Una volta distolta dalle terribili preoccupazioni che le cagionò
l’accusa di sua sorella, colla presenza di Nelson a Napoli, lo spirito
ed il cuore della regina ritornarono, appena partito il capitano
inglese, verso la Conciergerie, come l’ago calamitato che per un
istante oscilla accidentalmente, ritorna invincibilmente al polo.
Il processo durante questo tempo avea preso una via rapida e fatale.
Rinviata al tribunale rivoluzionario e trasportata alla Conciergerie
il 1. agosto, Maria Antonietta aveva sostenuto un interrogatorio al 12
ottobre, ed al 16 era stata condannata a morte e giustiziata.
Benchè la regina di Napoli supponesse bene che la Convenzione non
avrebbe perdonato a Maria Antonietta, oggetto principale del suo
odio, il colpo che provò quando apprese la sua esecuzione non fu meno
terribile.
Udendo la morte di Luigi XVI, il dolore di Maria Carolina fu quello
di una donna; ma alla notizia di quella di sua sorella, non fu più un
abbattimento, fu collera, e collera di tigre.
Cadde in convulsioni accompagnate da grida e da minacce, in mezzo
alle quali i suoi lineamenti si alterarono in modo da dubitare che ne
avrebbe per sempre perduta la bellezza.
Come per la morte di Luigi XVI, si ordinò un lutto pubblico, e
pubbliche preci in tutte le chiese, e processioni funebri per le vie.
Infine la regina si chiuse nel suo appartamento, e rifiutò di ricevere
chiunque, eccettuata me sola.
Negli otto giorni che seguirono la notizia fatale non l’abbandonai
un’ora, dormiva nella sua camera, mangiava con lei, o piuttosto, —
diciamolo, — per otto giorni nè dormì nè prese cibo; finalmente le
riuscì di piangere, e si sentì un poco sollevata dalle lagrime. Ma in
questi otto giorni aveva fatto, e mi aveva fatto fare mille giuramenti
di vendetta.
Come si vendicherebbe, essa non lo sapeva ancora; come l’aiuterei
a vendicarla essa l’ignorava; ma, come faceva Amilcare al giovane
Annibale, mi metteva la mano sull’altare gridando: Vendetta, vendetta.
In quanto al re, egli parve molto commosso, e specialmente molto
spaventato nel primo e nel secondo giorno. Ma al terzo, sotto pretesto
di distrarsi, partì per la caccia e non apparve per una settimana.
Fu in questo momento che l’odio avvicinò la regina al ministro Acton:
tre volte al giorno lo mandava a chiamare, gli chiedeva le notizie
della guerra, e nel lasciarlo esclamava:
— Ma voi che siete un uomo trovatemi un mezzo per vendicarmi!
Acton la consolava allora per quanto poteva essere consolata, dicendole
in quali sanguinose convulsioni si agitava la Francia, raccontandole
quali ecatombe la ghigliottina ammucchiava sulla piazza pubblica:
i ventuno convenzionali decapitati al 31 ottobre; il duca d’Orléans
che li seguì al 6 novembre; la convenzione che decreta al 10 che al
culto cattolico è sostituito il culto della Ragione, al quale era
stata dedicata la chiesa di Nostra Donna a Parigi; Bailly che alla sua
volta saliva il patibolo l’11; finalmente le prigioni di Parigi che
rigurgitavano di prigionieri.
Ma un giorno lo vidi entrare pallido, coi denti serrati o frementi
di rabbia; la regina nel vederlo comprese che portava qualche notizia
fatale.
Essa si alzò in piedi, e stringendomi violentemente la mano che mi
teneva quando il generale era entrato:
— Che vi è ancora? dimandò.
— Vi è, signora, rispose Acton, che i repubblicani hanno ripreso Tolone.
— Tolone! esclamò la regina impallidendo. Hanno ripreso Tolone!
E se non sono otto giorni che voi mi dicevate d’aver ricevuto
dall’ammiraglio Hood una lettera in cui vi diceva: — «Se i Giacobini
riprendono Tolone, mi faccio Giacobino anch’io!»
— Ebbene, non gli rimane che di cacciarsi fino alle orecchie il
berretto rosso.
— Ma come ciò è possibile! — Secondo voi le genti che assediavano
Tolone erano degli imbecilli. — Cartaux, il generale Cartaux, dicevate,
era incapace di fare l’assedio di una città di terz’ordine.
— Ve lo ripeto ancora, signora, ma per disgrazia Cartaux è stato
richiamato, e Dugommier andò a sostituirlo. Ma non sono i generali che
hanno ripreso Tolone; a quanto pare, sarebbe stato un giovane uffiziale
interamente ignoto che fa la sua prima campagna.
— E che si chiama?
— Buonaparte.
— E chi è questo Buonaparte, un italiano?
— Sì e no.
— Come sì e no?
— È un Córso.
La regina pestò i piedi.
— Ripreso Tolone! esclamò, e stette per un momento silenziosa,
corrugando le sopracciglia e colle braccia convulse.
— E non avete altre notizie su questo Buonaparte?
— Ho detto tutto quello che ne so, signora. La notizia è stata portata
da un brik di commercio bloccato nel porto e che uscì colla flotta
inglese e la nostra; eccellente camminatore, la precedette, e preso
da un colpo di vento in vicinanza dell’isola d’Elba, è venuto in tre
giorni dalla Pianosa a Napoli.
— Chi avete interrogato?
— Il capitano.
— Non potrei vedere quest’uomo?
— Nulla di più facile, ma mi disse tutto ciò che sapeva.
— Quando credete di avere altre notizie?
— Questa sera o dimani mattina al più tardi.
In questo momento il generale rivolse macchinalmente gli occhi verso il
mare.
— Guardate, signora, diss’egli, ecco un bastimento che viene verso
di noi a gonfie vele; mi sembra di vedere sull’orizzonte degli altri
bastimenti che lo seguono.
— Prendi il cannocchiale, Emma, disse la regina.
Difatti la regina aveva chiesto un buon cannocchiale al capitano
Nelson, che le mandò il migliore dell’_Agamennone_.
Il generale Acton lo prese, ed avendolo messo al suo punto, lo fissò
sul bastimento che appariva sull’orizzonte.
Poi ricacciando col palmo della mano i tubi l’un dentro l’altro:
— Od io m’inganno di molto, disse, o prima di due ore avremo notizie
esatte, e da un uomo che avrà nulla perduto di ciò che è avvenuto.
— Voi avete riconosciuto il bastimento? domandò la regina.
— Credo che sia la Minerva. — Capitano Francesco Caracciolo.
— Ah! disse la regina, se è lui, prevenitelo che desidero di parlargli
e di parlargli per la prima; voi lo accompagnerete, generale, se lo
volete, ma che venga subito qui.
Il generale fece un inchino ed uscì.
Noi restammo sole; la regina riprese il cannocchiale e seguiva cogli
occhi la corvetta fino a quando entrò nel porto; ma prima che fosse
entrata aveva scambiato dei segnali col castel dell’Uovo, di modo che
il capitano non attese nemmeno che l’áncora toccasse il fondo, per
scendere nella lancia e remigare verso la darsena.
Da lontano si vedevano cinque o sei bastimenti che sembravano più o
meno avariati, e che venivano, secondo le avarie sofferte, più o meno
lentamente.
Dopo aver perduto di vista la scialuppa in cui era il comandante
della corvetta, gli occhi della regina si erano rivolti sulla porta
d’entrata.
Dopo dieci minuti udimmo dei passi che si avvicinavano rapidamente.
La porta si aperse, ed il generale Acton annunziò egli stesso:
— Il capitano Francesco Caracciolo.
Il capitano entrò, fece un profondo saluto di cui ebbi tutta la libertà
di prendere la mia parte se mi conveniva, e attese l’interrogatorio
della regina.
— Eh! buon Dio! signore, disse, che mi si dice? quest’infami di
Giacobini ci hanno ripreso Tolone, non è vero?
— Bisogna bene che sia vero, signora, rispose il principe Caracciolo
con un tristo sorriso, perchè io son qua.
— E si è reso così Tolone, senza combattere?
— Si è combattuto, signora, perchè noi abbiamo avuto due cento morti e
quattro cento prigionieri.
— Allora spiegatemi questa disfatta, signore, perchè è una disfatta,
non è vero?
— In tutto il significato della parola, ed in tutta la realtà della
cosa.
— Ma chi ha potuto mutare l’aspetto degli affari in sì pochi giorni?
— Un uomo di genio, signora.
— Quel Buonaparte?
— Sì, quel Buonaparte.
— Che ha dunque fatto?
— Ha conosciuto il solo punto in cui Tolone era attaccabile, l’ha preso
alla baionetta e di là ha diretto il suo fuoco sopra Tolone.
— E poi, e poi.... continuate; vedete bene che vi ascolto, signore.
— Ebbene, signora, dopo quando si videro gli obici incendiare la
città, quando si videro i due forti di Leguilette e di Balagnier a
congiungersi col piccolo Gibraltar per fulminare Tolone, la discordia
si è messa fra gli Inglesi, gli Spagnuoli ed i Napolitani. Gl’Inglesi,
pronti ad abbandonare la città senza farne parte nè agli Spagnuoli
nè a noi, misero fuoco all’arsenale, ai magazzini della marina, ed
ai bastimenti francesi che non poterono condurre, e cominciarono ad
imbarcarsi sotto il fuoco delle batterie francesi, abbandonando quelli
che avevano tradito la Francia per essi, e che li tradivano alla lor
volta. Allora, signora fu una confusione, una fuga, uno sbaraglio;
gl’Inglesi fecero tirare sui realisti che si arrampicavano sui fianchi
dei loro vascelli per fuggire alla vendetta dei patrioti. Io non ho
creduto di dover fare come essi, ho menato a bordo una ventina di
realisti e fra questi il governatore della città, il Conte Maudit. Io
condussi questi infelici, e che muoiano almeno di fame qui, se il re
non ha pietà di loro, piuttosto che morire là fucilati e decapitati.
— Voi avete fatto bene, signore, esclamò la regina, ed i vostri
realisti non morranno di fame, ve lo dico io, perchè se il re ricuserà
di dar loro del pane, venderò i miei diamanti per dargliene io.
Caracciolo fece un inchino.
— Io non so, signore, continuò la regina, se la mia influenza andrà
sino al punto di farvi nominare ammiraglio. Ma in ogni caso dimanderò
al re ed al signor Acton che questo favore... mi sbaglio... che questa
ricompensa vi sia accordata.
La regina fece un movimento colla mano. Il principe fece un inchino ed
uscì.
— Che ne dite voi di ciò, signore? chiese la regina ad Acton.
— Dico, signora, che il principe Caracciolo non ama gl’inglesi, da
ciò viene la cattiva parte che fa rappresentare ai miei compatrioti in
questa faccenda.
— Il che vuol dire che non sarete del mio avviso quando si discuterà in
consiglio se il grado che dimanderò pel capitano Caracciolo gli verrà
accordato.
— Vostra Maestà, disse Acton facendo un inchino, sa che sono sempre
del suo avviso; intanto Vostra Maestà non troverà male che dia senza
ritardo degli ordini perchè i vascelli e gli uomini che entreranno
in porto, siano fatti oggetto della cura e della sollecitudine del
governo.
— Fate, signore, fate; fate curare i feriti e gli ammalati, e dare
le ricompense a quelli che si sono bene condotti: noi non siamo una
potenza abbastanza grande per avere il diritto di essere ingrati verso
i nostri difensori.
Acton si ritirò.
Alla sera il re ritornò dalla caccia; verso le undici ore di sera la
regina si informò di ciò che aveva fatto e detto.
Aveva cenato molto tranquillamente; si era fatto contare a cena gli
avvenimenti di che si era avuto notizia: non disse nulla, e se ne andò
a letto.
A mezza notte la regina mi disse di accompagnarla. La vidi con istupore
a prendere un pugnale ed una matita nera, e quando le chiesi cosa
andava a fare:
— Vieni con me, mi disse, e lo vedrai.
La seguii pel corridoio sempre solitario pel quale il re veniva da lei,
ed essa andava dal re; arrivammo in un piccolo salotto che precedeva la
sua camera da letto.
Si fermò, e si pose ad ascoltare se non udiva rumore. Profondissimo
era il silenzio, e nella camera ove il re dormiva profondamente, ed
in quella del gentiluomo di servizio. La regina si avvicinò alla porta
della camera da letto di suo marito, vi conficcò il pugnale e dandomi
in mano la matita:
— Tu, di cui non conosce la scrittura, mi disse, scrivi intorno a
questo pugnale ciò che ti dirò.
Posai la punta della matita sul legno della porta.
— Scrivi: Tutte le mode vengono di Francia.
Io lo scrissi.
— Ora vieni, mi disse, vedremo se farà dimani colezione così bene come
ha cenato questa sera.