CAPITOLO IX

Come l'autore trova la Morte,

la quale parla acerbamente contro i mortali.

--Le rote delli ciel tanto son vòlte

--disse Minerva,--che, da che venisti,

tre ore della vita t'hanno tolte.

La vita e 'l tempo, se tu ben udisti,

5 son una cosa; e quanto dell'un perde,

tanto perdi dell'altro e tanto acquisti.

Convien omai che tu cammini inver' de

colei, la quale a ciò che nasce è fine,

e che fa secco ciò che pria fu verde.

10 Non col passo dei piè te gli avvicine

o meno o piú, ma di sopra li cieli

voltati fan che tu ver' lei cammine.

--Con tanta oscuritá il dir mi veli

--risposi a lei,--che ben io non l'intendo

15 qual fine è questo, se tu non riveli.

Per quel che tu m'hai detto, ben comprendo

che giá tre ore mia vita è scemata,

mentre noi queste cose andiam vedendo.--

Ed ella a me:--Stolto è colui che guata

20 solo alla vita e non rimira il porto,

al qual fa ogni dí una giornata.

In questa valle, nella qual t'ho scorto,

vedrai la Morte--Palla mi sobiunse;--

però fa' che, passando, tu sie accorto.--

25 Sí gran timore allora al cor mi giunse,

quand'io udii dover veder la Morte,

che ancor mi punge: tanto allor mi punse.

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E le mie guance diventonno smorte,

ché 'l sangue si restrinse tutto al core,

30 come natura fa, perché 'l conforte.

Però la dea a me:--Perc'hai timore

di quella cosa, che convien che sia

e debbesi aspettar in tutte l'ore?

Dato è il quando e l'ordine e la via

35 del pervenire al termine giá posto:

né fia la morte piú tarda, né in pria.

E, se non sai se egli è tardo o tosto

della tua vita il tuo ultimo punto,

star déi ognora accorto e ben disposto.

40 Acciò che tu non sia improvviso giunto,

propon' che il tempo incerto, che ti resta,

sia tutto giá presente ovver consunto.

Il tempo logra a voi la mortal festa;

e le tre Parche tessono alla voglia

45 di quel Signor, che a tempo ve la presta.

E, quando Morte di quella vi spoglia,

rimane in voi ciò che non gli è subietto:

però l'alma non sente mortal doglia;

ché vostra volontá e l'intelletto

50 e tutto quel che 'n voi non è brutale,

subsiste piú vivace e piú perfetto.

In terra torna il corpo animale,

e l'alma, ch'è dal ciel, su al ciel riede,

ciascun al suo principio originale.--

55 Gran passion gran conforto richiede;

però Minerva alla mia gran paura

questa monizion lunga mi diede.

Com'uom che va per la via non sicura,

che mira e tace pel sospetto grande,

60 cosí, temendo, intorno io ponea cura.

E però Palla a me:--Mentre tu ande

inverso a quella, a cui pervenir déi,

perché pur temi e di lei non domande?--

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Ond'io risposi:--Volontier saprei

65 quant'ella sta ancor a noi da cesso,

innanti ch'io pervenga insino a lei.--

Ed ella a me:--A voi non è concesso

del cammin vostro di saper il quanto;

ma ella in ogni loco è molto appresso;

70 ch'ella discorre ed è veloce tanto

per questa valle, per la qual tu vai,

che in ciascun punto ell'è in ogni canto.--

Per questo piú acuto allor mirai

e vidi lei in un caval sedere

75 negro e veloce piú che nessun mai.

Avea le guance guizze, magre e nere:

crudel la vista e sí oscura e buia,

ch'io chiusi gli occhi per non la vedere.

E perché ogni uomo volontier s'attuia

80 gli occhi per non vederla, tanto è brutta,

per ciò ella va occulta come fuia.

--Mia--sí dicea,--mia è la gente tutta:

quanta n'è nata e nascerá al mondo,

destruggerò e l'altra ho giá destrutta.

85 Quando alcun crede star sano e giocondo,

io l'assalisco, e quanto è piú gagliardo,

piú tosto al mio voler lo mando al fondo.

Imperatori o re non ho in riguardo;

a' miseri, che stanno in pena acerba,

90 mando mie' morbi, ed a lor io vo tardo.

Ciò che nasce nel mondo, a me si serba,

e che ha carne e corpo, cresce e vive:

tutto fia mio insino all'ultim'erba.--

Di molti morti io vidi poscia quive

95 sí grande strage, che rispetto a quella

nullo poeta sí grande la scrive;

non quella che riempiè i moggi d'anella,

non quella che la peste fe' in Egina,

né quella, della qual Lucan favella.

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100 Di quelli morti tra la gran rovina

un si levò, che solo il cuoio e l'osse

avea e verminose le intestina.

E disse:--Poiché noi siam nelle fosse,

son nostri alunni e compagni li vermi.

105 Oh fine oscuro delle umane posse!

E, perché questo io meglio vel confermi,

guatate i corpi fracidi di noi:

per me' vedergli, alquanto state fermi.

Quali ora siete voi, ed io giá foi:

110 e quale io sono, tutti torneranno

que' che son nati e che nasceran poi.

In questo loco papi meco stanno,

imperatori, re e cardinali;

né piú che gli altri qui potenzia hanno,

115 perché all'estremo tutti quanti equali

ne fa la morte, ai ben felici atroce,

e tarda e dolce agl'infelici mali.

Oh lasso me! L'indugio quanto nòce!

E quel, che si dé' fare, averlo fatto,

120 oh quanto acquista del tempo veloce!

Io perdei Pisa e poi Lucca in un tratto;

e questo il fe' la mia pigrizia sola,

ché non soccorsi, com'io potea, ratto.

Io fui giá Uguccion dalla Fagiola.--

125 Poi come morto ricadde supino,

ratto ch'egli ebbe detto esta parola.

Io ingavicchiai le mani, e 'l viso chino

tenea: per questo il cor sí m'invilío,

ch'io non curava piú del mio cammino.

130 Ma quella, che guidava il passo mio,

disse:--Che hai, che stai ammirativo

e, come pria, venir non hai disio?

Non sapei tu che ombra è 'l corpo vivo,

e che trapassa e fugge come un vento,

135 e cibo a' vermi è poi, di vita privo?

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Se tu non vuoi, morendo, essere spento,

cammina sí, che quella vita cresca,

che 'l ciel non logra col suo movimento.--

Come infingardo, a cui l'andar incresca,

140 e, perché vada ratto, alcun gli grida,

ch'allor s'affretta e li passi rinfresca;

cosí fec'io al dir della mia guida,

tanto ch'io trapassai il regno afflitto

del rio pirata e crudele omicida.

145 E dietro alla mia dea andando io dritto,

pervenni in loco, ove trovai una porta;

e quel che seguirá quivi era scritto,

il qual io lessi ed anco la mia scorta.

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Il Quadriregio · 第 48 / 157 题