Dove è detto del Maso, ragazzo, come cangiasse stato e quante volte
padrone.
Domando una grazia ai lettori; ed è quella di ricordarsi d'un
personaggio umilissimo, apparso nei primi capitoli di questo racconto,
del Maso, a farla breve, del ragazzo che servì i due forastieri
all'osteria dell'Altino.
Ragazzo, servo adoperato a vili esercizii, come a dire stalliere,
guattero, o giù di lì; questo avea fatto di lui mastro Bernardo,
l'ostiere, dopo averlo raccattato per via, alla guisa dei trovatelli,
e tirato su a scapellotti; ma le sorti della patria, condotte allo
stremo, ne avean fatto un soldato. A malincorpo, se vogliamo;
imperocchè, qual è il negozio di qualche importanza che non si cominci
a farlo così? Ve n'ha che piacciono maledettamente, e cionondimeno
l'incignarli è stato un guaio de' grossi; testimone il gusto matto che
io provo adesso a ragionare coi popoli, dopo averci fatto il viso;
che, a dir vero, non fu la fatica d'un giorno.
Per altro, in quella guisa che mettendosi a tavola suol venir
l'appetito, la necessità aveva portato la consuetudine, e la
consuetudine un certo gusto alla vita soldatesca, in quel miscuglio di
balordaggine e di malizia che era il ragazzo dell'Altino. Già, egli
bisogna dire a sua scusa, che balordo lo avea reso il padrone, non gli
lasciando mai pace e rimeritando alla cieca con pan buffetto e cacio
scapezzone ogni bella e brutta cosa ch'egli dicesse, o facesse. Triste
vita pel Maso, sentirsi a trillare nel capo la sua vivace natura, e
doverla respingere nel più profondo del cuore! Aveva voglia di saltare
per la casa e doveva star cheto per la paura di qualche soprammano;
era mogio e doveva saltare in fretta, per cansarsi da un sottonsù che
gli era scoccato senza preamboli. Se ne ricattava con certi suoi
lazzi, smorfie e marachelle degne d'una bertuccia, di cui spesso
recitava il paternostro in qualche angolo della casa, quando avveniva
che i saluti del burbero padrone fossero giunti al loro ricapito.
Mastro Bernardo non era cattivo, bensì un tal poco fantastico. La
povertà inasprisce il carattere, e all'ostiere dell'Altino il non
poter sempre ragguagliare l'entrata con l'uscita facea spesso uscire
il cervello dai gangheri. Del resto era un buon diavolo, amava il suo
paese, la sua casa, la sua famiglia, e, quantunque a modo suo, anche
il ragazzo, bocca inutile, com'egli soleva chiamarlo. Quando vennero i
tristi giorni pel Finaro, fu egli che diede al Maso l'esempio delle
opere forti. Veduto lo spianto della sua casa e la impossibilità di
ripigliare il suo traffico di vin cristiano, era andato a mettersi
nelle mani della sua cara nipote; per intercessione di lei aveva
appoggiato la sua famigliuola al castello, e, indossato un vecchio
panzerone di ferro che si ricordava de' suoi vent'anni, aveva detto
tra sè: «crepi l'avarizia, quest'oggi il marchese avrà un soldato di
più».
Gli era venuto sulle prime il ghiribizzo di attaccare il Maso alla sua
guerresca persona; ma ricordò saviamente di essere tavolaccino e non
capolancia, e, data licenza al ragazzo, gli disse: va, accònciati con
qualche pezzo grosso e sii soldato fedele! Voleva anche dargli lo
scapellotto d'uso; ma questa maniera d'essere armato cavaliere non
facea comodo al Maso, che fu pronto a sbiettare.
Ed era andato, come gli raccomandava il padrone; e al tempo in cui lo
ritroviamo, era paggio, cioè a dire governava il cavallo di messer
Antonello da Montefalco, capitano dei finarini dopo la partenza di
Francesco del Carretto, il quale, come sanno i lettori, aveva imitato
il corvo dell'Arca.
A' servigi di quel provato uomo di guerra, il nostro Masuccio, se
ancora non aveva fatto prodezze, certo ne avea vedute e di molte. Esse
per altro non aveano tolto che i genovesi piantassero bastite per ogni
dove, a Gottafrigia, al poggio della Croce, che è presso Gorra, sul
dorso di Pian Marino, sulle alture di Melogno, a Orco, a Collamonica
presso Feglino, nel luogo di Corsi dirimpetto a Carbuta, facendo per
tal guisa alla terra assediata una corona di torri. In questo
frattempo il Maso aveva combattuto due volte a Rialto e aiutato alla
presa di Santino da Riva e di sessanta cavalieri, che sotto il suo
comando s'erano avventurati fin là.
Più tardi, essendo stretto da vicino il Borgo, avea combattuto a
Pertica e risicato di andar prigioniero, insieme col suo capolancia,
con Geronimo Doria, Spinetta del Carretto e il cavaliere Scalabrino.
Il colpo era fatto da una imboscata di pochi genovesi, e per fermo
riusciva, se le donne del Finaro, correndo a furia sul luogo e tolte
in iscambio d'un drappello a rinforzo, non avessero tratto i mal
capitati cavalieri dalle ugne dei nemici. Anche le donne combattevano,
od altrimenti uscivano fuori per dare una mano ai mariti. Madonna
Bannina, la vecchia marchesana, in quella che pietosamente si recava a
soccorrere i caduti, era stata colta da un verrettone sopra il
ginocchio; la qual ferita, perchè non potuta rammarginare, fu cagione
più tardi che la nobil donna morisse.
Queste prove di fortezza non erano soverchie. Il Finaro reggeva a
stento e pativa difetto d'ogni cosa. Ancora una speranza restava; ed
era che i francesi, per quel tempo signori del Piemonte, venissero da
senno in aiuto al marchese. Del balivo di Trasnay, che non si era
fatto avanti, ho già raccontato a suo luogo.
Aggiungerò che, andato a Cherasco il magnifico marchese Spinetta del
Carretto ed esposta la domanda del cugino all'illustrissimo signor
duca d'Orleans, n'ebbe licenza di pigliarsi Bonifazio Castagnola,
eccellente capitano ai servigi di Francia, il quale oziava allora in
aspetto, con gran numero di cavalli, a San Michele di Ceva.
L'aiuto era grande, e, col rinforzo di parecchie compagnie di fanti
levate da Millesimo e da altre castella del parentado, poteva riuscir
pari al bisogno, Senonchè, il punto difficile era quello di penetrare
nel marchesato, rompendo la cerchia fortificata dell'esercito
assediante. Il Castagnola sperò di venirne a capo, facendo massa su
Carcare; la qual cosa avrebbe persuaso ai nemici, che certamente
stavano alle vedette, di andargli a contendere il passo per la via di
San Giacomo, mentre egli con una marcia sforzata si sarebbe gittato a
ponente, sulla via di Melogno. E così fece, e l'impresa fino ad un
certo segno potè dirsi riuscita a bene; ma giunto alla torre di
Melogno e veduto come fosse guardato quel passo, gli venne manco
l'ardire. Che più? Inoltratosi per malagevoli sentieri a specolar
quelle vette, lo vide formicolar di nemici; la croce rossa in campo
bianco sventolava da per tutto. Che sarebbe egli andato a fare nel
Borgo, se non vinceva prima una battaglia in aperta campagna? E questa
battaglia, come poteva argomentarsi di vincerla, in mezzo a quella
selva di bastite, e in quelle gole tutte comandate da greppi, donde i
sassi eran difesa bastante contro un esercito anche due volte più
numeroso del suo?
Così lenteggiava il valentuomo, forse meditando in cuor suo di seguir
le pedate del balivo di Trasnay. Ma gli uomini di Millesimo, ligii al
marchese Galeotto, volevano fare ad ogni costo qualcosa, tentare
almeno d'introdur vettovaglie nella terra assediata. Perciò, caricate
dugento bestie da soma, si gittarono una notte alla ventura per certi
tragetti, e la fortuna arrise all'ardire. Del resto il capitano
Bonifazio aveva appoggiata la salmeria con una forte dimostrazione
delle sue schiere, la quale valse a sviare l'attenzione del nemico,
mentre il convoglio, protetto da un pugno di animosi cavalieri,
giungeva a riparo sotto le mura del Borgo.
Qualche tempo addietro, il Borgo era stato miracolosamente
vettovagliato dalla parte del mare. Onorato Lascari, conte di
Ventimiglia e di Tenda, desideroso di venire in aiuto al suocero
Galeotto, avea comperato una gran quantità di frumento in Arles, e da
Marsiglia su tre galere la condusse al Finaro. Lo sbarco era avvenuto
felicemente il 24 giugno; donde al popolo parve di dover arguire una
grazia particolare di san Giovanni Battista. I genovesi, per contro,
che ci avevano nel loro Duomo le ceneri del santo e non potevano
fargli il torto di credere che egli potesse sconoscere a quel modo gli
obblighi dell'ospitalità, attribuirono la fortuna dei loro nemici ad
un gagliardo vento di libeccio che non avea consentito alla _Grimalda_
e alla _Scarabina_ (due loro galee mandate ad impedire lo sbarco) di
svoltare in tempo il capo di Noli. Chi avesse ragione non so; lascio
la quistione in sospeso e tiro di lungo.
Seguirono per tutto l'autunno fazioni di poco rilievo; quella, tra
l'altre, di Bonifazio Castagnola, che pigliò Calizzano e fe' dire alla
gente che, non potendo il cavallo, s'era dato a picchiare la sella.
L'esercito genovese, scemato di alcune compagnie mercenarie, s'era
accresciuto di certe altre ed avea preso in condotta Gaspare di Monte
Brianzo e il famoso Pietro Torello, capitano lombardo, con cento e
cinquanta cavalli. Intanto si ciarlava di pace, ma così, fiaccamente,
senza scaldarcisi il sangue. I genovesi dovevano restituir
Castelfranco e mandar libero senza riscatto il marchese Giovanni,
cogli altri prigionieri fatti a Giustenice. Quanto al marchese
Galeotto, egli non ci aveva a rimettere un bruscolo.
Questo almeno credeva, e non era de' suoi errori il più grave;
dovendosi avere per tale la speranza in lui nata e cresciuta che
simili pratiche fossero fatte da senno. Ma egli s'era fondato sulla
morte di Giano Fregoso, avvenuta in dicembre, dopo una malattia di tre
mesi, e sulla elezione a doge del fratello di lui Ludovico,
generalmente creduto meno avverso ai Carretti. Ora di che tempra fosse
Ludovico Fregoso e che potesse Galeotto aspettarsene, sarà manifesto
tra breve.
Torno intanto al Maso, che questi discorsi m'han fatto lasciare in
compagnia di messer Antonello da Montefalco, mentre avrei dovuto già
raccontare com'egli cambiasse di bel nuovo padrone, e questa volta
senza molto suo gusto.
Ciò avvenne una mattina sullo scorcio di dicembre. Alcuni drappelli di
finarini erano usciti dalla porta di San Biagio a foraggiare nella
campagna di Pertica; dappoichè, non solamente difettavano le
vettovaglie pei combattenti, ma eziandio la paglia e lo strame per
quella moltitudine di cavalli che il marchese Galeotto aveva radunati
nel Borgo.
Messere Antonello da Montefalco guidava egli stesso quella importante
fazione. Epperò non ci mancava la persona del Maso, che si vedeva
marciare di costa al cavallo del capitano, colla sua balestra manesca
in ispalla.
Al Fregoso queste continue sortite degli assediati davano una molestia
incredibile e direi quasi superiore alla loro importanza. In fondo in
fondo, non recavano molto sollievo alla terra, che troppo aveva
serrati addosso i nemici; senonchè, per questa medesima angustia del
teatro della guerra, mettevano ogni volta a risico una parte
dell'esercito assediante, che era su tutti i punti costretto ad una
ugual vigilanza, e doveva, nella persona del suo comandante, viver
sempre in sospetto.
Per quella volta Antonello da Montefalco trovò il nemico, non pur
preparato a riceverlo, ma così forte da ributtarlo al primo scontro. E
peggio fu, quando dal colle dell'Argentara messer Pietro Fregoso mandò
una grossa mano di fanti, che pigliassero in mezzo la cavalcata
nemica. Rotte le ordinanze, gli uomini del Montefalco non pensarono
più ad altro che a mettersi in salvo; e tale era la confusione, che
finarini e genovesi per lungo tratto mescolati si spingevano sotto le
mura, mettendo i custodi della porta nel bivio più doloroso a cui si
trovassero mai soldati dabbene, o di alzare il ponte e chiuder fuori
gli amici, o di tenerlo calato e per salvar cinquecento perdere i
quattromila, e con essi dar la città in balìa dei nemici.
Fortunatamente sopraggiunse il marchese Galeotto, che, vista la mala
prova del Montefalco, fu pronto ad uscire, con quanta gente potè avere
alle mani, in sostegno del suo capitano. Per tal modo, rattenuta la
furia del nemico, i cavalieri ebbero agio a raccapezzarsi nel
parapiglia, a riunirsi e mettersi in salvo. Non così i fanti che
andavano con esso loro, i quali nella improvvisa ritirata erano
rimasti più indietro, facilmente avviluppati e travolti nella mischia.
Il Maso, tra gli altri, perduto di vista il capitano, era stato
pigliato in mezzo da un manipolo di nemici. Ben s'era adoperato colle
mani e co' piedi; uno avea morto e un altro ferito; ma sopraffatto dal
numero, non aveva potuto far altro. E si divincolava in quelle
strette, si scontorceva e smaniava, ma invano; due maledetti diavoli
lo avevano abbrancato, e non c'era verso, bisognava andare con essi.
--Che! non si scappa!--gli gridava un di costoro, che lo aveva
agguantato pel collo e gli faceva sentire il ginocchio nelle reni.--Tu
se' capitato nelle granfie del Tanaglino e puoi metter l'animo in
pace. A te, Vernazza; due giri di corda e legami questo ribaldo.--
Il soldato, che rispondeva al nome di Vernazza, si cavò di sotto il
farsetto la corda di ricambio della balestra e l'avvolse prontamente,
senza tanti riguardi, intorno ai polsi del Maso, che si trovò per tal
guisa ammanettato come un ladro in mezzo ai sergenti della giustizia.
--E adesso, vira di bordo!--gli gridò il Tanaglino, accompagnando
l'ordine con un colpo d'aiuto, che al Maso fece tornare in memoria le
carezze di mastro Bernardo.
Obbedì, e, come volle il Tanaglino, prese la strada dell'Argentara, a
passo giusto da prima, indi man mano più frettoloso, perchè i
balestrieri lo spingeano da tergo, incalzati com'erano d'improvviso
dalle schiere di riscossa condotte innanzi dal marchese Galeotto.
Ad una svolta del sentiero e già in vista dello steccato di Pertica
(che colaggiù erano calati i genovesi a piantar battifolle) comparve
messer Pietro Fregoso a cavallo, e comandò ai capitani delle compagnie
di far ritirare in fretta la gente, lasciando libera e sgombra la via
al nemico.
Obbedirono tutti, e, menando seco i prigioni che avevano fatti, si
gittarono pe' campi.
Il Maso colse il destro di quella conversione, per dare una sbirciata
dietro di sè. Il cuore gli fece un sobbalzo di contentezza, poichè non
molto lunge ondeggiava l'insegna del marchese Galeotto, e al grido di
«San Giorgio e Carretto» i suoi compagni d'arme muovevano spediti
all'assalto.
Ma ohimè, la gioia del Maso non durò che un istante. Dalla parte dello
steccato si vide un lampo, anzi una corona di lampi; si udì un rombo,
un tuono, uno schianto, che a lui smemorato fece traballare la terra
sotto i piedi; e in meno che non si dice fischiò nell'aria una rovina
di sassi, battè, saltellò, ruzzolò per la strada, mettendo lo
scompiglio nelle prime schiere che si facevano innanzi.
Quasi sarebbe inutile il dire che questo fuoco d'inferno arrestò il
corso dei nemici. Molti caddero, l'uno sull'altro, a rinfusa, urlando
o gemendo, bestemmiando o pregando, conforme portavano gli umori;
altri non ebbero il tempo di raccomandar l'anima a Dio che quella
grandine li colse e li sfracellò senza misericordia. Tosto, dai due
lati della strada, i balestrieri genovesi a spianar gli archi e
scoccar frecce in quella calca disordinata; nè mancarono i balestroni
e le briccole, per lanciare dallo steccato sugli assalitori una
minutaglia di pietre e verrettoni, così riempiendo gl'intervalli un
po' lunghi, che allora portava la difficoltà della carica, nel tiro
delle armi da fuoco.
Poco stante, il Maso, che oramai disperava di tornar salvo tra' suoi,
entrava, col Tanaglino ai fianchi, nello steccato nemico. Colà gli fu
dato veder da vicino que' brutti ordigni, donde tanta maledizione era
uscita pur dianzi. Un uomo era là, dietro i pezzi, che agli atti e al
contegno pareva il capo di quei ministri del fuoco. Alto di statura,
di membra poderose, nero in volto per lo imbratto del sudore e della
polvere, parea Satanasso in persona; e per tale lo avrebbe pigliato il
Maso, a ciò aiutando il mal animo con cui si sogliono guardare i
nemici, se in lui non avesse ravvisato un vecchio conoscente, e
proprio uno di que' due forastieri, che egli aveva serviti tredici
mesi addietro all'osteria di mastro Bernardo.
Si fermò allora, pensando tra sè come avrebbe potuto fare per dar
negli occhi a quell'uomo. Intanto il Tanaglino, che non aveva le
stesse ragioni per trattenersi, gli diede una spinta nelle reni.
Il Maso fu pronto a cogliere quella dolorosa occasione. Tanto è vero
che tutto il male non vien per nuocere.
--Oh insomma!--gridò egli, voltandosi, tra piagnoloso e stizzito.--Che
è ciò? Son forse un cane, da pigliarmi a pedate? Non voglio andare più
oltre; voglio parlare a quell'uomo delle bombarde.
--Quell'uomo!--sclamò il Tanaglino, mentre raddoppiava la
dose,--Messer Anselmo Campora, il capo dei bombardieri della
repubblica, tu lo chiami quell'uomo?
--Sicuro!--rispose il prigioniero, cansandosi.--Lo chiamavo
quell'uomo; ma ora che tu m'hai detto il suo nome, lo chiamerò come
va.--
E alzata la voce, mentre, inseguito dal Tanaglino, correva alla volta
delle artiglierie, si messe a gridare con quanto fiato ci aveva in
corpo:
--Messere Anselmo! ohè; messere Anselmo, di grazia!--
Il Picchiasodo volse la faccia da quel lato, non senza un tal po' di
malumore, perchè appunto allora stava mettendo una zeppa di legno
sotto la tromba della signora Ninetta, per alzarne un tratto la mira.
--Che c'è? chi mi chiama?--gridò egli con piglio impaziente.
--Son io, messere Anselmo; non mi conoscete?
--Io! persona, prima;--borbottò il Picchiasodo;--e che altro sei tu?
--Il Maso, messere; non mi abbandonate. Sono il ragazzo dell'Altino.
--Ah!--disse il vecchio soldato, inarcando le ciglia.--Diffatti, la
riconosco, quella tua faccia di capocchio. Vien qua, buona lana, e non
avertelo a male. Finisco di dire una parolina a' tuoi concittadini e
sono da te.--
Così dicendo, il buon Picchiasodo curvò amorosamente la testa
sull'òmero della sua dama, fece l'occhiolino nei due traguardi che le
ornavano il capo, e parve contento del fatto suo. Quindi, pigliato
dalle mani d'un servente l'uncino, ne accostò la punta arroventata al
focone. Un lampo incoronò la bocca della signora Ninetta in mezzo ad
una nuvola di fumo, e con fragore di tuono, partì fischiando una
bigoncia di sassi.
A mala pena ebbe dato fuoco alla bombarda, il Picchiasodo levò la
fronte e tese l'occhio verso la strada.
--Di punto in bianco!--gridarono poco stante i serventi, che stavano
alle vedette, quali inerpicati sulle traverse della stecconata, quali
in bilico sui carretti delle artiglierie.--Vedi che squarcio! E come
son ruzzolati! Ne hanno abbastanza, di treggèa; scantonano alla lesta,
come gatti scottati dall'acqua calda.
--Lo credo, io; s'è fatto miracoli;--disse il Picchiasodo ridendo.--La
signora Ninetta è una donnina di garbo, e adesso bisognerà darle una
secchiata d'acqua, per la sete. A proposito d'acqua, chi diavolo mi
parlava dell'Altino?
--Son io, messere Anselmo;--si affrettò a rispondere il Maso;--sono
io, il ragazzo dell'osteria.
--Ah sì, ora mi ricordo;--ripigliò il Campora;--«fermatevi all'Altino,
c'è buona l'accoglienza e meglio il vino». E dimmi, per caso, non ne
avresti portato un fiasco di quel buono? E' sarebbe proprio la man di
Dio.
--Gli è tutto andato, messere;--disse il Maso con aria contrita.--Ci
avete conciati davvero per le feste.
--Necessità di guerra; che farci, ragazzo mio? Non dovevate pigliarla
a dire con noi;--sentenziò il Picchiasodo, stringendo le spalle.--Ma
via, questi non sono discorsi da fare con te. Come sei qua? Ah,
perdinci, non ci avevo badato prima; tu se' legato come un cane.
--Necessità di guerra;--disse di rimando il Maso;--e in verità, son
capitato in certe mani....
--Capisco;--interruppe il buon capo dei bombardieri;--e tu ameresti
ora cambiar di padrone. Andate, voi altri;--soggiunse poscia,
voltandosi ai due balestrieri che accompagnavano il Maso;--questo
prigioniero rimane con me.--
Il Maso diede una rifiatata di contentezza. Ma quei due non si
muovevano ancora.
--Messere,--entrò a dire il Tanaglino,--la corda di balestra con cui è
legato, mi appartiene.
--E tu levala!
--Levala!--ripetè il Maso, mettendo i polsi sotto il naso del suo
aguzzino.
Indi, mentre il Tanaglino, tutto raumiliato, lavorava a slegarlo,
soggiunse:
--Che te ne pare? Son io ancora quel villano ribaldo di poco fa?
--Sarete un pezzo grosso,--borbottò il balestriere stizzito,--e a noi
due spetterebbe la taglia.
--Eccoti la taglia, furfante!--esclamò il Picchiasodo, appoggiandogli
una pedata.
--Ne valgo cento, di queste;--aggiunse il Maso, gongolando dalla
gioia;--fàtti dare il tuo giusto.--
Il Tanaglino, come i lettori avranno di leggieri argomentato, n'ebbe
abbastanza di una e non aspettò le novantanove che il Maso gli
consigliava di prendere.
--E così, ragazzo mio,--disse il Campora, come furono soli,--eccoti
fuori dal servizio di mastro Bernardo....
--E di messere Antonello da Montefalco, ai servigi del quale sono
accomodato come paggio.
--Di quel traditore, che in principio della guerra era con noi? Grama
casacca, quella che dentro l'anno si volta! Buon per te che non lo
servirai più. Vuoi restare con me?
--Messere,--rispose maliziosamente il Maso,--questo sarebbe un voltar
casacca ancor io.
--Oh, non dico già come paggio; sei prigioniero, e resti al mio
servizio fino al compimento di questa impresa maledetta. È il meno
ch'io possa fare per te. Avevo fame e tu m'hai portato un pollo; avevo
sete e non m'hai fatto aspettare un fiasco di vino. Ora dimmi, hai
fame tu? hai sete?
--Eh, non fo per dire.... Stamane siam venuti ad assalirvi prima di
far colazione.
--È una pittima cordiale, il vostro marchese! Far combattere i suoi
soldati a ventre digiuno!
--Gli è un buon massaio e tira allo sparagno;--rispose il Maso, che
volea dire e non dire.--Sapete, messere Anselmo? Lo sparagno è il
primo guadagno.
--Capisco, sì, capisco che siete agli sgoccioli.
--Oh questo poi! Messere Antonello, mio padrone, dice che il Borgo,
senz'altri aiuti di vettovaglie, può tener fermo ancora sei mesi.
--Sì, sì, dagli retta! Noi ci abbiamo intorno a ciò ben altri
ragguagli. Ma basti; tu hai fame e sete, tu; ed io, vedi, quantunque
da noi si abbia avuto cura di asciolvere, la fame l'ho ancora sui
denti e la sete l'ho sempre. Gli è un vizio che m'hanno lasciato i
vaiuoli.--
Con queste celie amichevoli, Anselmo Campora si era mosso di là, per
andare verso l'alloggiamento. Quella mattina la sua orchestra aveva
fatto buona prova e messer Pietro Fregoso doveva esser contento di
lui; frattanto il buon Picchiasodo se ne rallegrava da sè. La qual
cosa era naturalissima, ed io la raccomando, sull'esempio di lui, a
tutti i lettori; imperocchè l'esser contenti di noi medesimi è già un
buon punto per aspettare che gli altri lo siano del pari, o per
passarcene bravamente, se gli altri ci stanno sul tirato, come il più
delle volte interviene.
Aggiungete che l'allegria fa buon sangue e ci aiuta a veder tutto
bene, quello che è stato fatto dalla provvidenza, o dal caso. Però
argomentate come al Picchiasodo godesse l'animo di aver tra' piedi il
Maso e di fargli servizio. La vista di quel poveraccio gli ricordava
l'Altino, il teatro di una tra le sue più allegre bevute. Se gli fosse
capitato anche mastro Bernardo, che festa! di certo lo avrebbe
abbracciato.
L'alloggiamento del Picchiasodo, distante una balestrata dal fosso,
era, come si può argomentar di leggieri, una baracca e niente di più,
cioè a dire una capanna fatta con assi e coperta di frasche, breve
fatica de' suoi bombardieri, a mala pena erano calati a piantare le
artiglierie nella bastita di Pertica.
Non c'era che una camera, ma questa abbastanza capace. Il letto (se
letto può dirsi una cuccia di strame con suvvi una coperta di lana) si
vedeva in un angolo, e un lungo spadone appiccato alla parete vi
raffigurava indegnamente l'olivo pasquale. Tutto intorno fiaschi e
stoviglie, una rozza panca ed una rozza tavola, dinotavano che Anselmo
Campora non si raccoglieva in quel suo romitaggio per recitar
paternostri.
Giunti appena colà, il Maso ebbe le nari soavemente vellicate da un
odor di stufato, che dovea rosolarsi a lento fuoco in una cucina
posticcia, dietro la baracca del suo ospite. Nè meno grato gli giunse
un altro odore di basilico, aglio, maggiorana e cacio pestati insieme;
stillato, elettuario, nettare, ambrosia e tutto quel meglio che
vorrete, donde ogni naso ligustico fiuta le dolci impromesse di una
minestra maritata. E non mi faccian niffolo le signore lettrici, se
per avventura questo racconto ne ha; imperocchè tutto è buono, anche
una minestra maritata, e sto per dire anche per la bocca più
leggiadra, purchè capiti a tempo.
--Che te ne pare, eh?--dimandò il Picchiasodo, notando l'aria di
beatitudine che si diffondeva sulla faccia del Maso.--Non ti poteva
per avventura andar peggio?
--Ah, non me ne fate ricordare!--esclamò il Maso, pensando al
Tanaglino.--Questa è grazia di Dio, cucinata dal generalissimo dei
cuochi.
--La nostra gloriosa repubblica ha di cotali valentuomini al suo
servizio,--soggiunse gravemente Anselmo Campora, mettendosi a
tavola.--Siedi, amicone. Domani sarai l'aiutante del mio cuoco; oggi
sei il mio commensale. Lo hai meritato. Chi fa bene, abbia bene in
questa vita e nell'altra. Tu m'hai portato il migliore della tua
osteria, e Anselmo Campora non lo ha dimenticato. Bada a me, ragazzo;
porta sempre del vino buono al nemico; verrà giorno che egli potrà
ricambiartene. Assaggiami questo; è di Calice. Quest'anno lo abbiamo
svinato noi altri.
--Pur troppo!--disse il Maso tra sè.
E mandò dalla tavola del nemico un pensiero alla patria.