_Memoria data alla Reggenza del governo provvisorio di Milano, dal
Conte Guicciardi Cancelliere del Senato del Regno d'Italia._
Un'erronea opinione circola già da alcuni giorni, e sembra diretta a
scemare quella stima e confidenza che io ho procurato di conservarmi
per il lungo corso di ben 56 anni di pubblico servizio, e che era per
me il piú lusinghiero compenso della mia politica carriera.
Conscio della purezza delle mie azioni, ed indagando la causa di sí
strano avvenimento, fui oltremodo commosso nell'udire che si
pretendesse derivarlo da quella stessa recente commissione che mio
malgrado accettai, nella sola speranza di concorrere, col piú leale ed
onorato adempimento, a render paghi i pubblici voti. Confortato però
dall'intima convinzione della mia innocenza, credetti che per
comprovarla in modo positivo ed assoluto, bastar dovesse il mettere in
chiaro que' fatti che, o non ben conosciuti, o forse alterati, hanno
potuto dare spinta all'errore, o prestato fede alla malevolenza.
Quindi determinato a pubblicare con le stampe la relazione del mio
operato, col corredo di tutti i documenti che vi hanno rapporto, la
sottopongo precisamente ai lumi del governo provvisorio, e perché
altamente apprezzo il di lui suffragio, e perché fu sempre mio
principio di agire colla protezione delle leggi e del governo.
Lo scopo di questa mia rimostranza è di provare, che tanto nella
qualità di senatore che in quella di deputato, ho sostenuto
gl'interessi piú cari della patria, e seguita costantemente la via
sacra dell'onestà.
Invoco sul primo punto la testimonianza di quelli fra i miei colleghi
che seggono fra voi, o signori membri della Reggenza, e quella in
particolare dell'ottimo vostro presidente. Con esso ebbi la sorte di
essere socio nella commissione incaricata dell'esame del progetto,
presentato dal governo al Senato nel giorno 17 del corrente aprile,
commissione da me diretta ed instantemente promossa contro la proposta
di un comitato segreto, che, per il consueto sommario metodo di
procedura, mi sembrò non convenire all'importanza di un lecito
argomento. Con esso e con altro de' membri della commissione mi recai
dal cancelliere guardasigilli, per avere gli opportuni lumi di fatto,
e sull'autorizzazione sua a convocare il Senato, e sulla gravezza ed
urgenza de' motivi che lo avevano determinato.
Riferitene quindi le risultanze alla commissione composta di sette
membri, unanime fu il voto di lei, e per la necessità di occuparsi
dell'oggetto e per la riforma del decreto del governo.
Riunito il Senato, e lettovi il parere della commissione, chi piú di
Dandolo che ne fu il relatore, chi piú del vostro presidente, chi piú
di me lo difese e lo sostenne? Chi piú di me liberamente espose al
Senato gli argomenti tutti, e politici e costituzionali, che ci
comandavano imperiosamente la reiezione del terzo articolo del
progetto del governo? Chi, se non io, dimostrò l'incostituzionalità
della subdola e seducente mozione di un nostro, ahi troppo infelice
collega, i cui sommi talenti lasciavano desiderare meno durezza di
cuore e non servile adulazione? Ignoro se il processo verbale di
quella seduta portasse tutta la discussione, e se siasi preservato
dallo svolgimento degli effetti e delle carte del Senato; ma in di lui
difetto, supplico l'invocata testimonianza de' membri del Senato, e
sopra ogni altra quella del vostro presidente, che con la sua
eloquenza e col suo amore di patria sostenne meco il progetto della
commissione, che con leggera modificazione venne definitivamente
adottato dal Senato, con una maggioranza di voti superiori ai due
terzi.
Cadde sfortunatamente sopra di me, forse per gli accennati liberi
sentimenti espressi, la nomina in altro de' deputati al quartiere
generale delle AA. PP. AA., unitamente ai signori senatori Castiglioni
e Testi; ed essendosi quest'ultimo per attuale infermità scusato, feci
registrare nel processo verbale, che ove il decreto del Senato non
fosse coattivo per tutti, nessuno aveva di me maggior titolo per
esserne dispensato. Ma la seduta fu levata senza occuparsene. Rinnovai
all'indomani presso il signor Duca di Lodi, cancelliere guardasigilli,
i miei tentativi per ischermirmi. Ma avendo egli autorevolmente
risposto che ogni indugio poteva compromettere la convenienza del
Senato e gl'interessi piú sacri della nazione, immolai a questi ogni
privata considerazione, e diedi parola di partire, a condizione che
anche il conte Castiglioni vi si prestasse, mentre mi era noto che
egli pure si adoperava in ogni modo per esserne dispensato.
Fin qui, signori, ho parlato del mio contegno come senatore; parlerò
come deputato.
Il protocollo che vi presento corredato di tutti gli atti relativi
tanto alle cose proposte e deliberate in Senato, quanto a quelle che
concernono la missione, rende conto del mio viaggio, soggiorno e
ritorno da Mantova, ed io sfido arditamente chiunque possa impugnare
la verità: sull'esame del medesimo voi potete fondare il nostro
giudizio.
La prima censura che intesi farsi ai deputati, è di essersi recati al
quartier generale del principe a Mantova, in vece di prendere la via
piú breve e piú diretta per Parigi, ove si trovano i sovrani alleati.
Parvero sorgere da ciò diffidenza e sospetto di parzialità, e sino di
collusione col principe: ed ecco come un intempestivo giudizio e la
mancanza di cognizione de' fatti può per un momento far decadere
l'uomo innocente da quel grado distinto cui ha diritto.
Leggansi le istruzioni del cancelliere guardasigilli, cui dal Senato
era dato il carico di stenderle; e si vedrà che i deputati hanno
eseguito un ordine preciso loro imposto da chi ne aveva diritto, né
mai l'obbedienza potrà essere indizio di rea intenzione.
Nell'accennare questa circostanza, sono bene lontano di versare sopra
altri ombra di colpa o di sospizione, ed anzi devo soggiugnere che il
cancelliere guardasigilli ci mostrò l'ordine del principe, che dietro
i concerti presi da esso con S. E. il signor maresciallo conte
Bellegarde, dovesse sollecitare la pronta partenza de' deputati per
Mantova. Né altrimenti avrebbesi potuto fare, perché senza la
preventiva adesione del sullodato signor maresciallo, e senza i suoi
passaporti regolari non avrebbe la deputazione potuto attraversare i
posti delle armate coalizzate, e corso avrebbero rischio di non
giungere troppo tardi al luogo di sua missione.
A quella necessità, al quartier generale del principe ed a quello del
signore maresciallo, altra importantissima si aggiungeva, quella cioè
di ottenere lettere credenziali per le altre potenze alleate, giacché
il signor Duca di Lodi muniti li aveva di una sola per il signor
principe di Metternich ministro di S. M. l'imperatore d'Austria. La
missione essendo diretta ad implorare la protezione di tutte le
auguste potenze alleate, ogni ragione voleva che appresso ciascuna
delle medesime fosse accreditata.
Giustificata la gita a Mantova con le ricevute istruzioni strettamente
analoghe col decreto del Senato e la necessità delle credenziali e de'
passaporti, non resterebbe ora che a parlarsi del contegno tenuto dai
deputati col principe.
Il protocollo dettaglia il modo con cui furono accolti, le ritardate
udienze, i colloquî e la franchezza del linguaggio tenuto con esso.
Era il principe pienamente e minutamente informato delle discussioni
del Senato, e delle opinioni de' senatori, né certo io poteva
lusingarmi, dopo quanto aveva detto ed opinato, di una migliore
accoglienza: ora come mai potrebbesi supporre tanta incoerenza di
principî, come conciliare fatti sí diversi, idee cotanto disparate,
per dedurre malignamente, che un uomo, la cui fermezza nella propria
opinione è da tanto tempo conosciuta, la cui onestà e riputazione fu
sempre illesa, volesse prostituirsi colludendo col principe, deviando
dal proprio mandato, dalla mente espressa de' suoi colleghi, e della
pubblica opinione da lui sí ben conosciuta? che se pure tutti questi
argomenti non bastassero a convincere le persone piú diffidenti e
maligne, il carattere, la probità, l'avvedutezza ed il civismo del di
lui condeputato, uomo sí puro, sí accreditato, non avrebbe dovuto
togliere e dissipare il primo la piú lieve ombra di sospetto? Né temo
di avvilirmi accennando motivi, dove bastar dovrebbe il dire: «Non ho
mai mancato al mio onore.» Ma l'afflizione che ho provato per sí nera
calunnia ha voluto qualche sfogo.
Appena ebbero i deputati la notizia dell'occorso in Milano il giorno
20 aprile, senza alcuna lettera di comunicazione di quanto era seguito
al Senato, senza il menomo officiale avviso del loro richiamo, presero
congedo dal principe, ritornarono a Milano. Ed eccovi, o signori,
altra luminosa prova che niun rapporto mi legava al principe, che
nulla piú curai che l'interesse della patria, che rispettai la volontà
del Senato e della nazione, qualunque fosse stato il modo, con cui era
stata espressa. Cosí mostrai che come deputato fui sempre coerente
coll'opinione manifestata come senatore.
Signori del governo, la mia giustificazione è compiuta: leggete tutti
gli atti che vi rassegno, e pronunciate; io attendo con quella calma
che l'uomo giusto ed onesto sa conservare in mezzo alle oscillazioni e
alle politiche vicende. Non dubito che riconoscerete aver io adempito
al mio dovere, ed in tale fiducia domando alla vostra giustizia, che
mi sia lecito di dare alle stampe questa mia memoria, col protocollo e
tutti i suoi allegati.
Ogni uomo ha diritto al proprio onore, e molto piú un pubblico
funzionario. Io devo anche a me stesso e alla numerosa famiglia mia la
conservazione illibata del mio buon nome. Voi rappresentate il
governo, ed il governo deve tutelare i diritti degl'individui. Vivo
dunque nella fiducia che cotesta Reggenza aggiugnerà agli altri tratti
di saggezza, che seguono i primi di lei passi, quello che
rispettosamente richiama chi ha l'onore di essere colla maggiore
venerazione.
Milano 29 aprile 1814.