I.

Nel dogma cristiano la dottrina del fato, quale già l'ebbero gli

antichi, del fato esistente in sè e per sè, come separata e suprema

potenza, non può trovar luogo: essa ripugna troppo al concetto del Dio

uno e massimo che campeggia nei libri sacri dell'Antico e del Nuovo

Testamento, e in cui è fondata la fede. Le opinioni e le sentenze

dei Padri e dei Dottori della Chiesa in proposito, così dei più come

dei meno antichi, sono concordi ed esplicite; e san Tommaso che le

accoglie, le condensa e le epiloga, mostra come il fato, il caso e la

fortuna si risolvano da ultimo nella potestà, volontà e provvidenza

di Dio, e come la stessa necessità delle cose materiali, essendo

conseguenza della natura e dell'ordinamento loro, sia perciò un effetto

mediato dell'unica potestà divina, creatrice e ordinatrice del tutto.

Dante descrive la fortuna come una ministra di Dio, intesa a permutare

_li ben vani_

Di gente in gente e d'uno in altro sangue

Oltre la difension de' senni umani[548].

Il Petrarca, seguendo la opinione di san Girolamo e di sant'Agostino,

dice il fato e la fortuna essere nomi senza significazione[549].

All'influsso degli astri generalmente si crede nel medio evo; ma

non senza molte riserve. San Tommaso ammette l'azione loro sulla

vegetazione, sull'atmosfera, sui corpi in genere, non esclusi gli

umani; ma nega che possano operare sull'intelletto e la volontà, salvo

che indirettamente, e togliere o scemare la libertà dell'arbitrio.

Anche gli astri, del resto, sono organi e strumenti della provvidenza.

La volontà divina è dunque, secondo il canone cristiano, il principio

vivo, eterno ed immutabile d'onde fluiscono le forze tutte, non

solo che producono ed instaurano, ma ancora che reggono il mondo.

Essa è la necessità suprema ed invincibile, così per rispetto alla

natura, come per rispetto agli uomini, i quali possono bene, essendo

provveduti d'intelletto e di libertà, agitarsi entro il circolo che

quella volontà stringe loro d'attorno; ma non lo possono per nessun

modo spezzare, e non ne possono uscire. L'arbitrio umano sarà libero,

come sotto l'impero del fato antico; ma gli eventi saran necessarii,

e molte volte saranno necessarie le azioni. Di qui quella terribile

quanto logica dottrina della predestinazione, secondo la quale la

eterna salute e la eterna dannazione dipendono, non già dagli atti

umani e dall'umano volere, ma dal volere divino e dalla divina

grazia; dottrina che escogitata prima da sant'Agostino, esplicata e

compiuta più tardi da Isidoro di Siviglia (m. 636) e da Godescalco

(m. 867), avversata sempre dalla Chiesa greca, fu tratta alle ultime

e inevitabili sue conseguenze, asseverata in tutto il suo rigore, da

Zuinglio e da Calvino. Un rozzo dramma religioso, composto in Italia

in sul principiare del secolo XV, se non forse anche prima, prende

argomento da quella dottrina e, in pari tempo, la nega[550]. Un giovine

lascia il padre, la madre, e il buono stato in cui era cresciuto, per

consacrarsi al servizio di Dio, e attendere, lungi dagli allettamenti

e dagl'inganni del mondo, alla salute dell'anima. Un vecchio eremita,

che l'ha accolto nella sua cella, e l'ha fatto compagno dell'austera

sua vita, vedendolo tutto infervorato nel bene, e dedito alle sante

pratiche di devozione, assai se ne loda, e chiede a Dio che gli riveli

in grazia qual posto è serbato al giovine fra i beati in Paradiso.

Un'amara delusione lo aspetta. L'angelo del Signore gli annunzia che,

non il Paradiso, ma l'Inferno sarà dato in premio a tanta virtù;

E tu che vai cercando il destinato,

Sappi che il servo tuo sarà dannato.

Ecco la dottrina della predestinazione affermata in tutta la sua

crudezza. L'eremita molto si accora della terribile sentenza, e biasima

la presunzione propria con argomenti tolti di peso ai campioni di

quella dottrina:

O uomo istolto, che vai tu cercando

Quello che a te non appartien sapere?

Pensi tu, sempre qui bene operando,

Di dover l'alta grazia possedere?

Non sai tu che tu hai di lassù bando

Per non saperti nel ben mantenere?

E questo vuol la tua ribellïone,

Che stii qui sempre in gran confusïone.

Se in Dio non esser giustizia dirai,

Dappoi che vuol chiunque ben fa dannare,

Così per contro arguir tu potrai

Che voglia quei che mal fanno salvare;

E se per lui esser giusto vorrai,

La cagion perchè il fa vorrai cercare,

E sarai fatto come chi non vede;

Perchè dov'è ragion manca la fede.

Egli non sa tacere al giovine ciò che gli fu rivelato; ma questi non si

smarrisce, non dispera; anzi, pieno di mansuetudine e di rassegnazione,

risolve di servir Dio con più amore e più fervore di prima, quale che

sia il decreto divino a suo riguardo, poichè egli non può volere se non

ciò che Dio vuole. Il demonio tenta invano distorlo da tale proposito

e ricondurlo nel mondo; e il vecchio eremita, dopo aver pregato

lungamente, apprende dall'angelo che il discepolo sarà salvo. Udita la

buona novella, il giovine esclama:

Padre, ben che l'umana intelligenza,

Gravata dal peccato, intenda poco,

Nondimeno io non ebbi mai temenza,

Facendo ben, d'esser dannato al foco[551].

Ecco la dottrina della predestinazione risolutamente negata.

Aveva ragione Fausto, vescovo di Riez, nella seconda metà del secolo

V, quando affermava che con quella dottrina si tornava per altra via al

fatalismo antico. La Chiesa cattolica sentì la gravità del rimprovero,

e ricusò da ultimo il dogma pericoloso e spietato, piegando, senza

addarsene quasi, verso l'opposta dottrina del grande avversario di

sant'Agostino, Pelagio, che da più di un sinodo era stato condannato

per eretico. Ma il concetto della fatalità, cacciato da una banda,

irrompeva da un'altra, e in altro modo soggiogava gli spiriti. Il

popolo, che poco intende e meno si cura delle sottili dispute e delle

più sottili distinzioni dei teologi e dei filosofi, non lasciò mai

di aver fede in una o più potenze, occulte e irresistibili, distinte

e separate dal volere divino, e variamente designate, secondo i

casi, coi nomi di destino, di fortuna, o d'influsso astrologico. Di

tale credenza, a cui non rimasero estranei i dotti, sono vestigia

e documenti lungo tutto il medio evo. Nel libro I del suo poema

_De diversitate fortunae et philosophiae consolatione_, Arrigo da

Settimello (XII secolo) esclama: «A cui mi debbo io dolere della

fortuna? non so:» e nel secondo libro chiama quella sua nemica,

perfida, stolta, lingua dolosa, meretrice, che si vanta dea e signora

del tutto. Un vescovo di molta riputazione, Ildeberto di Lavardin (m.

1133), si lagna assai della fortuna in un carme _De exilio suo_, e in

certa breve poesia, che appunto s'intitola _De infidelitate fortunae

et amoris mundi_. Più tardi il medico fiorentino Tommaso del Garbo, e

il poeta aretino Braccio Bracci, chiedevano al Petrarca che fosse la

fortuna; e rispondendo al primo, il Petrarca si doleva dei _moltissimi_

che a quei tempi credevano in lei, e come dea la ponevano in cielo, e

il favore di lei mettevano sopra, non pure alla virtù, ma allo stesso

ajuto divino, e volevano piuttosto essere amici suoi che di Dio. E

questa fortuna si vede assai volte figurata in libri del medio evo,

quando d'una e quando d'altra maniera, ma più spesso in forma di una

ruota simbolica, che mossa da virtù fatale, girando senza posa, muta e

rimuta con eterna vicenda, irresistibilmente, le sorti di quaggiù:

Est rota fortunae variabilis ut rota lunae:

Crescit, decrescit, in eodem sistere nescit[552].

E ciò che della fortuna, s'ha pure a dir del destino. Dante, ora fa

del volere divino e del fato una sola e medesima cosa, ora sembra che,

almeno fantasticamente, li distingua, e distingua pure il fato dalla

fortuna.

Alto fato di Dio sarebbe rotto

Se Lete si passasse e tal vivanda

Fosse gustata senza alcuno scotto,

dice Beatrice là nel Paradiso terrestre[553]. Ma prima di lei Virgilio

aveva detto, distinguendo l'uno dall'altro:

Senza voler divino e fato destro[554].

Vedendoselo capitare innanzi, laggiù in Inferno, Brunetto Latini chiede

a Dante:

qual fortuna o destino

Anzi l'ultimo dì quaggiù ti mena?[555]

E lo stesso Dante che percuote col piè nel viso Bocca degli Abati, non

sa

Se voler fu, o destino, o fortuna[556].

Ai grandi d'Italia il Petrarca gridava:

Qual colpa, qual giudicio, o qual destino

Fastidire il vicino

Povero; e le fortune afflitte e sparte

Perseguire?

Agl'influssi degli astri si dava assai più forza che i teologi non

volessero. Essi reggevano la vita di ciascun uomo, la prestabilivano

immutabilmente, e ne svelavano il corso sin dalla nascita. Nei lirici

nostri delle origini sono frequenti gli accenni all'irresistibile

potere degli astri, e per bocca di Marco Lombardo Dante biasima la

opinion comune che al loro influsso appunto assoggettava tutte le cose

di quaggiù:

Voi, che vivete, ogni cagion recate

Pur suso al cielo, sì come se tutto

Movesse seco di necessitate[557].

Ma Cino da Pistoja prega Cecco d'Ascoli di scrutare nei cieli quali

stelle sieno a lui, Cino, favorevoli, e quali contrarie, soggiungendo:

E so da tal giudizio non s'appella.

E Cecco d'Ascoli, il quale mostra, come più tardi fa pure Gerolamo

Cardano, che la vita dello stesso Cristo fu soggetta al corso degli

astri, è, per questo e per altro, accusato di eresia, condannato,

bruciato vivo[558]. Il Petrarca, pur così avverso a tali credenze, dice

in un verso:

Sua ventura ha ciascun dal dì che nasce.

Gli è un fatto che quelle credenze erano radicate nello spirito dei

più e porgevano argomento a leggende e a novelle diffuse tra i volghi.

Un poeta spagnuolo del secolo XIV, Giovanni Ruiz, più conosciuto

sotto il nome di Arciprete d'Hita, dice che nessuno può sfuggire alla

propria sorte, e narra a tale proposito un esempio che vive ancora

nelle letterature popolari dei giorni nostri. Cinque astrologi, tratto

l'oroscopo al figliuolo pur allora nato di un re moro, predissero

ch'egli morrebbe lapidato, bruciato, precipitato, impiccato, affogato.

Il re, dubitando di qualche ciurmeria, fece trattenere e custodire

gli astrologi, per vedere che cosa seguisse di quella strana e,

in apparenza, contraddittoria lor profezia. Passati più anni, il

figliuolo, divenuto adolescente, chiede un giorno al padre e ottiene

il permesso di andare a caccia. Si scatena una furiosa tempesta, e il

giovinetto è, insieme co' suoi, lapidato da una orribil grandine. In

quell'ora istessa, passando egli un ponte, lo investe la folgore: il

ponte si squarcia sotto a' suoi piedi; egli precipita, rimane appeso

per le vesti ad un albero, ma si sommerge con parte del corpo nel

fiume. Così muore lapidato, bruciato, precipitato, impiccato, affogato,

secondo dagli astrologi era stato predetto[559].

Durante tutto il medio evo si credette pure ai giorni perigliosi,

che in numero variabile (sino a quarantaquattro, se non più) veggonsi

registrati nei calendarii. Chi in uno di quei giorni infermava, non

guariva più; chi si poneva in viaggio, più non tornava; chi toglieva

moglie aveva l'inferno in casa. Qualunque cosa si cominciasse a fare

in quei giorni non se ne poteva sperare buon fine. Ancora oggi dice il

popolo:

Di Venere nè di Marte

Non si sposa e non si parte.

C'erano necessità che sfidavano la stessa potenza di Dio. Fra Filippo

da Siena (XIV secolo) narra la storia di uno sceleratissimo soldato,

che venuto a morte, disse al confessore, il quale lo esortava a

pentirsi e a sperar perdono: «Io ho tanti nemici nell'altra vita,

che mi saranno contrarii, che se Dio mi volesse perdonare quasi non

potrebbe»[560].

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. I · 第 38 / 46 题