[1] _Milano e il Ministro Prina, narrazione storica del Regno d'Italia
(aprile 1814) tratta da documenti editi ed inediti per_ MASSIMO FABI,
Novara, A. Pedroli, 1860; 8º, p. 248. È libro notabile perché vi sono
raccolti molti documenti pubblici concernenti quei fatti; ma il CANTÙ,
_Cronistoria dell'Indip. ital._, vol. 1, p. 869 attesta: «questo è
lavoro del consigliere CARLO CASTIGLIA, che lo esibí a me e ad altri,
prima di venderlo al Fabi, che lo stampò per suo».
[2] _La caduta del Regno italico, narrazione desunta da testimonianze
contemporanee e da documenti inediti o poco noti per cura di_ GIOVANNI
DE CASTRO, Milano, Treves, 1882; 16º, p. 366. È ricco, come tutti i
libri del DE CASTRO sull'età napoleonica, di notizie e giudizi tratti
da scritture contemporanee, e ha uno spiccato carattere aneddotico che
ne rende piacevole la lettura né poco conferisce all'intelligenza dei
tempi e degli uomini.
[3] Barone VON HELFERT, _La caduta della dominazione francese
nell'Alta Italia e la congiura militare bresciano-milanese nel 1814,
traduzione consentita dall'autore di_ L. G. CUSANI CONFALONIERI, _con
un'appendice di documenti_, Bologna, N. Zanichelli, 1894; 16º, pag.
282. È importante specialmente perché l'autore attinse notizie da
documenti riservati degli archivi di Vienna, ma, come altri libri
dell'Helfert su cose italiane, tende a giustificare la politica
austriaca, e però trascura fatti, censura persone, pronuncia giudizi
dimostrando molta parzialità. La pubblicazione dell'originale tedesco
è del 1880.
[4] Il testo francese fu pubblicato in Parigi, Laisné, 1846, e la
traduzione italiana, ivi 1847. È un libro ormai rarissimo, perché le
copie venute in Italia furono quasi tutte confiscate dalla polizia
austriaca, e però ci proponiamo di ristamparlo quando che sia in
questa nostra _Biblioteca storica del Risorgimento italiano_. Intanto
sovr'esso si vedano CUSANI, _St. di Milano_, VII 84, DE CASTRO, op.
cit., p. 10, HELFERT, op. cit., pag. 24.
[5] Il titolo del libretto, stampato in carta grossolana e della
dimensione di cm. 21×12, è riprodotto a fac-simile nella p. 1 del
presente volume. La data di Parigi è probabilmente fittizia, poiché la
carta, i caratteri ed altre particolarità materiali del libro lo
mostrerebbero uscito dalla stamperia del Veladini di Lugano (cfr. DE
CASTRO, op. cit., p. 39; _Catalogo del Museo del Risorgimento
nazionale di Milano_, II, 236): tuttavia a provenienza parigina sembra
accennare l'autore stesso nella sua lettera al Cassi, che sarà
riferita or ora.
[6] Parma, stamperia Carmignani, 1814, 16º, p. 12.
[7] FABI, op. cit., p. 223.
[8] A questa _Lettera_ di stampa parmense accenna il FOSCOLO, _Opere_
V, 221: «.... benché vi fosse da ridire, tuttavia si è lasciato
correre, perché era dettato a difesa con modestia d'uomo dabbene: tace
il vero, che forse era occulto a quello scrittore; non però dice il
falso». Non crederei di errare sospettando autore di questa relazione
uno dei senatori VINCENZO DANDOLO o FEDERICO CAVRIANI, i soli, tra
quelli che vi son nominati, cui possano applicarsi e la qualifica
d'_uomo dabbene_, secondo il giudizio del FOSCOLO, e le lodi raccolte
dal FABI: per il Cavriani starebbe anche il fatto che a lui fu
erroneamente attribuita la _Memoria storica_ dell'Armaroli (cfr. G.
MELZI _Dizion. di opere anon. e pseudon._, vol II, p. 470).
[9] Vedasi in questo volume pp. 43-49.
[10] Alludo specialmente al libello, tribuito a STEFANO MÉJAN, _Le Roi
Pino à la bataille des parapluies_, stampato in Germania nel maggio
1814, e all'altro intitolato: _Le Lamentazioni, ossieno le quattro
Notti del general Pino_. Italia 1815 (forse stampato a Milano): il
PINO rispose con gli _Schiarimenti sopra alcuni articoli esistenti nel
libello intitolato, «Le quattro Notti del generale Pino,»_ anche
questi del 1815.
[11] È un opuscolo in 8º, di p. 16.--Da vedere in proposito ciò che
scrisse, a cose quiete, A. ZANOLI, _Sulla milizia cisalpino-italiana
cenni storico-statistici dal 1796 al 1814_, Milano, Borroni e Scotti
1845, vol. II, pp. 441-445.
[12] La _Lett. ad un amico_, senza note tipogr., è un opuscolo di p.
23, oggimai introvabile: una copia è nell'Ambrosiana (DE CASTRO, p.
36), un'altra nel Museo milanese del Risorgimento (_Catalogo_ I, 316):
ma è stata ristampata in _Memorie e lettere di F. Confalonieri_, a
cura di G. CASATI, Milano, Hoepli, 1890, p. 253-273.
[13] L'opuscolo del GIOVIO è rarissimo: una copia ne conserva
l'Ambrosiana in una miscellanea _S. C._ v. v. 26, che è tutta di cose
manoscritte e stampate sui fatti del 20 aprile 1814 (DE CASTRO, pp.
36, 82).
[14] Il nome del GIOIA è dato da un esemplare della _Memoria storica_,
posseduto dalla R. Biblioteca Vittorio Emanuele (22, 14, B, 11) con
queste parole manoscritte: _Vuolsi del senatore Conte Guicciardi, ma
piú si attribuisce al Gioia_.
[15] FOSCOLO, _Opere_, vol. V, p. 171-253; specialmente si noti ciò
che leggesi a p. 175, 178, 183, 211-213, 222.
[16] _Op._, vol. V, p. 489-609; specialmente, p. 495, 568.
[17] _Relation historique de la Révolution du royaume d'Italie en
1814; par le comte_ GUICCIARDI, _ex-chancelier du Sénat; traduit de
l'italien par_ M. SAINT-EDME. A Paris, chez A. Corréard, libraire,
Palais-royal, Galerie de bois, n. 258, 1822; in-8º, di p. VI-204.
[18] R. BONFADINI, _Mezzo secolo di patriotismo_, Milano, Treves,
1886, p. 84-91, dove il ritratto politico del Guicciardi è delineato
con mano maestra, sebbene un po' indulgente. Non inutile mi sembra
l'aggiungere che il Guicciardi fu di una famiglia nobile di Tresivio,
ma nacque accidentalmente in Lugano il 26 febbraio 1756: fatti gli
studi di legge, si volse ai pubblici uffici, e fu dapprima
luogotenente del Vicario in Sondrio, poi delegato presso il Pretore in
Morbegno, e non ancora trentenne fu chiamato nel 1785 alla piú
eminente carica amministrativa che fosse nella Valtellina, quella di
cancelliere di Valle. Nel 1787 fu uno dei deputati che trattarono
innanzi alla Corte di Vienna la questione dei diritti valtellinesi
contro i Grigioni, e fin d'allora cercò di collegare le sorti e gli
interessi della Valtellina con quelli della Lombardia; e questo fine
il Guicciardi raggiunse dieci anni di poi alla prima venuta dei
francesi, poiché egli fu principal promotore dell'unione della
Valtellina alla Cisalpina accaduta nel novembre 1797. L'amicizia
allora contratta con Antonio Aldini, andato commissario organizzatore
in Valtellina, gli aprí la via degli uffici politici nella novella
Repubblica: fu chiamato da Bonaparte il 20 novembre 1797 nei Comitati
riuniti e assegnato a quello di costituzione, e contemporaneamente fu
fatto rappresentante del popolo al Corpo legislativo nel Consiglio dei
seniori, ma chiese e ottenne la dimissione il 26 dicembre; nel
febbraio 1798 fu Commissario straordinario del governo nei
dipartimenti del Lamone e del Rubicone; il 15 aprile fu nominato
ministro di polizia generale, il 10 luglio ministro dell'interno, nel
quale ufficio rimase fino a tutto il gennaio 1799. Nella seconda
Cisalpina il Guicciardi si tenne in disparte, finché mandato
all'assemblea di Lione, come uno dei notabili del dipartimento del
Lario, vi si segnalò per moderazione e dirittura d'idee, di modo che
Bonaparte il 26 gennaio 1802 lo chiamò all'alto ufficio di segretario
di Stato della Repubblica italiana. Vive antipatie sorsero tra il
Melzi, vicepresidente di quella, e il Guicciardi, sí che questi lasciò
l'ufficio passando il 31 maggio a far parte della Consulta di Stato,
la quale alla formazione del Regno italico costituí poi la prima
sezione del Consiglio di Stato. Nominato direttore generale della
polizia il 1º agosto 1805, esercitò il difficile ufficio con tatto e
moderazione, finché Napoleone I, per motivi non ancora chiariti,
sospettò della sua condotta e lo tolse di mezzo nominandolo senatore
il 19 febbraio 1809. Da questo momento fino al 1814 fu cancelliere del
Senato ed ebbe gran parte nelle deliberazioni di quel corpo, mentre
poi veniva insignito via via delle piú alte onorificenze napoleoniche.
Nel 1814 fu a Vienna a procacciare il mantenimento dell'unione della
Valtellina alla Lombardia, e riuscí gradito all'Austria sí da esser
fatto nel 1818 vicepresidente dell'I. R. governo della Lombardia, nel
1825 I. R. consigliere intimo attuale e presidente della Commissione
centrale di pubblica beneficenza. Collocato a riposo nel 1826, morí
nel 1837.
[19] Non si ha alcuna biografia dell'Armaroli, del quale ho potuto
raccogliere che nacque in Macerata il 4 gennaio 1766 di famiglia
patrizia, fece buoni studi di lettere in patria e fu laureato in
giurisprudenza: entrato nella magistratura pontificia, era presidente
del tribunale di Macerata allorché poco dopo l'unione delle Marche al
Regno italico, fu con decreto del 5 luglio 1808 nominato presidente
della Corte di giustizia in Fermo. Chiamato a far parte del Collegio
elettorale dei dotti, fu designato come candidato al Senato, e
nominato senatore il 19 febbraio 1809. Si trasferí quindi a Milano,
donde solamente nel 1815 tornò, con una modesta pensione, in patria,
dove si diede con fortuna all'esercizio dell'avvocatura e divenne
presto il principe del foro marchigiano. Viveva ritirato nella
solitudine della sua villa in Appignano, allorché scoppiata la
rivoluzione del 1831 l'Armaroli fu chiamato a far parte del governo
provvisorio delle Provincie unite come ministro della giustizia; ma la
rapida fine di quel moto non gli diede tempo di recarsi a Bologna ad
assumere il ministero, nel quale fu supplito da Antonio Silvani. Il 9
giugno 1843 l'Armaroli morí nella sua villa di Appignano che egli
aveva battezzata col nome di Tusculano, lasciando alla famiglia
Tambroni i suoi averi e i suoi libri.
[20] Lugano, fr. Veladini [s. a., anno 1823 o poco dopo], p. LXV-256.
La traduzione francese fu pubblicata in Parigi, Audin. 1823, poi
raffazzonata con altro titolo.
[21] A. ZANOLI, op. cit., II 441: «... io ho dati per credere che [la
_Memoria storica_] sia invece del di lui collega Leopoldo Armaroli».
[22] Per es. nel libro _Milano e il suo territorio_, Milano, 1844,
vol. I, p. 375: il CANTÙ, _Il Principe Eugenio_, vol. IX, p. 57, si
mostra ancora dubbioso sull'appartenenza dell'opuscolo all'Armaroli.
[23] Biblioteca Oliveriana di Pesaro, _Carte mss. di F. Cassi_.
[24] _Dernière campagne de l'Armée franco-italienne sous les ordres
d'Eugène Beauharnais, en 1813 et 1814, suivie des Mémoires secrets sur
la révolution de Milan, du 20 avril 1814, et les deux conjurations du
25 avril 1815, la campagne des Autrichiens contre Murat, sa mort
tragique et la situation politique actuelle des divers États d'Italie,
par le chevalier S. J. *** témoin oculaire, précédé d'une notice
historique sur Eugène Beauharnais_. Paris, Dentu e Lugano, Veladini,
1817, in-8º, p. XVI-194. Questo opuscolo è da alcuni attribuito al
JULHIEN, generale francese al servizio del Regno italico (cfr.
CORACCINI p. XCV; CANTÙ, _Il Principe Eugenio_, vol. VIII, p. 311).
[25] Primo a servirsi della relazione del Verri fu il CUSANI, che
nella sua _Storia di Milano_, vol. VII, p. 91 e segg. ne riferí lunghi
estratti: essa fu poi pubblicata con molti errori e lacune nel vol.
IV, pp. 445-507 dalle _Lettere e scritti inediti di_ PIETRO _e_
ALESSANDRO VERRI a cura di C. CASATI, Milano, Galli, 1879-81. La mia
ristampa è condotta sopra una copia piú corretta e compiuta, sebbene
non ancora perfettamente, perché l'autore non poté darvi l'ultima
mano.
[26] Fratello ai piú famosi Pietro e Alessandro, Carlo Verri nacque in
Milano il 21 febbraio 1743, e compiuta con buoni studi la propria
educazione visse per molto tempo alieno dalle cure pubbliche, tanto
intento alla cultura delle proprie terre e alle prove di miglioramenti
agrari e tecnologici, sui quali anche pubblicò alcuni notabili scritti
(registrati dal CORNIANI, _I secoli della letteratura italiana_,
Torino, 1855, VII, 489). Venuti i tempi piú quieti della Repubblica
Italiana, il Verri fu chiamato nel 1802 a far parte del Corpo
legislativo, dal quale uscí allorché per le insistenze del Melzi
accettò la prefettura del Mella conferitagli con decreto del 26 aprile
di quell'anno. Il 29 settembre 1804 fu fatto membro del Consiglio
legislativo, e cosí alla creazione del Regno italico fu coi decreti
del 9 maggio e 9 giugno 1805 compreso tra i componenti il nuovo
Consiglio di Stato. Nominato senatore il 10 ottobre 1809, fu in quel
corpo uno dei piú autorevoli per dirittura e moderazione di idee, ed
ebbe nel 1814 la parte larghissima ch'egli stesso racconta. Lasciato
l'anno dopo l'ufficio di presidente della Reggenza provvisoria, si
ritirò di nuovo a vita privata, e morí poi in Verona nel luglio 1823.