PROPRIETÀ LETTERARIA DELLA SOCIETÀ EDITRICE DANTE ALIGHIERI

_Gli esemplari di questo volume non firmati dal gerente della Società

si ritengono per contraffatti._

(7606) Roma, Tipografia Enrico Voghera.

[Illustrazione: Milano.--Atrio del Palazzo del Senato nel 1814.]

La rivoluzione milanese dell'aprile 1814 e la caduta del Regno

italico, che ne fu conseguenza immediata, ebbero già parecchi storici

o raccontatori; quali, per citare solamente i piú diffusi, il Fabi[1],

il De Castro[2], l'Helfert[3]: ma sono avvenimenti tuttora avvolti in

qualche oscurità, dei quali non si è colta ancora compiutamente la

ragione storica, forse perché sin dal primo momento troppi furono gli

interessati a nascondere il vero di quei rivolgimenti, o almeno a

rappresentarli ciascuno in modo che ne restassero giustificate le

proprie tendenze e la propria condotta. La serie delle scritture che

rispecchiano direttamente i sentimenti e gli atti di coloro che furono

spettatori o partecipi ai fatti del 1814 è lunghissima, e tutte

andrebbero minutamente esaminate e raffrontate, chi volesse sceverare

in ciascuna la particella di vero, che pur vi sarà, e di tutte le

particelle comporre la storia genuina e sincera di quei moti. E dagli

articoli, dalle notizie e dai documenti che a cominciare dall'aprile

1814 si vennero pubblicando quotidianamente sul milanese _Giornale

Italiano_--l'officioso napoleonico, tramutatosi improvvisamente a

officioso austriaco--la serie si produce lungamente sino a quelli

_Studi intorno alla storia della Lombardia negli ultimi trent'anni_,

che, dettati certamente dalla principessa Cristina Belgioioso

Trivulzio, furono pubblicati in Parigi solamente nel 1846[4], ma erano

eco non ancor fioca dei sentimenti e dei contrasti in mezzo ai quali

il Regno italico di Napoleone I era caduto, lasciando, retaggio

prezioso, agl'Italiani la coscienza della nazionalità, lo spirito

delle armi proprie, il desiderio delle istituzioni civili e la

tradizione di un illuminato liberalismo.

A rappresentare con sufficiente fedeltà lo svolgersi di quei

memorabili avvenimenti mi è parso opportuno eleggere di mezzo alle

scritture di cotesta serie copiosa le relazioni composte, quando erano

recenti i fatti, da due uomini di spirito temperato ed equanime,

entrambi per l'ufficio loro di senatori presenti e partecipi alle

deliberazioni che furono motivo o pretesto alla rovina del Regno.

L'una delle quali relazioni, col titolo di _Memoria storica sulla

rivoluzione di Milano seguita il giorno 20 aprile 1814_, fu distesa

solamente qualche mese dopo gli avvenimenti e indi a poco divulgata

per le stampe con la data del novembre 1814[5]. Duplice, come appar

chiaro dalla semplice lettura, era stato l'intendimento di chi scrisse

questa relazione: difendere la condotta del Senato contro le postume

accuse del partito indipendentista lombardo e rivelare la parte

sinistra che i detrattori del Senato avevano avuto nei tumulti

dell'aprile, nello strazio del Prina, nella caduta del Regno. Al primo

di questi fini non era parso che corrispondesse abbastanza la _Lettera

sulla seduta del Senato del Regno d'Italia tenuta a Milano il 17

aprile 1814_, la quale era venuta alla luce in Parma, sin dalla fine

del maggio[6]: se n'era saputo subito autore uno dei senatori, «uomo

illustre per probità, per carattere, per dottrina», e si disse che non

aveva taciuto «la verità anche parlando di sé medesimo»,[7] ma il nome

di lui, se pur corse sulle bocche dei contemporanei, non fu segnato

sulle carte, né oggi sarebbe agevole a riconoscere se non per indizi

che potrebbero esser fallaci[8]. Ad ogni modo la relazione o

«commentariuccio», come la designò il Foscolo, fu come il punto di

partenza alla piú diffusa «Memoria storica» del novembre, alla quale

anzi la narrazione parmense sulla seduta senatoria del 17 aprile 1814

fu accodata come primo e principal documento[9].

Appena la _Memoria storica_ fu pubblicata, la polizia si diè un gran

da fare per impedirne la diffusione, sino a ordinare la chiusura d'una

libreria ove si era venduta, e molto si affaccendarono gli

interessati, o i colpiti che dir si vogliano, a ribattere come meglio

potevano le gravi accuse, alle quali aggiungeva valore la pacatezza

del racconto e la temperanza dei giudizi e della forma. Il generale

Domenico Pino, che per la parte avuta nelle giornate dell'aprile era

già stato bersaglio a ben altre contumelie e alla meglio se n'era

schermito[10], non volle lasciare senza risposta ciò che di lui si

diceva nella _Memoria storica_, e diè fuori sul principio del 1815

certe sue, poco concludenti, _Osservazioni... sopra alcune asserzioni

dell'autore dell'opuscolo che ha per titolo «Su la rivoluzione di

Milano seguita il 20 aprile 1814»_; osservazioni le quali non valsero

certamente a rimuovere tutti i sospetti che si erano venuti addensando

sopra la sua condotta[11]. Il conte Federico Confalonieri stampò, con

la data del 15 marzo 1815, la sua _Lettera ad un amico_, il conte

Antonio Durini, nella quale, un po' confessando la parte avuta nei

fatti dell'aprile 1814 e un po' impugnando le asserzioni della

_Memoria storica_, tentò un'abile difesa di sé stesso e già si mostrò,

politicamente, assai mutato da quello che era l'anno innanzi; ma

anch'egli riuscí tutt'altro che convincente: fortunato che gli

avvenimenti posteriori della sua vita e la grandezza del sacrificio e

dell'espiazione, circondando la sua memoria di una fulgida aureola di

patriottismo, facessero dimenticare quali erano stati i primi suoi

passi sulla via malsicura delle congiurazioni politiche[12].

Finalmente il conte Ludovico Giovio, già consigliere di Stato

napoleonico e presidente delle riunioni che nell'aprile e maggio 1814

avevano tenute in Milano i Collegi elettorali di una parte del Regno,

difese quella convocazione in un opuscolo, nel quale anche cercò di

scagionare sé stesso dalla taccia datagli nella _Memoria storica_ di

esser stato troppo facilmente ingrato verso un governo che lo aveva

innalzato ai piú alti onori[13].

Mentre cosí si appuntavano le armi contro la relazione documentata,

che in povera veste era venuta da Lugano a raccontar fatti che si

volevano sopire, era naturale che si cercasse di sapere chi ne fosse

l'autore. Sulle prime corse voce che l'avesse fatta Melchiorre

Gioia[14], forse perché dell'economista piacentino si ricordavano

altri opuscoli pubblicati nell'occasione di gravi mutazioni politiche

nel ventennio anteriore; ma la voce cadde di per sé, senza bisogno di

essere smentita. Maggior consistenza invece prese l'opinione che uno o

piú senatori avessero lavorato a mettere insieme la _Memoria storica_,

e a questa opinione aderí anche Ugo Foscolo, quando prese a confutar

quella relazione nei suoi discorsi _Della servitú dell'Italia_[15]:

generosi ed eloquenti discorsi, nei quali per altro non è dissimulato

il dispetto del poeta di essere stato additato come frequentatore di

mense ministeriali e sovvertitore della plebe ai tumulti del 20

aprile. Il Foscolo, come si vede da piú luoghi di quei discorsi e da

altri della _Lettera apologetica_ scritta quasi dieci anni di poi agli

editori padovani della Minerva[16], teneva, se non per autore, almeno

per ispiratore principale della _Memoria storica_ il senatore Diego

Guicciardi, fattosi, sempre secondo il Foscolo, sostenitore del

principio della monarchia di diritto divino, appunto in quei giorni

che l'Austria si preparava a soppiantare la Francia, e proclamatosi da

sé per uomo di Stato a nessuno secondo. E questa ch'era stata

l'opinione del Foscolo divenne presto universale, tanto che nel 1822

il Saint-Edme (cioè Teodoro Bourg, già commissario nelle guerre

napoleoniche e sostenitore anche dopo il 1815 delle idee repubblicane

e imperiali), pubblicando in Parigi la sua traduzione francese della

_Memoria storica_,[17] vi poneva in fronte il nome del Guicciardi e

nella prima delle note da lui aggiunte ragionava e argomentava tale

attribuzione cosí:

1º Dans son avertissement, l'éditeur annonce que l'ouvrage

qu'il publie est dû à un illustre personnage du royaume

d'Italie, qui avait le droit de conserver près de lui les

documens authentiques placés à la fin du mémoire: le comte

Guicciardi était sénateur et chancelier du sénat.

2º L'exposé de la situation morale de l'Italie qui précède

l'historique de la révolution, est basé: 1º sur des bruits

auxquels n'aurait point ajouté foi tout autre écrivain de

l'époque qui n'aurait point eu à justifier une opinion émise

dans une assemblée politique, opinion opposée à sa conduite

antérieure, aux vues du prince, et peut-être au bien de son

pays; l'auteur même avoue ses doutes: mais pourquoi se

serait-il arrêté à des mensonges, en aurait-il, comme

historien, entretenu le public, s'il n'avait eu l'intention

de se servir de cet appui pour se justifier? 2º sur le

caractère personnel de quelques individus employés par le

gouvernement, tels que le secrétaire des commandemens du

prince et le directeur des postes: on ne peut voir là que le

fruit d'une animosité particulière, et l'on sait que

l'esprit rétif de M. le comte Guicciardi avait été atteint

par quelques-uns de traits de MM. Méjan et Darnay.

3º Le 17 avril, lorsqu'on lut au sénat le projet de décret

du duc de Lodi, qui s'opposa à son adoption? M. le comte

Guicciardi. Et le mémoire cherche à prouver que l'on avait

_machiné_ pour surprendre la délibération: l'opposition

violente de M. Guicciardi est donc tout honorable pour lui,

dans le sens de la marche qu'il avait adoptée.

Mais sans entrer à ce sujet dans une longue discussion, à

laquelle le lecteur, une fois prévenue, suppléera facilement

avec un peu d'attention, je me bornerai à fare remarquer que

M. le comte Guicciardi a fait partie de la commission nommée

pour l'examen de la proposition du duc de Lodi; qu'en sa

qualité de membre de la commission, c'est lui qui s'est

rendu auprès du duc, afin d'en obtenir les éclaircissemens

nécessaires au travail de la commission; qu'il a fait le

rapport; qu'il a été nommé député; qu'il a eu une entrevue

avec le prince; que sa justification au gouvernement

provisoire a été imprimée malgré la défense de la régence,

et que là, comme dans l'ouvrage, oú il est tant question de

lui, ses opinions et son caractère politique sont élevés à

un haut degré.

Queste argomentazioni del Saint-Edme, per quanto avvedute e sottili,

non hanno, si capisce subito, un grande valore probativo, poiché il

Guicciardi in tutte le fasi del movimento milanese dell'aprile 1814

rappresentò le tendenze del partito _austriaco_, come ha ben

dimostrato il Bonfadini[18], e la _Memoria storica_, se non tace per

un senso di imparzialità gli errori e le colpe degli uomini di tutti i

partiti, è manifestamente rivolta in particolare contro gli

_indipendentisti lombardi_ in quanto spianarono con la Reggenza la via

all'Austria di occupare e tener per suo il paese: l'autore quindi, se

non era un eugeniano, non poteva essere neppure un austriacante; e ben

vide e sentì il significato dell'opera sua la polizia austriaca, che

si sforzò di rimuoverla dalla circolazione. I documenti, che

accompagnano la _Memoria storica_, parte erano stati pubblicati per

altre vie, parte erano di tal natura da esser passati per molte mani,

e l'apologia del Guicciardi poté ben essere comunicata da lui medesimo

all'autore di questa relazione, non già perché la pubblicasse, ma come

a senatore ch'egli era, poiché il Guicciardi, dopo il divieto della

Reggenza di darla alle stampe, avrà sentito il bisogno che ne avessero

conoscenza almeno i suoi antichi colleghi del Senato. E che tra i

senatori fosse da cercare l'autore della _Memoria storica_, ove la

condotta del Senato era difesa con tanto calore, pochi allora

dubitarono; e presto anche si seppe che questo senatore era il

maceratese LEOPOLDO ARMAROLI, magistrato onorando e insigne

giurista[19]: si seppe presto, ma pubblicamente non fu detto se non

nel 1823 da Federico Coraccini (sotto il quale nome, ben si sa,

nascondevasi Carlo Giovanni Lafolie francese, stato nel 1812

segretario generale della prefettura del Tagliamento e nel 1813

viceprefetto di Ravenna) nella sua _Storia dell'amministrazione del

Regno d'Italia_[20], e fu poi confermato piú tardi da piú credibile

testimonio, lo storico dell'esercito cisalpino-italico[21]. Ciò non

ostante, poiché si continuò da qualcuno ad attribuire la _Memoria

storica_ al Guicciardi[22], parmi opportuno dissipare ogni dubbio per

mezzo di una lettera che l'Armaroli stesso scriveva nel 1830 a

Francesco Cassi per ottenere dal marchese Antaldo Antaldi di Pesaro la

restituzione dell'unica copia rimastagli del suo libretto; lettera che

sulla divulgazione di questo scritto ci dà anche alcune particolarità

rimaste sin qui ignorate.

_Mio degno e rispettabile amico,_

Macerata 25 aprile 1830.

Ho bisogno dell'autorità vostra municipale, per citare al

vostro tribunale codesto diligentissimo amico nostro

marchese Antaldo. È piú di un anno che in vostra presenza

gli consegnai quel mio Opuscolo sulla rivoluzione di Milano

del 1814, che gentilmente si offerí di farlo osservare ai

Revisori per vedere se s'incontrasse difficoltà nel

ristamparlo. Ritornando da Bologna mi recai da lui e mi

disse che non vi era opposizione, ma non potea restituirmi

il libro perché era rimasto presso il Signor Canonico Coli.

Dopo di ciò gli ho scritto, gli ho mandata qualche mia

pubblicata freddura, ho certezza che l'ha ricevuta, e non mi

ha risposto. Gli ne ho fatta avanzar premure da Asiari, e

ultimamente dal Ferri nipote del sordo, ed anche ciò

inutilmente.

Parlando sul serio io ne ho vero e sommo bisogno: ho stimoli

da piú parti e dalla stessa Lombardia di farne altra

edizione corredata di abbondanti commenti; vi è anche

dell'onore del mio nome il farlo perché sono stato citato

con menzogna. Non solo non ne ho altra copia, ma è

impossibile di procurarmela perché le 500 copie venute a

Giegler, meno le poche esitate, furono sequestrate dalla

Polizia, né so se potessi ottenerne da Parigi. Mi raccomando

dunque alla vostra amicizia di farne cortese insistenza

all'amico onde io possa ricuperarlo.

Viene qui Delegato Monsignor Ciacchi. Voi forse lo vedrete.

Mi sarà grato che mi facciate conoscere ad esso per un uomo

d'onore, tranquillo suddito, e vostro amico.

Addio. Alla vostra famiglia ed a voi cordialmente mi

raccomando. Vale.

_Il Vostro_

ARMAROLI.

_Al Nobil Uomo_

_Il chiarissimo Signor Conte_ FRANCESCO CASSI

_Gonfaloniere di

Pesaro_[23].

La _Memoria storica_ dell'Armaroli fu per molto tempo una delle piú

copiose fonti d'informazioni a chi ebbe ad occuparsi dei fatti

dell'aprile 1814: dal Jomini, che ne fece larghissimo uso nella sua

storia dell'ultima campagna dell'armata franco-italiana[24], giú giú

sino ai piú recenti narratori della fine del Regno italico, tutti si

valsero della operetta del senatore maceratese; alla quale si presenta

ora, in parte come opportuno riscontro, in parte come necessario

correttivo, la relazione particolareggiata che di quelli avvenimenti

stese e lasciò ai posteri il collega suo CARLO VERRI milanese[25]. Il

patrizio lombardo fu veramente nei moti del 1814 uno dei

rappresentanti piú cospicui e sinceri del partito austriaco; meno

vigoroso all'operare che non fosse il Guicciardi, giovò piú di lui al

trionfo di quel partito rafforzandolo con l'autorità del suo nome, e

prestò l'opera propria, come presidente della Reggenza provvisoria,

alla consolidazione che fu lenta, ma sicura e avveduta, della nuova

dominazione[26]. Però, come il Verri fu animato da un sincero, per

quanto fallace, sentimento di giovare agli interessi del suo paese,

cosí la sua testimonianza molto ci aiuta a intendere le cagioni e i

procedimenti di un fatto che tanto sembrò contrastare con il desiderio

dell'indipendenza nazionale, della quale in quei giorni tutte le parti

politiche s'erano fatta una bandiera per conto proprio. Storia

dolorosa di errori, se non di colpe, onde procedette una espiazione

ancor piú dolorosa durata oltre mezzo secolo; ma storia feconda di

ammaestramenti, anche per noi che di quella espiazione raccogliemmo i

frutti, poiché ci insegna come la rettitudine delle intenzioni non

basti a salvare un paese quando non sia accompagnata dal senso

dell'opportunità, dall'accortezza dei mezzi, dalla prontezza

dell'azione.

La rivoluzione di Milano dell'Aprile 1814 · 第 2 / 44 题