Cara mamma,
_Malta, li 30 marzo 1821._
Attendeva vostre lettere per continuare la mia corrispondenza.
Sono lietissima di sentire che voi avete approvato il mio matrimonio e
che le speranze di riacquistare le facoltà vostre a Livorno sono vive
mercè le premure dell'ottimo padre Gonsalvo. Ma di più avrei goduto se
avessi saputo che la nostra buona fama fosse ristabilita. Quanto a voi
è sperabile, ma quanto a me ho il dolore di essere sempre calunniata
senza poter giustificarmi nella mia buona patria. Ciò lo apprendo da
un articolo della gazzetta in data di Livorno; quella lettura mi fece
molto piangere e mi fruttò una lunga sgridata per parte di Giovanni,
il quale con serietà mi disse:
--Non sono i giornali che coi loro comprati articoli danno o tolgono
la fama agli uomini; sono le loro azioni, è il mondo che ne giudica,
gli eventi che li coronano di alloro.--E qui prese un'espressione di
profeta. Pure voglio trascrivervi l'articolo tal quale, nel dubbio che
voi non lo abbiate letto.
«Nello scorso mese la nostra città di Livorno fu teatro di un
avvenimento che farebbe anco più orrore, se non si sapesse essere
opera di gente perduta e dedita a trame contro i buoni per
sovvertimento della macchina sociale. Questo avvenimento è un
assassinio commesso sopra uno dei più onesti mercanti di questa città,
il signor Basilio Semplici. Costui, che, come ognun sa, vive
ritiratissimo, dedito ai suoi affari e all'opere di vera e rara pietà
religiosa, ha un quartiere situato in via del teatro degli Avvalorati.
In questo quartiere è posta una stanza nella quale l'insigne
capitalista ha con molta prudenza celati quei tesori, frutto dei suoi
risparmi e lucri commerciali che, proprio convien dire, benedetti dal
cielo, cotanto si sono prodigiosamente aumentati, poichè, a quanto
dicesi pubblicamente, non vi ha uomo più denaroso di lui nella nostra
città. L'avvenimento dell'assassinio non sarebbe tanto straordinario,
se non vi fossero pur troppo dei particolari che meritano di esser
pubblicati nel nostro giornale. Convien sapere che sino dalla sera del
17 febbraio decorso era misteriosamente scomparsa la fanciulla Rosina
figlia di quella vedova Guglielmi adesso sfrattata dalla città per non
pochi sospetti di liberalismo. La figlia di lei, la quale era fuggita
per darsi impunemente in preda ad una tresca scandalosa con uno dei
capi di quei settari dai quali è avvelenata la città nostra, stata era
dal medesimo abbandonata in una casa di empietà, in quella cioè della
famigerata Vascello (ecco cosa guadagnano le imprudenti giovani a
calcare le vie del vizio). Di colà, priva di mezzi e nella vergogna,
la giovane non aveva osato di ritornare nella famiglia materna, tanto
più sapendo esistere contro di lei un ordine di cattura. Nel colmo
della miseria pensò ricorrere al degno signor Basilio, il quale per
carità aveva prestato delle rilevanti somme alla madre di lei
(truffategli di poi). Il buon uomo, veduto il pericolo della fanciulla
e la di lei perdizione, sperando ricondurla al buon sentiero ed al
pentimento con farla rinchiudere in appresso in una pia casa di
penitenza, si degnò di accordare alla sconsigliata giovane la sua
protezione, e di notte tempo le permise di nascondersi nella sua
abitazione, ove per alquanti giorni la tenne celata, colmandola di
mille attenzioni e facendola servire da una cameriera per nome
Angiolina, che ei credeva dabbene. Questo tempo fu impiegato dal
caritatevole signor Basilio nel curare alla traviata fanciulla un
collocamento in un reclusorio di monache che va fondandosi; nella qual
cosa ebbe molto a penare, stante la pessima fama che già correva di
quella giovane: pure, a forza di amicizie e di danaro, era quasi
riuscito nel benevolo intento e ne rendeva grazie al cielo, quando
quelle donne infernali tramarono a lui la ruina e la morte. Scoperto
ai loro drudi il tesoro del negoziante, in una notte, mentre costui
riposava lieto di esser al punto di compire l'incominciata opera di
misericordia di cui non aveva ad alcuno svelato il segreto, le due
donne apersero l'uscio ai ladri, i quali pugnalarono il signor
Basilio, che per un vero miracolo scampò la vita. Pare che la paura
atterrisse i masnadieri, i quali s'involarono senza commettere il
furto. La mattina di quella notte terribile, la donna di servizio e la
padrona del quartiere, meravigliate in vedere la porta della camera
del signor Basilio aperta, il che non era mai accaduto, temerono di
qualche sventura e s'innoltrarono in quella, che trovarono vuota.
Penetrarono allora nell'andito sotterraneo, da esse veduto per la
prima volta, e trovarono nel fondo quel galantuomo immerso nel suo
sangue con uno stile nel petto e quasi privo di vita. E qui giova
avvertire che il degno uomo, per meglio prodigare attenzioni alle
ospiti traditrici nel tempo di loro dimora con lui, aveva loro ceduto
la sua camera ed il suo letto, e si era ritirato in fondo ad un pozzo
situato all'estremità di quel corridoio su poca ed umida paglia,
passando la notte in continue preghiere e digiuni onde implorare che
il cielo perdonasse alla sconsigliata giovane, che egli amava qual
figlia, i suoi lunghi trascorsi. Siamo lieti di tessere nel nostro
giornale i meritati elogi di questo moderno eroe della carità, che
senza questo avvenimento avrebbe nella tenebre della modestia sepolto
questo nuovo tratto di esemplare virtù. Gli assassini sono scomparsi o
forse si nascondono ancora nella tenebrosità di cui non è scevra
questa città nostra. Quanto alle due fanciulle, si sa essersi vendute
ad un signore forestiere, ufficiale di marina, il quale è scomparso
nella mattina susseguente al tragico avvenimento e partito per le
Indie orientali. Quelle due sciagurate espieranno probabilmente colà
il fio delle loro colpe, passando al servizio di qualche capo
d'Indiani, che, come ognun sa, tengono le donne in concetto poco men
che di bestie.
»Il signor Basilio, maravigliosamente restituito alla vita, agli
amici, ai poveri, agli orfani, corre voce che voglia consacrare il
resto dei suoi giorni alla quiete del chiostro, lasciando gli immensi
suoi averi ai miserabili.»
Il bugiardo articolo, cara mamma, contiene altre frasi intorno alla
mia persona, che io amo di non trascrivere; oggi mi sento le vampe al
viso, sebbene innocente. Sapeva già che nulla vi è di più menzognero
di certi giornali che passano per le mani di tutti, ma non credeva
possibile tanta sfrontatezza nella stampa. Quantunque io pensi che
nessuna sensata persona, se si eccettuano i partigiani della
ipocrisia, potrà credere a simili menzogne, pure mi angustia il dubbio
che un tale articolo possa nuocere agli interessi vostri e di mio
fratello Alfredo, il quale occupa un grado rispettabile nell'armata.
Non vorrei che aprisse una strada ai nemici suoi onde togliergli un
meritato avanzamento; vero è che si può ribattere l'empio articolo con
una minuta descrizione dei casi i quali percossero me, grazie al
cielo, innocente, sebbene infelice. Voleva insistere presso il mio
sposo affinchè, nel Malta-Mail, reputato giornale che qui si pubblica,
si rispondesse alle sfrontate menzogne della Gazzetta Livornese, ma
egli mi ha replicato con aria di nobile sicurezza:--Mia cara Rosina,
tempo verrà che io darò replica alle parole coi fatti e non colle
ciarle.--Non oso inquietare su tal proposito ulteriormente lo sposo
mio. Intanto la provvidenza si è compiaciuta di temperare con un
favore insperato il dolore prodottomi dalla iniqua e falsa narrazione
del citato articolo, pubblicato certamente sotto l'influenza e coi
denari del signor Basilio. Mio marito, il quale nel tempo passato
prestò dei servigi alla Gran Bretagna, è stato ricevuto al soldo di
quella formidabile potenza. Nel momento in cui vi scrivo gli viene
consegnato il brevetto di luogotenente di fregata. E per quanto ci
assicura il lord governatore di Malta, egli prenderà il comando di una
corvetta chiamata per bizzarra combinazione _The Rosina_, la quale
giunger dee da Alessandria in questo porto. Se potrà ottener quel
comando, lo scriverò con altra mia diretta a voi o a mio fratello, a
cui voglio far giungere i miei caratteri per avere il piacere di
ricevere i suoi.