CAPITOLO III

Come l'autore mediante la dea Minerva ritornò dell'inferno,

dove era disceso.

Denanti a me andava la mia guida,

e poi io dietro per una via stretta,

seguendo lei come mia scorta fida.

Andando come alcun che non sospetta,

5 subitamente un gran tuon mi percosse,

sí come Iove il fa, quando saetta.

E questo il sentimento mi rimosse,

tanto ch'io caddi quand'egli mi colse,

sí come un corpo che senz'alma fosse.

10 Dal punto che li sensi il tuon mi tolse,

insin che 'n me tornai, una gross'ora,

al mio parer, di tempo il ciel rivolse;

ché, quando io caddi, veniva l'aurora,

e giá toccava l'orizzonte il sole;

15 e poscia il vidi un mezzo segno fuora.

Su mi levai senza far piú parole,

cogli occhi intorno stupido mirando,

sí come l'epilentico far suole.

Dicea fra me:--Oh Dio! or come e quando

20 son qui venuto?--e stava pauroso.

Dov'è Minerva, ch'andai seguitando?

Sotto qual parte del ciel io mi poso?

Sto sotto il Cancro, o sto io sotto l'Orse

con quelli che han sei mesi il sol nascoso?--

25 Cosí, mirando intorno, alfin m'accorse

che mi guardava e stava a destra banda

la saggia donna, che la via mi scorse.

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A me parlando senza mia domanda,

mostrò due vie, e disse:--D'este due

30 prendi qual vuoi, ed a tuo piacer anda.

Questa, ch'è arta e che mena alla 'nsúe,

è nel principio molto aspera e forte,

ma poi nel fine ha le dolcezze sue.

Quest'altra, che tu ve', che ha sette porte

35 e che è lata e mena giuso al basso,

è dolce in prima e poi mena alla morte.--

Oh semplicetto me, ignorante e lasso!

Presi la via, che all'ingiú conduce,

perché piú lieve mi parea al passo.

40 E nell'entrata è ver che quivi è luce;

ma, perch'è scura quanto piú giú mena,

andai poi come un cieco senza duce.

Cosí, privato di luce serena,

io giunsi in poco tempo insino al centro,

45 onde nullo esce senza forza e pena.

Quando mi vidi condutto lí entro,

dicea tra me:--Come son qui venuto

in questo fondo, ove io cosí m'inventro?

--Non cercar ora come se' caduto

50 --disse Minerva dalla lungi alquanto,--

ma pensa uscirne e che a ciò abbi aiuto;

ché 'ngiú andando sei disceso tanto,

che piú che 'n testo loco non si scende,

e chi n'uscisse sal da ogni canto.

55 --Io prego, o dea, il braccio a me distende

--diss'io,--ché uscirne m'affatico invano,

se tu con la tua destra non m'apprende.--

Allor dea Palla stese a me la mano

e di quel fondo, dove io m'era messo,

60 mi trasse su, tirandomi pian piano.

Quand'io fui ito un miglio su da cesso

dal loco, che Satán lassato ha vòto,

trovai Cocito e 'l laco suo da presso.

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E, perché questo laco è piú remoto

65 da ogni caldo di sole e di foco,

piú fredda cosa non ha 'l mondo toto.

E tutto il freddo e ghiaccio, ch'è 'n quel loco,

ove la tramontana fa 'l zenitte,

rispetto a quello par niente o poco.

70 De' traditori l'anime confitte

vid'io nel ghiaccio, che Iuda e Caino

seguiron giá con fatti e parol fitte.

E, perché in poco tempo gran cammino

avea a far, di lí la dea mi trasse

75 inverso a un monte, a quel laco vicino.

Per una grotta volle ch'io andasse

dentro fra 'l monte, e sette miglia suso

per la via oscura e con le gambe lasse.

Quant'io vedrei con ciascun occhio chiuso,

80 tanto vedea lí con l'occhio aperto,

insin che uscimmo fuor per un pertuso.

Quand'io fui giunto su nel monte ad erto,

l'anime vidi di chi Dio biastema,

in un gran piano di fumo coperto.

85 Ancor, pensando, al cor me ne vien téma,

ché io vedea a tutti arder la bocca,

e tutti quanti avean la lingua scema.

E come spesso la grandine fiocca,

sí caggion sopra lor saette accese,

90 e non invan, ch'ognuna ad alcun tocca.

Satáno trasse fuor d'esto paese,

sí come Palla disse, i gran giganti,

quando co' vizi suoi il mondo prese.

Vero è che lí ne stanno ancora alquanti

95 distesi in terra e con caten legati,

sí che non son nel mondo tutti quanti.

Io vidi lor quando son fulminati,

che biastimavan la virtú eterna,

superbi, altèri e con li volti irati.

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100 Poi ne partimmo e per una caverna

intrammo un monte, e tanto la dea salse,

che fummo insú la terza valle inferna.

Chiunque con fatti e con parole false

inganna altrui con doli ovver con frode,

105 quivi ha lo scotto con amare salse;

ché strascinati son dietro alle code

in forma di cavalli da' dimòni,

e chiunque corre piú, quello è piú prode.

E sopra quelli stan cogli speroni

110 altri dimòni, e tra le pietre dure

strascinan l'alme supine e bocconi.

E quivi del mal peso e di misure

si fa vendetta e d'ogn'infedel arte,

de' giochi, d'arcarie e di man fure.

115 La dea mi disse:--Andiamo in altra parte,

ché 'n poco tempo al cerchio d'Acheronte

di piaggia in piaggia a me convien menarte.--

Allor intrammo per un alto monte,

sempre montando, ed al sommo salito

120 vidi gran valle, quando alzai la fronte.

Il vizio contro natura è punito

acerbamente in quella valle piana;

lí sta in tormento ciascun sodomito.

Questi omicidi della spezie umana

125 l'amor, che figlia e fa congiunti insieme,

spreggiano e gittan come cosa vana.

Sopra esti destruttor dell'uman seme

il foco e 'l zolfo puzzolente piove,

e dentro al fuso rame ancor si geme.

130 Salimmo poi nel quinto cerchio, dove

li sette vizi avevan giá le case,

anzi che gisson dell'inferno altrove.

Ell'eran grandi e vacue rimase,

sí come a Roma sono le ruine

135 delle anticaglie con le mura pase:

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sordide tutte e piene di fuline,

deserte dentro e con le mura rotte,

piene di rovi, d'ortiche e di spine.

La dea a me:--Lá dentro in quelle grotte

140 stava Cerbero giá rabbioso cane

con tre bocche latranti aperte e ghiotte.--

Per una intrammo di quelle gran tane,

sinché le male bolge ebbi salite:

alfine uscimmo in contrade lontane,

145 ove trovammo la cittá di Dite

con le mura di foco intorno intorno,

con le torri alte e con le case igníte.

Ogni casa parea ardente forno.

Vedea i demòni colle acerbe viste,

150 che lí per manegoldi fan soggiorno.

Io vidi tormentar l'anime triste;

e secondo le colpe, che han commesse,

cosí conven che lí doglia s'acquiste.

Io vidi molte per mezzo esser fesse

155 con dure seghe, ed alcune co' denti

mordevan sé, lacerando se stesse.

E questo è 'l duol che piú gli fa dolenti,

il verme della stizza, e maggior gridi

fa trarre a lor che tutti altri tormenti.

160 Vidi i rattori e vidi gli omicidi

tagliare a pezzi e le lor membra crude

rifar, e poi tagliarle ancor gli vidi.

Io farò come quel che 'l dir conchiude.

Sappi, lettor, che 'l Iudice del tutto,

165 che vede il core, il vizio e la virtude,

non vuol mai che 'l ben far non abbia frutto

d'onore e di letizia, e non vuol mai

che 'l male alfin non partorisca lutto

con piena e con tormento di gran guai.

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Il Quadriregio · 第 41 / 157 题