Il primo febbraio Lucrezia continuò sul canale il viaggio per Ferrara.
A Malalbergo trovò Isabella Gonzaga, venuta ad incontrarla. La marchesa
era stata premurosamente invitata dal padre per fare in palazzo gli
onori della festa. Ma era però a malincuore accondiscesa alla chiamata.
Nondimeno con furia gioiosa — così scriveva ora al marito, rimasto
a casa — salutò e abbracciò la cognata, appena giunta. L'accompagnò
quindi sul navilio sino a Torre della Fossa, ove il canale sbocca in
uno de' rami del Po. Il Po scorre maestoso a quattro miglia da Ferrara,
e solo un braccio secondario, il Po di Ferrara, ovvero, come oggi si
chiama, il Canale di Cento, tocca la città, ove si divide in Volano e
Primano, i quali vanno poi a scaricarsi nell'Adriatico. Questi non sono
che meschini canali; e il navigarvi non potè essere in alcun tempo un
diletto, nè un grandioso spettacolo.
A Torre della Fossa stava ad aspettare il duca con Don Alfonso e con
la corte. Quando Lucrezia ebbe posto piede a terra, egli la baciò;
dopo che questa ebbe a lui stesso con grande riverenza baciato la
mano. Salirono quindi tutti sopra un Bucintoro sontuosamente ornato.
Gli ambasciatori stranieri e molti cavalieri furon presentati alla
sposa, della quale toccarono la mano. Tra suoni e trombe e sparo di
cannoni si giunse a Borgo San Luca, ove si scese. Lucrezia entrò nel
palazzo di Alberto d'Este, fratello naturale di Ercole. Fu ricevuta da
Lucrezia Bentivoglio, figlia naturale di Ercole e da molte gentildonne.
Il siniscalco del duca le presentò madonna Teodora e dodici signorine,
destinate per sue dame di compagnia in Ferrara. Cinque belle carrozze,
ognuna con quattro cavalli, le furono offerte come regalo del suocero.
Quella casa di campagna è andata in rovina. Il sobborgo di San Luca
esiste; ma tutto v'è così mutato, che dei tempi, de' quali parliamo,
non rimane vestigio.[188]
La residenza degli Este rigurgitava già di migliaia di nuovi venuti
dietro invito del duca o per curiosità. I grandi vassalli dello Stato
erano tutti presenti. Ma di principi regnanti nessuno. I signori di
Urbino e di Mantova si fecero rappresentare dalle mogli. Annibale era
rappresentante della casa de' Bentivoglio. Roma, Venezia, Firenze,
Lucca, Siena e il re di Francia avevan mandati ambasciatori, che furono
ospitati ne' palazzi della nobiltà. Cesare stesso se n'era rimasto a
Roma, e si fece rappresentare da' cavalieri suoi. Doveva invece, per
desiderio di Alessandro, la moglie, Carlotta d'Albret, venir di Francia
a Ferrara per le feste, e soggiornarvi un mese. Ma nemmeno essa si
lasciò vedere.
Ercole, aveva provvisto con profusione regale agli apparecchi per le
feste. Da settimane i magazzini della corte e della città riboccavano
di provvigioni. Ciò che la Rinascenza aveva prodotto di bello anche
in Ferrara, presso una corte piena di gusto e di spirito, fra una
cittadinanza agiata, nel cui seno studii, arti, industrie erano in
fiore, fece di sè copiosa mostra in quella occasione.
L'ingresso quindi di Lucrezia il 2 febbraio fu uno de' più splendidi
spettacoli di quel tempo. E per Lucrezia stessa fu l'ora più festosa
della vita, come quella, nella quale giungeva a quanto di più alto e di
migliore la natura sua potesse aspirare.
Due ore dopo mezzogiorno il duca con tutti gli ambasciatori e la corte
andò al palazzo d'Alberto a prendere la sposa.[189] La cavalcata si
dispose per entrare, traversando il ponte sul Po, per porta di Castel
Tedaldo, fortezza ch'oggi più non esiste.
Aprivano il corteggio 75 arcieri a cavallo, in divisa di casa d'Este,
bianco e rosso; e dietro, 80 trombetti e molti pifferi. Seguivano
i nobili di Ferrara senza ordine; poi le corti della marchesa di
Mantova, rimasta in palazzo, e della duchessa di Urbino. Veniva quindi
Don Alfonso a cavallo con a lato il cognato Annibale Bentivoglio,
circondato da otto paggi. Era vestito in velluto rosso alla francese,
berretto di velluto nero al capo, ornato di oro battuto. Portava scarpe
alla francese di velluto nero, e sopra uose di damasco incarnato. Il
cavallo baio era ornato di cremisino e oro.
È singolare che Don Alfonso non entrasse in Ferrara accanto alla sposa:
ma l'etichetta del tempo aveva modi di vedere diversi da' nostri. Lo
sposo alle prime file, la sposa al centro, e il suocero in coda: voleva
significare che Lucrezia era il personaggio principale della festa.
Dietro ad Alfonso seguiva appunto la cavalcata della sposa: prima paggi
e ufficiali di corte, poi molti cavalieri spagnuoli; cinque vescovi;
quindi gli ambasciatori in ordine ascendente, ultimi i quattro deputati
di Roma, sopra bei cavalli, in lunghi mantelli di broccato e neri
berretti di velluto in testa. Dopo, sei suonatori di tamburi e due
buffoni favoriti di Lucrezia.
Ed eccola lei, la sposa, sfavillante di bellezza e di felicità, sopra
bianco destriero coperto di scarlatto; e intorno intorno scudieri.
Lucrezia portava gamurra a maniche aperte, di velluto nero, listata
finamente d'oro e sbernia di broccato d'oro foderata di ermellino.
In testa una rete quasi a forma di velo, scintillante di diamanti e
d'oro, senza diadema: regalo del suocero. Al collo un filo di grosse
perle e rubini, che una volta era stato della duchessa di Ferrara, come
Isabella Gonzaga notava sospirando. La bella chioma fluttuava disciolta
giù per le spalle. Cavalcava sotto un baldacchino di porpora, che
portavano, alternandosi, i dottori di Ferrara, cioè dire, i membri del
collegio di Diritto, Medicina e Matematica.
Per far onore al re di Francia, protettore di Ferrara e de' Borgia,
Lucrezia aveva chiamato appresso di sè l'ambasciatore francese Filippo
Della Rocca Berti, e fattolo rimanere alla sua sinistra. Sicchè questi
le cavalcava a fianco, ma non sotto il baldacchino. Tale distinzione
stava a dimostrare come quel potente monarca fosse veramente colui che
conduceva questa sposa nel palazzo degli Este.
Dietro di Lucrezia veniva il duca in velluto nero, sopra cavallo
morello, coperto del velluto stesso. E alla sua sinistra la duchessa di
Urbino, anch'essa in abito di velluto nero.[190]
Seguivan poi nobili e paggi; quindi gli altri principi di casa d'Este:
ciascuno a fianco di una delle dame di Lucrezia. Mancava solo il
cardinale Ippolito, rimasto a Roma.[191] Delle donne, che avevano
accompagnato Lucrezia, tre soltanto erano a cavallo, Jeronima Borgia,
la moglie di Fabio Orsini, un'altra Orsini, che non è indicata con
maggior distinzione di questo, e madonna Adriana, «vedova e nobile
donna e parente del Papa.»[192]
Appresso, quattro carrozze di gala con dame d'onore di Ferrara
bellamente ornate, delle quali dodici damigelle deputate alla corte
della giovane duchessa. Venivan poscia condotti a mano due muli
bianchi e due cavalli bianchi del pari, coperti di velluto e seta e con
preziosi ornamenti d'oro. E dietro un treno di 86 muli carichi della
guardaroba e de' tesori della sposa. Passando questo lungo seguito in
mezzo alla folla accorsa, i buoni Ferraresi dovettero dirsi, che Don
Alfonso s'era scelto una ricca sposa. Solo però pochi seppero pensare
che tutte quelle balle e quei forzieri e bauli, trascinati a mostra con
tanto fastosa iattanza, altro non erano che una prodigalità esercitata
a spese de' paesi della Cristianità.
Alla porta di Castel Tedaldo il cavallo di Lucrezia per un colpo di
cannone s'impennò, cacciando di sella quella ch'era pure la figura
principale dello spettacolo. La sposa fu presto in piedi; il duca la
fece montare sopra una mula bianca, e il corteggio tirò via. Vi furono
le salutazioni d'uso da archi di trionfo e da tribune, declamazioni e
scene mitologiche, delle quali la più notevole fu un seguito di ninfe,
che circondavano la loro regina, assisa sur un bove rosso; mentre
alcuni satiri saltavano intorno. Il Sannazzaro avrebbe potuto pensare
che il motivo di siffatta apoteosi dell'arme de' Borgia stésse nel suo
epigramma, col quale aveva deriso la Giulia Farnese, figurandola quale
Europa sul toro.
Giunto il corteggio sulla Piazza del Duomo, scesero da due torri due
acrobati a rivolger complimenti alla sposa. In quell'epoca al festevole
si disposava sempre il grottesco.
Era già sera, quando la cavalcata arrivò sulla Piazza del Duomo,
alla residenza del duca. A questo punto fu concessa libertà a tutti i
carcerati. I trombetti e pifferi si raccolsero tutti insieme e fecero
risuonare alto i loro istrumenti.
È difficile determinare con esattezza ove fosse allora la residenza, in
cui si fermò Lucrezia. Gli Este avevano edificato nella città parecchi
palazzi che abitavano con vece alterna: Schifanoja, Diamanti, Paradiso,
Belvedere, Belfiore e Castel Vecchio. Un cronista della città, tra
le abitazioni «che i signori di casa d'Este possedevano,» indicava
nell'anno 1494 pel duca il Palazzo del Cortile e poi Castel Vecchio;
per Alfonso, Castel Vecchio; pel cardinale Ippolito, il Palazzo della
Certosa.[193] Nell'anno 1502 Ercole adunque dimorava in uno de' due
palazzi nominati, i quali, del resto, erano congiunti; mentre da Castel
Vecchio a Piazza del Duomo era tutta una serie di edifizii, che si
terminava col Palazzo della Ragione. Questa specie di congiunzione
sussiste ancora, abbenchè tutti gli edifizii siano mutati.
La residenza del duca in quel tempo era rimpetto al Duomo: aveva
un'ampia corte con scala di marmo, e di qui il nome di Palazzo del
Cortile. Questa è probabilmente la corte stessa chiamata oggi Cortil
Ducale. Vi si entrava dalla Piazza del Duomo pel portone, ai lati del
quale stanno le due colonne, che un tempo sostenevano le statue di
Niccolò III e di Borso. I narratori dell'ingresso di Lucrezia dicono
espressamente, ch'essa scese di cavallo _alle scale del Cortile di
marmo_.
Fu quivi ricevuta dalla marchesa Gonzaga con molte dame di alto
lignaggio. La giovane moglie di Alfonso, se la commozione del momento
glien'avesse lasciato campo, avrebbe potuto osservare sorridendo,
come la nobile casa d'Este le avesse schierata davanti per darle
il benvenuto tutta un'accolta, brillante veramente, di bastarde. Su
quella scala venne difatti salutata da Lucrezia, figliuola naturale di
Ercole e moglie di Annibale Bentivoglio, e da tre figliuole naturali
di Sigismondo d'Este, Lucrezia contessa di Carrara, Diana contessa
Uguzoni, e Bianca Sanseverino.[194]
S'era fatto notte: fiaccole e doppieri illuminavano il palazzo. Fra
lo strepito di pifferi e trombette la giovane coppia fu condotta
nella Sala di ricevimento, ove sedette in trono. Ebbero luogo le
presentazioni d'uso delle persone di corte, e probabilmente un oratore
rivolse allora a madonna un discorso d'occasione, pel quale il duca
aveva fatto raccogliere notizie sulla casa Borgia. C'è ignoto il
nome del fortunato oratore; ma conosciamo invece alcuni poeti, che
presentarono alla bella principessa i loro epitalamii. Niccolò Mario
Paniciato tutto pieno d'entusiasmo compose una serie di poesie ed
epigrammi latini in onore di Lucrezia, di Alfonso e di Ercole, che
raccolse sotto il titolo Borgias. Vi sono, fra l'altre, ferventissime
felicitazioni per lo sposalizio della giovane coppia; e la bellezza di
Lucrezia vi è magnificata più di quella di Elena, perchè accoppiata con
pudore incomparabile.[195]
Questo poeta, a quanto pare, non fece imprimere i suoi versi, sicchè
n'è rimasto solo il manoscritto nella Biblioteca di Ferrara. Invece
la vigilia dell'ingresso lo stampatore Lorenzo tirò un epitalamio
composto da un giovane latinista. Era Celio Calcagnini, divenuto più
tardi celebre anche come matematico, favorito del cardinale Ippolito e
amico pure del grande Erasmo. Semplicissima è la favola della poesia.
Venere abbandona Roma e accompagna Lucrezia; Mnemosine ingiunge alle
figliuole, le Muse, di magnificare la nobile principessa, il che esse
fanno, del resto, con grande esuberanza. Non son dimenticati i principi
della casa. Euterpe canta la lode di Ercole, Tersicore encomia Alfonso,
e Calliope porta a cielo il trionfo di Cesare in Romagna.[196]
Fra i poeti di Ferrara, che recarono omaggi, apparve anche in
quest'occasione un altro, che sin d'allora dava già molto a sperare del
genio suo, Lodovico Ariosto, allora di 27 anni, già conosciuto alla
corte di Ferrara e ne' circoli de' dotti italiani come latinista e
commediografo. Anch'egli scrisse e presentò a Lucrezia un epitalamio.
È semplice e grazioso, senza pedanteria mitologica, ma non notevole
per invenzione. Il Poeta celebra la fortuna della città di Ferrara,
che omai tutti gli stranieri invidieranno pel possesso di un gioiello
incomparabile; mentre Roma, per la perdita di Lucrezia, è fatta povera
e caduta ancora una volta in rovina.[197] Egli esalta la giovane
principessa come _pulcherrima virgo_, e sin d'ora allude a Lucrezia
antica.
Finite le cerimonie del ricevimento, il duca condusse la nuora
nell'appartamento per lei preparato. Ella poteva starsi più che
contenta dell'accoglimento trovato in casa d'Este. Anche l'impressione
dalla sua persona prodotta fu la più favorevole. Il cronista Bernardino
Zambotto scriveva in proposito: «La sposa è di età di 24 anni (e in ciò
s'ingannava), bellissima di faccia, occhi vaghi e allegri, dritta di
persona e di statura, accorta, prudentissima, sapientissima e allegra,
piacevole ed umanissima. Tanto piacque a questo popolo, che tutti ne
hanno preso consolazione grandissima, sperando aiuto e buon governo
da Sua Signoria; e ne pigliano gran contento, sperando questa città
doverne conseguire molti benefizii, massime per l'autorità del Papa, il
quale ama sommamente sua figlia, come lo ha dimostrato con la dote data
e con le castella concesse a Don Alfonso.»[198]
La grazia di Lucrezia dev'essere stata allora proprio affascinante.
Lo mostra il medaglione che abbiam di lei; e, del resto, i testimoni
oculari lo dicono tutti. Il Cagnolo di Parma scriveva: «È di mediocre
statura; gracile d'aspetto; di faccia alquanto lunga; il naso ha
profilato e bello; aurei i capelli, gli occhi bianchi, la bocca
alquanto grande; candidissimi i denti; la gola schietta e bianca,
ornata con decente valore. In tutto l'esser suo continuamente allegra e
ridente.»[199]
_Bianco_ chiama il Cagnolo il colore degli occhi di Lucrezia. Vuol
dire che lo smalto bianco nell'occhio deve aver fatto in lui maggiore
impressione del colore dell'iride; e questo avrebbe, senza dubbio,
chiamato nero o cilestre, se fosse stato decisamente l'uno o l'altro.
Il fiorentino Firenzuola nel suo Trattato _Della perfetta bellezza
di una donna_ vuole biondo il capello, gli occhi bianchi con pupilla
non interamente nera, abbenchè sia amata da Greci e Italiani. Il
miglior colore degli occhi è, com'egli dice, _tanè_.[200] A Lucrezia,
tutta spirante grazia, col viso giocondo e con l'aurea chioma, doveva
adattarsi un occhio di colore indeterminato, che a noi piace immaginar
di un grigio chiaro anzichè bruno. Appunto questa indeterminatezza
dell'iride spiega come anche i poeti di Ferrara, che cantarono allora
il magico potere dell'occhio della bella duchessa, tacessero del
colore.
Non già la forma eletta nè la bellezza classica, ma una grazia
indescrivibile, cui s'aggiungeva alcunchè di misterioso e di strano,
era la forza, mercè la quale quella donna singolare affascinava
tutti gli uomini. Venustà e mansuetudine nell'aspetto, giovialità ed
amorevolezza nel parlare sono qualità che in lei celebrarono tutti i
contemporanei.[201] Raffigurando questo aspetto animato di tinte così
graziose e tutto pieno di spirito, con quei grandi occhi penetranti,
con quelle ciocche di aurei fluttuanti capelli, si ha dinanzi una
bellezza romantica, quale forse lo Shakespeare deve aver pensato
l'_Imogene_.