Saliva dalla via una sonnolenza larga e morbida, che pareva scemar gli
stessi romori dei carri e delle carrozze, passanti sotto la pioggia a
rovescio. In qualche negozio, le lampade elettriche splendevano,
quantunque non fossero che le due del pomeriggio. Le signore, chiuse
nei mantelli, non trattenute dal tempo accidioso, affollavano il Corso
egualmente come nel più bel giorno d'autunno, si soffermavano alle
vetrine, trovavan la volontà di comperare e di discutere le compere
fatte.
Lidia apparteneva a questa categoria di signore instancabili nel
passare da un magazzino all'altro. Quando la pioggia era più violenta,
Lidia si faceva allegra. Calzava stivaletti alti serrati, indossava la
pelliccia, un piccolo cappello di feltro, guanti scuri, e usciva con
me a pellegrinare pei negozi di mode. Aveva un umore eccellente; mi
abbracciava ad ogni poco, prima d'andar fuori, e rideva ad ogni
occasione; sopratutto era abilissima nello scoprir la necessità degli
oggetti inutili, al punto che mentre credevo di doverci trattenere
solo un paio di giorni a Milano, ivi eravamo già da dieci e sembravamo
incamminati a rimanervene altrettanti.
S'era cominciato cogli acquisti di gran rilievo, rappresentati dagli
abiti di Lidia per la veniente stagione. Le stoffe offrivano due
motivi a pensieri gravissimi: la qualità ed il colore, o meglio la
combinazione dei colori, perchè con mia grande sorpresa, Lidia m'aveva
assicurato che una combinazione di colori falsi avrebbe distrutta la
sua fama di signora a modo.
Appena ella poneva piede nel negozio, la sua ilarità spariva e
un'ombra grave le si diffondeva sul viso bianco e fresco. Lidia
ascoltava le parole del commesso con molta diffidenza, e sottoponeva
l'uomo a un'analisi psicologica delle più accurate; non amava i
discorsi di quella gente; non aveva scrupolo alcuno di mettere a
soqquadro un magazzino intero, o d'andarsene senza comperare.
Mentr'ella tuffava con voluttà le piccole mani fra gli ammassi di
stoffe sciorinati sul banco, o confrontava gl'infiniti campioni dei
quali aveva zeppo il manicotto,--io mi sedeva presso di lei,
ascoltandola, e nei casi dubbi ella si rivolgeva a me.
--Che ne pensi, Sergio?--chiedeva, mostrandomi il velluto o la seta.
--Molto bene,--rispondevo.
--Ma no, ma no!--ella esclamava, con un sorriso.--Non si tratta di
lodare; non ho ancora scelto. Credi che questa guarnizione?...--
Io aveva cura di creder sempre quanto credeva ella medesima e di
fingermi anche più ignorante di quel che non fossi, perchè ella non
avesse a sospettar d'una certa mia esperienza di mode, acquisita in
diverse occasioni, le quali da Lidia non si dovevan conoscere.
--Se fosse qui la mamma, potrebbe consigliarmi!--diceva ella infine.
Faceva mandare a casa gl'involti voluminosi, ma quando ve n'era
qualcuno appena possibile a portarsi, ella stessa se ne impadroniva e
se lo metteva sotto l'ascella con una tenerezza materna delle più
ingenue.
Poi mi diceva:
--Spero che così andrà bene; quel mantello aveva assolutamente bisogno
della piuma, in basso; quest'anno la piuma si usa molto; purchè la
sarta non guasti!... Aspetta; devo entrar qui un istante....--
E si andava in un altro negozio, dove il commesso ricominciava le
chiacchiere, e Lidia l'analisi psicologica. Avevo occasione
d'osservare che tutte le signore facevan così, e che l'aria grave di
Lidia si ripeteva sui viso di quante entravano. In qualche magazzino,
il susurro femminile pareva un ronzìo d'api laboriose; colla
differenza che le api umane qui, scialavano invece di raccogliere;
alcune s'abbandonavano alla disperazione per non aver trovato quanto
desideravano; altre discutevan sul prezzo e mercanteggiavan per
abitudine; e tutto questo, alternato cogli sguardi rapidi, sintetici,
alle compagne, delle quali si valutavano in un baleno anche il veletto
e i guanti. Avvenivano incontri di amiche, sùbito unite in una lega
tacita contro il commesso; più sovente, s'incontravan delle nemiche,
riconoscibili alla ostentata cura dell'una di non sfiorar l'abito
dell'altra, squadrata con sovrano dispregio.
Potevo cogliere a volo dei piccoli dialoghi:
--«Sai, l'ho pagato quaranta lire; ma a Giuseppe dirò che mi costa
venti.
--«Naturale.
--«In un caso, citerò la tua testimonianza.
--«Còntaci pure; faccio anch'io lo stesso con Paolo.
--«Stavolta donna Mercedes è sbaragliata. Compro questa pelliccia,
ch'è adorabile.
--«Adorabile; somiglia alla mia, salvo che quella mi vien da
Parigi.»--
Se giungeva per caso una cortigiana in momentaneo favor del pubblico,
l'attenzione delle signore si raccoglieva totalmente su di lei; lì,
era la moda, un po' audace, ma espressiva. Forse, in qualche cuore di
donna onesta non sanguinava una piaga d'invidia, pensando che il bel
giovane presso la cortigiana dava lentamente la vita e il patrimonio
per lei; non tanto per quest'ultimo, quanto per la vita? (Dolce poter
dire, levando gli occhi languidi al soffitto: «Ahimè, povero ragazzo!
Se avessi saputo che sarebbe giunto a morirne.... Ma chi lo imaginava,
coll'ipocrisia della nostra gioventù?»)
Mi pareva di respirare aria più libera, all'uscir da quei negozî,
mentre Lidia rilevava con immenso sconforto che per la giornata non
aveva altre compere in vista. Si consolava però sùbito a casa,
trovando accatastati gl'involti nella sua camera; li apriva,
considerava ancora gli acquisti, aspettava la sera per giudicarli alla
luce artificiale; qualche volta li rimandava o li mutava, dopo i
consigli della sarta.
Questa aveva libero adito in casa nostra, a qualunque ora del giorno.
Era una signora alta, magra, con un neo posticcio sulla guancia
destra; compariva,--eccezionalmente e solo per Lidia condiscendeva a
muoversi dalla sua officina--seguìta da una commessa che portava i
giornali di moda, quei giornali di moda i quali rappresentavan per lei
il limite a cui l'umana intelligenza può giungere e donde è affatto
inutile si spinga innanzi. Apertili, con suprema delicatezza quasi
porte di tabernacolo, Lidia e la sarta si curvavano sul figurino,
v'appuntavan l'indice, facevan lunghi calcoli non meno di due generali
alla vigilia d'un attacco decisivo.
I consigli di quella signora eran semplicemente infernali; dovevan
partir forse dal principio che ogni cosa bella ne ammette una
migliore, e per questo principio indicava lei medesima le stoffe, i
colori, le guarnizioni, le fodere più opportune, spiegando a me,
sottilmente, come la bellezza di Lidia volesse un'eleganza raffinata e
aristocratica, ma senza possibili confronti.
Ella aveva pure intuito che nessun momento della vita coniugale meglio
del nostro, si prestava a comporre e a radunare un corredo muliebre
così vantaggioso per Lidia, quanto, in altro senso, per lei; e ciò
spiegava l'attenzion matematica, l'accuratezza con cui gli abiti erano
ideati, fatti e finiti, in un giro di tempo relativamente assai breve
e con approvazioni entusiastiche da parte di Lidia.
Quei capolavori di buon gusto ammaliavano Lidia, la quale si sentiva
diventar donna forse più per merito loro che per merito mio; sembravan
contener fra il raso, il velluto, la seta, un universo d'insidie,
d'invidie, di frivolezze, di cattiverie, di seduzioni, di sottintesi
che ancora mancavano a Lidia per poterla considerare un'adorabile
signora della buona società.
L'intervento della sarta aveva portato un ritardo nella nostra
partenza. Ottobre era già venuto al termine e novembre,--in quell'anno
rimasto memorabile per la sua rigidezza,--si presentava carico di
nebbioni e assai minaccioso. Al comparir dell'ultimo abbigliamento,
respirai: ora saremmo infine partiti.
Ma Lidia, con un'infinità di moine graziosissime,--dove l'aveva
imparate?--mi pregò d'aspettare qualche giorno, perchè v'eran altre
piccole compere a fare, di cui voleva sbrigarsi al più presto. Pensai
rapidamente che le compere avevano un incalcolabile peso sulla nostra
felicità: mai, come in quei giorni, Lidia raggiava di salute fisica e
spirituale; era un lumeggiar continuo di sorrisi, un brillamento
d'occhi, un accondiscendere a tutto quanto dicessi e anche a quanto
stessi per dire,--senza precedenti nel nostro breve passato intimo.
In séguito a tale considerazione, credetti il premio adeguato alla
fatica di trattenerci qualche giorno ancora a Milano; e ricominciammo
il pellegrinaggio nei negozî, non più di stoffe, ma di gingilli.
Stavolta le compere eran d'un'inutilità sorprendente, e Lidia non
aveva nemmeno il coraggio d'assumere l'aria grave di circostanza; ma
quegli acquisti parevan più necessarî a lei, più fatalmente agognati,
che la stilla d'acqua alla gola riarsa d'Epulone.
Si perdeva e s'estasiava davanti agli oggettini da salotto nei quali
la diabolica scaltrezza dell'artefice aveva sudato a raggiunger la
perfezione; e per l'impaccio della scelta, non sapendo Lidia decidersi
fra due balocchi egualmente leggiadri, finiva collo sceglierli....
ambedue; e poichè l'intuizion già notata nella sarta, sembrava
ripetersi in tutt'i negozianti ai quali facevamo capo, a bella posta
essi mettevan troppo di frequente Lidia in quell'impaccio della
scelta, così disastroso per le sue conseguenze.
In casa, meglio che in ogni altro luogo, la superfluità delle nostre
compere strideva maledettamente; le camere eran già ricche di
decorazioni e d'ornamenti, ed ogni angolo aveva un mondo di gingilli;
inoltre, poichè l'appartamento nostro era stato arredato col consenso
di Lidia e colla sua approvazione, io non riusciva a comprendere
com'ella vedesse tanti e così spaventosi vuoti là, dove alcuni mesi
prima tutto le pareva giusto, appropriato, ben messo.
Eppure, ella trovava modo di fare spazio, bastante non solo per ciò
che aveva comperato, ma anche per ciò che doveva comperare, e innanzi
alle sue acrobatiche sovrapposizioni, s'entusiasmava vie più a
cominciar da capo l'indomani.
Tutto questo m'annoiava d'una noia grigia e vasta; io voleva partire.
Lidia mi pareva una bimba, ma la sua infantilità si prolungava oltre
misura, e s'io non avessi avuta in fondo al cuore un'eco di quella
tenerezza che ci aveva presi ambedue, al ritorno, nel riveder la
nostra camera nuziale, sarei scattato d'improvviso.
In un giorno, dunque, pieno di sonnolenza larga e morbida, che
attutiva anche il romor dei carri e delle carrozze, sotto la pioggia
sferzante, noi eravamo usciti come di solito.
Poco prima, Lidia s'era messa alla scrivania per mandare una lettera a
donna Teresa; ma dopo aver contemplata la carta colle cifre in
carattere antico, ella m'aveva chiamato:
--Sergio!--
Dal tono di voce, era chiara una supplica.
--Sergio, non ti sembra che questa carta sia sovranamente funebre?
Quelle cifre in nero.... anche il formato?...
--L'hai scelta tu, cara, se non m'inganno.
--Sì, è vero.... Ma ho sbagliato.... Che cosa dirà mamma, ricevendola?
Lei, così attenta a ogni cosa?...--
Pausa, di meditazione; poi, chiudendo l'asse scorrevole della
scrivania:
--Sergio!
--Lidia?
--Se io ti pregassi.... di cambiarla?
--Cambiarla?... colle tue cifre?... Bisognerà comperarne dell'altra; è
più spiccia....
--E tu, non te ne avresti a male?
--Di che? Se l'avessi fabbricata io, questa....
--Allora, Sergio.... Allora usciamo, sùbito? Piove: una bellissima
corsa, mi butto in ispalla la pelliccia, e in un minuto sono in
ordine....--
E in un minuto era stata in ordine veramente, senz'aiuto di cameriera,
infilandosi i guanti sulle scale, come se la casa dietro noi si fosse
incendiata e minacciasse un crollo. E perciò noi eravamo usciti, a
piedi, in mezzo al fango e all'accidia invernale.
Pareva una ragazzina scappata di scuola, Lidia, colle mani ricoverate
nel manicotto, appoggiandosi al mio braccio, tuffata nella pelliccia,
il cui bavero alto le riparava le orecchie dall'aria pungente.
La carta fu scelta, senza cifre, ma benchè Lidia ne fosse ammirata e
secondo il solito se ne portasse la scatola tra il seno e il manicotto
con materna sollecitudine,--io osservai ch'era di gran lunga migliore
quell'altra.
--No, no, t'inganni,--rispose Lidia.
In fondo, ella si curava pochissimo delle mie obiezioni: aveva la più
illimitata presunzione del proprio buon gusto....
--Aspetta,--diss'io, fermandola innanzi al negozio d'un libraio.
Mentre passavo, m'era parso di veder sulla copertina d'un elegante
volume, un nome che in quel posto era stranissimo.
--Gian Luigi Sideri,--lessi.--_Il lastrico dell'inferno, romanzo!_
Come è possibile?
--È un tuo amico?--domandò Lidia.
--Ma senza dubbio, un mio caro amico. È inesplicabile questo
risveglio....
--È inesplicabile che abbia scritto un romanzo? Perchè? Non avrà avuto
di meglio a fare....--
E Lidia, con un movimento del braccio mi accennò che desiderava
andarsene.
Dove mai Gian Luigi Sideri aveva trovata l'energia necessaria a far
qualche cosa?--io pensava, riprendendo con Lidia il cammino verso
casa.--Come mai era riuscito a darmi questa lezione di buona volontà?
Che cosa sentiva io perciò? Era invidia? No: era amarezza, malinconia,
per la dispersion di forze che caratterizzava la mia vita.... E
sorpresa anche, perchè fra quanti avrebbero potuto fermarsi sulla via
inutile, certo io non ascriveva Gian Luigi Sideri.
La nostra amicizia contava parecchi anni d'esistenza. Ci eravamo
conosciuti al teatro Manzoni, dove il conte Gian Luigi ed io avevamo
le poltrone fianco a fianco, e la mia attenzione era stata attirata
dall'irrequietezza nervosa di Gian Luigi, a pena contenuta per
l'abitudine ai salotti; durante gl'intermezzi, egli si rifugiava
nell'atrio compensandosi dell'immobilità forzata con delle evoluzioni
pel lungo e pel largo, a passo celere.
Fra un'armonia di gusti e un senso estetico squisitissimo, una
facilità a comprendere ogni cosa bella e originale, Gian Luigi portava
talvolta una nota così discorde, così strana, da non lasciar capire
come avesse potuto nascere in lui.
Le sue carrozze, per esempio, eran di forme e di colori detestabili
quanto la livrea della sua casa, e non gliele avevo perdonate se non
come effetto d'un certo disequilibrio di facoltà critiche.
Al contrario, la sua mente era piena di concetti e di visioni
graziose, sfumate; Gian Luigi aveva una cultura tutta d'apparenza, la
quale sussidiata da un acume non volgare, gli dava maggiori vantaggi
che non la mia, pesantissima; buon musicista, Gian Luigi componeva
ballabili e romanze, di colore azzurrino, su parole proprie, ma
un'ammirazione esagerata per tutto quanto veniva da Parigi, lo
costringeva a scriver francese; egli conosceva questa lingua forse
meglio della propria e la parlava volentieri, con accento
irreprensibile.
In fatto di letteratura, Gian Luigi s'era limitato sempre a imaginare
argomenti da romanzo o da novella, nei quali si poteva sùbito
rintracciar la sua tendenza per le cose un po' indeterminate, e per
gli acquerelli di piccole dimensioni; sfuggiva il dramma o lo decorava
di particolari arguti, che l'avvolgevan quasi in una nube e gli
toglievano i bagliori sinistri.... Questi argomenti, creati,
modificati, accarezzati nella fantasia, rappresentavano per Gian Luigi
altrettante lontane possibilità di lavoro, a cui pensava qualche volta
con rammarico, lamentandosi d'essere incapace di un'occupazione lunga
e abnegativa.
Quanto all'animo di lui, io non era tuttavia riuscito a definirlo con
esattezza. Era scettico, Gian Luigi, o indifferente, o fatuo, o
innamorato di qualche cosa o di qualcuno? Probabilmente, colla
instabilità sua particolare, egli era a vicenda tutto questo, ma un
certo riserbo lo salvava dal dimostrarlo. Senza dubbio, conosceva il
mondo, e in trent'anni di vita aveva corse le vicende istruttive degli
uomini liberi; senza dubbio, anche, era un sognatore, ma non un
sognatore classico, il quale attraversa doloroso l'esistenza in cerca
di sensazioni inaudite; bensì, un sognatore calmo, sorridente,
eclettico, il quale coglie il buono dove s'incontra e lo paragona alle
proprie aspettative.
Era un ammiratore di Laura Uglio, donna che per la sua beffarda
filosofia della vita, doveva singolarmente confarsi allo spirito di
Gian Luigi; forse, egli ne era stato anche l'amante, perchè in un
certo periodo, noi ci guardavamo con curiosità, stimolati dal
desiderio di farci una domanda e incapaci a formularla; ond'era fra
noi due rimasta quella specie di punto interrogativo, non mai
soddisfatto.
Laura, Gian Luigi, ed io, conoscevamo così profondamente i doveri ed i
diritti di ciascun di noi, che non amavamo affrontarci, preferendo un
fatto dubbio, larvato di convenienza, a una risposta secca e
noiosa.... Certo, nel calendario d'amanti che la società affibbiava a
Laura, il nome di Gian Luigi non era comparso; ma questo provava ben
poco, perchè non era comparso neppure il mio....
Ora, Gian Luigi,--scettico, indifferente, fatuo o innamorato, che
importava?--aveva d'un tratto raccolte le sue forze, aveva lavorato,
aveva dato alla luce un volume, un grosso volume, a quanto si vedeva,
che gli era costato almeno sei mesi de fatiche, i sei mesi del mio
matrimonio.
L'avvenimento era così straordinario, ch'io giunsi a casa senz'aprir
più bocca: salii le scale dietro Lidia, a testa bassa; mi ficcai nella
poltrona, presso Lidia, in salotto, dimenticando di guardar nel mio
studio se fosse arrivata la posta; e rimasi in quell'attitudine, colle
braccia incrociate, a pensare.
--Ah questa sì, va bene!--esclamò Lidia, sciogliendo l'involto della
carta da lettera.
Si mise innanzi allo scrittoio, dispose i fogli, prese la penna, mi si
rivolse:
--Che cosa debbo scrivere a mamma?--
E il libro di Gian Luigi--mi domandavo--quale esito aveva avuto? Un
buon esito, certamente, perchè Gian Luigi doveva aver gusto, l'istinto
della misura, che non s'insegna....
--Sergio!--chiamò Lidia, sorpresa.--Non hai udito: come debbo scrivere
a mamma?--
--Mandale i miei saluti,--risposi;--annunciale la nostra partenza....
--La nostra partenza!--ripetè Lidia con un sospiro.--Per quando, per
dove?
--Per quando vuoi, per dove vuoi....--
Ma ero stato un imbecille a non comperar sùbito il romanzo di Gian
Luigi: bisognava leggerlo, avevo urgenza di quel libro: volevo
stabilire immediatamente....
--È proprio necessario partire?--domandò Lidia, abbassando la testa
sul foglio di carta.
--Necessario?--esclamai.--Che domanda! C'è qualche cosa di necessario,
al mondo?
--Oh, Sergio!
--Ma sì; non c'è nulla di necessario, cara amica. Si parte, si
viaggia, perchè ciò è nelle abitudini, nelle tradizioni, e perchè
sarebbe lo stesso non partire, non viaggiare....
--Allora, non partiamo, e non viaggiamo!--fece Lidia in tono
secco.--Io sto bene qui.--
S'alzò dalla sedia e si mise a passeggiare pel salotto. Ella aveva
indossata una vestaglia verde-cupo, che aveva la vita brevissima, e
dal petto giù fino ai piedi, serbava una linea rigida e severa, appena
interrotta a metà da un nastro fissato ai fianchi e incrociato sul
davanti; somigliava così, Lidia, a una scultoria figura bizantina.
Cominciai dal gettarle un'occhiata d'ammirazione, senza muovermi dal
mio posto: quindi risposi:
--Allora, non partiamo e non viaggiamo!--
Lidia si fermò di botto; poi mi si avvicinò.
--Perchè dici questo?--ella chiese con voce calma.
--Perchè credo sia il tuo desiderio....
--Ah, no, no! Non è per questo che parli in tal modo, Sergio; io ti
conosco, ormai.--
Le parole furono dette quasi con benevolenza. La donna si passò una
mano sulla fronte, perchè dovevan presentarsele più argomenti d'eguale
importanza, che voleva tutti enunciare, in bell'ordine; e all'uopo,
sedette di nuovo innanzi alla scrivania, donde mi riusciva quasi di
faccia.
Ma mi alzai io dalla poltrona.
--Ebbene,--dissi un po' seccato.--Non si parte, perchè partire o
rimanere è affatto indifferente, come tutto il resto.--
E mi diressi, verso l'uscita, e raggiuntala senz'opposizione da parte
di Lidia, mi ritirai nel mio studio.