CAPITOLO XV.

Qui si racconta delle valentie di due sozi, i quali non erano Teseo a

Piritoo.

Non credano i lettori benevoli che l'autore, avendo nel capitolo

precedente chiamata madonna Nicolosina l'Elena di Castel Gavone,

voglia venire in quest'altro a nuovi riscontri mitologici. Egli ha per

contro già, confessato nel titolo che i due sozi di cui parlerà non

erano da mettersi a paragone con Teseo e Piritoo, que' due famosi

rapitori di donne.

Compagni di ventura, il principe d'Atene e il re dei Lapiti, rubarono

Elena, ancor tenerella di età, la quale toccò in sorte al primo di

loro; e il patto essendo corso tra i due che il perdente fosse dal

vincitore aiutato a trovarsene un'altra, ne conseguì che Teseo

accompagnasse l'amico di là d'Acheronte, per dargli mano al ratto di

Proserpina; il secondo, e credo anche l'ultimo, attentato amoroso, di

cui fosse fatta argomento quella povera dea. Il primo, se ben

ricordate, fu commesso da Plutone, che poi consacrò la sua marachella

con un bravo matrimonio e con un permesso alla moglie di andare in

campagna da sua madre per sei mesi d'ogni anno.

Or dunque, s'avviarono i due amici all'impresa, ma senza aver fatto i

conti con Cerbero. Il quale avventatosi alla gola di Piritoo, lo

strangolò senza misericordia, dando tempo a Plutone di mettersi in

arme e di far prigione il compare, che fu, anni dopo, liberato a

stento da Ercole.

Ognun vede che questi non sono riscontri da farsi con Tommaso

Sangonetto e con Giacomo Pico. L'antichità riverente ci ha fatto due

eroi di Teseo e di Piritoo, forse perdonando, in ricompensa di più

nobili imprese, queste ed altre loro scappatelle di gioventù; laddove

i nostri due sozi, non che di lode, non sono pur degni di scusa.

Epperò si ha da credere, se non c'è sotto un qualche artifizio

acconcio a predisporre l'animo dei lettori, che i nomi de' due

antichissimi eroi siano tirati in ballo per mostrare in che razza di

dottrina è ferrato a diaccio l'autore di questo racconto, oramai

presso al suo termine.

E per non indugiarci più oltre, facciamo ritorno alle due donne,

rimaste così sbigottite al primo indizio della scalata e dello

spandersi dei nemici entro le mura del castello Gavone. Vedremo più

tardi Don Giovanni di Trezzo e sapremo che diavol fosse quell'altro

tafferuglio che lo faceva accorrere con tanta fretta verso le scale.

Madonna Nicolosina, fortemente turbata, era corsa a rifugio nella

cameretta di Gilda. Modesta e linda cameretta, già così lieta dimora

di colei che chiamavano la più bella ragazza del Finaro, dopo la

figliuola del marchese, che era per le grazie della persona e per

l'altezza dei natali celebrata bellissima! Pochi e semplici in quel

breve spazio gli arredi; un forziere di noce intagliato a rabeschi,

nel quale la fanciulla custodiva le cose sue; una scranna, uno

specchio alla parete, una lampada sospesa, un letticciuolo, un

inginocchiatoio, su cui stava un picciol vaso di maiolica, con entro

un mazzolino di fiori, davanti ad un trittico d'avorio, nella cui

tavoletta di mezzo era dipinta la Vergine, e sulle altre due santa

Caterina e san Biagio, patroni del Borgo. Una volta (e non era corso

gran tempo) in quel vaso erano i fiori freschi ogni dì, anche nel cuor

dell'inverno; chè ogni stagione, in questi lidi benedetti dal cielo,

ne porta. Ma, da parecchie settimane, quel culto gentile era stato

posto in oblìo, nè più i fiori erano stati cambiati dinanzi alle

immagini dei santi. Sfioriva nel rimorso e nel dubbio la povera Gilda;

diseccavano i vecchi fiori dimenticati nel vaso.

Il primo pensiero di Nicolosina fu di aprir la finestra e di

spenzolare allo ingiù la lunga e salda appiccatura di lenzuola che

avea preparata la Gilda. Il vento soffiava e i suoi buffi gelati

entravano pel vano della finestra, facendo tremolare la fiamma nella

lampada sospesa. Ma ella non se ne addiede, che in quello stremo

d'angoscia niente più poteva ferirla. Gridò, chiamando i finarini, che

dovevano essere in quell'ora appiattati nella macchia delle roveri:

ma, o non l'udissero costoro, o ancora non fossero giunti, o la voce

loro non vincesse le folate del vento, la povera Nicolosina non

ottenne risposta al suo grido.

Incominciò allora a tremare. Il fragore dei nemici cresceva nel piano

inferiore del castello. Già saliano le scale. Non parevano molti;

erano due al più, i primi accorrenti; ma uno solo bastava ad

atterrirla, a gelarle il sangue nelle vene. La misera donna già si

vedeva dinanzi l'immagine di Giacomo Pico, del suo fiero amatore, non

più ginocchioni, in atto supplichevole, bensì ritto e minaccioso su

lei, prostrata, abbandonata, senza schermo e senza forza, a' suoi

piedi.

Quella orrenda visione la comprese di spavento ineffabile.

Entrando nella camera, aveva chiuso l'uscio dietro di sè. Ma

questa difesa non poteva bastarle. Nicolosina corse allora a

gittarsi sull'inginocchiatoio, e là, a mani giunte, lacrimosa,

con rotti accenti, pregò, supplicò la vergine Maria, tutti i

santi del paradiso, per suo padre, per sua madre, per sè. Pur

troppo non era da aspettarsi più nulla dagli uomini; se una

speranza di salute restava, questa non le appariva più che dal

cielo.

Un passo concitato risuonò allora nel corridoio. Il nemico procedeva

nelle tenebre, ma pronto e sicuro, come uomo che conosceva la via. Non

era un genovese, di certo; lui, dunque, lui? La povera donna levò le

braccia verso l'immagine di Maria; raccomandò, non più la sua vita,

l'onor suo, a quella donna che in suo vivente aveva tanto sofferto. Se

Dio accoglie la preghiera, sotto qualunque nome gli sia rivolta da

creature infelici, per fermo doveva udir quella.

Ma invano ella pregava. Un urto poderoso schiantò il serrame che

riteneva l'uscio alla parete. Il vento che s'ingolfò nella camera

avvertì la povera donna che ogni sua speranza era perduta e che il

nemico era giunto là dentro.

--Ah, ah!--disse una voce sarcastica.--La colombella s'è chiusa nel

nido?--

Nicolosina fremette, si aggrappò colle mani e coi gomiti

all'inginocchiatoio, come un naufrago alla sua tavola di salvezza.

--Per altro,--soggiunse la voce, che non era quella di Giacomo

Pico,--meglio era chiuder la finestra che l'uscio. Con questo freddo

morrebbe a ghiado l'amore, che pure è tutto di fiamma.--

E Tommaso Sangonetto (che era lui il nuovo venuto, come avranno già

indovinato i lettori) andò verso la finestra, per richiuder le

imposte.

--Ohe! che novità son queste?--proseguì, vedendo il nodo delle

lenzuola raccomandato al colonnino che partiva la finestra.--Si

lavorava a tirare il ganzo quassù? Ma bene! Questa non me l'avrei

aspettata. Del resto, per gl'innamorati voglion essere scale di seta,

o nulla. Stia al fresco, il babbione! Chi tardi arriva, male

alloggia.--

Così dicendo, Tommaso Sangonetto, che non pensava una parola di quel

che diceva, e bene aveva indovinato perchè ci fosse quella scala

posticcia sul davanzale, spiccò il nodo e gittò le lenzuola al vento;

indi richiuse le imposte.

--Ah; bene così!--ripigliò.--La lampada non darà più i tratti

dell'impiccato. E adesso, vi volgerete da questa banda, bella schifa

'l poco, donna sgargiante, anima dell'anima mia.

--Tommaso Sangonetto,--interruppe Nicolosina, balzando in piedi, tutta

fiammeggiante di vergogna e di collera,--rispettate la figlia del

vostro signore!--

A quella vista inaspettata, il Sangonetto diede un sobbalzo, che lo

ricondusse tre passi indietro, nella strombatura della finestra, da

cui si era mosso pur dianzi. Madonna Nicolosina! madonna Nicolosina là

dentro! che voleva dir ciò? O non era quella la camera della Gilda?

quella stessa camera in cui era venuto la prima volta a portarle la

nuova del duello e della ferita di Giacomo, e a sfrombolarle in pari

tempo la sua prima dichiarazione d'amore, accolta da lei con tanto

sussiego?

Senonchè, Tommaso Sangonetto non era uomo da perdersi d'animo davanti

ad una donna, nè per una sostituzione di donna. Pensò brevemente,

com'era consentito dall'urgenza dei casi, e disse tra sè: vedi,

Tommaso; o viene Giacomo, che s'è accorto del tiro, e noi si cambia

posto; o non viene.... e allora, che ci posso far io?--

Questo dilemma gli messe l'animo in pace. Quanto alla dignità di

Nicolosina, e a' suoi alti natali, se ne rideva quel poco! Ci aveva in

corpo un fiasco di vino, che doveva dargli coraggio come soldato, e lì

per lì se ne trovava d'avanzo.

--Oh, scusate, madonna!--aveva detto a tutta prima, nel colmo dello

stupore.--Credevo... non mi potevo immaginare...

Ma presto s'era rimesso in sella. Quel suo dilemma ne faceva

testimonianza.

--In fede mia,--soggiunse, dopo un momento di sosta e facendo bocca da

ridere,--qui c'è uno scambio. Non me ne lagno, perdinci, non me ne

lagno. Direi anzi che ci guadagno un tanto, mia bella contessa.

Nicolosina si ritrasse indietro due passi. Gli occhi luccicanti di

quell'uomo le faceano paura.--Sentite, madonna;--ripigliò il

Sangonetto, che aveva notato quell'atto di ribrezzo.--Facciamoci a

parlar chiaro. Per dare indietro che facciate, non uscirete di qui.

Ancora due passi e vi troverete al muro. Non vi schermite dunque

inutilmente; non guastate in vani contorcimenti la vostra serena

bellezza.

--Mio Dio! mio Dio!--mormorò la povera Nicolosina, giungendo le palme

sul seno e levando al cielo uno sguardo atterrito.

--Siete bella,--proseguì il Sangonetto--molto bella, troppo bella, ve

lo dico io, che me ne intendo, e, da vent'anni in qua, non fo che

studiare di questa importante materia. Non vi aspettavate la mia

visita, lo so; ma fuggivate quella d'un altro. Vi basti di averla

cansata e di averci, non fo per dire, guadagnato nel cambio. La Nena

di Verezzi, che ci ha, senza farvi torto, il primo paio d'occhi di

tutto il paese, dice che io sono il più bell'uomo del Finaro. Ah, ah!

che ne dite? Non ha, buon gusto la Nena?--

La misera donna fremeva di paura e di orrore insieme, a vedersi quel

ceffo dinanzi e a doverne udire le sconcie parole. Per fermo egli era

preso dal vino. L'alito impuro dallo stravizzo le offendeva la nari.

Per altro, e non era forse a vedersi in cotesto un aiuto del cielo?

che non avrebbe ardito prima d'allora il ribaldo, se i fumi del vino

bevuto non gli avessero offuscato il cervello? A questo pensiero un

fil di speranza le balenò nella mente, e, vincendo il raccapriccio

ond'era tutta compresa, tentò, col dargli risposta, di guadagnar tempo

su lui.

--Badate;--diss'ella.--Siam vittime di un tradimento e la vittoria di

un istante vi accieca. Ma i vostri concittadini, più fedeli di voi al

loro signore non tarderanno a giunger quassù. Non aggravate la vostra

colpa, Tommaso Sangonetto. Siete un ribelle; non diventate un infame.

Io stessa chiederò la vostra grazia a mio padre, e l'otterrò; ma

uscite; uscite, se vi è cara la vita.

--Ah, ah! bene, in fede mia, questo è parlar da padrona!--replicò il

Sangonetto, ghignando.--La mia grazia! Voi mi vendete il sol di

luglio, mia bella ritrosa. La vostra mi preme, e l'avrò, per amore, o

per forza; m'intendete? o per amore o per forza! Do la mia parte di

paradiso per voi. Siete mia, per dritto di guerra; non vi pensate di

sfuggire la taglia. Vi par dura? Avete il torto. Un po' per uno a

comandare; questa è l'uguaglianza. Eravamo noi i vassalli, noi i

censuarii, soggetti a tributo, noi le mani morte, taglieggiabili a

misericordia. Ora tutto è cangiato. Non ci son più signori.

Repubblica, mi capite? Comanda la repubblica di Genova e noi siamo i

suoi mandatari, ci vendichiamo, occhio per occhio e dente per dente.

Vi siete goduti per secoli e secoli ogni maniera di privilegi e

diritti; parecchi di questi, assai ghiotti pe' vostri padri e mariti.

Vivaddio, ne useremo un po' noi... E non c'è strilli che tengano!--

Nicolosina trovò nella sue braccia una forza di cui in ogni altra

occasione non si sarebbe creduta capace. Tanto può in gentil cuore

l'alterezza offesa e il ribrezzo che un tocco d'impure mani

gl'inspira. E non pure si sciolse da quel braccio che aveva ardito

posarsi su lei, ma colla veemenza d'un assalto improvviso fe' dare

indietro e barcollare un tratto l'insolente ribaldo.

--Ah sì?--sclamò egli, facendosi pavonazzo dalla rabbia e fischiando

le parole come un serpente il suo verso.--Dobbiam fare la guerra?

Facciamola! Tu cederai, smancerosa, ingannatrice lusinghiera,

dovess'io romperti le braccia, come rompo questa lampada che mi dà

noia.--

E gli atti seguendo la minaccia, il prode Tommaso strappò la lampa

dalla sua catenella e la mandò in pezzi sul pavimento.

Poco dianzi avea fatto quest'altra argomentazione tra sè:

--Giacomo non viene; dunque ha trovato il fatto suo; dunque a te,

Sangonetto, e fa conto d'essere andato per la prima volta a Verezzi.

Scivolata per scivolata, questa è la meno pericolosa di certo.--

E intanto che egli, non badando al grido di angoscia di Nicolosina, nè

ad un altro suono più degno della sua attenzione, ha gittato a terra

la lampada, e fatto buio pesto nella cameretta di Gilda, vediamo come

e perchè il suo degnissimo compare Giacomo Pico non corresse a dargli

la muta.

Salito con lui fino al secondo piano del castello, il Bardineto aveva

svoltato da solo verso le stanze di madonna Nicolosina. Il cuore gli

battea forte nel petto, così forte che sembrava dovesse ad ogni colpo

schiantarsi. Lo compresse rabbiosamente col pugno, ma invano; quel

battito gli suonava continuamente all'orecchio, e parea misurargli i

minuti che ancora gli restavano a diventare il più infame degli

uomini. Il tradimento consumato, la nefandità a cui si disponeva, e

senza la quale il suo tradimento sarebbe stato il più inutile tra i

delitti, gli turbinavano senza posa nell'anima, e, come le furie

antiche, istigatrici e punitrici ad un tempo, lo incalzavano e lo

inseguivano, gli toglievano il senno, ma senza levargli altrimenti

dagli occhi l'immagine della sua abbiettezza.

Ma che era egli ciò, contro un'ora di vendetta e di ebbrezza? Fosse

pur venuta a coglierlo in quel punto la morte! Tanto, egli lo

intendeva, che in quell'ora di ebbrezza e di vendetta era pieno il suo

vivere.

Sul limitare della camera di madonna, si fermò titubante. L'uscio era

socchiuso e la luce trapelava dal vano. Il Bardineto si fe' scorrer le

mani sulla fronte, come per cacciarne l'ultima vampa di rossore, ed

entrò.

Il letto a baldacchino, guernito di pizzi d'oro, scorgevasi in fondo

alla camera, ma vuoto, senza alcun segno di posatura recente. Giacomo

Pico, meravigliato di ciò, corse cogli occhi in giro, e là, ai piedi

del letto, ove la cortina pendente dal sopraccielo impediva la via

alla luce dei doppieri, immobile, bianca come uno spettro, di

rincontro al tappeto istoriato che copriva la parete, gli venne veduta

una donna. Immobile, ho detto, ma non come persona morta; che viva, e

agitata da una fiera tempesta di affetti, la dicevano gli occhi

fiammeggianti nell'orbite, le labbra rattratte da un moto convulsivo,

il pugno chiuso sul seno, perfino il tremito del braccio teso che si

appoggiava contro la spalliera del letto.

Giacomo Pico rimase come inchiodato al suo posto. Quella donna era la

Gilda.

Fu un lungo silenzio tra i due, rotto soltanto dall'ansia dei loro

petti frementi. Nessuno dei due abbassò gli occhi davanti agli occhi

dell'altro. Si guatavano fisi, e le occhiate si scontravano, torve

come folgori in un cielo tempestoso. Pure, nè l'uno nè l'altro avrebbe

voluto trovarsi colà; tanto era triste la condizione d'entrambi, tanto

sentivano nel lampo dei vicendevoli sguardi l'imminenza dello schianto

che doveva lacerarli ambedue.

Giacomo Pico tentò di svagarsi, inebriandosi della sua collera. Si

morse le labbra a sangue, diede in un ruggito di fiera e fu per

muovere contro di lei. Ma Gilda non gli diede il tempo da ciò.

--Sapevate di trovarmi qui?--gli disse ella con accento vibrato,

quantunque oppresso dall'ira.

La domanda poteva offrire uno scampo. Ma il Bardineto ricusò il

giovarsene.

--No!--rispose egli furente.

--E allora?....--gridò di rimando la Gilda, mal chiudendo in quella

sua reticenza la furia di mille rimproveri.--Badate, Giacomo Pico; voi

sareste un infame. Per chi venivate voi qua?

--Per lei!--rispose Giacomo, sbuffando a guisa di toro ferito.

--Ah, uditelo, demonii d'inferno!--proruppe ella con voce di

tuono.--Egli ardisce mostrarsi più nero, più malvagio di voi!

--Smettete i paroloni!--replicò il Bardineto.--Non vi ho amata mai;

orbene, sì, questo è il mio torto, di non averlo detto prima! È anche

vostra colpa di non averlo indovinato, di esservi abbandonata nelle

mie braccia come una femmina sciocca. Maledizione, maledizione per voi

e per me! dovevo io imbattermi in due donne, l'una così superba e

l'altra così debole?

--Non proseguire, Giacomo!---gridò la Gilda, impallidendo.--Se ami

qualcheduno o qualche cosa, al mondo, non proseguire!

Ma Giacomo Pico, riscaldato com'era, inebbriato della sua collera, non

le diè retta.

--Ah, voi credevate,--proseguì egli, mentre faceva per la camera le

volte del leone,--che io potessi dimenticar quella donna? che io

potessi acquetarmi a' suoi superbi dispregi? Mal conoscete il cuore

dall'uomo.

--Disgraziato, fermati!--gridò per la seconda volta la Gilda.--Vive

già nel mio seno una vita che ti può maledire!--

E mentre si contorceva nello spasimo, rasciugandosi con una mano il

sudor freddo che le stillava dalla fronte, brancolava coll'altra per

trovare un appoggio. In buon punto la spalliera del letto le sostenne

il fianco spossato.

Il Bardineto la vide e n'ebbe compassione. Ma era detto che le parole

sue non dovessero tornar di conforto a quella povera donna.

--È un acerbo dolore per voi; sì, pur troppo; ed una maledizione ch'io

merito. Ci siamo ingannati ambedue. Io stesso non vedevo in fondo al

mio cuore. È un abisso, credetelo, e più nero che voi non pensiate.

Amo io quella donna, o l'odio? Non lo so. Eppure, ella ha da esser

mia. È una rabbia in me, una feroce voluttà di vendetta. Sono un

traditore per lei, mi capite? un traditore. Voi non potreste dirmi

cosa che io già non abbia detto a me stesso. Traditore ed infame. A

lei la colpa, a lei la pena di ciò! Dove è dessa? dove l'avete

nascosta?

--Non la cercate;--rispose Gilda, con un filo di voce.

--Per l'anima tua, disgraziata, dimmi dov'è? Voglio saperlo,

m'intendi?

--Non lo saprete.... dal mio labbro.... mai! Vi basti di avermi

trovato qui, in vece sua, per salvarla da voi.

--Ah sì! Diffatti, perchè sei tu qui? e se tu sei qui nella sua

camera,--proseguì egli, illuminato da un improvviso raggio di

luce,--perchè non sarebbe ella andata a nascondersi nella tua?

--Ah!--sclamò ella, balzando in piedi e guardandolo in volto con occhi

atterriti.

--Sta bene!--disse Giacomo Pico.--La tua paura ti tradisce. Essa è là.

Ed ora, vedremo se ella mi sfugge.--

Così dicendo, Giacomo Pico andò verso l'uscio. Ma la Gilda, ritrovò in

un subito le forze smarrite.

--Voi non uscirete di qui!--gridò ella con piglio risoluto.

E veloce come la folgore, corse all'uscio, lo chiuse, trasse la

chiave, e, innanzi ch'egli avesse avuto tempo a raccappezzarsi, andò a

gittarla sotto un forziere, che stava in un angolo della camera.

L'arnese era di gran mole e appariva eziandio di tal peso da non

potersi smuovere così agevolmente; inoltre, la Gilda si era aggravata

colla persona contro la sponda del forziere, e, chiuse le mani intorno

agli spigoli, mostrava negli atti e nello sguardo scintillante di

esser pronta a resistere con ogni sua possa. Al solo vederla in quella

sua minacciosa postura, il drago, custode geloso dei tesori nascosti,

non sarebbe parso una favola.

Livido per rabbia impossente, Giacomo Pico ristette alquanto sopra sè.

Gli pareva impossibile che una donna avesse a fare così grave ostacolo

a' suoi disegni, alla sua volontà. Eppure, a tanto era giunta costei;

e Giacomo Pico, nella incertezza in cui l'avea posto l'atto audace e

repentino, cercava inutilmente il modo di romper gl'indugi, senza

macchiarsi in un'altra viltà, percuotendo una donna.

Ad un tratto, parve ricordarsi di qualche cosa. Il pensiero doveva

tornargli molesto oltremodo, poichè egli si cacciò a furia le mani nei

capegli e mise un urlo disperato.

--Maledizione! Sai tu che fai ora?--gridò, avventandosi all'uscio e

scuotendolo vigorosamente.

--Salvo la mia padrona!--rispose la Gilda, notando l'inutile sforzo di

lui.

--No, per la tua dannazione, tu non la salvi;--ruggì il furibondo.--Tu

fai un regalo a Tommaso Sangonetto. Ma se tu credi che questo serrame

possa arrestarmi....--

E smesso di urtare nell'uscio, Giacomo Pico ficcò le dita tra il

catenaccio e la parete, cercando di schiantare la staffa piantata nel

muro.

--Un regalo!.... al Sangonetto!....--ripetè macchinalmente la

Gilda.--Che hai detto Giacomo? Dov'è il Sangonetto?

--Nella tua camera, perdio!--urlò Giacomo Pico.--Hai inteso ora?

E proseguiva, così dicendo, a trarre il catenaccio con tutta la forza

delle sue dita ripiegate ad uncino.

--Nella mia camera!.... lui!....--sclamò la povera donna, a cui quelle

parole mostravano una verità a gran pezza più triste che ella non

avesse potuto immaginare da prima.--Ah vile, tre volte vile! Dio di

Giustizia, tu lo hai udito, tu lo hai condannato!--

E mentre il Bardineto, con un ultimo sforzo, veniva a capo di schiuder

l'uscio restìo, quella donna si scagliò furibonda come una tigre su

lui, e, tratto un pugnale di sotto alla cintura, glielo cacciò nelle

reni.

Era quello il pugnale che, il giorno della sua caduta, la povera Gilda

aveva strappato di pugno a Giacomo Pico.

Si voltò in soprassalto il ferito, sentendo il freddo acuto della lama

penetrargli nelle viscere. Voleva piombare su lei, e le sue mani si

spiccarono dall'uscio che avea ceduto in quel momento a' suoi sforzi.

Ma non gli venne fatto; e neppure gli bastò l'animo per sostenere lo

sguardo iracondo di quella Nemesi vendicatrice.

Rimase attonito; mille pensieri, mille immagini confuse gli

traversarono la mente. Il triste dramma della sua vita gli lampeggiò

nello sguardo, in quello sguardo così fiero da prima, e in ultimo così

raumiliato.

Sentì allora venir meno le forze. Con moto istintivo le mani si

stesero, per aggrapparsi al catenaccio, da cui si erano un istante

spiccate. Ma non fece più in tempo e cadde sulle ginocchia.

La Gilda buttò il pugnale lungi da sè, ruppe in un grido di terrore e

forsennata si gittò ai piedi di Giacomo.

--Hai fatto bene;--le disse egli con voce interrotta.--Sono un vile...

tre volte vile!... Eppure non ero nato per finire così!...

--Giacomo! Ed io ti ho ucciso! gridò ella con accento disperato,

strappandosi i capegli dalle tempia.

--No... hai fatto bene... ti dico.--soggiunse il morente, con voce

sempre più fioca.--Vile... tre volte vile!--

Così dicendo, girò attorno gli occhi smarriti, come cercando la luce

che gli sfuggiva. Mosse ancora le labbra, balbettando parole confuse;

allungò le braccia quasi volesse trattenersi anche un istante tra i

vivi; indi reclinò il capo sul petto e stramazzò, colle membra

prosciolte, sul pavimento. Giacomo Pico era morto.

Castel Gavone: Storia del secolo XV · 第 31 / 36 题