Come Giacomo Pico parlasse a madonna Nicolosina e qual risposta ne
avesse.
Riposiamoci un tratto dai combattimenti e dai pensieri di guerra. Il
castello Gavone, lontano ancora da queste gravi molestie, c'invita.
Lassù, in una camera alta del torrione dell'Alfiere (che guarda alla
marina da ponente, come il torrione della Madonna a levante, mentre
gli altri due, del Marchese e della Polvere, guardano, nello stesso
ordine, dalla parte di tramontana) c'è il nostro Giacomo Pico, seduto
la maggior parte del giorno su d'una scranna a bracciuoli, nella
strombatura d'una smilza finestra, dond'egli beve la tiepida luce del
sole.
La perdita del sangue lo ha infiacchito, lo ha reso bianco in volto
come un cencio lavato; ma infine, quel che gli ha tolto di forza e di
fierezza, gli ha aggiunto, in una certa misura, di leggiadria. Dico in
una certa misura, intendiamoci; che non aveste a pigliarlo in iscambio
d'un fior di bellezza, nato lì per lì e sbocciato sotto la penna dello
scrittore, per comodità delle sue invenzioni. Vo' dire soltanto che il
ruvido giovinotto s'era in quella occasione raggentilito di molto e
che aveva fatto una ciera, da pigliarci amore le donne a cui piacciono
le pallidezze e i languori.
Madonna Nicolosina e madonna Bannina, figlia e madre, come sapete,
consolavano spesso di lor presenza il ferito. La Gilda andava e
veniva, aliava a guisa di farfalla, e trovava modo, ora con un
pretesto, ora con un altro, di essergli sempre dattorno. Nè ciò gli
sarebbe dispiaciuto (perchè una bella ragazza non fu veduta mai di mal
occhio da alcuno) se a lui da molti giorni non avesse pigliato la
smania di restar solo, almeno per dieci minuti, con madonna
Nicolosina.
E questo, per l'appunto, questo che desiderava più ardentemente, non
gli era anche riuscito. In quella vece, e più d'una volta, era rimasta
sola con lui la Gilda, desiderio e tormento del suo amico Tommaso
Sangonetto. La fortuna è cieca, avrebbe notato costui, se lo avesse
risaputo. Ma il lettore, che già conosce un cantuccio del cuore di
Gilda, penserà con ragione che non fosse tutta fortuna, quella che
faceva trovare la ragazza a quattr'occhi col ferito. Senonchè, la
povera Gilda sprecava ingegno e fatica; Giacomo Pico non le aveva mai
detto pur una di quelle parole, che ella si aspettava sempre da lui.
Se la Gilda avesse avuto un miccino d'esperienza degli uomini, avrebbe
saputo che quando uno di questi bipedi implumi è presso ad una donna
non brutta, nè spiacente, e non incomincia a coniugarle quel verbo,
gli è segno evidente che l'ha coniugato, o pensa di coniugarlo ad
un'altra, E la Gilda, a guardarsi nulla nulla dintorno, avrebbe capito
altresì dove fosse l'argomento delle coniugazioni di Giacomo Pico. Di
belle ragazze, al castello, non ce n'eran che due.
Tornando al ferito, il lettore avrà argomentato di leggieri che, se
egli poteva pensare ai colloquii e mandare dal profondo dell'anima le
sue giaculatorie alla giovine castellana, il suo non era un mal di
morte per fermo. Diffatti, la ferita, non essendo delle più gravi, si
andava rimarginando, e la gioventù, questa, gran medichessa che la sa
più lunga di tutto il dotto collegio, aveva secondato le cure del
cerusico Rambaldo, che era, per altro, la prima lancetta del
marchesato.
Ma ohimè, se una piaga si era risanata, un'altra s'era inciprignita; e
questa era la piaga fatta nel cuore di Giacomo dagli occhi
inconsapevoli di madonna Nicolosina.
Così, mentre il corpo si rinvigoriva di giorno in giorno, l'animo si
struggeva nel desiderio di potersi aprire alla donna de' suoi
pensieri, o almeno di conoscere che cosa pensasse ella di lui.
Amorevole e sollecita gli era parsa bensì in tutti que' giorni e più
assai che non fosse mai stata con lui negli anni andati, quando la
tenera età, non che scusare, consentiva ogni dimestichezza maggiore;
ma anche qui non c'era da cavarne un costrutto, essendo l'affettuosa
cura un uffizio di pietà, naturalissimo nella donna, per chi soffre
d'un male visibile, a cui ella possa portare rimedio, o sollievo. Ora,
se egli avesse potuto dirle di quell'altro suo male invisibile che
portava nel cuore, come sarebbe stata accolta la sua confessione da
lei? Questo era il busilli.
A tutta prima, vedendola giungere all'Altino, aveva argomentato in
cuor suo.... Che cosa? Nulla e tutto. Nicolosina era pallida, ansante,
confusa; una immensa pietà le traspariva dallo sguardo smarrito; una
ineffabile tenerezza governava i moti convulsi di quella labbra
smorte, che per lunga pezza non poterono profferire una parola, una
sola parola, E più tardi, quali cure affettuose! quale umanità più che
fraterna negli atti! come pendeva ansiosa dai responsi di messer
Rambaldo, che era venuto al letto del povero ferito! con quanta
sollecitudine gli occhi della leggiadra castellana si partivano dalle
labbra del discepolo d'Esculapio per andarsi a posare sul viso smorto
di lui!
Che pensare di ciò? Un giorno gli venne in mente che ella sapesse la
cagione del suo duello col Fregoso. Volea sincerarsene; ma le parole
gli morirono sul labbro. E poi, come si è detto, madonna Nicolosina
non era mai sola al suo capezzale.
E voleva altresì domandare del Cascherano. Che c'era egli di vero in
quella chiacchiera di mastro Bernardo, che aveva fatto nascere il
guaio? Di certo, l'ostiere, anco ingannandosi sul conto de' due
forastieri, non aveva inventato il personaggio e il matrimonio di
pianta. E forse, anzi senza il forse, la Gilda ne sapeva l'intiero. Ma
il chiederne a lei non avrebbe dato a divedere che troppo gli premeva
di madonna Nicolosina? Tanto faceva aprirsi a dirittura con questa e
dirle spiattellato: madonna, io muoio d'amore per voi.
Fosse almeno capitato il Sangonetto a trovarlo; si sarebbe
raccomandato a lui, che pigliasse lingua da alcuno. Ma il Sangonetto
aveva preso il largo; in vece sua, era diventato un pezzo grosso;
tornato a mala pena dalle Langhe colla promessa degli aiuti, aveva
spiccato il volo per altri lidi. Nessuno sapeva per dove; egli stesso,
andato per pochi istanti a vedere l'infermo e trovar modo di
bisbigliare una parolina alla Gilda (che lo vedea volentieri come il
fumo negli occhi) non ne avea pur rifiatato. Vanaglorioso ed ingrato,
il nostro Tommaso già sentiva la carica.
Diremo noi brevemente dove fosse andato; in Francia, alla corte di
Carlo VII, il re di cui avea detto Lahire, che perdeva «allegramente»
il suo regno, e a cui il fiore dei cavalieri francesi e una
meravigliosa pulzella dovevano riconquistarlo più tardi; ci era
andato, non già come ambasciatore, bensì col più umile e più sollecito
ufficio di corriere, e portava, da buon corriere, una lettera.
In essa, Galeotto rammentava l'ossequio dei Carretti e la loro
divozione ai reali di Francia; ricordava come un Nicolò, suo zio
paterno, combattendo per Carlo e pel nome francese, fosse stato ucciso
in battaglia dagl'Inglesi invasori; soggiungeva essere egli stato mai
sempre nemico acerbo ai Fregosi, i quali, essendo Barnaba Adorno doge
di Genova, avevano ingannato Sua Maestà, pigliandone molte migliaia di
fiorini contro la promessa d'impadronirsi di Genova e darla a lui; e
l'avevano presa e l'avevano tenuta per sè. Vendicasse adunque lo
scorno patito, soccorrendo il Finaro contro i Fregosi. Questi erano
odiatissimi a Genova, di guisa che sarebbe tornato agevole al re,
combattendo i Fregosi e avendo dalla sua il Finaro, insignorirsi di
quella repubblica. Anche Galeotto, come si scorge di qui, vendeva la
pelle dell'orso. Costume dei tempi!
Andava dunque il Sangonetto con grande celerità e presentava la
lettera. Essa piacque oltremodo al re, che s'era allacciata al dito la
gherminella di Giano Fregoso e stimò d'avere gran sorte, se poteva,
con poco disagio suo, dare a quel cattivo pagatore una grande
molestia. A pronta dimostrazione dell'animo suo verso il marchese
Galeotto, mandò subito al Finaro un prode italiano, allora ai servigi
di Francia, messer Giovanni Sanseverino, con venticinque lancie, ed
altri aiuti promise. Que' cavalli intanto dovevano essere la mano di
Dio pel marchesato, che molti invero non avrebbe potuto nutrirne, o
adoperarne in quelle strette sue gole, ma di un certo numero avea pure
mestieri, per contrapporli ai cavalli nemici e sostenere all'uopo gli
assalti dei fanti.
Ed ecco perchè Giacomo Pico non aveva più visto il Sangonetto, nè
potuto sciogliere uno dei nodi che più gli stavano a cuore. Intanto i
giorni passavano; la guerra, non pure era cominciata senza di lui, ma
vigorosamente condotta fino alla resa di Castelfranco, senza che egli
potesse ancora uscir fuori e nelle aspre fatiche del campo acquetare
un tratto le acerbe battaglie del cuore.
Ben presto, dal vano della sua alta finestra, potè vedere co' suoi
occhi il nemico. Una bastita per tutto l'esercito genovese era
innalzata da due giorni a Monticello, proprio alla vista del borgo, e
due grosse bombarde v'erano collocate a difesa. Tre battifolli subito
dopo erano edificati più avanti, l'uno sul poggio di Maria, l'altro
nella vigna di Nicolò Giudice, il terzo all'Argentara, sul fianco
stesso della terra assediata. Quest'ultimo, per altro, non fu
costrutto dai Genovesi senza grande spargimento di sangue.
Dicevasi allora che tante fabbriche militari si facessero per
arricchire i Fregosi. Nicola, cugino di messer Pietro, intascava per
ogni nuova bastita dugento fiorini, e questi in prezzo dell'opera sua,
mentre assai più gliene erano pagati per l'opera degli artieri, ai
quali non ne dava neanco cinquanta. Ma queste forse erano ciarle dei
malevoli. Anche i nemici dicevano che tante bastite non servissero a
nulla; eppure, la mercè di questi saldi ripari, l'esercito genovese
aveva potuto farsi tant'oltre, in luoghi così malagevoli per natura, e
pericolosi, poi, se tenuti da un forte e risoluto nemico.
In tal guisa era stretto il Finaro, che, a detta del Picchiasodo, non
poteva uscirne un uccello a volo, che nol vedessero i Genovesi, ed
egli inoltre poteva contare le casseruole e i tegami appesi alla
parete nelle cucine degli assediati.
Questo era forse un vanto soverchio; ma certo la vicinanza dei nemici
doveva parere già troppo molesta a Galeotto, che, insieme col fratello
Giovanni, usciva ogni giorno a battaglia. Francesco, il capitano
generale, non era più con esso loro; andato verso Garessio, per
affrettar la venuta degli aiuti che mandava la lega, avea fatto come
il corvo dell'Arca; non s'era più visto, e gli aiuti promessi,
nemmeno.
Tardi ricordò Galeotto che il suo capitano generale era cugino di
Marco, del tiepido signore di Osiglia; più tardi ancora riseppe che
Genova a Marco e ai cugini suoi prometteva di dare la parte loro del
marchesato, quella stessa che i loro antenati Emanuele ed Aleramo
avevano posseduta. E quando ciò seppe, argomentò che dai congiunti
suoi delle Langhe non aveva più nulla a sperare, e che le vie di
Calizzano e di Osiglia, donde si sentiva sicuro alle spalle, non gli
teneano più fede.
Non si smarrì tuttavia, non si perdette d'animo; che anzi, il sapersi
solo, accrescendogli la malleveria dell'impresa, gli aggiunse le forze
della disperazione. Sì, veramente, con mani e con piedi, come aveva
scritto al doge di Genova, era egli inteso a difendersi. E quella sua
baldanza inanimiva i Finarini, li incuorava non solo ad affrontare
arditamente i pericoli, ma a sopportare con fermezza i danni della
guerra.
E questi pur troppo erano gravi. Dal poggio di Maria, le cortane e le
spingarde nemiche gittarono trecento pietre nel Borgo; trecento ne
gittarono esse sole, e di gran peso, le tre bombarde maggiori, che
tutte traevano a giusta mira contro la torre della Rasana, la più
forte che fosse sulla cinta dei muri.
E Galeotto a rispondere con un'altra sortita, più vigorosa a gran
pezza delle altre, Barnaba e Paolo Adorno lo seguono; Giovanni suo
fratello, Giacomo figlio d'Oddonino, Lazzarino figlio d'Urbano, ed
altri giovani egregi del suo parentado, si tengono ad onore di
combattere, come semplici soldati, al suo fianco. Scende una grossa
schiera da Calvisio, per la valle di Pia, e molesta i Genovesi alle
spalle; si voltano essi per rincacciare gli audaci, ed ecco, sono
assaliti di fronte, al battifolle del poggio di Maria, a quello
dell'Argentara, con una furia che mai la maggiore. Basti il dire che
in questo parapiglia improvviso, Anselmo Campora fu ferito accanto
alla signora Ninetta di cui si fece riparo al corpo, mentre da solo
sosteneva l'assalto di cinque nemici. Ne uscì, per altro, ad onor suo,
con una di quelle che egli dicea graffiature e che altri avrebbe
chiamato sberleffi belli e buoni, quantunque non belli, nè buoni. Ma
la sua dama fu salva dalle ingiurie nemiche, e questo era per lui
l'essenziale.
Gran danni soffersero i fanti delle tre podesterie intorno a Genova e
dei vicariati di Spezia e di Chiavari. Il loro comandante, Carlino da
Voltaggio, fu preso e condotto prigione, malgrado gli sforzi fatti da'
suoi per liberarlo. I passi erano angusti e in molti uomini si facea
come in pochi; anzi, per la confusione che nasce dal numero, assai
meno che in pochi. Il battifolle del poggio di Maria fu corso e
ricorso dai Finarini; così quello dell'Argentara; prigioni potevano
farne non pochi; ma perchè avrebbero portato tante bocche inutili
dentro del Borgo? Li lasciarono adunque e tornarono nelle mura,
carichi di bottino e di gloria.
Messer Pietro Fregoso, per la prima volta dacchè era venuto
all'impresa del Finaro, si morse le labbra, e sino a far sangue; tanto
fu la sua stizza per l'audacia del marchese e per la nissuna vigilanza
de' suoi.
In quel mezzo, giungeva il Sanseverino colle venticinque lancie e la
promessa di nuovi aiuti di Francia. Galeotto, cresciuto mirabilmente
d'ardire, disegnò tosto in cuor suo una bellissima impresa; che era
quella di andare egli in persona a tentare un colpo su Noli, per
togliere quel fortissimo luogo alla protezione dei Genovesi e in pari
tempo impedir loro la ritirata, e intercettare le salmerie.
Ma qui, siccome col Sanseverino è tornato anche il nostro Tommaso
Sangonetto, e Giacomo Pico ha potuto avere qualche utile ragguaglio da
lui, sarà acconcio di tornare al castello Gavone e a quella camera
alta, che è nella torre dell'Alfiere.
Le notizie raccattate da Tommaso Sangonetto intorno alla faccenda del
Cascherano, erano più acconcie a mettere in pace, che non a turbare lo
spirito inquieto di Giacomo Pico. Quel giorno incominciava bene per
lui; il marchese Galeotto si disponeva a partire per alla volta di
Verzi, donde, col favor della notte, per la via meno battuta d'Isasco,
sarebbe piombato su Noli. Però non è a dire il rimescolamento che
c'era nel castello per tutti gli apparecchi della partenza, e lo
scompiglio che esso arrecava in tutte le consuetudini quotidiane della
famiglia. Basti notare che madonna Bannina, tutta intorno al marito,
non era comparsa nella torre dell'Alfiere, e madonna Nicolosina vi
andò sola, ad una cert'ora del giorno, per salutare l'amico di casa e
vedere se non avesse mestieri di nulla.
Il caso non poteva favorire meglio di così il nostro innamorato.
Madonna Nicolosina era un occhio di sole, l'ho già detto a suo luogo.
Bionda i capegli, bianca la carnagione e svelta della persona come
Diana, forse al pari della divina cacciatrice aveva il cuore muto
all'amore; all'amicizia non già, che questa è natural sentimento di
un'anima buona, laddove quello è singolare portato, rarissimo fiore,
nutrito di tutti i sensi più delicati e riposti, che solo un felice
concorso d'inesplorati e inavvertiti nonnulla può far muovere
d'improvviso e riardere in noi.
E buona era Nicolosina, onesta e sincera come un cavaliere senza
macchia e senza paura. Ho detto come un cavaliere, e giustamente;
diffatti, sotto quella bionda e rosea parvenza di donna, egli c'era
alcun che di virile; la lealtà, per esempio, e l'alterezza, spogliate
di quella grazia languida, che la natura ha dato, insidia innocente,
ma non meno pericolosa, alla più bella metà del genere umano.
Nata in altissimo stato, sentiva altamente di sè; superbia naturale e
scusabile, che del resto non aveva pure occasione a mostrarsi, in
mezzo ad un popolo di riverenti vassalli, i quali niente potevano
vedere di strano in una dignità d'apparenze così celestiali e
ammantata di tanta soavità, di tanta amorevolezza pietosa. Umana ed
affabile, come sono così utilmente per sè e per altri i grandi della
terra, quando si compiacciono d'esser tali, non c'era caso che la
giovine castellana facesse patire anima nata, per alcuno di que'
capricci e fantasie di comando, che pure son tanto frequenti nelle
giovani donne, male avvezzate, anche in condizioni più umili, da cieco
amor di congiunti, o da libero ossequio di cavalieri cortesi.
La bellissima fanciulla entrò nella camera di Pico, senza timore, o
peritanza di sorta. Non era ella in casa sua? Forse per la prima volta
andava da sola in quel luogo; ma come nella accompagnatura non c'era
stato mai un deliberato proposito, così nel giunger sola non ci poteva
essere un'ombra di vergogna, o di dubbio.
Bensì Giacomo Pico, al vederla comparir tutta sola, si scosse. Il
sangue turbato gli si ridusse con rapido moto al cuore, indi
risospinto gli corse più veloce alle tempie. Ebbe allora come un
bagliore negli occhi, diede in un grido di meraviglia, e,
appoggiandosi forte ai bracciuoli della scranna, si alzò da sedere.
--Ah, ah!--sclamò ella, ridendo del suo riso argentino.--Per la prima
volta, messer Giacomo, vi vedo un po' di buon sangue sul volto. Ma
sedete, vi prego; non vi scomodate per me.
--Non è più tempo di star seduti, madonna Nicolosina;--diss'egli
sospirando.--Tutti i giorni si combatte, laggiù, ed io sono stato già
troppo in disparte.
--Ma per giusta cagione, mi sembra; e con vostra buona pace, rimarrete
ancora per qualche giorno tranquillo, messer paladino!--incalzò la
fanciulla, con accento d'affettuoso rimprovero.--Il cerusico Rambaldo
lo vuole e lo vogliamo anche noi, che non aveste a far ricadute!
--Che serve, madonna?--ripigliò Giacomo Pico, crollando
malinconicamente la testa.--Sono un povero disgraziato a cui forse
metterebbe più conto il morire.
--E perchè?--dimandò ella ansiosa.--Forse alcuna cosa vi manca, per
viver felice tra noi? Parlate, messer Giacomo, parlate! Lo sapete
pure, come qui tutti vi amano.
--Tutti!--ripetè egli, sorridendo a fior di labbro.
--Sì, tutti; ne dubitate?--replicò la giovinetta, rizzando il capo,
con alto di leggiadra alterezza.--Sappiamo il debito nostro. Mio padre
non è debitore a voi della vita? E quanti hanno vita e stato da lui,
non vi sono obbligati del pari?
--Ah, non è di ciò che intendo parlare;--disse Giacomo Pico.--Non vo'
che mi si ami per gratitudine, io!
--Oh tristo!--sclamò Nicolosina, con accento di lieve corruccio.--E
non è un nobile sentimento forse?
--Sì,--rispose egli confuso;--ma infine....
--Infine,--proseguì ella,--voi siete l'amico nostro, il servitor più
fedele e più caro; mio padre....
--E sempre vostro padre!--interruppe Giacomo Pico, stizzito di non
poter uscire da quella cerchia di affetti tranquilli e di accenni al
suo umile stato.
Qui fu per madonna Nicolosina il caso di pigliare il broncio davvero.
--Messer Giacomo, e come?--chiese ella, tirandosi indietro un passo e
guardandolo severamente.--Non amereste par avventura mio padre?
--Voi mi uscite di proposito, madonna Nicolosina!--gridò il giovine,
riscaldandosi a sua volta.--Ah, questo è troppo ed io ho troppo
sofferto. Fossi morto almeno, di quella stoccata, più pietosa a gran
pezza delle vostre parole! E perchè, voi che mi parlate ora in tal
guisa, siete accorsa a togliermi di laggiù, ov'io sarei presto uscito
di pena?
--Non mi fate colpa di un uffizio di carità, ve ne prego;--rispose
ella turbata.--Chi soffre ha diritto alle nostre cure, e più ancora
quando egli soffre per nostro servizio.
--Ah,--soggiunse egli amaramente,--voi dunque non mi amate?--
La fanciulla lo guardò stupefatta. Egli incalzò la dimanda e fu per
afferrarle una mano; ma ella lo rattenne con un gesto severo.
--Messer Giacomo,--soggiunse poscia, con accento impresso di dignità e
di tristezza ad un tempo,--mi farete pentire d'esser venuta a darvi il
buon dì.--
Giacomo Pico, il ruvido soldato, fu scosso da quelle meste parole. Ma
non era della sua natura il trattenersi a mezzo di nessuna cosa che
avesse impreso a fare. Quella occasione, poi, egli l'aveva spiata con
tanta cura, attesa con tanto desiderio! Se egli l'avesse lasciata
sfuggire quel dì, sarebbe forse tornata? Non lo sperava egli per
fermo.
--Perdonate,--diss'egli, chiudendosi rabbiosamente sul petto quella
mano che la giovinetta aveva respinta da sè,--ma io vi amo, vi ho
sempre amata; eravate bambina ed io già vedevo in voi quella che siete
oggi per me, la più bella, la più cara, la più desiderata fra le
donne. Avevo sempre taciuto, sperando di ottenervi con opere eccelse,
come ricompensa dovuta al valore. Stolto! Il primo venuto, perchè
conte e signor di castella, mi aveva a vincer la mano! E quando, al
mio ritorno dai signori della lega, seppi che andavate sposa a questo
conte di Osasco, vedete, m'ha dato volta il cervello, non ho potuto
padroneggiarmi più oltre. Ah, così fosse stato egli, com'io lo
credevo, quando mi abbattei nel Fregoso; che forse in cambio d'esser
passato fuor fuori, l'avrei ucciso io, e dato un avviso salutare a
quanti ardissero ancora di contendervi a me.
--Ah!--esclamò la fanciulla, percossa.--Non era uno scontro col nemico
di mio padre?
--No, col mio nemico, col mio rivale. Così almeno ho creduto;--rispose
egli impetuoso.
Un senso di compassione profonda ricercò il cuore di madonna
Nicolosina.
--Fo male a dirvelo,--ripigliò ella gravemente,--perchè l'atto vostro,
se pensavate di far contro ai disegni di mio padre, non fu di amico,
quale egli sempre vi tenne. Ma infine, sappiatelo, io non andrò sposa
al conte di Osasco.
--Lo sapevo;--disse Giacomo Pico.
Nicolosina lo guardò, in atto di sorpresa.
--Lo sapevate?--dimandò ella,--Ma allora...?
--Oh, solamente stamane l'ho udito;--soggiunse egli tosto.--Il
marchese Galeotto lo ha liberato dalla sua parola, non potendo oggi,
in mezzo alle angustie e ai pericoli di una guerra, accettare
dicevolmente una domanda, che era stata fatta nei giorni della sua
prosperità.
--Così è per l'appunto;--diss'ella sospirando.--Povero padre.
--Ah, vostro padre ha nobilmente operato. Ma quell'altro, il vile, che
fu sul punto di ottenervi, s'è pure affrettato ad accettare lo scampo!
--Non parlate così, messer Giacomo! Sebbene è giusto che la cosa debba
aver questo fine, è debito nostro di dire che egli non ha risposto
nulla. Ed è brutto, assai brutto, accusare gli assenti.
--Voi dunque rimpiangete quelle nozze! Amavate dunque il conte di
Osasco, senza conoscerlo ancora?
--Messer Giacomo,--rispose la giovinetta offesa nella sua
verecondia,--io non ho a dirvi se l'amo, o no; bene ho a dirvi che una
fanciulla deve rispetto a' suoi genitori e al nome che porta, e che
voi dimenticate l'una cosa e l'altra in un punto.
--Ah sì!--sclamò il Bardineto, che sentiva la sferza e non era
d'indole da patirla, nè da riconoscere in cuor suo d'averla
meritata.--Io debbo tacere. Ama, povero sciocco, e taci! Servi,
vassallo, e taci! Combatti, oscuro soldato, e taci! È il debito tuo. I
tuoi padroni hanno voluto così; sul tuo corpo hanno diritto e
sull'anima tua, questi superbi signori. Dite, madonna, non è egli
proprio così?
--No, poichè chiedete il mio avviso, non è proprio così;--rispose
Nicolosina, con risolutezza di cui qualche ora prima non sarebbe stata
capace.--Avrei potuto partirmi di qui, fors'anco dovuto; rimango
invece per difender me e la mia casa contro la vostra ingiustizia. Che
sia il diritto dei signori sui loro vassalli e come stabilito, non so;
ho imparato dal libro di Dio che tutti siam pari davanti a lui, nella
speranza dei cieli, ma che ciò non muta e non scioglie i vincoli
d'autorità con cui si governa la terra. Qui, poi, non vi disprezza
nessuno; qui tutti vi son grati de' vostri alti servigi; nol
sarebbero, se vi tenessero in conto di un oscuro soldato, o di un vil
servitore. E, viva Dio, checchè diciate, messer Giacomo Pico, checchè
pensiate voi dei potenti (e come lo siamo vel dica la presenza de'
nostri giurati nemici alle porte di questo povero borgo) ingrati voi
non potete dire i discendenti di Aleramo e della figlia di Ottone.--
Un amaro sorriso sfiorò le labbra di Giacomo. Ferito da quell'accenno,
che gli parve superbo, nè badando alla commozione vivissima che
accendeva il volto della fanciulla, o vedendola in quel rossore più
bella, così le rispose, infiammato d'amore e di sdegno.
--Sì, lo ricordo, lo vedo, quale distanza corre tra noi. E perciò
ricuso la gratitudine vostra, nobile e accetto presente tra uguali,
povera ricompensa ai minori, senza il suggello di quell'amore che
toglie ogni distanza.... che dico, la toglie?.... che non ne conosce
nessuna. Questo amore io v'ho chiesto, madonna; questo io vi chiedo
ancora, a mani giunte, in ginocchio. Credete che io non valga quanto
un cavalier di corona? Ma chi era il primo d'ogni illustre legnaggio,
se non per avventura un oscuro soldato, che col valore del suo braccio
incatenò la fortuna? Uditemi, Nicolosina; è nella vostra medesima casa
l'esempio, se pure la storia dice il vero di voi. Chi era Aleramo,
innanzi che egli piacesse agli occhi di Adelasia, della bella
figliuola di Ottone? E chi fu l'avo del primo imperator di Lamagna, se
non un barbaro discendente degli schiavi di Roma? Ho meditato
lungamente le storie, madonna, e non ho trovato la ragione per che io
debba esser da meno di chicchessia, poniamo d'un conte d'Osasco. E
notate; da me non aspetterete mai cosa di cui il mio breve passato non
sia impromessa sicura; ho il mio destino nel pugno. Ma voi mi siete
necessaria, Nicolosina, voi ricompensa e stimolo a più nobili imprese.
Così sta scritto lassù; perchè ricusereste l'ufficio che vi è
assegnato dal cielo?--
Così folleggiava il Bardineto, ebbro d'amore e di rabbia, allorquando
un improvviso fruscìo si udì per le scale. Madonna Nicolosina, che già
stava per dargli risposta, si rattenne e gli fe' cenno di non parlare
più oltre.
Poco stante, l'uscio si aperse e una donna comparve nel vano. Era la
Gilda.
La ragazza, che pure s'aspettava di trovare la sua giovine signora
nella torre dell'Alfiere, rimase lì tutta impacciata e confusa,
accorgendosi, con molta e non certamente grata sorpresa, d'essere
capitata in mal punto. Questo le era dimostrato aperto dall'aria
scontenta con cui la sua comparsa era stata accolta da Giacomo, e dal
rossore di madonna Nicolosina, che, giovine com'era e non avvezza a
quelle battaglie, non sapeva, e neppure cercava, nascondere il suo
turbamento.
Perciò, come ho detto, rimase impacciata sull'uscio, senza fare un
passo avanti, nè indietro, e balbettò, così per aver aria di dir
qualche cosa, alcune parole vuote di senso.
Non meno impacciata di lei, madonna Nicolosina ebbe mestieri di tutta
la virtù dell'animo suo in quel punto.
--Che cosa vuoi?--dimandò ella, in apparenza tranquilla, ma reprimendo
a stento la sua commozione.
--Niente, madonna;--rispose la Gilda umilmente.--Ero venuta a vedere
se messer Giacomo non avesse bisogno di nulla.
--Per ora no;--soggiunse Nicolosina;--ci sono io.... e debbo dire
qualcosa a messer Giacomo Pico.--
Questo aveva potuto il sentimento della propria dignità in quell'anima
vergine, di farle indovinare che il miglior modo di cansare il
pericolo di un falso giudizio era quello di affrontarlo con sicura
alterezza. Tanto è vero che le profonde commozioni temprano, meglio
dei lunghi insegnamenti, la umana natura. La fanciulla era morta quel
giorno; la donna nasceva.
La Gilda chinò il capo, in atto d'obbedienza, e si mosse. Una sua
occhiata furtiva al Bardineto voleva dire a lui tutti i dubbi che le
passavano per la mente; ma egli non vi badò più che tanto, e la povera
ancella se ne andò raumiliata.
Per altro, giunta a mezzo della scala, si pentì d'esser discesa. E
domandò allora a sè stessa che cosa avesse a dire la sua signora di
così grave a Giacomo Pico, che ella non potesse ascoltare, e che cosa
significasse quel turbamento di ambedue. Dimande queste che, nel
cervello di una ragazza innamorata e gelosa, non hanno mestieri di
aspettare a lungo una conveniente risposta.
Or dunque, è facile argomentare che cosa facesse la Gilda. Raccolti
prudentemente i lembi della veste, che non avessero a strisciare
lunghesso il muro, in punta di piedi e rattenendo il respiro, tornò
sopra i suoi passi, e giunta al pianerottolo, stette origliando alla
porta.
Frattanto il Bardineto, almanaccando a suo modo su quella risoluzione
di madonna Nicolosina, aveva dato una rifiatata di contentezza,
vedendo partire l'ancella invece della padrona, come da principio gli
era parso che dovesse accadere.
--Ah, rimanete?--diss'egli, esprimendo nel fervido accento tutte le
pazze speranze che gli grillavano d'improvviso nel cuore.
--Sì, rimango;--rispose la giovinetta con piglio solenne;--rimango,
checchè possa altri pensarne; rimango, perchè questo colloquio, giunto
per vostra cagione tant'oltre, non può, non deve restarsi interrotto.
Fu il primo; sarà anche l'ultimo.--
Giacomo Pico trasaltò. La sua allegrezza era in un punto svanita.
Volle parlare, ma ella gli ruppe le parole sul labbro.
--Lasciatemi finire. Io v'ho ascoltato; mi avete chiesto una risposta;
abbiatela ora, senza sdegno e senza ingiuria, da me. Io non ho avuto
finora e non vo' avere che amicizia per voi. Siatene amico, ve ne
prego. Vedete intanto il bel frutto delle vostre fantasie; che dirà di
noi quella povera fanciulla, che or ora è uscita di qui? Ella vi ama;
me lo ha confessato. Amatela anche voi, messer Giacomo; ella lo
merita; non fate che io, senza volerlo, senza pure saperlo, abbia
rapito il cuor vostro alla mia povera ancella.--
Il Bardineto alzò sdegnosamente le spalle.
--Di ciò soltanto vi duole?--gridò egli, che, nella stizza ond'era
tutto invasato, non doveva imbroccarne più una.--O forse mi date
l'ancella vostra a dispregio?
--Nè di ciò mi duole, nè io fo d'alcuno la poca stima che dite. Ma
via, non torniamo agl'ingrati discorsi. Ancora una volta volete
essermi amico?
--No;--rispose egli con ruvidezza;--o tutto o nulla. Questa impresa si
leggerà nel mio scudo, quando io ne porti uno inquartato, da
contendere di nobiltà coi più celebrati e superbi. E vedrò
allora....--soggiunse il Bardineto, infiammandosi,--vedrò allora se
non vorrete esser mia!
--Dimenticatemi, messer Giacomo Pico;--disse a lui di rimando
Nicolosina, più afflitta tuttavia che ferita da quelle acerbe
parole.--Siete violento e scortese. Se tutti gli uomini vi
rassomigliano, io non amerò nessuno sulla terra.
--Il primo che ardirà di amarvi, lo ucciderò come un cane!--gridò il
Bardineto, con piglio feroce.
--Mi farete la solitudine intorno?--replicò ella sdegnata, guardandolo
in aria di sfida.--Suvvia, tentate la prova!--
Il Bardineto non vedeva più lume.
--Voi amate qualcheduno;--le disse, con voce soffocata dalla
rabbia;--confessatelo!
--Sapete che non amo voi; ciò vi basti.--
In quelle asciutte parole l'animosa fanciulla aveva fatto il supremo
sforzo della sua alterezza offesa. Gli occhi le si offuscarono dalle
lagrime, si sentì venir meno, e le sue mani andarono instintivamente
contro la parete, a cercarvi un appoggio.
Egli le si accostò, come per sorreggerla.
--Non mi toccate!--gridò ella, respingendolo. E atterrita, spinse
l'uscio con tanta precipitazione che la Gilda si tenne perduta. La
poveretta ebbe a mala pena il tempo di rannicchiarsi in un angolo,
dietro il battente.
Giacomo Pico si morse le labbra, e freddo all'aspetto, ma coll'inferno
nell'anima, stette muto, accigliato, a guardarla, dopo essersi tirato
indietro d'un passo.
Fu per parecchi istanti tra i due giovani un alto silenzio. Si udiva
soltanto il respiro affannoso di madonna Nicolosina e lo scricchiolare
dalla scranna, di cui Giacomo aveva afferrato la spalliera, per
pigliare un contegno.
Finalmente la giovinetta si riebbe, scosse la sua bionda testa,
rasciugò le lagrime e così parlò, con accento mutato, al suo fiero
amatore.
--Messer Giacomo Pico, io amo mio padre e non accrescerò i suoi
dolori, raccontandogli il nostro colloquio. Io stessa dimenticherò le
vostre parole; altro di voi non ricorderò che l'antica amicizia e i
servigi.--
Ciò detto e senza aspettare la risposta che stava per darle il
Bardineto, uscì dalla camera e scese con passo leggiero le scale.