch'altro mai d'una donna valente,
ardeali il core come fuoco acceso,
perché celava a lei tal convenente,
e, non possendo piú sofrir tal peso,
rechiesela d'amor celatamente,
dicendo:--I' son per far vostro disio
in ogni caso, se voi fate 'l mio.--
4
Ed ella li rispose:--Po' ch'io sento
il tuo volere, or vo' che 'l mio tu saccia.
Se tu vòi del mio amore esser contento,
d'una cosa ch'i' ho voglia mi procaccia.--
Disse 'l donzel:--Dite 'l vostro talento,
ché 'l non fia cosa, ch'io per voi non faccia,
e' sia ad acquistar, quanto vuol, forte,
ch'i' no' mi metta per aver la morte.--
5
Disse la donna:--Or vedi, cavaliere,
lá dove fa lo re Artú dimoro,
ha nella sala un nobile sparviere
che sta legato ad una stanga d'oro.
Appresso quell'uccel, ch'è sí maniere,
due bracchi stan che vaglion un tesoro,
la carta de le regole d'amore,
dove son scritte 'n dorato colore.
6
E, stu puoi far ch'i'abia quel c'ho detto,
pognam che te sia greve ad acquistare,
infino ad ora ti giuro e prometto
ch'altri che te giammai non voglio amare.
Ed el rispose:--Questo m'è diletto.
Addio, madonna, ch'i' 'l vo a procacciare!--
E tanto cavalcò dopo 'l comiato,
che 'n la selva real si fu trovato.
7
E, cavalcando per la selva scura,
pervenne a luoghi molt'aspri e crudeli
e poi, pensando sopra sua ventura,
ed una damigella senza veli
l'apparve e disse:--Non aver paura,
ch'i'so dove tu vai, benché tu 'l celi;
ma tu seristi a troppo gran periglio,
se tu da me non avessi consiglio.--
8
Ed egli, udendo ciò, guardava fiso
la biondissima e vaga damigella:
a li capelli ch'avea dietro al viso
portava d'òr legata una cordella,
dicendo:--Dama, angel di paradiso,
che luci piú che la Diana stella,
deh, dimmi perch'io vo, se tu lo sai,
e poi ti crederò ciò che dirai!--
9
Ed ella, rispondendo al suo dimando,
a motto a motto tutto gli contòne
com'e perché n'andava, e come e quando
e' s'era mosso per cotal cagione.
E Bruto disse:--I' mi ti raccomando
che m'aiuti fornire mia 'ntenzione.
Oh, dimmi il modo che ti par ch'io pigli,
ch'io no' mi partirò di tuo' consigli!--
10
Ed ella disse:--Ben t'aterò alquanto,
se per mio senno portar ti vorrai.
Sappi che quel che tu brami cotanto
in nulla guisa acquistar non potrai,
se primamente tu non ti dá' vanto
d'avere amor di bella donna, s'hai,
piú ch'alcun altro cavalier che truovi,
e per battaglia poi convien che 'l pruovi.
11
Ma nel palazzo non potra' entrare,
se 'l guanto de l'uccel non hai primieri,
e tu quel guanto non potra' 'cquistare,
se non combatti con duo cavalieri,
i quali son posti 'l guanto guardare,
e son gioganti molti arditi e fieri
Se tu gli vinci, non toccar da loro,
ma spicca tu da la colonna d'oro.--
12
E Bruto disse:--Dama, i' non potrei
donna nomar di tanta appariscenza.
Se non ti fosse grave, ben vorrei
che tu di te mi dessi la licenza.--
Ed ella disse:--Fa' ciò che tu déi,
ch'i' son contenta per tal convenenza.--
E con fermezza d'amore il baciòe,
e un destriero fornito gli donòe.
13
E disse:--E' ti convien sanza pavento
cavalcare e combatter con ardire;
tu ha' caval che corre come vento
e meneratti dove tu vogl're.--
Ed e' vi montò su con ardimento,
e ringraziolla molto in suo partire,
e tanto degli sproni el destrier punse,
ch'a la riva d'un gran fiume giunse.
14
E, non possendo quel fiume passare
perch'era cupo e d'ogni lato monte,
lungo la riva prese a cavalcare,
tanto che d'oro ebbe trovato un ponte,
ch'era sí basso, che per l'ondeggiare
l'acqua sopr'esso ispesso facía fonte.
Dal primo capo un cavalier avea,
armato e fier quantunque si potea.
15
E Bruto, poscia che l'ebbe veduto,
il salutò co' molta cortesia
e quello gli rispuose a suo saluto,
ma domandollo poi perché venía.
E Bruto gli rispuose:--I' son venuto
per passar qui, se tolto no' mi fia.
--Per passar no--rispuose quel guardiano,--
ma per aver la morte di mia mano!
16
Ma, perché se' di giovanezza tale,
i' ti vo' perdonar--gli disse accorto,--
che ma' non arrivò in queste contrade
picciol né grande, che non fosse morto;
ma, perch'io veggio per sempricitade
t'ha fatto pervenire a questo porto,
o lassa l'arme e tutti arnesi tuoi,
e vattene al piú presto che tu puoi.--
17
Rispose Bruto:--Ha' tu tanta mattezza,
che credi per tuo dire i' lasci l'arme?
Intendo di provar mia giovinezza
contro chi 'l passo vorrà constrastarme!--
Ed e' sí fo adirato e con fierezza
disse:--Se tu se' stolto, come parme,
da po' ch'io veggio che vò' pur morire,
e tu morrai!--E corselo a fedire.
18
E di molt'arme gli tagliava adosso,
ed in piú parte la carne gli afferra.
E Bruto allor, sentendosi percosso,
e 'l sangue suo cadere in su la terra,
e la sua donna gli tornò nel cosso,
ond'egli isprona il buon destrier di guerra,
e ferí quel guardian sí aspramente,
che per morto l'abatte di presente.
19
E quel giogante gli chiese mercede,
ed egli perdonò per cortesia,
e 'l suo cavallo degli sproni fiede
e per lo ponte subito si 'nvia.
Quando il guardian da l'altra parte vide
ch'al suo compagno pur morte giungía,
di forte il ponte cominciò a corlare
che spesso sotto l'acqua il facía andare.
20
E Bruto, per bontá del buon cavallo,
pur passò oltre per lo ponte ratto,
e giunse a quel fellone quale strale,
dove crollava il ponte al primo tratto,
che su la testa ferí senza fallo
e, per vendetta di quel ch'avea fatto,
per forza il prese e nel fiume il gittòe,
onde il guardian di subito affogòe.
21
E, quando egli ebbe valicato il passo
ed amendue le guardie abattute,
ed e' si risposò, perch'era lasso
delle percosse, c'have ricevute;
e 'l meglio che poté, seggendo a basso,
venne curando tutte suo' ferite.
Po' valorosamente, come saggio,
montò a cavallo ed uscí di suo viaggio.
22
E, cavalcando il franco damigello
per un bel prato tutto pien di fiori,
vide un palazzo fortissimo e bello,
ma no' parea ch'avesse abitatore,
però che porta, finestra o sportello
no' si vedea da lato né di fuori.
Nel prato sí v'avea mensa d'ariento,
piena di cibi e d'ogni guarnimento.
23
E poi appresso vide sotto un pino
un gran vaso d'argento pien di biada,
ond'egli ismonta, di coraggio fino,
perché per suo destrier molto gli agrada.
Trassegli il freno e puosegli all'orino,
perché rodesse, poi d'intorno vada.
No' veggendo persona, fra sé pensa:
--Sia ciò che puote!--e fussi posto a mensa.
24
Mangiando francamente, come quello
ch'avea grande bisogno di mangiare,
una porta s'aperse del castello,
che facea sí grandissimo sonare,
che maravigliar face quel donzello;
sicché ristette e volsisi a guardare,
ed e' vide venire un gra' giogante
verso di sé con un baston pesante.
25
E da seder non si mosse costui,
ma piú che mai mangiava alla sicura.
Disse il giogante, quando giunse a lui:
--Che ne fa' tu costá senza paura?
Queste mense son messe per altrui,
cioè per gente di miglior natura.
E Bruto mangia prima quanto volle
poi gli rispuose:--Deh, quanto se' folle!--
26
Se queste mense son per gentil gente,
ed io mi tengo ben d'esser gentile,
ché 'l padre mio fu molto soficiente,
e suo paese molto signorile.
A la corte del re, ch'è si possente,
per ch'io vi mangi, no' manca' su' stile.
E son venuto per portarne meco
uno isparviere che 'l re Artú ha seco.--
27
Disse il giogante:--Oh! t'inganna il pensiero,
ché gran semplicitá nel cor t'abonda;
che sarebbe impossibile ad avere
al piú prod'uom, che è 'n Tavola rotonda;
ch'è per guardia del guanto piú vedere
che quel palazzo intorno non cerconda,
e, se compagni avessi un centinaio,
ti veterebbe il passo il portinaio.
28
Però, deh, parti, e torna in tuo paese
po' che ancora non t'è la vita tolta;
lassa l'arme e 'l caval, ch'a le tue spese
vo' ch'abbi manicato a questa volta.--
Rispuose allora quel donzel cortese:
--Per cosa molto grande ora m'ascolta,
ch'io, prima che per te i' torni adrieto,
teco saprò se l'arme mia han divieto!--
29
Disse il giogante:--Con questo bastone
io n'ho giá morti piú di cinquecento;
ma, perché tu mi par troppo garzone,
sí perdonava al tuo gran falimento.
Ora ti dico ch'i' ho intenzione
di raddoppiarti la pena e 'l tormento.
Ora va', monta a caval, che 'l ti bisogna,
ch'io non ti voglio a piè, per piú vergogna.
30
Rispuos'allora il valoroso Bruto:
--Non piacci a Dio che io monti in arcione,
ched e' sarebbe troppo gran partito
combattere a caval con un pedone!
Or come cavalier prod' ed ardito
--disse al giogante--fa' tua difensione!--
E colla ispada fiede arditamente,
ma no' che sangue gli uscisse niente.
31
Disse il giogante, di niquizia pregno:
--Io te ne pagherò, se Dio mi vaglia!--
col baston del metallo e non di legno,
che lo menava come fil di paglia,
e fedía Bruto con un tal disdegno,
che di molt'arme addosso sí gli taglia,
e feciolo per forza inginocchiare,
sicché di morte e' cominciò a dottare.
32
E poi gli disse:--Po' che tanta noia
t'ha fatto il primo, che fará il secondo?
Tu ci venisti per acquistar gioia,
i' ti farò portar di morte pondo,
ché veramente convien che tu muoia,
sicché mal ci venisti a questo mondo.--
E la mazza levò co' gra' tempesta,
volendo dare a Bruto in su la testa.
33
E, quando Bruto vidde la colonna,
cioè 'l baston che 'l giogante have 'n alto,
ed e' si ricordò della sua donna,
e' ferí lui sopra 'l lucente smalto,
sicché, per che di ferro avesse gonna,
poco gli valse allo secondo assalto:
e' diedegli tal colpo in su la spalla
che col bastone il braccio a terra 'valla.
34
--Deh! no' mi uccider, per lo tuo migliore
--disse il giogante, sentendo tal pena,--
ch'io ti recherò il guanto del signore,
e tu potrai intanto prender lena.
--Tu mi vogli ingannare, o traditore!--
rispose Bruto, e dèttegli una mena.
Ed e' per téma della morte volse,
e menol seco dov'il guanto tolse.
35
E, come Bruto il guanto ell'ha spiccato,
e grande istrida dentro si levâro,
e non vi si vedeva in nessun lato
chi si facesse il pianto cosí amaro.
Ed egli vettorioso torna al prato,
e montò al destriero allegro e gaio,
e cosí cavalcò parecchi giorni
pur per pratelli di bei fiori adorni.
36
E, riguardando, vede dalla lunge
il palazzo real dello re Artú,
e forte degli sproni il destrier punge,
tanto ch'a quella porta giunto fu;
e, siccome alla porta mastra giunge,
mostrò il guanto e fu lasciato ire su
da dodici guardian, che disson:--Passa,
ché la tua vita sará molto bassa!--
37
Signor, sappiate che secento braccia
aveva di lunghezza quel palazzo,
e d'ariento avea 'l tetto e la faccia
e dentro d'oro le mura e lo spazzo,
iscala e panca v'ha, che ciascun saccia,
ch'eran d'avorio, intagliate a sollazzo
e sonvi d'oro altri sette iscaglioni.
Sedevi re Artú con suo' baroni.
38
E Bruto arditamente per la scala
montò, pensando di tal novitade;
e, quando giunse in su la mastra sala
e vide il re con tanta nobiltade,
con riverenza inginocchiando cala
e salutollo con benignitade.
E re Artú gli rendé suo saluto,
benché ma' piú no' lo avesse veduto.
39
--Perché venisti a meco, in questa corte?--
disse un di que' baroni in corte. Piano
rispuose Bruto con parole accorte:
--Venuto son per lo sparvier sovrano.--
Disse 'l baron:--Per cosí fatta sorte,
credo che tu sara' venuto invano!
Onde ti move ardir di cheder dono,
che piú di mille giá morti ne sono?--
40
Bruto, pensando di quella ch'egli ama,
rispuose lietamente a quel barone,
dicendo:--Lo sparvier di sí gran fama
i' non dimando senza gran cagione,
ch'i'ho l'amor della piú bella dama
che niun altro di questa magione.
E, se alcun ci è che voglia contastare,
per forza d'arme gliel tolgo a provare!--
41
Rispose quel baron:--Siene a la pruova!
Però ch'io vo' difendere la mia 'manza,
ch'a petto a lei la tua non val tre uova,
però che di beltade ogn'altra avanza.
E veramente, anzi che tu ti muova,
confessar ti farò co' mia possanza.--
E 'n un pratello si furono armati
dentro al palazzo, e furonsi isfidati.
42
E ferirse l'un l'altro co' la lancia
sí forte, che le rupper negli scudi,
e, poi che dato s'ebben cotal mancia,
miser mano a le spade i baron drudi;
e l'uno e l'altro non pareva ciancia,
quando si riscontrâr co' ferri ignudi;
e 'l baron per tal forza Bruto offese,
che de l'elmo tagliò quanto ne prese.
43
E Bruto si ricorda su quell'ora
di quella donna per cui amor fa questo,
di che el rinvigorisse e risan'ora;
e con la spada in mano, ardito e presto,
ferie 'l baron, sí che senza dimora
in su la terra cadde manifesto.
Volendosi levare a questo tratto,
e Bruto smonta ed uciselo affatto.
44
E poscia se n'andò ritto a la stanga
e tolse lo sparvier, la carta e' cani
e partendosi disse:--A Dio rimanga
lo re Artú con i suoi baron sovrani!--
E tutta quella corte par che pianga
ch'un uom cosí gaiardo s'allontani.
Lecenziato dal re, che se ne vada,
vettorioso tornò a sua contrada.
45
E giorno e notte tanto ha cavalcato,
ched egli giunse a la donna selvaggia,
quella che prima gli aveva insignato
come salir si voleva tal piaggia,
e, poi che 'l suo saluto gli ha donato,
ed ella gli responde come saggia:
--Ben sia venuto, per le mille volte,
sí fatto amante, che no' l'hanno molte!
46
E poi con baci e con abbracciamenti
gran pezza il tenne, senz'altro fallace,
e poi li disse:--Mò che t'argomenti
di ritornare a tua donna verace?--
Ed e' le disse:--Se tu te contenti,
i' farò volentier ciò che ti piace.--
E ringraziolla di coraggio fino,
poi si partí e tornò a suo cammino.
IX
MADONNA LIONESSA
1
Io truovo d'una donna da Milano,
ch'ebbe nome madonna Leonessa,
che madre fue d'Azolino Romano,
che fue tanto ardito in ogni pressa.
Il suo marito ha nome Capitano:
di Lombardia ell'era principessa;
tutta la Lombardia signoreggiava,
e Toscana di lei forte tremava.
2
Ell'era sopr'ogn'altra savia e bella,
e sempre avea semilia cavalieri,
con i quali prendea cittá e castella
o per battaglia o per falsi mestieri;
e non montava cavaliere in sella,
che non temesse de' suo' colpi fieri:
e, se d'amor d'alcuno era richiesta,
di botto gli facea tagliar la testa.
3
Cosí reggendo, venne che 'l marito,
ch'era d'Italia la piú franca lancia,
vennegli in cuore e grande apitito
di voler visitare il re di Francia;
onde si mosse, molto ben fornito,
con semilia tedeschi, a non dir ciancia.
Tanto cavalca, che giunge a Parigi;
laonde fe' di grandi e be' servigi.
4
Il re di Francia era fuori ad oste;
mandò a sua donna ch'ella 'l soccorresse.
Il Capitano, udendo le proposte,
le si proferse, in quanto le piacesse,
con semilia tedeschi alle sue coste.
La reina gli disse:--Dio 'l volesse!--
Onde da la reina si partíe:
dov'era il re di Francia se ne gíe.
5
E grande festa gli fe' il re di Francia,
chéd amendue eran perfetti amici.
De' saracin v'era la gran possanza,
e tutte piene n'eran le pendici;
molti cristiani v'eran per certanza,
e molti cavalier v'ha da Parigi:
da l'una parte e l'altra acampati,
cristiani e saracin sono ischierati.
6
Vedendo il Capitan tanta puntaglia
di cavalieri da ciascuna parte,
di grazia chiese la prima battaglia:
il re gliel concedette, onde si parte.
Disse a sua gente:--Se Cristo vi vaglia,
siate ben franchi, ché sapete l'arte!--
Onde tosto percossono a' nimici:
la prima ischiera mise alle pendici.
7
Non era in 'Tália uom tanto possente,
com'era questo gentil Capitano:
e' con sua forza e con sua buona gente
diede isconfitta al populo pagano;
e il re di Francia ancor similemente,
colla suo gente del popul cristiano,
a' saracini dieron tal trafitta,
che per forza gli mise in isconfitta.
8
Color fuggendo e costoro incalciando,
durò la caccia piú di dieci miglia.
E lo re poi, a Parigi tornando,
menò molti pregion con suo famiglia:
e la reina ch'aspettava, quando
rivide il Capitan, per mano il piglia.
E', vedendosi far tante carezze,
subito inamorò di sue bellezze.
9
Cavalcando con lei a coscia a coscia,
non si iscopria né in fatto né in detto.
Giunti in Parigi, la reina poscia
il convitava co' molto diletto,
ed e' sentiva l'amorosa angoscia;
e, trovandosi un dí con lei soletto,
richiesela d'amore: a tal cagione
il fe' pigliare e mettere in prigione.
10
E po' col re tutto il fatto ragiona,
laonde il re ne fue molto dolente;
ma, guardando l'onor della corona,
co' savi suoi si consigliò al presente.
Ciascun dice di perder la persona:
rispuose il re:--Non ne farò niente;
ma io condanno quel vembro in due once,
che le parole disse tanto isconce.
11
Po' fece il Capitano a sé venire,
ed e' si venne tutto isbigottito.
Il re gli disse:--Come avesti ardire
di farmi oltraggio, avendomi servito?
Ma tu se' degno in tutto di morire,
bench'io non aggi' tuo fallo seguito;
a ciò che la tua vita non s'istingua,
sieti tagliato due once di lingua.--
12
El Capitano disse:--I' vi ringrazio,
ch'io veggio ben ch'io son degno di morte:
ma cento giorni i' v'adimando ispazio
prima ch'io venga a sí malvagia sorte.--
Il re lo fece di quel voler sazio;
fecel rimetter nella pregion forte.
Egli poi iscrisse a la sua donna ardita,
com'egli era a pericol della vita.
13
Quando la donna intese le novelle
del Capitan, che piú che sé l'amava,
delle mani si die' nelle mascelle;
subitamente in zambra se n'andava,
e, non potendo immaginar cavelle
dello suo iscampo, ella s'inginocchiava
divotamente innanzi al Creatore,
e piangendo dicea con gran dolore:
14
--O Signor mio, ch'a Maria Madalena
tu perdonasti, non mi abandonare,
ch'i' veggio ben che la fortuna mena
il mio marito a mala morte fare:
ma, se mi doni grazia e tanta lena,
ch'io di pericolo il possa iscampare,
i' ti prometto, ch'i'ho fatte assai
disconce cose, ch'i' non farò mai.--
15
Cosí adorando, si fue addormentata,
e dal cielo le venne in visione
un angiol, che le die' questa ambasciata:
--Se vuoi cavar tuo sposo di prigione,
com'uom ti vesti, bene accompagnata,
va' dimostrando d'esser Salamone
venuto al mondo a rinovar le leggi:
contrasto non truovi; i tristi correggi.--
16
Quando la donna si fue risentita,
volendo il sogno mettere in effetto,
di porpore real si fue vestita,
e dice ch'era Salamon perfetto;
e la voce d'intorno ne fu ita
per Lombardia e per tutto il distretto,
sí come Salamone era venuto:
e per piacer di Dio era creduto.
17
Apresso, tolse di tutte le chiese
di libri raunò some trecento,
e mille preti vecchi del paese
vestí a nero a suo comandamento,
e cento savi colle menti accese
pieni d'ogni iscienza e 'ntendimento,
e mille cavalier, sergenti e fanti,
che gramatica sapien tutti quanti.
18
A' preti comandò che per camino
cantasson sempre l'uficio de' morti
per rimembranza del regno divino;
al qual uficio istanno molti accorti,
mostrando avere il mondo a suo dimíno
E perché in creder ciascun si conforti,
una gran palla d'or portava in mano
in sur un bianco palafren sovrano.
19
Le croci inanzi a sé mandava ritte
con istendardi di zendado nero,
con lettere e parole d'oro iscritte,
sí com'egli era Salamon di vero,
figliuol del santo padre re Davitte,
da Dio mandato per cotal mestiero,
per rinovar la legge al mondo guasta.
E questo a credere alla gente basta.
20
Come la gente si maravigliava,
non è mestieri ch'io vel dichi quici;
ché tutto l'universo ne parlava,
come tra loro iscriveano gli amici;
e tutto il chericato ne tremava
pensando perder tutti i benefici.
Giunto presso a Parigi una mattina,
gli si fa incontro il re e la reina;
21
e 'l vescovo con tutto il chericato
si cavalcava col re sanza fallo.
Quando si furon a lui appresentato,
tutta la gente ismontò da cavallo;
piangendo di letizia, inginocchiato,
cominciâro il re e gli altri a salutallo:
--Ben possiate venir, Santa Corona!--
Ed e' saluto non rende a persona.
22
Cui Salamon mirava punto fiso,
accetto sel tenea piú ch'uom vivente,
e di letizia si segnava il viso
e sí diceva umile e riverente:
--Egli è venuto ben dal paradiso,
tanto ha l'aspetto angelico e piacente!--
Giunto in Parigi, come gli fue a grado,
col vescovo ismontò al vescovado.
23
E 'n sulla mastra sala fece fare
una gran sedia con sette iscaglioni:
su vi sedea, e a' piè fece istare
i gran maestri, i preti ed i baroni;
e fece intorno a sé ingraticolare,
empier la sala di libri e' veroni.
Po' venne un prenze: com'egli ha ordinato,
venne dinanzi a lui inginocchiato.
24
--Mercé, per Dio! Il re tiene in pregione,
benché questo dovete voi sapello,
nostro signor ch'elli ha 'n condennagione:
a tal condennagion facciamo apello.--
Vedendo ciò, comandò Salamone
che comparisse il re di Francia ed ello.
Temendo, il re comparí a mano a mano:
apresso menò seco il Capitano.
25
Vedendo Salamone in suo presenza
il Capitan con la catena in gola,
dinanzi a sé fe' legger la sentenza:
"Due once--dice--sia tagliata sola".
Salamon parla e disse:--In mia presenza
faglici tagliare, parl'io tal parola,
due once, come tu condennato hai;
ma, se fie piú o men, la romperai.--
26