La corvetta.
La corvetta francese la _Vengeance_, di cui abbiamo sentito parlare
nel dialogo fra madama Concetta e il damerino, aveva nel giorno dopo
_la soirée_ salpato improvvisamente per Genova. Facilmente se ne
indovinerà la causa, dicendo che su quel naviglio si trovavano
Giovanni ex-governatore pensionato della Barbada, Alfredo e le
rispettive mogli e famiglie.
L'antico cospiratore Giovanni non aveva potuto resistere alla
tentazione di ritornare a pescare, come suol dirsi, nel torbo: le
grandi mutazioni suscitatesi nella vecchia Europa al comparire di
colui che il signor Basilio e molti chiamavano _astro novello_ avevano
scosso Giovanni. La Guglielmi, il buon Gonsalvo, Iago erano scesi nel
sepolcro. Chi mai poteva trattenere quello spirito bollente? Egli
aveva figli adulti, credeva più che mai possibile conseguire il da lui
vagheggiato momento. Ventisette anni di lunga aspettativa non ne
avevano calmato il desiderio nè dileguate le fallaci speranze. Credeva
(il buon uomo!) nella virtù del popolo. Aveva deciso partire. Prima di
porre il piede sul naviglio che solcar doveva l'Atlantico ebbe luogo
fra lui e la moglie un breve dialogo di tale importanza che non
possiamo tralasciare di trascriverlo.
--Le familiari dolcezze, i miei pianti, le mie preghiere, le carezze
dei nostri figli, quelle di Esmeralda, di Angiolina te dunque non
tratterranno giammai? gli aveva detto Rosina.
--No.
--E non pago di slanciarti a sangue freddo nel pericolo, corri a
precipitarvi te e la innocente famiglia? noi periremo tutti.
--Rosina! questi funesti augurii non fare per pietà.... Ah! se tu
sapessi.... io ho un voto da sciogliere; nulla al mondo saprebbe
arrestarmi: prima d'ogni affetto vi è quello della patria.
--Lo so. Ma che mai speri tu? non vedi come gli anni ci ammaestrano
sulla fallacia delle tue giovanili speranze? omai i tuoi capelli, già
biondi, incanutiscono, la tua fronte s'increspa delle rughe della età
matura; credi tu che questa vedrà coronati i tuoi desiderii?
--Sì, lo credo e fermamente lo credo: oggi una spada dal cielo
benedetta si snudò sulla Dora; io mi beerò a quel lampo e per la prima
volta abbraccerò mio fratello.
--Chi mai? proruppe Rosina: sarebbe forse giunta l'ora in cui mi
svelerai il tuo segreto?
--Rosina, ascoltami: tu ne sei degna, il momento arrivò; giurami però
custodire il grande arcano.
--Lo giuro per la vita dei nostri cari figli e pel nostro amore.
--Ebbene, proseguì Giovanni tergendosi una lacrima, sappilo: io non
sono che figlio per adozione dei coniugi Artini; il loro vero figlio
morì nelle fasce.
--Gran Dio!!!
--Ecco le carte che padre Gonsalvo mi consegnò pochi istanti pria di
morire; leggi e dimmi se io posso trattenermi.--
Così dicendo porse alla moglie un piccolo portafogli di marocchino
nero con fermagli d'argento, sul quale una placca dello stesso metallo
che portava incisa un'arme o stemma di principesca famiglia colla
fascia blasonica indicante rampollo bastardo.
--Cielo! esclamò Rosina coprendosi la faccia con ambe le mani, tu
illegittima prole?
--Io sono il figlio naturale di....--Ma non proseguì, e solo abbracciò
la moglie prossima a svenire e la coprì di baci.
--Dio eterno! tu sì grande? disse Rosina con un misto di gioia ed
affanno leggendo le carte ricevute.
--Grande? riprese Giovanni? non lo sarò che compiuto il mio voto; ora
sdegno ogni altra grandezza.--
I coniugi si presero per mano e s'avviarono alla corvetta pronta a
lasciare le Antille.
I nostri personaggi tragittarono felicemente l'Atlantico ed il
Mediterraneo, giungendo alla rada di Livorno. Alfredo e Giovanni
discesero a terra nel giorno che precedè la sera del festino
dell'ex-cuoca signora Concetta; travisati in abiti marinareschi si
erano recati a terra e, percorrendo le bettole ed osterie più
triviali, raccolsero a larga mano quelle notizie che più desideravano.
In fondo alla via San Giovanni, ridotta in tutt'altro aspetto da
quello che era ventisei anni prima, nell'osteria delle Stelle, alla
bettola della Coroncina, al giardino degli antichi acquedotti, insomma
in tutti quei luoghi in cui più frequentemente solevano radunarsi i
caporioni della plebe, i nostri personaggi sentirono presso a poco gli
appresso discorsi.
--Oh! dev'esser pure la bella cuccagna, compare!
--Affè de mio, lo credo! è tanto tempo che si lavora e non si mangia;
deve venire il tempo in cui si deve mangiare senza lavorare.
--E come fare?
--Caspita! e non l'hai sentito il signor Bruto? per la barba di
Maometto! costui la sa più lunga di quanti sapienti sono al mondo
tanto di legge che di medicina, che di grammatica.
--Ebbene?
--Diceva che, quando nacque il primo uomo, cioè dopochè il primo uomo
fu fatto, e fu il nostro primo padre Adamo, non ci eran _quaini_; e
questi _quaini_* son venuti dopo. Era meglio che non fossero venuti
mai; questi _quaini_ son di tutti, e pelciòe** non ci hanno a essere
più nè poveri nè più ricchi, e si ha da campare proprio in cuccagna, e
tutti si ha da sta' senza fa' niente.
* Danari, in vernacolo livornese. ** Per ciò.
--Oh questa è bella! e la roba chi la fa? e il grano chi lo raccoglie?
e il vino chi lo leva dal tino?
--Ah! bel mi' omo, il Bruto ci ha pensato; tutti quelli che devono
travagliare ci hanno da essere, ma la roba dev'esser tutta spartita.
--Dunque tutti lavoreranno?
--Sicuro; ma lavorare così per ispasso, non perchè uno lavori e
l'altro intaschi: ci saranno cioè i vinai, i facchini, gli operai, ci
s'intende; ma di tutto il guadagno si ha a fare un _cacciucco_*, e
ognuno deve avere la sua parte.
* Miscuglio.
--Eh! mi piace, ma che riesca! qui vuol essere il _busillis_, dice il
latino: per esempio a mo' di di', que' signori che vanno nelle belle
carrozze.... chi ha fatto fortuna vorrà poi piegare il collo al
lavoro?
--Oh! questo è quello appunto che vuol far seguire questo signor
Bruto; vedi, per esempio, quando arriva il punto, tutti gli amici
della _conia_*, cioè no' altri, dovremo star pronti e lasciarci
regola', e quando ci diranno _piglia su_, e no' altri allora _su_ come
i cani da presa.
* Buon umore.
--Su? e contro chi?
--Contro i ricchi. Intanto ha detto quel galantuomo di Bruto che a far
nascer l'occasione ci pensa lui con quelli che hanno istudiato;
insomma le cose le avremo di _riffa_*.
* Prepotentemente.
--Ma seguiranno delle guerre da diavoli.
--Gua' e' seguiranno sicuro; ma almeno quelli che camperanno staranno
bene.
--Ci credo poco.
--Senti, diceva quell'omone; è venuto, non mi ricordo di dove, il
perdono per quelli che erano, m'intendi?... capi matti qua e là per il
mondo. E questo perdono si dice che sarà per tutti: dunque presto
verranno quaggiù quelle barbe che erano ite via a _busca'_* per il
mondo; quando saranno venuti, dice Bruto che tutti vorranno delle
franchigie.
* Far fortuna.
--E che sono le franchigie?
--Non lo so neppur io, ma non m'importa: queste franchigie verranno
concesse perchè sulle prime saranno poche; ma poi dopo la prima
dell'altre, e dell'altre, e se alla fine quelli che comandano non
vorranno dar più: _su piglia, to': to', piglia su_; e il tempo di
comandare per noi sarà venuto.
--Ci ho gusto; ma dimmi: di queste franchigie ne abbiamo avuto altre
volte?
--No; ma presto verranno.
--Corpo di una fregata da cinquanta! ci ho gusto davvero; allora si
potrà rubare senza paura d'andare in prigione.
--Sicuro, perchè a rubare il nostro non è peccato ed è una prepotenza
a gastigarci; di fatti quelle robe che hanno i signori non son nostre?
dunque sono loro che ce l'hanno rubate, e noi ce le ripigliamo, e si
fa _patta_*.
* Pari.
--Viva la faccia di Bruto, che ci vuol tanto bene!
--Mi era scordato di dirti una cosa: poi tutti no' altri si deve
procurare degli amici della conia e dirlo chi a' parenti, chi a'
figliuoli; sicchè tutti a Livorno quanta vi è gente che s'industria
sia proprio al chiaro dei fatti nostri.
--Non dubitare che quanto a me farò come le trombe della comunità.
--Ih! adagio: queste cose si hanno a di' alle persone di conoscenza e
per bene; perchè se trovassimo delle spie, _addio mi mengoi_*, la
faccenda anderebbe a traverso.
* I miei quattrini.
--Ho capito; ma dimmi fra le franchigie non si potrebbe domandare:
abbasso le spie?
--Le spie? quelle le butteremo abbasso noi quando sarà tempo, e
averemo a far tanta salsiccia di quella ciccia di porco.
--Bravissimo!--
I due interlocutori si separarono dopo aver bevuto un intero fiasco di
vino di Frontignano.
Giovanni ed Alfredo di ritorno alla corvetta erano mesti e
malinconici. I colloqui che avevano sentito lor laceravano l'anima e
toglievano un gran velo dalla loro mente. Quando furono soli,
Giovanni, tratto un sospiro, sclamò:
--O Alfredo! sarebbe mai possibile che del più santo dei nomi
volessero farsi schermo e tradire migliaia d'uomini, Alfredo....?
questa plebe sarebbe mai indegna di esser salvata? ma no; sebbene
questo giorno noi abbiamo udito dire bestemmie intorno al più santo
dei desiderii, io preferisco star nell'errore anzichè conoscere una
terribile verità.
--Giovanni, riprese Alfredo mestamente, gli scaltri hanno sempre
abusato dei semplici; oggi non vi ha dubbio le masse sono ingannate
più che nol fosser mai, ma che perciò? ti arresteresti forse
dall'oprare ora che tutte le circostanze favoriscono la nostra
impresa? dopochè invano vi abbiamo tenuto dietro tanti e tanti anni,
dopochè abbiamo sfidato i rischi più tremendi? dimmi, ti par egli che
sia stata vita la nostra? Oh! no.... abbiamo bevuto aure di un altro
cielo, brezza di un altro mare, noi abbiamo vegetato in suolo
straniero, vissuto.... E ora che incominceremmo a vivere, d'ora
innanzi che....
--Ma e se, lungi dall'ottenere quel trionfo del bene, noi dovessimo
poi vederlo precipitato in un più terribile abisso, dimmi: che
resterebbe a noi se non un rimorso avvelenativo ed infernale?
--Giovanni, e di che temi? ti scoraggia sentir qua e là quei discorsi
che testè udimmo? dubiti forse che il popolo si arretri?
--Questo non temo; temo di peggio.... l'anarchia!
--Ah! ah! se un momento.... e poi nelle grandi commozioni qualche cosa
bisogna condonare: dopo il disordine vien l'ordine, così è sempre
andato il mondo. Ma che? pretenderesti che così di un salto il popolo
acquistasse saggezza?
--Non sono esigente, ma laggiù nella patria non mia, soldato non per
il mio paese, portando nel cuore un tarlo divoratore, non ho cessato
di pensare (o amici o fratelli) al bene degli uomini. Quest'idea fissa
mi ha portato ad odiare i prepotenti, ed in mezzo agli onori li ho
sprezzati nel fondo dell'anima, li ho anche ambiti, dirò, per farmene
sgabello al mio scopo; ma, abbandonando le utopie di qualunque setta,
ho voluto agir solo per mio impulso, non per obbligo; e così farò: ma
se non m'inganno, è venuto il tempo di molte novità e di grandi
scoperte.... Giovanni vestito da marinaro seguirà a spiare le idee del
popolo qui e altrove.
--E poi?
--E poi io qui morrò sul terreno dei padri miei quando fia duopo e
anche in breve; o per sempre dicendo un addio ad una colpevole
Gerosolima, io mi addentrerò nelle foreste siccome fece il Battista.--
I due amici terminarono questo colloquio che avevan tenuto lunghesso
la via finchè fu scevra di gente; quindi, ripigliando in silenzio la
via del molo, si ricondussero al battello che doveva riportarli a
bordo.
Da Genova i nostri entusiasti toccarono il Piemonte. Giovanni condusse
la moglie, i figli e gli altri parenti alla capanna dove aveva passato
gli anni infantili; indi, essendo scoppiata la guerra lombarda, padre
e figli vestirono la divisa di volontario milite, lasciando le donne a
Torino a pregare e raccorre oblazioni per la guerra sospirata. Se non
ci proponessimo far tema di altro nostro romanzo le gesta di quella
grande campagna, daremmo qui ragguaglio delle prodezze dei nostri
amici; ma avvegnachè troppo angusto loco lor toccherebbe in questo
racconto, esso ripiglia il filo nel marzo del 1849.
La medesima corvetta la _Vengeance_, coi nostri medesimi personaggi,
che in nulla eran mutati, tranne l'aver tutti gli uomini decorazioni
militari e Giovanni una mano di meno, perchè di due una gli era
rimasta sul campo di battaglia, aveva di nuovo dato fondo nel molo di
Livorno. La corvetta era bella e comoda, e per i passeggeri di qualità
aveva splendidi appartamenti. Mentre i figli di Rosina e di Esmeralda
trovavansi sul ponte a prender parte agli esercizi militari che
avevano luogo nell'assenza di Giovanni e di Alfredo discesi travestiti
come due anni prima in città, le due donne unite ad Angiolina ed alla
figlia di Giovanni stavansi sedute in un elegante salotto. Sui volti
delle donne era impressa quella profonda malinconia che aveva in
proposito fatto dire al damerino francese, due anni avanti, alla
signora Concetta che esse erano inabissate nella tristezza; ma più di
tutte Angiolina, che sappiamo essere di abituale mestizia. La
fanciulla figlia di Rosina, intenta a ricamare un fazzoletto di tela
batista, non prendeva parte al colloquio segreto che aveva luogo fra
le donne.
--I nostri mariti sono sempre più acciecati dal loro tenebroso
proposito, prese a dire per la prima Rosina.
--Ah! pur troppo! rispose sospirando Esmeralda; quando un'idea si è
fitta nel capo di un uomo, è difficile rimuoverla.
--Ahimè! soggiunse Rosina, invano ho sperato che i pubblici uffizi in
altra parte di mondo sostenuti dal mio Giovanni, potessero fargli
dimenticare quella bollente idea della sua prima gioventù; ahimè! e
quando mi credeva che l'età, l'avvenire dei cresciuti figli dovesse
dar l'ultimo crollo a quella sua ostinazione, le novità prodigiose che
hanno avuto luogo in Italia da circa tre anni a questa parte hanno
converso in fiamma quelle faville che io credeva spente e che covavano
sotto la cenere.
--Eh! tu, mia cara, avevi sperato nella conversione del tuo sposo, io
poi non ho mai sperato in quella del mio; vi sono certi caratteri che
io chiamerò ferrei, in cui il tempo stesso non produce alterazione
veruna. Ma finalmente non vi è ragione di allarmarsi; essi sono venuti
quaggiù: non come facenti parte di qualche segreta società. Tu sai, ed
in questo la divina provvidenza ci ha esaudite, tu sai che i nostri
sposi sonosi da alcun tempo sciolti da quei pericolosi vincoli, e
questo accennerebbe ad un principio di conversione; ma ritornando al
primo filo del mio discorso, dirò che nulla abbiamo a temere: i nostri
sposi seguiranno la corrente, e parmi, a ciò che sento e leggo sui
giornali, che quella prosperità nazionale cui essi diressero sempre i
voti del loro cuore vada, come suol dirsi, da sè: se mai i nostri
uomini intendono di dar la spinta onde si acceleri, su ciò non vi è
periglio; lasciamoli fare, ottenuto il loro intento, quelle anime
focose si acquieteranno.
--Ma chi sa se tutto anderà bene? Vedi, mia cara Esmeralda, tempi
addietro noi abbiamo temuto per i nostri mariti, ora ci sarebbe da
temere per essi e per i nostri figli; ah! questo è proprio un mondo di
lacrime.
--Lacrime! (quest'ultima parola scosse Angiolina da una specie di
profonda apatìa nella quale era caduta) lacrime! pronunziò, ah! mie
care, il cuore mi dice che queste saranno in breve finite per voi.
--Per noi sole? ripresero insieme le donne. E per te?
--Ah! per me è forse venuto il tempo del loro apogeo.
--Che dici mai?
--O mie care, da lungo tempo questa mia sensibilità che dalla nascita
mi consuma si è resa così intensa che, ruminando la fralezza del
nostro impasto, mi fa quasi essere spirito nudo quaggiù; spirito
veggente, mi sembra che il futuro perda la sua nebbia innanzi allo
sguardo acuto che vi caccia l'imaginazione; sì, mie care, soggiunse
con un sorriso d'indefinibile dolcezza malinconica, sì, io sono una
veggente, io sento una certezza di non ingannarmi. Adagio adagio, il
fuoco animatore di noi miseri mortali divora il suo involucro e si
avvia per l'eternità; ai miei occhi il mondo sparisce a grandi tratti,
e mi par di essere qualche cosa di più che mortale.--
Nelle parole della languente Angiolina vi era tanto sentimento, tanta
nobiltà, tanta sicurezza che le due amiche, sebbene avvezze a vederla
da gran tempo versare in un genere di vita contemplativa, ne furono
scosse ed abbrividirono, pur non osando dimandare che continuasse nel
suo dire e pur desiderando che lo facesse. Angiolina, dopo lunga
pausa, tratto un cocente sospiro dal seno, continuò con tono da
estatica:
--_Il leone furente vuol rompere i suoi lacci e li rompe; eccolo rugge
per le campagne, scuote la rabbuffata criniera; tutto par che pieghi
davanti all'ira sua, ma dall'alto scende un genio terribile che lo
rincalza nel suo serraglio. Che è ciò? Egli aveva preso una storta
via, non quella che doveva renderlo alla libertà delle foreste. È
perchè due maligni genii se li erano cacciati ai fianchi fino dal
momento in cui per bugiarda pietà gli avevano aperto la gabbia
ferrata. Essi non volevano farne il dominatore dei boschi, volevano
farne un cacciatore che arrecasse copiosa preda alle loro dimore.
Genii malefici e mentitori! Genii malefici e mentitori, che si
morderanno le labbra per la fallita impresa, che si copriranno di
vermi della invidia nel precipitare nell'abisso della universale
maledizione; intantochè inutilmente saranno corsi rivi di sangue. Le
sciagure saranno piombate sull'umanità come le nevi sui gioghi
dell'alpi._
_Una spaventosa bufera avrà atterrato i semi delle generazioni, nè i
virgulti nè le vecchie piante avranno potuto resisterle. O genti
traviate, pentitevi! già si avvicina la terribile procella dell'ira di
Dio._
_Essi erano nel peccato e speravano nella salvezza; stolti ed iniqui!
guida forse il peccato alla grazia?_--
Angiolina ristette un poco in silenzio, quando con passione e
completamente inspirata esclamò:
--_Le classi!... le classi!... Oh quanto più sublime sarebbe l'uomo
nella civiltà se non obliasse ciò che fu l'uomo in natura!
L'eguaglianza è impossibile! la fratellanza può solo felicitare
l'umanità; mutuo soccorso, mutua affezione, ma i figli di Sem
comanderanno ai figli di Caino; è la conseguenza del primo anatema;
d'altronde il peccato fu commesso qui in questo mondo e qui deve
espiarsi. Di là, di là.... lo spirito è spirito; i colpevoli sono
rigenerati dal sangue del giusto; la gioia è l'eternità, l'eternità è
la gioia, l'uguaglianza è in cielo._
_È scritto; Beati quelli che piangono; essi saranno consolati; e la
consolazione è lassù oltre l'umana miseria. La lotta tra le creature è
il retaggio delle prime colpe. Il fratello uccise il fratello per
invidia; e sarà così fino alla consumazione dei secoli._
_Caino!! Abele!! sono le due classi, il ricco ed il povero: l'uno
armato di clava, l'altro soccombente. Caino invidioso del profumo che
dall'olocausto d'Abele salì al trono dall'Eterno. E quel profumo è
la pace del cuore che umana perfidia non può togliere a chi ama Iddio,
geme, soffre, non si lamenta e spera._--
Angiolina, perdurante il suo soliloquio, aveva gli occhi fissi al
cielo, immobili e vitrei come quelli del cieco: se non che pareva da
quelli si partisse una fiamma che incontrandosi nei raggi del sole
s'immedesimasse in loro e formasse un raggio di luce continuo che da
quella pupilla salisse all'astro maggiore, col quale andava a
congiungersi; le due donne e la tenera Ofelia parevano penetrarsi del
magico influsso della presenza di quell'infelice e sublime donzella.
Lo straordinario eccitamento aveva, collo sviluppo immenso delle forze
morali, sostenuto le forze fisiche della fanciulla; il suo volto, per
abitudine pallidissimo, si era coperto di un rosso acceso; dalla di
lei fronte gelata cadevano abbondanti gocce di sudore: alla fine ella
cadde in una specie di deliquio, e le amorevoli amiche, toltala di
peso dal pavimento, la collocarono nella sua cameretta.
Lo stato di morte apparente di Angiolina non si protrasse a lungo;
cessato che fu quello, essa si rivolse amorosamente alle due amiche,
le quali stavano come in atto di preghiera presso il suo letto.
--Mie care, prese a dire con modo tutto suo proprio incantevole ed
oltre ogni dire dolcissimo, mie care, non andrà in lungo questo mio
stato che tutti tribola fuorchè me, al quale peraltro la vostra pietà
vi ha abituato da lungo tempo: abbiate dunque un poco di sofferenza.
--Ah! crudele Angiolina! è questo il modo di rimproverarci, se mai....
--Zitto zitto, fu sollecita a dire la fanciulla: non volete ch'io
parli dei vostri sacrifizi per me? ebbene obbedirò, tacerò, ma sapete
voi che dopo questo attacco di nervi che vengo a soffrire io ho fatto
un sogno? ma no.... io non dormiva e perciò non poteva sognare; è
stata una visione, visione beata che mi rivela un dolcissimo avvenire
per voi.
--Dio buono! sclamò Esmeralda singhiozzando, siamo così abituate a
ritenerti per una profetessa che tuttociò che dici ci scuote nel più
intimo dell'animo e ci fa sperare o disperare; ma ti preghiamo di non
parlare così misteriosamente come hai fatto nell'attacco di nervi che
hai sofferto.
--Mie care, io allora non parlava a voi, parlava al mondo intero, alla
mia patria. Verrà un dì che sarò compresa, quando queste ossa
riposeranno nella pace del sepolcro: ma via, non vi contristate, chè
io vi narrerò la visione.
--Cara zia, saltò a dire la fanciulla Ofelia, ch'era solita chiamar
così per vezzo Angiolina, mamma ha bisogno di confortarsi; dicci dicci
della tua visione.
--Ho veduto due giovani combattere sul campo della gloria e tornare ai
focolari paterni coperti di onorate ferite per una causa che brillerà
come fulgida gemma nella pagina della storia; ho veduto che questi
giovani lacrimavano nell'asciugarsi la fronte cospersa di nobile
sudore. Questi due giovani, o mie care, erano i vostri due figli.
--Tu presagisci la guerra, disse con emozione vivacissima Rosina.
--Non è d'ora ch'io vedo il mover d'armi e che odo il nitrito dei
cavalli ed il calpestio dei fanti; guerra onorata e senza frutto,
perchè....
--Perchè? esclamarono tutte le ascoltatrici.
--Perchè le nazioni prima di vincere devono essere purificate al
crogiuolo dell'afflizione e scevre di colpa; guai a quei soldati che
entrano in campo senza la benedizione del Dio degli eserciti! Ma, come
io vi diceva, i vostri figli li ho veduti tornare gloriosi nelle
vostre braccia materne.--
Le donne tacevano di un silenzio religioso.
--Ho veduto due uomini, e non voglio nascondervelo, due uomini cari a
noi tutte ritornare sul sentiero della ragione, dolersi e pentirsi,
non sperare nell'agitazione del mondo, ma sperare nella pace, e da
quella argomentarne ai posteri quella felicità che può dare la
religione e la virtù cittadina, non per essi ma per i figli loro. Non
per loro; perchè è scritto _che i figli sconteranno i peccati dei
padri_, e l'ira del Dio delle vendette arriverà fino alla terza
generazione.
--Ahimè! esclamavano le due madri percuotendosi la fronte, ahimè!
dunque?...
--No, mie care, questa profezia di dolore non è particolare a voi; è
per la nazione che non conosce i suoi delitti e pretende concorrere al
premio, ed io le grido: Tre volte guai a te che pretendi il nome di
_Sionne_ e non sei che un'empia _Babele_!--
Angiolina sospirò; quindi, con ambo le mani fregandosi con violenza la
fronte, ricomposta la chioma:
--Mi scordava di dirvi che voi tutte sarete felici quanto domestica
fortuna permette esserlo.... e in quella domestica pace.... io vi
prego.... non vi scordate di me.
--Gran Dio!...
--Preparatevi a lasciarmi; sebbene non sia, come disse il Salvatore,
venuta anche l'ora mia, pure essa non è lontana: io ho anche una
missione da compiere quaggiù, ed il momento si avvicina; missione di
dolore, ma che? il divino Artefice non patì egli per noi...? felice
chi può imitarlo!--
Angiolina discese nella camera e, lungi dal sembrare spossata, parve
avere acquistato quella energia che possedeva ne' primi suoi anni
giovanili; lasciato il tono misterioso e profetico, ella prese parte
al doloroso donnesco colloquio che succedette alla concitata scena che
abbiamo descritto: nel mezzo alle sue amiche Angiolina era
dall'altezza degli spiriti celesti passata alla semplicità della donna
nel seno della sua famiglia; si era diffusa in tante nuove tenerezze
con Ofelia ed aveva anco baciato in fronte Antonio, Carlo e Selvaggio,
quando eran ritornati sotto coverta dopo avere ultimati gli esercizi.
Rosina ed Esmeralda si erano racconsolate. Elleno amavano assai
starsene con l'Angiolina quando essa era in calma e come ritornata
nella sfera donnesca, anzichè vederla nello stato di estasi in cui da
qualche tempo cadeva. Il rimanente del giorno che era per terminare lo
passarono in reciproche carezze: solo la sera, quando Angiolina fu per
ritirarsi nella sua stanza, avendo pregato Antonio di prepararle un
completo abito da marinaro ed Ofelia di tagliarle i capelli alla
foggia degli uomini, Rosina ed Esmeralda non poterono trattenere una
domanda che espressero insieme.
--Angiolina, e perchè mai?
--Zitte, mie care, rispose loro baciandole in fronte, zitte; non
tutto.... non tutto può dirvi _una veggente_.