CAPITOLO XX.

L'agonia di un empio.

La cantatrice di storie ed il figlio, che noi or conosciamo per

Esmeralda e Selvaggio, entrati che furono nel Lazzeretto, vennero

collocati l'uno accanto all'altra: sebbene il sesso fosse diverso,

pure il fanciullo aveva così teneramente scongiurato il severissimo

soprintendente che costui, a malgrado dell'abituale rigore, si era

lasciato vincere e fatto aveva un'eccezione alla regola. Ma il giorno

dopo le cose avevano mutato di aspetto. La donna aveva vinta tutta

l'ira della malattia; e sebbene fosse stata portata colà in stato

grave, e lo stento l'avesse sì terribilmente prostrata da farla parere

moribonda, il male era cessato. Ciò non sfuggì al vigile occhio del

medico di turno: costui dichiarò che la donna avrebbe potuto dopo uno

o due giorni rinviarsi perchè guarita. Ma ben altra era la situazione

del misero fanciullo: egli era soprafatto dal male in modo sì violento

che temeasi della sua vita. La infelice Esmeralda, che nel tempo

stesso di sua pazzia non aveva disconosciuto il figlio, renduta alla

ragione, sentì di amarlo oltre ogni umana idea; ma buon Dio! in qual

mai tristo momento aveva ella ricuperata la mente! in una miserissima

soffitta e nel Lazzeretto del chólera; lassù, per essere soggetta alla

tentata violenza del signor Basilio, quaggiù, per trovarsi nell'asilo

della morte e per conoscere tutta la intensità della dolorosa sua

situazione, senza mezzi, in uno spedale, presso un figlio, il suo

unico figlio, agonizzante.... senza sapere ove rivolgersi per averne

un soccorso. Ahimè! questo non era il solo suo immenso dolore; resa a

sè stessa, ella sentì il terribile vuoto dell'anima sua, sentì più

cocente l'affetto verso Alfredo, verso il padre di quella creatura ora

morente. Oltre ogni dire intollerante e bramosa di sapere le nuove di

quell'uomo che ella aveva adorato e che adorava, non aveva a chi

domandarne a chi ricorrere. Quanto tempo era che ella nol vedea?

domandava a sè stessa: per i pazzi il tempo della demenza non può

calcolarsi, cosicchè ella si trovava come se il corso di quattordici

anni fosse stato quello di un'ora, come se si fosse destata dopo aver

dormito quel lungo periodo; ma che anni ed anni dovevano esser passati

ella il comprendeva pur troppo dall'età in cui vedeva adesso quel

figlio, forse sull'orlo del sepolcro. Gran Dio! qual riflessione! che

sarà divenuto dell'amante dopo sì lungo tempo? che di Giovanni?

saranno essi vivi? e dove, se lo sono, si trovano eglino? Tutte queste

riflessioni l'avrebbero pur troppo gettata di nuovo nel disordine

della mente, se un più grande pensiero, quello del momento attuale,

quello del figlio, non l'avesse distratta dal fermarsi di troppo sugli

altri. E il pensiero del figlio era angoscioso: non solo temea di

perderlo, ma che le fosse pur anco negato di poterlo assistere nelle

ultime ore. Ma la preghiera e la fiducia in Dio la sostenne; ella

chiese di essere ammessa al cospetto dell'ufficiale soprintendente, ed

ebbe luogo tra loro una scena che rivelava i franchi modi di ambedue:

ella donna che si ricordava le selvagge sue primarie abitudini, egli

che credeva sempre dover parlare coi soldati per comandar loro di

attaccare i Cosacchi.

--Chi siete? che volete? sbrigatevi.

--Sono Esmeralda, una madre che ama.

--Il cognome? orsù....

--Artini.

--Artini? non lo conosco tal cognome, ma non importa.

--Voglio stare accanto a mio figlio per assisterlo.

--Voi non l'assisterete, non voglio.

--Ebbene, signore, uccidetemi.

--Non uccido nessuno.... e poi una donna.

--Ebbene io mi ucciderò, ne ho coraggio.

--Così va bene... le donne dovrebber esser tutte così.--

Il modo con cui Esmeralda, tolta una pistola dalla tavola

dell'ufficiale, se l'appressò all'orecchio, sorprese in tal guisa il

soprintendente che, balzato dalla sedia, fu in un attimo al braccio

della donna e distornollo dall'orecchio.

--Per la battaglia di Smolensko! voi dite davvero.

--Non ho mai mentito.

--Lo credo.

--Io al mondo non ho alcuno; lasciate, signore, che finisca i miei

giorni dopo aver chiuso gli occhi a mio figlio.--

Gli occhi di Esmeralda assunsero un'espressione di dolore, talchè

l'uffiziale ne fu penetrato.

Tanto coraggio! tanta beltà infelici! disse fra sè; ma già questo è il

solito delle cose del mondo. Indi in modo burbero ma cortese:--Ebbene

restate.--

Esmeralda trasalì dalla gioia e con calma soggiunse:

--Signore, io resterò, ma credo darovvi poco incomodo; mio figlio

starà forse qualche ora in vita, ed io domani lo seguirò nella

tomba.--Indi si allontanò.

L'uffiziale le tenne dietro lungamente cogli occhi nel corridoio in

fondo al quale era la stanza di Selvaggio ammalato; quindi dopo avere

qualche tempo passeggiato su e giù per la stanza esclamò:--Oh! per la

battaglia di Smolensko, costei ha l'anima di un granatiere della

vecchia guardia.--

Accese la sua pipa ed andò per lo spedale in traccia di coloro che

avevano portata colà la Esmeralda ed il figlio. Voglio conoscere

quest'ottima madre, fra sè borbottava, ed anzi voglio che costei resti

nello spedale a servire i malati. Una donna di quella tempra non si

trova così frequente. Per la battaglia di Smolensko! costei ha l'anima

di un granatiere della vecchia guardia.--

Intanto Esmeralda sta presso al letto del figlio; le sue mani stanno

congiunte a preghiera, e quello sguardo che essa figge al cielo

penetra le volte celesti e arriva al cospetto del Creatore dei mondi.

Il sospiro di una madre che geme sul figlio moribondo è accolto da un

coro di angioli, che lo presentano al trono di Dio. Quel sospiro fu la

vita di Selvaggio. Gli angioli tutti pregavano per Esmeralda. Il

fanciullo, che quasi era divenuto cadavere, andava riprendendo il

calor della vita; nel seno dell'afflitta madre tornava a gradi a gradi

la speranza.--Ah! se egli vive, gran Dio! se voi lo ritornate a me, io

vi offro le mie più calde speranze....--Ed era per dire:--Io

rinunzierò ad Alfredo--, ma la imprudente promessa parve che per

volere di Dio le spirasse sul labbro: poichè ella, credendo di offrire

qualche cosa di più grande ancora, tratto un gran sospiro,

continuò:--Io non apparterrò più alla setta.--Proferito questo voto,

ella diede un tenero, un indefinibile sguardo al figlio come per

volere esprimere: Ah quanto mi costi! Ma il sorriso del pari

indefinibile che il fanciullo fece al tenero sguardo della madre fu di

gran lunga più prezioso del sacrifizio.

Selvaggio migliorava a gran passi, e già nel quarto giorno dall'arrivo

allo spedale ogni pericolo era sparito. Non un giorno, non un'ora, non

un minuto Esmeralda aveva lasciato il giaciglio del dolcissimo suo

figliuolo.

Il soprintendente aveva risoluto. Esmeralda, così operosa, così ferma,

così pia nel ministero di assistere i miseri infermi della corsia ove

stava malato il figlio, veniva nominata ispettrice di quello spedale

ove avevanla portata insieme con la sua creatura. Colà aveva raccolto

abbondante frutto di benedizioni, e colà doveva ricevere la

consolazione di essere informata delle vicende corse dalle persone

tanto care alla misera donna. Nelle ultime corsie dalla parte di

settentrione di quello stabilimento giaceva in un letticciuolo un

povero e vecchio negro, cui, per la differenza del colore e per quella

ripugnanza che le persone del volgo di cui si componevano

gl'inservienti di quel luogo ben minor cura prestavasi che agli altri.

Esmeralda si appressò al letto di lui: quel negro che ella consolava

al letto di morte era quel tenero Iago che avevala veduta nascere,

quell'uomo che dopo la morte de' suoi genitori era stato un secondo

padre a lei ed a Giovanni. Il conoscersi, il rendere vive grazie a Dio

fu un punto solo; e dopochè la malattia del vecchio negro volse a un

più lieto fine, servendosi della lingua dei naturali di America, ei

palesò a colei che amava qual figlia come Giovanni fosse ritornato in

America, come Alfredo pur militasse in quel nuovo continente, ma che

ignorava il preciso luogo di sua dimora. Di più non ne sapeva il

misero vecchio; poichè, dopo la partenza del padre Gonsalvo per la

missione dell'Indie, il resto dei frati non si era gran che curato del

povero negro, e lunghi anni era stato senza pur lasciare il convento.

Ma Esmeralda si contentò di sentire almeno qualche nuova: essa aveva

un punto ove dirigersi in traccia del fratello e del padre di

Selvaggio. Il solo stato di inopia la spaventava, e lo confessò al

negro; ed il negro confortavala a farsi conoscere all'autorità od

almeno al soprintendente. La donna peraltro, che ben sapea quali

accuse pesassero pur sempre sui settari, severamente proibiva al fedel

negro di palesare a chicchessia l'esser suo. Il negro obbediva,

giurando che da quel momento, posto che Dio gli avesse reso la vita

mercè della sua cara padroncina, egli avrebbe seguito la sorte di lei

e del figlio suo. Ad Esmeralda rinacque in cuore la speranza; ella

sentiva di non esser più sola, nè parvele essere tanto lungi da coloro

che amava. Iddio le aveva mandato il povero negro.

--Padrona, le diceva Iago, ecco qui (e levava di sotto al capezzale

del letto un involto) ecco qui; questi sono quaranta scudi in oro,

altri ne ho al convento; perciò torneremo in America.

--Ah! mio Dio... mio Dio, affretta quest'istante. O Iago, io non ho

altri che te al mondo che mi possa assistere.

--Padrona... la mano, la mano.--E su v'impresse un bacio rispettoso.

Quindici giorni dopo questo dialogo, Esmeralda, Selvaggio ed Iago

uscivano dal Lazzeretto; ma, prima di uscire, la tenera giovane era

stata presente alla scena che andiamo a descrivere.

Uno dei giorni più terribili era stato quello del 31 agosto: la morte

aveva mietuto maggiori vittime; nella seconda corsia dello spedale un

uomo agonizzava.

Quest'uomo, orribilmente contratto dagli spasimi della più angosciosa

paralisia, era il signor Basilio. Una donna genuflessa da una parte

del letto ed un fanciullo prostrato dall'altra pregavano. Essi erano

Esmeralda e Selvaggio.... pregavano per il loro persecutore.

--Mamma, mamma (aveva detto Selvaggio già in convalescenza e che

girava per la corsia, aiutando nelle sue incombenze la madre),

accorrete, accorrete quaggiù: al N. 12 vi è un uomo che muore;

quell'uomo che voleva pigliarvi l'anello e cacciarci fuori della

soffitta.

--Eccomi, figliuol mio.

--Sì, mamma; il Salvatore del mondo ci ha insegnato a prestarci per i

nostri nemici. E qual più nemico nostro di questo?--Selvaggio

infelice! non sapeva tutto il male che gli aveva fatto il signor

Basilio. E madre e figlio pregavano il Dio delle misericordie; ma era

Iddio il terribile Dio dell'ira che passeggia sui fulmini e sulle

tempeste, conculca i draghi e i leoni.

Un cappuccino, posata sul letto dell'ammalato in quell'estremo la

stola, recitava le preghiere degli agonizzanti.

Negli occhi del malato stava dipinto l'inferno; esso volgevali come

carboni ardenti sulla donna e sul figlio, e con voce rauca ed

interrotta urlava:--Satanno, Satanno, non vo' morire; non vo' morire;

maledizione!...

--_Exorcizo te, spiritus immunde._

--No, urlava il malato vomitando nera schiuma dalla bocca, no, non

posso morire; il mio oro, i miei brillanti, le mie cambiali!

--_Pax tibi._--

Ma il malato, sollevandosi in furioso modo sul letto, aveva afferrato

la stola e, postasela in bocca, l'aveva messa in pezzi e tinta di

sangue. Tutti gl'inservienti, meno Esmeralda e Selvaggio, erano

fuggiti; anco il frate aveva con orrore abbandonato quel peccatore

moribondo. Il malato nell'eccesso della smania che divoravalo facea

orribili rivelazioni.

Se invece di Esmeralda e di Selvaggio, i quali soli udirono, vi

fossero state altre persone, madama Guglielmi avrebbe ricuperato il

suo palazzo, le sue gioie, Rosina sarebbe stata reintegrata nella sua

fama presso i suoi concittadini, e la infelice e sensibile Angiolina

avrebbe avuto il patrimonio del suo vero padre; ma sventuratamente non

fu così.

--Morire!... urlava diabolicamente il moribondo, morire! dopo avere

accumulate ricchezze immense, morire!... no, non voglio morire. Vieni,

vieni, inferno, tu che ho sempre invocato, tu che mi hai protetto,

opponi la tua potenza; io son tuo in carne e in anima; opponi la tua

potenza a quella celeste... qua quei sacchi d'oro, qua quei diamanti,

qua le mie belle concubine, qua tutto; voglio portare sotterra tutto

all'inferno con me. Rosina.... Rosina.... beltà sprezzante che ho

amata, che ho perduta, no, non ridere della mia morte, no; io

dall'inferno riderò di te e ti sarò spettro persecutore, ti sarò

demonio incarnato! Ma che?... no... non voglio morire.--

Mentre le più orribili imprecazioni e bestemmie venivano a mescolarsi

a tanto tremendo soliloquio, Esmeralda e Selvaggio, innocenti

creature, stavano genuflessi ai piè di quel letto di angoscia

supplicando l'Eterno di dare all'ultima ora di quell'uomo la calma per

prepararsi all'estremo viaggio per l'eternità. Seguendo l'esempio del

divino Redentore, eglino pregavano per il loro acerrimo persecutore.

Il Dio di bontà e di giustizia ascoltava quelle preghiere, e nella sua

immutabile volontà destinava il premio all'anima di quegli ingenui e

la pena pure di quell'uomo delittuoso: ma era scritto nei suoi volumi

eterni che l'uomo colpevole per quel momento dovesse vivere; ei lo

serbava a più terribili tempi.

Se gli ammiratori della condotta sociale o, piuttosto dirò,

dell'apparente condotta sociale del signor Basilio fossero stati

testimoni della sua agonia, oh quanti si sarebbero ricreduti! oh come

avrebbero veduto non doversi gli uomini misurare dalle pratiche

esteriori! e chi sa che, riflettendo come il signor Basilio non fosse

forse che una mostra di tanti suoi simili, non avessero appreso ad

esser più cauti nel dare laudi o biasimi a tanti e tanti esseri di

questo mondo?

Ma...., come io diceva, la scena aveva luogo fra tre persone:

imperocchè le orribili bestemmie del bigotto Basilio avevano fatto

allontanare tutti gl'inservienti dello spedale; e siccome le celle

circostanti erano vuote, così nessuno, oltre i due infelici, sentì

quel monologo infame.

Il signor Basilio molto disse e di troppo avrebbe detto se Esmeralda

avesse potuto penetrare il mistero delle di lui parole: ma, come

sappiamo, Esmeralda era affatto ignara della persecuzione di Rosina e

delle iniquità dal signor Basilio esercitate contro di lei; di più

ignorava anco chi fosse lo stesso signor Basilio. Quando costui cessò

dal bestemmiare ad intervalli e chiuse con maledizioni il suo

monologo, in cui parlò dell'Angiolina, che era sua figlia adulterina,

della Rosina oggetto dei suo amore iniquo e sprezzato, del pozzo del

sotterraneo, della di lei liberazione, dell'ufficiale inglese, del

furto delle gioie, cadde in profondo letargo ed in un mar di sudore.

Allora Esmeralda, dopo aver somministrata al languente una

refrigerante bevanda, fatti tornare sul luogo il frate, gl'inservienti

ed il medico, si dipartì dalla cella di colui col conforto di un'anima

buona che sa di aver compito il sacro dovere della carità.

Due giorni dopo il signor Basilio era dichiarato fuori di pericolo, ed

il contegno da lui tenuto quando assistevalo il frate fu ritenuto come

aberrazione di cervello infermo dalla malattia. Così vanno le cose del

mondo! Egli ricuperò la salute, e la fama sua di uomo pio rimase

intatta; esso fu commiserato e felicitato, ed al suo ritorno al

negozio in Livorno sentì che lo qualificavano per martire

dell'umanità, e tutti il mostravano a dito come un uomo che, per

soccorrere ad un sesto piano una famiglia languente dalla fame e dal

chólera, aveva egli stesso contratto l'orribil malore ed era stato

agli estremi di vita.

Così giudica il mondo; ma, per fortuna e sodisfazione dei buoni, noi

sappiamo che dopo il mondo v'è l'eternità, là dove la verità si scopre

dalle mani di Dio stesso.

La condotta di Esmeralda e del figlio aveva eccitata l'ammirazione di

tutti i buoni, e al partire dallo spedale del Lazzeretto essa aveva

dovuto accettare non poche limosine. Queste, la scienza del canto e

del suono e i pochi denari di Iago (licenziatosi dal convento di

Montenero) aiutarono la misera a lasciare il vecchio continente ed a

vagare per il nuovo in traccia dell'amante suo e padre del proprio

figlio: e noi già vedemmo come miracolosamente capitasse fra le

braccia di Rosina e di Giovanni. Or noi ricondurremo il lettore

all'isola della Barbada, un solo mese dopo quel felice incontro,

dappoichè il nostro cuore sente il bisogno di passare a descrivere

scena più dolce di quella precedente.

Le campane della chiesa maggiore della Barbada suonavano a festa, e le

artiglierie del forte tuonavano in segno di gioia: tutti gli alberi

dei navigli posti in rada erano carichi di cento diverse bandiere; il

tripudio degli abitatori di quell'isola era al colmo. Aveva luogo una

festa nuziale ed il più venerabile ecclesiastico parato di abiti

pontificali aveva data la benedizione agli sposi!

Chi erano essi? il cuore ce lo dice, e quando non cel dicesse, lo

apprenderemmo sentendo questo dialogo che in linguaggio indiano (quale

noi tradurremo) tenevano presso il parco della residenza del

governatore un vecchio negro e due ancelle di servizio di Rosina.

--Gran bella festa! mio buon Iago, diceva la più adulta delle femmine,

cui un vago cappello di paglia di riso nascondeva per metà il volto

abbronzito dal sole dei tropici.

--Bella, sì, rispondeva il vecchio fregandosi le mani in segno di

gioia e secondo il costume dei negri battendo le palme. Per la Dio

grazia, è la seconda volta in cui ad alta voce sento il sacerdote

pronunziare: _Esmeralda Clementina Zaira Sofia figlia del signor

cavaliere Adolfo Artini conte di ****_; se non che la prima volta a

queste parole sentii aggiunger quelle di _Credis in Deum Patrem_? ed

adesso ho sentito aggiungere: Siete contenta di sposare il signor

_Alfredo Guglielmi capitano, ecc._?

--Quanto era bella l'acconciatura della sposa! riprese l'altra

fantesca.

--Quanto erano vaghi, quanto sono belli entrambi!

--E quanto hanno sofferto! ditelo a me, care fanciulle, a me che li ho

veduti nascere e li ho veduti soffrire; ma Dio è giusto, ed il giorno

del premio arriva o presto o tardi, ma arriva sicuramente.

--Ma.... a proposito.... si eran già prima segretamente sposati? prese

a dire una delle giovanette negre rivolgendosi al negro Iago.

E Iago, facendo una specie di smorfia che difficilmente potrebbe

descriversi, rispose:

--Uh uf, quanto son curiose le donne! sicuro sicurissimo, si erano

sposati segretamente; e non avete veduto il figlio loro grande e

grosso? A poco per volta anzi è quasi un mezzo uffiziale.

--Selvaggio! ma converrà dargli un altro nome.

--Oibò! per me Selvaggio è il più bel nome del mondo; è quello che più

si avvicina allo stato naturale, ed io lo cambierei volentieri con

quello d'Iago, che a quanto credo deve avermi messo un qualche

spagnuolo che sarà stato mio compare.--

Il racconto fu interrotto dall'arrivo di un personaggio a noi cognito,

ma che da lungo tempo era obliato nel nostro racconto. Tal personaggio

alla maestà del volto di un venerabil vecchio aggiungeva un'affabilità

che gli acquistava sempre più grazia; aveva affatto bianchi i pochi e

radi capelli che gli restavano; la lunga barba, pur essa bianca, gli

scendeva maestosa sul petto; un paio di occhi scintillanti come di

sacro fuoco gli brillavano sotto la fronte; ed un insieme di gravità e

di dolcezza rendevano angelico quel viso, il cui labbro aveva un

continuo nobile sorriso di benevolenza. Tal personaggio vestiva una

tunica paonazza e portava il cappello a grandi ale e piccola e rotonda

cucuzza; sul petto del vecchio sfolgorava la croce vescovile dei

missionari. Al di lui apparire, i tre interlocutori si tacquero e

trassero in disparte curvandosi per ricevere l'episcopale benedizione,

che il degno prelato non lasciò di compartire con tutta l'effusione

del cuore. Quel prelato sarebbe forse?...

Sì, miei cari lettori, quel prelato, comechè per gli anni e per le

fatiche apostoliche invecchiato, è appunto colui che vi suggerisce il

cuore, l'ottimo padre Gonsalvo, che dovere di missionario per

traslocazione di seggio dall'Indostan fece passare alle americane

isole, e da poco era giunto alla Barbada.

Il cielo aveva riunito alla perfine insieme quegli esseri che tanto si

amavano. Chi sarà che possa dipingere la loro gioia? La mattina delle

nozze, il prelato aveva toccato di volo le loro vicende, e di più egli

avrebbe voluto che nell'anima di Giovanni e di Alfredo fosse omai

spenta quella mania d'innovare. Di Esmeralda ei più non temeva;

restituita alla ragione, ella aveva affatto perduto quel fervido

carattere della sua prima giovinezza; gli altri non già, che, ahimè!

il tempo ancora non giunse di loro ravvedimento.

Il missionario diceva:

--Qui riuniti, io vi benedico, o miei cari, in nome dell'onnipotente

Signore dei cieli e del mondo: forse un sì fausto momento non si

rinnoverà mai più per me, e già sento essere anche troppa la pienezza

della mia gioia. I perversi non sono estinti, no; e sebbene un immenso

mare separi i due emisferi, il veleno dell'uomo è più sottile di

quello del più malefico serpente, esso attossica passando i mari ed i

monti. Forse a voi ch'io tenni sulle mie braccia Iddio prepara nuovi

dolori e nuovi travagli, forse la nebbia e gli oragani della sventura

si addensano sui capi innocenti di questi cari pargoletti che in

questo tempio vi ricingono, o Giovanni, Rosina, Esmeralda ed Alfredo,

simili agli angioletti che implorano su voi la celeste benedizione.

Grandi sono gli arcani del Nume, sempre e sempre adorabili e nella

sventura e nella felicità. Ma se a me ministro di Dio, ma se a me il

più vecchio di quanti oggi vi amano e vi ameranno, è lecito fare degli

augurii, io non saprei fare miglior voto di quello di vedervi per

sempre riuniti in quest'isola lungi dai rumori di un mondo da cui, fra

le innovazioni, fra le inutili cogitazioni, fra le ambagi tumultuose

della guerra e del commercio, disparvero la pace e la virtù. Pensate

troppo difficile impresa essere quella di rinnovare la faccia della

terra. Non è da tanto lo spirito dell'uomo; solo può tal miracolo lo

spirito di Dio, e noi non siamo più che uomini, quando pure la

sapienza fosse il nostro retaggio. Vivete, sì, e vivete per una

generazione di esseri novelli che qui trapianterete; scordate quegli

sfrenati desiderii che vi partoriranno, come vi partorirono, lunga

catena di sciagure. E se mai queste parole del vecchio amico vostro

oltre le orecchie non vi scendano al cuore, voglia il Dio a cui servo

non punire per voi quei pargoli a cui deste la vita. Vi benedico.--

Chiuse il sermone il buon vescovo, e niuno di quei cigli, avvezzi ai

patimenti, alle più dure vicende, ai guerreschi ludi, alle più

pertinaci avversità, sapea frenare le lacrime. Il buon pastore stesso

nel prendere dalle mani di Selvaggio vestito di bianco ed a guisa di

angelo due corone di mirto per porle sul capo di Esmeralda e di

Alfredo, nel congiungerli in matrimonio, aveva lasciato corrersi

abbondante il pianto di tenerezza sulle gote appassite. Rosina, cui

circondavano i figli, singhiozzava di gioia; e Giovanni, a malgrado di

sua abituale fierezza, sentiva in cuore un sentimento non mai provato.

Angiolina, la patetica Angiolina, guardando i nuovi coniugi, aveva

vôlto gli occhi al cielo come per dirgli: O voi Creatore

dell'universo, non avete dunque una simile gioia anco per me? Ma

posando poscia lo sguardo su Rosina, su Giovanni e sui loro figli, e

dipoi su quel vegliardo venerando, di nuovo rivolgendosi al cielo,

aveva esclamato:--Oh! sì, gran Dio! tutte le felicità che può gustare

una misera io le ho gustate in quest'istante; di più non poteva darsi

ad Angiolina.--

Di ritorno dal tempio, le due famiglie riunite si dettero in braccio

alla gioia; e lungamente strette in abbraccio fra loro Esmeralda e

Rosina si dissero, si ripeterono la loro storia, e i baci volarono e

rivolarono fra esse ed i figli che Angiolina teneva fra le braccia.

In una sala a parte peraltro Giovanni ed Alfredo si ricambiarono

queste parole:

--Hai sentito il buon vescovo?

--Sì.

--E che pensi?

--Prima morire che rinunziare al mio progetto.

--Ed io pure.--

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 48 / 77 题