CAPITOLO XXII

La corvetta.

La corvetta francese la _Vengeance_, di cui abbiamo sentito parlare

nel dialogo fra madama Concetta e il damerino, aveva nel giorno dopo

_la soirée_ salpato improvvisamente per Genova. Facilmente se ne

indovinerà la causa, dicendo che su quel naviglio si trovavano

Giovanni ex-governatore pensionato della Barbada, Alfredo e le

rispettive mogli e famiglie.

L'antico cospiratore Giovanni non aveva potuto resistere alla

tentazione di ritornare a pescare, come suol dirsi, nel torbo: le

grandi mutazioni suscitatesi nella vecchia Europa al comparire di

colui che il signor Basilio e molti chiamavano _astro novello_ avevano

scosso Giovanni. La Guglielmi, il buon Gonsalvo, Iago erano scesi nel

sepolcro. Chi mai poteva trattenere quello spirito bollente? Egli

aveva figli adulti, credeva più che mai possibile conseguire il da lui

vagheggiato momento. Ventisette anni di lunga aspettativa non ne

avevano calmato il desiderio nè dileguate le fallaci speranze. Credeva

(il buon uomo!) nella virtù del popolo. Aveva deciso partire. Prima di

porre il piede sul naviglio che solcar doveva l'Atlantico ebbe luogo

fra lui e la moglie un breve dialogo di tale importanza che non

possiamo tralasciare di trascriverlo.

--Le familiari dolcezze, i miei pianti, le mie preghiere, le carezze

dei nostri figli, quelle di Esmeralda, di Angiolina te dunque non

tratterranno giammai? gli aveva detto Rosina.

--No.

--E non pago di slanciarti a sangue freddo nel pericolo, corri a

precipitarvi te e la innocente famiglia? noi periremo tutti.

--Rosina! questi funesti augurii non fare per pietà.... Ah! se tu

sapessi.... io ho un voto da sciogliere; nulla al mondo saprebbe

arrestarmi: prima d'ogni affetto vi è quello della patria.

--Lo so. Ma che mai speri tu? non vedi come gli anni ci ammaestrano

sulla fallacia delle tue giovanili speranze? omai i tuoi capelli, già

biondi, incanutiscono, la tua fronte s'increspa delle rughe della età

matura; credi tu che questa vedrà coronati i tuoi desiderii?

--Sì, lo credo e fermamente lo credo: oggi una spada dal cielo

benedetta si snudò sulla Dora; io mi beerò a quel lampo e per la prima

volta abbraccerò mio fratello.

--Chi mai? proruppe Rosina: sarebbe forse giunta l'ora in cui mi

svelerai il tuo segreto?

--Rosina, ascoltami: tu ne sei degna, il momento arrivò; giurami però

custodire il grande arcano.

--Lo giuro per la vita dei nostri cari figli e pel nostro amore.

--Ebbene, proseguì Giovanni tergendosi una lacrima, sappilo: io non

sono che figlio per adozione dei coniugi Artini; il loro vero figlio

morì nelle fasce.

--Gran Dio!!!

--Ecco le carte che padre Gonsalvo mi consegnò pochi istanti pria di

morire; leggi e dimmi se io posso trattenermi.--

Così dicendo porse alla moglie un piccolo portafogli di marocchino

nero con fermagli d'argento, sul quale una placca dello stesso metallo

che portava incisa un'arme o stemma di principesca famiglia colla

fascia blasonica indicante rampollo bastardo.

--Cielo! esclamò Rosina coprendosi la faccia con ambe le mani, tu

illegittima prole?

--Io sono il figlio naturale di....--Ma non proseguì, e solo abbracciò

la moglie prossima a svenire e la coprì di baci.

--Dio eterno! tu sì grande? disse Rosina con un misto di gioia ed

affanno leggendo le carte ricevute.

--Grande? riprese Giovanni? non lo sarò che compiuto il mio voto; ora

sdegno ogni altra grandezza.--

I coniugi si presero per mano e s'avviarono alla corvetta pronta a

lasciare le Antille.

I nostri personaggi tragittarono felicemente l'Atlantico ed il

Mediterraneo, giungendo alla rada di Livorno. Alfredo e Giovanni

discesero a terra nel giorno che precedè la sera del festino

dell'ex-cuoca signora Concetta; travisati in abiti marinareschi si

erano recati a terra e, percorrendo le bettole ed osterie più

triviali, raccolsero a larga mano quelle notizie che più desideravano.

In fondo alla via San Giovanni, ridotta in tutt'altro aspetto da

quello che era ventisei anni prima, nell'osteria delle Stelle, alla

bettola della Coroncina, al giardino degli antichi acquedotti, insomma

in tutti quei luoghi in cui più frequentemente solevano radunarsi i

caporioni della plebe, i nostri personaggi sentirono presso a poco gli

appresso discorsi.

--Oh! dev'esser pure la bella cuccagna, compare!

--Affè de mio, lo credo! è tanto tempo che si lavora e non si mangia;

deve venire il tempo in cui si deve mangiare senza lavorare.

--E come fare?

--Caspita! e non l'hai sentito il signor Bruto? per la barba di

Maometto! costui la sa più lunga di quanti sapienti sono al mondo

tanto di legge che di medicina, che di grammatica.

--Ebbene?

--Diceva che, quando nacque il primo uomo, cioè dopochè il primo uomo

fu fatto, e fu il nostro primo padre Adamo, non ci eran _quaini_; e

questi _quaini_* son venuti dopo. Era meglio che non fossero venuti

mai; questi _quaini_ son di tutti, e pelciòe** non ci hanno a essere

più nè poveri nè più ricchi, e si ha da campare proprio in cuccagna, e

tutti si ha da sta' senza fa' niente.

* Danari, in vernacolo livornese. ** Per ciò.

--Oh questa è bella! e la roba chi la fa? e il grano chi lo raccoglie?

e il vino chi lo leva dal tino?

--Ah! bel mi' omo, il Bruto ci ha pensato; tutti quelli che devono

travagliare ci hanno da essere, ma la roba dev'esser tutta spartita.

--Dunque tutti lavoreranno?

--Sicuro; ma lavorare così per ispasso, non perchè uno lavori e

l'altro intaschi: ci saranno cioè i vinai, i facchini, gli operai, ci

s'intende; ma di tutto il guadagno si ha a fare un _cacciucco_*, e

ognuno deve avere la sua parte.

* Miscuglio.

--Eh! mi piace, ma che riesca! qui vuol essere il _busillis_, dice il

latino: per esempio a mo' di di', que' signori che vanno nelle belle

carrozze.... chi ha fatto fortuna vorrà poi piegare il collo al

lavoro?

--Oh! questo è quello appunto che vuol far seguire questo signor

Bruto; vedi, per esempio, quando arriva il punto, tutti gli amici

della _conia_*, cioè no' altri, dovremo star pronti e lasciarci

regola', e quando ci diranno _piglia su_, e no' altri allora _su_ come

i cani da presa.

* Buon umore.

--Su? e contro chi?

--Contro i ricchi. Intanto ha detto quel galantuomo di Bruto che a far

nascer l'occasione ci pensa lui con quelli che hanno istudiato;

insomma le cose le avremo di _riffa_*.

* Prepotentemente.

--Ma seguiranno delle guerre da diavoli.

--Gua' e' seguiranno sicuro; ma almeno quelli che camperanno staranno

bene.

--Ci credo poco.

--Senti, diceva quell'omone; è venuto, non mi ricordo di dove, il

perdono per quelli che erano, m'intendi?... capi matti qua e là per il

mondo. E questo perdono si dice che sarà per tutti: dunque presto

verranno quaggiù quelle barbe che erano ite via a _busca'_* per il

mondo; quando saranno venuti, dice Bruto che tutti vorranno delle

franchigie.

* Far fortuna.

--E che sono le franchigie?

--Non lo so neppur io, ma non m'importa: queste franchigie verranno

concesse perchè sulle prime saranno poche; ma poi dopo la prima

dell'altre, e dell'altre, e se alla fine quelli che comandano non

vorranno dar più: _su piglia, to': to', piglia su_; e il tempo di

comandare per noi sarà venuto.

--Ci ho gusto; ma dimmi: di queste franchigie ne abbiamo avuto altre

volte?

--No; ma presto verranno.

--Corpo di una fregata da cinquanta! ci ho gusto davvero; allora si

potrà rubare senza paura d'andare in prigione.

--Sicuro, perchè a rubare il nostro non è peccato ed è una prepotenza

a gastigarci; di fatti quelle robe che hanno i signori non son nostre?

dunque sono loro che ce l'hanno rubate, e noi ce le ripigliamo, e si

fa _patta_*.

* Pari.

--Viva la faccia di Bruto, che ci vuol tanto bene!

--Mi era scordato di dirti una cosa: poi tutti no' altri si deve

procurare degli amici della conia e dirlo chi a' parenti, chi a'

figliuoli; sicchè tutti a Livorno quanta vi è gente che s'industria

sia proprio al chiaro dei fatti nostri.

--Non dubitare che quanto a me farò come le trombe della comunità.

--Ih! adagio: queste cose si hanno a di' alle persone di conoscenza e

per bene; perchè se trovassimo delle spie, _addio mi mengoi_*, la

faccenda anderebbe a traverso.

* I miei quattrini.

--Ho capito; ma dimmi fra le franchigie non si potrebbe domandare:

abbasso le spie?

--Le spie? quelle le butteremo abbasso noi quando sarà tempo, e

averemo a far tanta salsiccia di quella ciccia di porco.

--Bravissimo!--

I due interlocutori si separarono dopo aver bevuto un intero fiasco di

vino di Frontignano.

Giovanni ed Alfredo di ritorno alla corvetta erano mesti e

malinconici. I colloqui che avevano sentito lor laceravano l'anima e

toglievano un gran velo dalla loro mente. Quando furono soli,

Giovanni, tratto un sospiro, sclamò:

--O Alfredo! sarebbe mai possibile che del più santo dei nomi

volessero farsi schermo e tradire migliaia d'uomini, Alfredo....?

questa plebe sarebbe mai indegna di esser salvata? ma no; sebbene

questo giorno noi abbiamo udito dire bestemmie intorno al più santo

dei desiderii, io preferisco star nell'errore anzichè conoscere una

terribile verità.

--Giovanni, riprese Alfredo mestamente, gli scaltri hanno sempre

abusato dei semplici; oggi non vi ha dubbio le masse sono ingannate

più che nol fosser mai, ma che perciò? ti arresteresti forse

dall'oprare ora che tutte le circostanze favoriscono la nostra

impresa? dopochè invano vi abbiamo tenuto dietro tanti e tanti anni,

dopochè abbiamo sfidato i rischi più tremendi? dimmi, ti par egli che

sia stata vita la nostra? Oh! no.... abbiamo bevuto aure di un altro

cielo, brezza di un altro mare, noi abbiamo vegetato in suolo

straniero, vissuto.... E ora che incominceremmo a vivere, d'ora

innanzi che....

--Ma e se, lungi dall'ottenere quel trionfo del bene, noi dovessimo

poi vederlo precipitato in un più terribile abisso, dimmi: che

resterebbe a noi se non un rimorso avvelenativo ed infernale?

--Giovanni, e di che temi? ti scoraggia sentir qua e là quei discorsi

che testè udimmo? dubiti forse che il popolo si arretri?

--Questo non temo; temo di peggio.... l'anarchia!

--Ah! ah! se un momento.... e poi nelle grandi commozioni qualche cosa

bisogna condonare: dopo il disordine vien l'ordine, così è sempre

andato il mondo. Ma che? pretenderesti che così di un salto il popolo

acquistasse saggezza?

--Non sono esigente, ma laggiù nella patria non mia, soldato non per

il mio paese, portando nel cuore un tarlo divoratore, non ho cessato

di pensare (o amici o fratelli) al bene degli uomini. Quest'idea fissa

mi ha portato ad odiare i prepotenti, ed in mezzo agli onori li ho

sprezzati nel fondo dell'anima, li ho anche ambiti, dirò, per farmene

sgabello al mio scopo; ma, abbandonando le utopie di qualunque setta,

ho voluto agir solo per mio impulso, non per obbligo; e così farò: ma

se non m'inganno, è venuto il tempo di molte novità e di grandi

scoperte.... Giovanni vestito da marinaro seguirà a spiare le idee del

popolo qui e altrove.

--E poi?

--E poi io qui morrò sul terreno dei padri miei quando fia duopo e

anche in breve; o per sempre dicendo un addio ad una colpevole

Gerosolima, io mi addentrerò nelle foreste siccome fece il Battista.--

I due amici terminarono questo colloquio che avevan tenuto lunghesso

la via finchè fu scevra di gente; quindi, ripigliando in silenzio la

via del molo, si ricondussero al battello che doveva riportarli a

bordo.

Da Genova i nostri entusiasti toccarono il Piemonte. Giovanni condusse

la moglie, i figli e gli altri parenti alla capanna dove aveva passato

gli anni infantili; indi, essendo scoppiata la guerra lombarda, padre

e figli vestirono la divisa di volontario milite, lasciando le donne a

Torino a pregare e raccorre oblazioni per la guerra sospirata. Se non

ci proponessimo far tema di altro nostro romanzo le gesta di quella

grande campagna, daremmo qui ragguaglio delle prodezze dei nostri

amici; ma avvegnachè troppo angusto loco lor toccherebbe in questo

racconto, esso ripiglia il filo nel marzo del 1849.

La medesima corvetta la _Vengeance_, coi nostri medesimi personaggi,

che in nulla eran mutati, tranne l'aver tutti gli uomini decorazioni

militari e Giovanni una mano di meno, perchè di due una gli era

rimasta sul campo di battaglia, aveva di nuovo dato fondo nel molo di

Livorno. La corvetta era bella e comoda, e per i passeggeri di qualità

aveva splendidi appartamenti. Mentre i figli di Rosina e di Esmeralda

trovavansi sul ponte a prender parte agli esercizi militari che

avevano luogo nell'assenza di Giovanni e di Alfredo discesi travestiti

come due anni prima in città, le due donne unite ad Angiolina ed alla

figlia di Giovanni stavansi sedute in un elegante salotto. Sui volti

delle donne era impressa quella profonda malinconia che aveva in

proposito fatto dire al damerino francese, due anni avanti, alla

signora Concetta che esse erano inabissate nella tristezza; ma più di

tutte Angiolina, che sappiamo essere di abituale mestizia. La

fanciulla figlia di Rosina, intenta a ricamare un fazzoletto di tela

batista, non prendeva parte al colloquio segreto che aveva luogo fra

le donne.

--I nostri mariti sono sempre più acciecati dal loro tenebroso

proposito, prese a dire per la prima Rosina.

--Ah! pur troppo! rispose sospirando Esmeralda; quando un'idea si è

fitta nel capo di un uomo, è difficile rimuoverla.

--Ahimè! soggiunse Rosina, invano ho sperato che i pubblici uffizi in

altra parte di mondo sostenuti dal mio Giovanni, potessero fargli

dimenticare quella bollente idea della sua prima gioventù; ahimè! e

quando mi credeva che l'età, l'avvenire dei cresciuti figli dovesse

dar l'ultimo crollo a quella sua ostinazione, le novità prodigiose che

hanno avuto luogo in Italia da circa tre anni a questa parte hanno

converso in fiamma quelle faville che io credeva spente e che covavano

sotto la cenere.

--Eh! tu, mia cara, avevi sperato nella conversione del tuo sposo, io

poi non ho mai sperato in quella del mio; vi sono certi caratteri che

io chiamerò ferrei, in cui il tempo stesso non produce alterazione

veruna. Ma finalmente non vi è ragione di allarmarsi; essi sono venuti

quaggiù: non come facenti parte di qualche segreta società. Tu sai, ed

in questo la divina provvidenza ci ha esaudite, tu sai che i nostri

sposi sonosi da alcun tempo sciolti da quei pericolosi vincoli, e

questo accennerebbe ad un principio di conversione; ma ritornando al

primo filo del mio discorso, dirò che nulla abbiamo a temere: i nostri

sposi seguiranno la corrente, e parmi, a ciò che sento e leggo sui

giornali, che quella prosperità nazionale cui essi diressero sempre i

voti del loro cuore vada, come suol dirsi, da sè: se mai i nostri

uomini intendono di dar la spinta onde si acceleri, su ciò non vi è

periglio; lasciamoli fare, ottenuto il loro intento, quelle anime

focose si acquieteranno.

--Ma chi sa se tutto anderà bene? Vedi, mia cara Esmeralda, tempi

addietro noi abbiamo temuto per i nostri mariti, ora ci sarebbe da

temere per essi e per i nostri figli; ah! questo è proprio un mondo di

lacrime.

--Lacrime! (quest'ultima parola scosse Angiolina da una specie di

profonda apatìa nella quale era caduta) lacrime! pronunziò, ah! mie

care, il cuore mi dice che queste saranno in breve finite per voi.

--Per noi sole? ripresero insieme le donne. E per te?

--Ah! per me è forse venuto il tempo del loro apogeo.

--Che dici mai?

--O mie care, da lungo tempo questa mia sensibilità che dalla nascita

mi consuma si è resa così intensa che, ruminando la fralezza del

nostro impasto, mi fa quasi essere spirito nudo quaggiù; spirito

veggente, mi sembra che il futuro perda la sua nebbia innanzi allo

sguardo acuto che vi caccia l'imaginazione; sì, mie care, soggiunse

con un sorriso d'indefinibile dolcezza malinconica, sì, io sono una

veggente, io sento una certezza di non ingannarmi. Adagio adagio, il

fuoco animatore di noi miseri mortali divora il suo involucro e si

avvia per l'eternità; ai miei occhi il mondo sparisce a grandi tratti,

e mi par di essere qualche cosa di più che mortale.--

Nelle parole della languente Angiolina vi era tanto sentimento, tanta

nobiltà, tanta sicurezza che le due amiche, sebbene avvezze a vederla

da gran tempo versare in un genere di vita contemplativa, ne furono

scosse ed abbrividirono, pur non osando dimandare che continuasse nel

suo dire e pur desiderando che lo facesse. Angiolina, dopo lunga

pausa, tratto un cocente sospiro dal seno, continuò con tono da

estatica:

--_Il leone furente vuol rompere i suoi lacci e li rompe; eccolo rugge

per le campagne, scuote la rabbuffata criniera; tutto par che pieghi

davanti all'ira sua, ma dall'alto scende un genio terribile che lo

rincalza nel suo serraglio. Che è ciò? Egli aveva preso una storta

via, non quella che doveva renderlo alla libertà delle foreste. È

perchè due maligni genii se li erano cacciati ai fianchi fino dal

momento in cui per bugiarda pietà gli avevano aperto la gabbia

ferrata. Essi non volevano farne il dominatore dei boschi, volevano

farne un cacciatore che arrecasse copiosa preda alle loro dimore.

Genii malefici e mentitori! Genii malefici e mentitori, che si

morderanno le labbra per la fallita impresa, che si copriranno di

vermi della invidia nel precipitare nell'abisso della universale

maledizione; intantochè inutilmente saranno corsi rivi di sangue. Le

sciagure saranno piombate sull'umanità come le nevi sui gioghi

dell'alpi._

_Una spaventosa bufera avrà atterrato i semi delle generazioni, nè i

virgulti nè le vecchie piante avranno potuto resisterle. O genti

traviate, pentitevi! già si avvicina la terribile procella dell'ira di

Dio._

_Essi erano nel peccato e speravano nella salvezza; stolti ed iniqui!

guida forse il peccato alla grazia?_--

Angiolina ristette un poco in silenzio, quando con passione e

completamente inspirata esclamò:

--_Le classi!... le classi!... Oh quanto più sublime sarebbe l'uomo

nella civiltà se non obliasse ciò che fu l'uomo in natura!

L'eguaglianza è impossibile! la fratellanza può solo felicitare

l'umanità; mutuo soccorso, mutua affezione, ma i figli di Sem

comanderanno ai figli di Caino; è la conseguenza del primo anatema;

d'altronde il peccato fu commesso qui in questo mondo e qui deve

espiarsi. Di là, di là.... lo spirito è spirito; i colpevoli sono

rigenerati dal sangue del giusto; la gioia è l'eternità, l'eternità è

la gioia, l'uguaglianza è in cielo._

_È scritto; Beati quelli che piangono; essi saranno consolati; e la

consolazione è lassù oltre l'umana miseria. La lotta tra le creature è

il retaggio delle prime colpe. Il fratello uccise il fratello per

invidia; e sarà così fino alla consumazione dei secoli._

_Caino!! Abele!! sono le due classi, il ricco ed il povero: l'uno

armato di clava, l'altro soccombente. Caino invidioso del profumo che

dall'olocausto d'Abele salì al trono dall'Eterno. E quel profumo è

la pace del cuore che umana perfidia non può togliere a chi ama Iddio,

geme, soffre, non si lamenta e spera._--

Angiolina, perdurante il suo soliloquio, aveva gli occhi fissi al

cielo, immobili e vitrei come quelli del cieco: se non che pareva da

quelli si partisse una fiamma che incontrandosi nei raggi del sole

s'immedesimasse in loro e formasse un raggio di luce continuo che da

quella pupilla salisse all'astro maggiore, col quale andava a

congiungersi; le due donne e la tenera Ofelia parevano penetrarsi del

magico influsso della presenza di quell'infelice e sublime donzella.

Lo straordinario eccitamento aveva, collo sviluppo immenso delle forze

morali, sostenuto le forze fisiche della fanciulla; il suo volto, per

abitudine pallidissimo, si era coperto di un rosso acceso; dalla di

lei fronte gelata cadevano abbondanti gocce di sudore: alla fine ella

cadde in una specie di deliquio, e le amorevoli amiche, toltala di

peso dal pavimento, la collocarono nella sua cameretta.

Lo stato di morte apparente di Angiolina non si protrasse a lungo;

cessato che fu quello, essa si rivolse amorosamente alle due amiche,

le quali stavano come in atto di preghiera presso il suo letto.

--Mie care, prese a dire con modo tutto suo proprio incantevole ed

oltre ogni dire dolcissimo, mie care, non andrà in lungo questo mio

stato che tutti tribola fuorchè me, al quale peraltro la vostra pietà

vi ha abituato da lungo tempo: abbiate dunque un poco di sofferenza.

--Ah! crudele Angiolina! è questo il modo di rimproverarci, se mai....

--Zitto zitto, fu sollecita a dire la fanciulla: non volete ch'io

parli dei vostri sacrifizi per me? ebbene obbedirò, tacerò, ma sapete

voi che dopo questo attacco di nervi che vengo a soffrire io ho fatto

un sogno? ma no.... io non dormiva e perciò non poteva sognare; è

stata una visione, visione beata che mi rivela un dolcissimo avvenire

per voi.

--Dio buono! sclamò Esmeralda singhiozzando, siamo così abituate a

ritenerti per una profetessa che tuttociò che dici ci scuote nel più

intimo dell'animo e ci fa sperare o disperare; ma ti preghiamo di non

parlare così misteriosamente come hai fatto nell'attacco di nervi che

hai sofferto.

--Mie care, io allora non parlava a voi, parlava al mondo intero, alla

mia patria. Verrà un dì che sarò compresa, quando queste ossa

riposeranno nella pace del sepolcro: ma via, non vi contristate, chè

io vi narrerò la visione.

--Cara zia, saltò a dire la fanciulla Ofelia, ch'era solita chiamar

così per vezzo Angiolina, mamma ha bisogno di confortarsi; dicci dicci

della tua visione.

--Ho veduto due giovani combattere sul campo della gloria e tornare ai

focolari paterni coperti di onorate ferite per una causa che brillerà

come fulgida gemma nella pagina della storia; ho veduto che questi

giovani lacrimavano nell'asciugarsi la fronte cospersa di nobile

sudore. Questi due giovani, o mie care, erano i vostri due figli.

--Tu presagisci la guerra, disse con emozione vivacissima Rosina.

--Non è d'ora ch'io vedo il mover d'armi e che odo il nitrito dei

cavalli ed il calpestio dei fanti; guerra onorata e senza frutto,

perchè....

--Perchè? esclamarono tutte le ascoltatrici.

--Perchè le nazioni prima di vincere devono essere purificate al

crogiuolo dell'afflizione e scevre di colpa; guai a quei soldati che

entrano in campo senza la benedizione del Dio degli eserciti! Ma, come

io vi diceva, i vostri figli li ho veduti tornare gloriosi nelle

vostre braccia materne.--

Le donne tacevano di un silenzio religioso.

--Ho veduto due uomini, e non voglio nascondervelo, due uomini cari a

noi tutte ritornare sul sentiero della ragione, dolersi e pentirsi,

non sperare nell'agitazione del mondo, ma sperare nella pace, e da

quella argomentarne ai posteri quella felicità che può dare la

religione e la virtù cittadina, non per essi ma per i figli loro. Non

per loro; perchè è scritto _che i figli sconteranno i peccati dei

padri_, e l'ira del Dio delle vendette arriverà fino alla terza

generazione.

--Ahimè! esclamavano le due madri percuotendosi la fronte, ahimè!

dunque?...

--No, mie care, questa profezia di dolore non è particolare a voi; è

per la nazione che non conosce i suoi delitti e pretende concorrere al

premio, ed io le grido: Tre volte guai a te che pretendi il nome di

_Sionne_ e non sei che un'empia _Babele_!--

Angiolina sospirò; quindi, con ambo le mani fregandosi con violenza la

fronte, ricomposta la chioma:

--Mi scordava di dirvi che voi tutte sarete felici quanto domestica

fortuna permette esserlo.... e in quella domestica pace.... io vi

prego.... non vi scordate di me.

--Gran Dio!...

--Preparatevi a lasciarmi; sebbene non sia, come disse il Salvatore,

venuta anche l'ora mia, pure essa non è lontana: io ho anche una

missione da compiere quaggiù, ed il momento si avvicina; missione di

dolore, ma che? il divino Artefice non patì egli per noi...? felice

chi può imitarlo!--

Angiolina discese nella camera e, lungi dal sembrare spossata, parve

avere acquistato quella energia che possedeva ne' primi suoi anni

giovanili; lasciato il tono misterioso e profetico, ella prese parte

al doloroso donnesco colloquio che succedette alla concitata scena che

abbiamo descritto: nel mezzo alle sue amiche Angiolina era

dall'altezza degli spiriti celesti passata alla semplicità della donna

nel seno della sua famiglia; si era diffusa in tante nuove tenerezze

con Ofelia ed aveva anco baciato in fronte Antonio, Carlo e Selvaggio,

quando eran ritornati sotto coverta dopo avere ultimati gli esercizi.

Rosina ed Esmeralda si erano racconsolate. Elleno amavano assai

starsene con l'Angiolina quando essa era in calma e come ritornata

nella sfera donnesca, anzichè vederla nello stato di estasi in cui da

qualche tempo cadeva. Il rimanente del giorno che era per terminare lo

passarono in reciproche carezze: solo la sera, quando Angiolina fu per

ritirarsi nella sua stanza, avendo pregato Antonio di prepararle un

completo abito da marinaro ed Ofelia di tagliarle i capelli alla

foggia degli uomini, Rosina ed Esmeralda non poterono trattenere una

domanda che espressero insieme.

--Angiolina, e perchè mai?

--Zitte, mie care, rispose loro baciandole in fronte, zitte; non

tutto.... non tutto può dirvi _una veggente_.

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 50 / 77 题