LETTERA III.

_Al sig. comandante dei bersaglieri di Genova._

Caro Alfredo, fratello diletto,

_A bordo della corvetta_ Rosina,

_il 28 aprile 1821_.

Comincio la mia lettera con dirti prima di tutto avere in questa notte

avuto un sogno molto lieto. Non increspare le ciglia sentendo come io

mi rallegri di un sogno, caro fratello: spesse volte le notturne

visioni sono state annunzio di future disgrazie; or perchè mai ci sarà

vietato credere che alcune possano presagirci felicità avvenire? Mi

sono sognata di essere in un bosco ove alcuni amici avevano a noi

apprestata una lauta refezione; e, nota bene, era un bosco di palmizi

della specie di quelli che insieme cogli arboscelli di aranci e di

limoni danno un fresco refrigerante ed imbalsamano l'aria di soavi

profumi nei climi meridionali. Già la mensa frugale, cui avevamo preso

parte seduti sull'erba fiorita vicini ad una fontana di acqua

zampillante e limpidissima, era al suo termine; quando sentimmo da

vicino il preludio di un'arpa e quindi una dolce canzone patetica che

ci ha scosso le fibre. Fra non molto vedemmo avanzarsi verso di noi

una donna assai bella seco traentesi un grazioso fanciullino di sette

in otto anni il quale aveva una piccola arpa al collo; e tosto abbiamo

indovinato esser ella la cantatrice, ed il fanciullino l'amabile

suonatore. La dolce fisionomia della donna e del fanciullo ed il loro

meschino abbigliamento ci hanno commosso: e subito abbiamo pensato di

far ristorare e la cantante ed il suonatore col resto del nostro pasto

campereccio, mettendo inoltre mano alla borsa per trarne qualche

moneta d'oro da darsi ai virtuosi di musica, il cui aspetto ci diceva

chiaramente essere acceduti fino a noi coll'animo di ricreare la

brigata e di ottenere dalla nostra liberalità alcun che onde andare

avanti nella misera vita. Ci proponevamo di domandare alla signora

(poichè, malgrado il di lei abito e lo squallor del suo volto,

appariva essa fornita di modi eleganti e civili) la di lei istoria,

che ci auguravamo interessante, quando tu, che eri alla refezione, ma

ti trovavi distante per esplodere il tuo archibuso contro di una

quaglia, ritornato in quel momento, hai gettato un grido e,

abbandonato il fucile, ti sei precipitato al collo della signora

gridando: Esmeralda! e dopo molte carezze ella ti disse con tenera

voce: Alfredo, benedici tuo figlio.

In mezzo all'effusione dei trasporti della tua amante e del tenerello

suonatore di arpa, mi sono svegliata. Ti confesso che mi è dispiaciuto

di destarmi così presto. Ebbene, mi dirai tu, amata sorella, a che

riaprire le più funeste piaghe del mio cuore? Pur troppo ho perduto il

mio idolo, pur troppo a quest'ora Esmeralda non respira più le aure

vitali! No, mio caro fratello, il mio sogno non dee dolerti; esso è un

avviso del cielo. La misera tua amica, in preda all'aberrazione sua

mentale, scomparsa dal convento di Santa Chiara, quando pur fosse

caduta vittima della sua frenesia, non si riunirà ella forse con noi

dopo questa misera vita nel prato delle celesti beatitudini? Sì, mio

Alfredo: il mio sogno è lieto, possa stillare nel tuo cuore quella

dolcezza che stillò nel mio e renderti paziente nelle avversità, più

gagliardo nel nobil mestiere delle armi.

Passando dalla visione alla realtà, pregoti dire, alla nostra tenera

madre che la corvetta _La Rosina_ è giunta di Alessandria, ed è di su

questa che io ti scrivo, mentre spieghiamo le vele per la Barbada, una

delle Antille inglesi, vicina alla seconda patria del mio Giovanni.

Esso è il comandante in capo del naviglio, ed anzi, giunti che saremo

colà, egli, come praticissimo di quei luoghi, viene interinalmente

nominato governatore dell'isola. Noi crediamo che, vicini alla

Guadaluppa, ci sarà facile ricuperare i beni di Giovanni, tanto più

ora che l'Inghilterra, di cui egli è milite, è in buona armonia colla

Francia. Se però tal cosa non mi riesce, noi abbiamo tanto da star

bene, anzi benissimo. Già so aver egli scritto a nostra madre che,

appena stabilito alla Barbada, vuole ch'ella si riunisca a noi e

desidera che tu pure, ottenuto il congedo, venga nel nuovo mondo, il

quale è, come dice Giovanni, tanto meglio del vecchio. Vorrei per

altro che il nuovo mondo gli facesse uscir di mente certe idee che vi

ha impietrite, ma come sposa non me ne ristarò.

Una notizia ho saputa la quale in parte mi affligge, in parte mi

consola. Si dice che il venerabile padre Gonsalvo abbia abbandonata

l'abbazia di Montenero a malgrado della sua avanzata età, per entrare

nella carriera dei missionari. Caro Alfredo, sarebbe mai questo un

effetto delle opere del signor Basilio, cui certamente non poteva

garbare la vicinanza di padre Gonsalvo? Io molto ne dubito; vero è che

il venerando; abbate non ci ha scritto nulla. Ah! se la notizia fosse

vera, addio interessi nostri a Livorno. Ebbene, se Iddio ci provvede

da altra parte, non possiamo lamentarci: anzi se padre Gonsalvo è

divenuto un missionario, potrò vederlo in America, mentre se ei

restasse a Montenero, nol vedrei mai più. A Livorno ho detto addio per

sempre. Ama la tua sorella.

I demagoghi O, I misteri di Livorno · 第 43 / 77 题