SITUAZIONE DEL PARADISO TERRESTRE.

Dice la Genesi che Dio piantò il mirabil giardino nella parte orientale

di una regione chiamata Eden[6]; e questo cenno fece prevaler la

credenza ch'esso fosse stato, o fosse tuttavia, nella parte orientale

della terra, o, a dirittura, nell'estremo Oriente. Tale fu, come

può rilevarsi da Giuseppe Flavio, la comune credenza degli Ebrei[7];

e tale fu pure la credenza più accetta, nei primi secoli, ai Padri

della Chiesa, e poi nel medio evo, e oltre il medio evo, a teologi,

a viaggiatori, a romanzatori, a cosmografi. San Basilio Magno dice

che i cristiani pregano volti ad Oriente, quasi cercando la patria

perduta[8]; e Jesujabo, vescovo nestoriano di Nisibi nel secolo XII,

reca, come argomento della superiorità dell'Oriente sull'Occidente, il

fatto che il Paradiso terrestre è appunto in Oriente[9].

A confermare tale credenza cooperava del resto una ragione alla quale

è forse da far risalire, in qualche parte, la stessa indicazione

biblica. Basta ripensare un istante ai caratteri e agli officii

proprii del sole in tutte le mitologie, e in ispecie del sole

nascente, per tosto avvedersi che l'Oriente, cioè quella plaga della

terra onde si leva l'astro datore di vita e dispensator di letizia,

doveva, in virtù di un'associazion di concetti non meno naturale che

inevitabile, parer la più acconcia a porvi la culla dell'uman genere,

il giocondo ricetto della prisca felicità e della vita immortale. Che

se più tardi noi troviamo il Paradiso trasposto in altre regioni, o,

a dirittura, nell'ultimo Occidente, ciò avviene, come vedremo, per

ragioni particolari e avventizie, le quali, posteriori di tempo, nulla

detraggono a quella ragion generale e primitiva. Nè prova nulla in

contrario il fatto che l'Elisio, le cui descrizioni, come di stanza di

beati, concordano in molte parti con quelle del Paradiso terrestre,

ponevasi dagli antichi nell'ultimo Occidente, nella regione cioè ove

si occulta il sole, e muore il giorno; perchè l'Elisio era stanza,

non di vivi ma di morti, e perciò immediatamente prossima all'Hades.

L'opinione pertanto più antica, ed anche, data l'indole del pensiero

mitico, più razionale, era quella che situava il Paradiso terrestre

in Oriente, e ad essa si legava naturalmente, per le stesse ragioni,

l'altra che faceva volta ad Oriente la porta (quando si parlava d'una

e non di più porte) del Paradiso medesimo. Da altra banda, il non

trovarsi più vestigio di esso nelle regioni prima cognite dell'Asia,

e poi nelle regioni che furono conosciute più tardi; e quella natural

tendenza che induce gli uomini a immaginare come lontanissimi da loro,

dalle loro consuete dimore, i luoghi di sognate meraviglie e di sognata

felicità, dovevano esser ragioni atte a far trasporre il Paradiso

terrestre in un Oriente sempre più remoto ed arcano. Nell'apocrifo

etiopico, d'incerta età, intitolato _Combattimento d'Adamo ed Eva_, si

dice che Dio piantò il giardino paradisiaco il terzo giorno, ai confini

orientali del mondo, di là dai quali non v'è più se non l'acqua che

circonda la terra e attinge il cielo[10]. Perciò la credenza che il

Paradiso fosse in Mesopotamia, credenza suggerita dallo stesso racconto

biblico là dove nomina il Tigri e l'Eufrate, se trovò in ogni tempo,

e anche ai dì nostri, chi l'accolse e difese, non però si può dire che

sia stata la più diffusa. e, anzi, nelle leggende di cui avrò a parlare

più oltre, non compare nemmeno.

Fare una enumerazione di tutti gli scrittori sacri e profani, antichi

e del medio evo, i quali si contentarono di dire che il Paradiso

terrestre è in Oriente, senz'aggiungere altra più precisa indicazione,

sarebbe fatica non meno incresciosa che vana: essi sono, starei per

dire, innumerabili. A noi importano ora le notizie, o le affermazioni,

le quali, riferendosi pur sempre all'Oriente, sieno in qualche modo più

specificate e più precise.

Molte mappe del medio evo pongono il Paradiso terrestre in terra ferma,

nell'India, o di là dall'India, in una regione incognita, all'estremo

limite della terra bagnata dall'oceano che tutto circonda[11]; e

di là dall'India lo posero l'Anonimo Ravennate e la più parte dei

trattatisti, espositori e commentatori ch'ebbero a parlarne[12]. Non

aveva già detto Erodoto che quanto è di più bello al mondo si trova

agli estremi confini della terra abitata? Nel secolo XV la credenza

per questo rispetto non muta. Le mappe di Andrea Bianco (1436), di

Giovanni Leardo (1448), del Museo Borgia, altre, seguitano a porre

il Paradiso nell'India, o di là dall'India. Ma la nozione era di

necessità confusa ed incerta. Nel secolo XIV, Giovanni di Mandeville

afferma di essere stato in India, ma di non aver veduto il Paradiso,

il quale è in regione assai più lontana[13]; mentre Giordano da Sévérac

riferisce una credenza secondo cui il Paradiso sarebbe stato fra quella

che si chiamava la terza India e l'Etiopia[14]. Nel secolo XV, Fra

Mauro colloca il Paradiso in Oriente, _molto remoto dala habitation e

cognition humana_; ma non segna nella sua mappa il luogo preciso[15].

Da molti il Paradiso terrestre ponevasi nel Regno del Prete Gianni, o

in prossimità di quello, come vedremo più innanzi; regno che mutò più

d'una volta luogo sulla faccia della terra, secondo il bisogno della

leggenda; ma che fu da prima in India, o da quelle parti.

Dice Ranulfo Higden, nel suo _Polychronicon_, esser falsa la opinione

di coloro che credono il Paradiso disgiunto dalla terra abitata per

lunga distesa di mari[16]; ma bisogna pur riconoscere che tale opinione

professata, fra gli altri, nel nono secolo, da Valafredo Strabone e da

Remigio di Auxerre, e accennata da Rabano Mauro[17], doveva imporsi,

come quella che meglio s'accordava con certi sentimenti, e appagava

la fantasia, a molti spiriti. L'isola felice e la città d'oro dei

Vidyâdhari, di cui si racconta nel libro di novelle di Somadeva, son

poste anch'esse in parte remotissima ed ignota del mondo, e molte altre

immaginazioni affini si potrebbero qui recare a riscontro, delle quali

sarà detto più opportunamente altrove.

Quella opinione prendeva due forme diverse, secondochè il Paradiso

si faceva sorgere nell'antictone di Aristotele e di Eratostene[18],

ossia nella terra opposta all'abitata, divisa da questa dall'oceano

innavigabile; oppure in un'isola, remota sì da ogni contrada popolata

dagli uomini, ma appartenente nulladimeno al nostro emisfero.

Già Sulpizio Severo, nel IV secolo, dice, parlando dei primi parenti,

che essi furono cacciati come esuli nella terra da noi abitata, _in

nostram velut exules terram ejecti sunt_[19]; e in quello stesso secolo

Efrem Siro, ne' suoi Commentarii sulla Genesi, andati perduti, colloca

il Paradiso nell'antictone; ma Cosma Indicopleuste, nel VI, espone

tutta una sua dottrina in proposito la quale ha strettissima relazione

con antiche dottrine asiatiche, e, senza dubbio, ne dipende[20].

Cosma immagina la terra oblunga, e divisa in due parti, delle quali

l'una è interna e circondata dall'oceano, l'altra è esterna, cinge

l'oceano e si congiunge col cielo, volto in alto e all'ingiro a modo di

cupola. Il Paradiso è nella terra esterna, verso Oriente, e in quella

terra rimasero gli uomini sino al Diluvio. Noè, con l'Arca, traversò

l'oceano, e approdò in Persia, d'onde la sua progenitura si sparse in

questa parte di mondo ch'è ora abitata, mentre l'altra, che fu prima

abitata, ora è deserta. I quattro fiumi dell'Eden s'inabissano laggiù

nella terra, passano sotto l'oceano, e riscaturiscono di qua, dalla

parte nostra[21]. Sia ricordato, di passata, che gl'Indiani immaginano

un altro mondo (_loka_) di là dai Sette Mari, e che di là dall'oceano

immaginano gli Arabi la montagna di Kâf. Mosè Bar-Cefa, nel secolo

X, pose ancor egli il Paradiso nell'antictone[22]; e tale opinione,

avvalorata dal fatto (contraddetto, come poi vedremo, da molti sogni

che pure avevansi in conto di fatti) che il Paradiso, per quanto si

fossero corse le terre ed i mari, non s'era mai potuto rinvenire, ebbe

non pochi seguitatori, Dante fra gli altri.

Che Dante, ponendo il Paradiso terrestre sulla cima del monte del

Purgatorio, fece cosa non caduta in mente a nessuno dei Padri e Dottori

della Chiesa, fu notato già da parecchi; ma che, quanto alla situazione

del Paradiso, l'opinione di lui s'accorda con quella dei Padri e

Dottori che lo posero nell'antictone, non fu, ch'io sappia, fatto

osservare da alcuno. Conformemente alla comun dottrina de' suoi tempi,

Dante crede che la terra emersa, la _Gran secca_, com'egli la nomina,

sia tutta nell'emisfero settentrionale, e non si stenda se non picciol

tratto (circa 11 gradi secondo Tolomeo) oltre l'equatore. L'emisfero

meridionale è occupato dalle acque dell'oceano, salvo che in un punto

dove sorge il monte del Purgatorio, diametralmente opposto alla città

di Gerusalemme. Notisi tuttavia che de' quattro fiumi egli non dice

parola[23]. Quel viaggio sotterraneo, che altri faceva compiere loro,

doveva destare troppe obbiezioni nella mente di chi aveva disputato

la questione _De aqua et terra_, e aveva così giusta cognizione della

legge di gravità[24].

Molto più diffusa fu l'altra opinione, che poneva, come ho detto, il

Paradiso in un'isola del nostro emisfero, la quale quando è in Oriente

e quando in Occidente, secondo le immaginazioni. Poichè io parlo ora

della general credenza che assegnava il Paradiso all'Oriente, dirò,

prima, dell'isola, o, piuttosto, dell'isole orientali, salvo a dir

delle occidentali un po' più innanzi, quando parlerò di un'altra

credenza principale. In tanto viluppo ed intreccio d'immaginazioni, le

quali spesso nascono le une dalle altre, gli è affatto impossibile di

serbare, discorrendone, un ordine logico molto rigoroso.

Ma, prima di passar oltre, non sarà fuor di luogo ricordare che l'idea

di porre in un'isola segregata la stanza dei beati, o di attribuire

ad isole remote ed incognite una felicità non concessa al resto della

terra, è una idea naturale, molto antica e molto diffusa. L'Elisio

fu posto in una o più isole; e tutti sanno quanto dagli antichi siasi

favoleggiato intorno alle famose Isole Fortunate. L'isola dei Feaci,

e l'isola di Ogigia, descritte da Omero, sono terre di letizia e di

felicità; e l'isola di Pancaja, descritta da Diodoro Siculo, ha con

l'Elisio non piccola somiglianza. L'Atlantide di Platone e la Merope

di Teopompo erano immuni dagl'infiniti mali cui vanno soggette l'altre

contrade abitate dagli uomini. Oltre al monte Kâf, gli Arabi avevano

l'isola di Vacvac, ricordata nei viaggi di Sindbad delle _Mille e una

notte_, e di cui tante meraviglie narrano Masûdi e altri[25]; e avevano

le isole Saili, le quali erano di tanta vaghezza e felicità che chi vi

approdava dimenticava il resto del mondo[26]. Di un'isola dalle poma

d'oro narrarono le meraviglie i Celti.

L'isola paradisiaca sorgeva dalle acque di quel misterioso oceano

che fasciava tutto intorno la terra abitabile. L'immaginazione di

quest'oceano, antichissima, dacchè, prima che nei poemi di Omero

e di Esiodo, trovasi in India e in Caldea, durò viva quanto il

medio evo[27]. Isidoro di Siviglia l'accetta, e l'accetta ancora il

Boccaccio, quando il medio evo si chiude: le mappe la figurano. Notisi,

a tale riguardo, che, secondo Giuseppe Flavio, il fiume il quale esce

dal Paradiso, cinge tutta la terra, e che San Giovanni Damasceno fa di

quel fiume e dell'oceano circondante una cosa sola[28].

E molte mappe figurano anche l'isola, posta bensì in Oriente, ma non

sempre, come si può ben credere, nel medesimo luogo[29]. Di solito

essa non è designata con altro nome che quello di Paradiso, o Isola

del Paradiso. Nel poemetto che Cinevulfo (secolo X) compose intorno

alla Fenice, è detto che Dio pose l'isola santa così lontano dai

peccatori che nessuno può giungervi, e Dante fa un'isola del monte

_che si leva più dall'onda_. Una compilazione francese di storia

antica, che passò in traduzioni italiane, la ricorda, e dice che _è una

dolcie contrada, ed è assisa verso oriente, nel gran mare che tutto

il mondo atornea_[30]. Talvolta l'isola paradisiaca prende un nome,

o s'identifica con un'isola, non più immaginaria, ma reale. Giovanni

Witte di Hese (di Hees, Hesius) che negli ultimi anni del secolo XIV

compiè con la fantasia, senza muoversi da Utrecht, ov'era prete, un

meraviglioso viaggio in Oriente, e ne scrisse, in latino, un racconto

che fu messo a stampa sino dal 1489, dice che egli e i compagni suoi,

lasciate le terre del Prete Gianni, giunsero, dopo dieci giorni di

navigazione, a un'isola deliziosa, detta Radice del Paradiso, e dopo

dodici altri giorni, al monte Edom, il quale si leva erto e diritto

di mezzo il mare, come un'altissima torre, sicchè da nessuna parte

vi si può salire, e in cima ad esso si vuole che sia il Paradiso: «e

circa l'ora del vespero,» quando il sole declina, «si vede il muro

del Paradiso splendere di gran chiarità, e vaghissimamente a mo' di

stella[31]». Di questo monte e isola di Edom, il cui nome è, con tanta

disinvoltura, tolto alla Palestina, non so che sia fatta menzione

altrove.

Giovanni de' Marignolli, vescovo di Bisignano, che, insieme con altri,

fu da Benedetto XII (1334-1342) mandato in missione al Gran Cane dei

Tartari, afferma, nel suo _Chronicon_, che il Paradiso è a quaranta

miglia italiane dall'isola di Ceilan, d'onde si ode il fragore e lo

scroscio delle sue acque cadenti. Egli si vanta d'avere superato la

gloria del massimo Alessandro, il quale, pervenuto all'ultimo termine

della sua peregrinazione, eresse, a perpetua memoria, una colonna,

e di avere, nel cono del mondo, _in cono mundi_, alzata, di contro

al Paradiso una lapide, e sparsovi sopra dell'olio[32]. Ricorda la

opinione di alcuni, i quali asserivano in Ceilan stessa essere stato il

Paradiso; opinion ch'ei rifiuta, parendogli contraddetta dal nome[33].

Sta a ogni modo il fatto che alcuni ponevano il Paradiso in Ceilan, e

vedremo, in altro luogo, parecchie ragioni di così fatta credenza.

Che il Paradiso dovesse essere nella zona torrida, sotto il tropico del

Cancro, o a dirittura sotto l'equatore, fu opinione antica benchè non

molto diffusa. Tertulliano credeva che per il _flammeum gladium_ della

Genesi s'avesse appunto a intendere la zona di massima caldura, e fu

in tale sua credenza seguito da Filostorgio, da San Tommaso d'Aquino,

da San Bonaventura, e da parecchi altri[34]. Ma a tale opinione

contraddicevano molti, cui sembrava non la si potesse accordare con

quanto sapevasi del temperatissimo clima del Paradiso, e della copia

delle sue acque; al che rispondevano quei primi con dire che la troppa

caldura poteva essere mitigata dall'altitudine e da altre condizioni.

Al punto d'intersezione dell'equatore e del gran meridiano, gli Arabi

posero il Castello d'Arîn, di malagevole accesso, e il trono d'Iblîs.

Efrem Siro fu di opinione che il Paradiso, di là dall'oceano, circuisse

tutta la terra[35]; al qual proposito è da ricordare che anche

dell'Hara-berezaiti dei Persiani fu da taluno creduto altrettanto, e

che Plutarco parla di un continente che cinge tutto intorno la terra

(μεγαλη ἤπειρος) contrapposto al continente abitato (ἡ οἰκουμένη).

Altri andaron più oltre, e sostennero che il Paradiso si dovette

stendere sopra tutta la superficie della terra, senza di che non

avrebbe potuto contenere l'intero genere umano, che vi doveva avere

sua dimora, durando in istato d'innocenza[36]. Tale opinione professò

ancora in pien secolo XVI, Gioachino di Watt (Vadianus Sangallensis)

nel suo _Trium terrae partium epitome_.

Ma altre opinioni correvano, affatto a queste contrarie. Sin da'

tempi di San Teofilo di Antiochia (m. c. 181) c'era chi dubitava se

il Paradiso fosse mai stato in terra, dubbio ch'egli combatte[37];

e San Gerolamo ricorda una tradizione ebraica, secondo la quale

il Paradiso sarebbe stato creato avanti il mondo, e però fuori de'

suoi confini[38]. I Valentiniani lo posero sopra il terzo cielo; e

i musulmani credono ch'esso fosse nei cieli, e che Adamo, cacciato,

cadesse nell'isola di Serendib (Ceilan), e che quivi morisse dopo aver

fatto un pellegrinaggio al luogo dove poi doveva sorgere la Mecca.

In un manoscritto del Museo Britannico si legge che il Paradiso è

meravigliosamente sospeso fra il cielo a la terra, quaranta cubiti

sopra il più alto livello raggiunto dalle acque del Diluvio, che,

com'è noto, superarono di quaranta cubiti le cime delle più alte

montagne[39]. Altri pensarono che il Paradiso fosse bensì stato in

terra, ma che Iddio, corrucciato, l'avesse distrutto il giorno stesso

del peccato, o avesse più tardi permesso che lo distruggesse il

Diluvio. E qui è da dir qualche cosa della opinion di coloro i quali

credevano che il Paradiso fosse stato in Gerusalemme. Tale opinione

è già impugnata, nel IV secolo, da Sant'Atanasio, arcivescovo di

Alessandria[40]; ma bisogna riconoscere ch'essa non era sorta senza

qualche plausibile ragione, e che pareva formata a bella posta per

secondare certe tendenze della coscienza religiosa e per appagare certi

sentimenti dei fedeli. Dice Ezechiele in un luogo delle sue profezie

(V, 5):_ Ista est Jerusalem: in medio gentium posui eam et in circuitu

ejus terras_. Questo luogo, malamente interpretato, fece nascere la

credenza, serbata poi lungamente, che Gerusalemme fosse collocata nel

centro del continente abitato. Ora, è noto quanto la fantasia cristiana

sia stata vaga nei primi secoli, e poi nei secoli di mezzo, di collegar

fra loro, col sussidio di varie immaginazioni, più che non avvenisse

nel puro concetto dottrinale, i fatti varii della caduta e della

redenzione del genere umano, e di conferir loro, oltre alla continuità

e unità morale, anche una certa continuità e unità materiale. Si

credeva dai più che Adamo ed Eva, cacciati dal Paradiso, fossero poi

vissuti in luogo prossimo a quello; si credeva che Adamo fosse stato

sepolto sul Calvario; che la croce, fatta del legno dell'albero fatale,

che aveva dato esca al peccato, fosse sorta su quella tomba, e che

il sangue del redentore avesse bagnate le ossa del primo peccatore.

Come non credere allora che l'opera stessa della redenzione si fosse

compiuta nel proprio luogo ov'era stato commesso il peccato, e che in

quel luogo appunto fosse sorta la città santa e predestinata? Dante

pose il Paradiso terrestre agli antipodi di Gerusalemme; ma parecchi

dopo lui, sin oltre il secolo XVI, seguitarono ad aver l'opinione che

il Paradiso fosse stato in Giudea.

Se non che questa credenza, e la precedente, ebbero poco seguito, e

incomparabilmente maggiore l'ebbe l'altra, la quale affermava, non solo

che il Paradiso era stato veramente in terra, ma ancora ch'esso ci si

trovava tuttavia, serbato incolume, nella sua condizion primitiva. Di

ciò vedremo in seguito molte prove.

L'Elisio di Omero, le Isole dei beati di Esiodo, gli Orti delle

Esperidi, mutarono più volte luogo sulla faccia della terra

col mutare dei tempi, e altrettanto può dirsi del Meru indiano,

dell'Hara-berezaiti iranico, del monte su cui, dopo il Diluvio, si

fermò l'Arca ecc. Allo stesso modo mutò luogo il Paradiso terrestre,

salvo che il mutar suo non fu, di regola, come in altri casi avvenne,

effetto di migrazioni; ma fu più spesso effetto di speculazioni e

interpretazioni discordi, e talvolta di alcuno accrescimento del

sapere, o di alcuna scoperta geografica; e, più frequentemente ancora,

della irrequietezza stessa della fantasia, della mobilità della

leggenda. E al mutar suo, almeno in un caso molto importante, non fu

estraneo l'influsso di certi miti dell'antichità, e non furono estranee

le speciali condizioni di vita e di pensiero di alcuni popoli che non

entrarono se non tardi a far parte della grande famiglia cristiana.

La credenza più antica e più diffusa era, come abbiam veduto, quella

che poneva il Paradiso in Oriente; ma di contro ad essa vediam sorgere

una opinione contraria, che pone il Paradiso in Occidente, quando

più a settentrione, quando più a mezzodì. Già sin dal primo secolo

dell'èra volgare, gli Esseni, cedendo, senza dubbio, all'influsso di

miti pagani, ponevano di là dall'Oceano Atlantico il soggiorno dei

beati[41]. I Celti non avevano diversa credenza. Secondo la dottrina

loro, «gli uomini hanno per primo progenitore il dio della morte,

e questo dio abita una regione lontana, di là dall'Oceano; egli ha

sua dimora in quell'_isole estreme_, d'onde, secondo l'insegnamento

dei druidi, era venuta direttamente una parte degli abitanti della

Gallia». — «Secondo le credenze dei Celti, i morti vanno ad abitare

di là dall'oceano, verso Mezzodì, là dove si corica il sole la più

parte dell'anno, in una regione meravigliosa, che vince di gran

lunga, per gioje e seduzioni, questo mondo di qua. Da quel paese

misterioso traggono origine gli uomini»[42]. Queste credenze, hanno,

come si vede, molta somiglianza con quelle dei Greci e dei Romani,

ed è anzi probabile che abbiano esercitato sopra di esse un influsso

non lieve, concorrendo a fare spostare, specialmente verso il

Settentrione, l'isola di Saturno e il regno dei morti. Da altra banda,

le immaginazioni dei Greci e dei Romani non potevano non esercitare

alla lor volta un notabile influsso su quelle dei Celti. Mutata la fede

religiosa, molte delle antiche credenze naturalmente sopravvivevano,

accordandosi, fondendosi con le nuove, e in più varii modi alterandone

il concetto e la natura. Gaeli e Cimri favoleggiavano di un

meraviglioso paese, il quale sorgeva in mezzo all'oceano profondo, e i

cui abitatori, bevendo le acque dolcissime della fontana di gioventù,

non conoscevano nè la vecchiezza, nè i morbi. Un tal paese, nelle

menti dei convertiti, doveva necessariamente identificarsi col Paradiso

terrestre; ed è per questo che San Brandano muove, come vedremo, alla

ricerca del Paradiso navigando per l'Oceano occidentale. Tale credenza

aveva dunque un fondamento pagano, e perciò non è senza ragione che

Isidoro di Siviglia nota di paganità la opinion di coloro che ponevano

il Paradiso nelle Isole Fortunate[43].

Per le ragioni medesime furono talvolta situati in isole remote

dell'Oceano Atlantico il Purgatorio e l'Inferno. Già fra gli antichi

era nata una opinione che poneva in Gallia, o in Brettagna, il regno

dei morti. Plutarco ne fa ricordo, attingendo da un ignoto e più antico

scrittore. Claudiano, narrando certa navigazione oceanica di Ulisse,

già prima narrata da Solino, dice che l'eroe visitò un popolo di ombre

su quella estrema parte della Gallia che si protende nell'Oceano, nè

lascia intendere se alluda propriamente all'ultimo lembo occidentale

dell'Armorica, o alla Cornovaglia insulare (_Cornu Galliae_). Procopio

dà, in forma più compiuta, il racconto di Plutarco, e narra di una

popolazione di marinai, sulle coste settentrionali della Gallia,

officio de' quali era di tragittare di notte tempo le anime de' morti

in Brettagna. Di questa credenza è pur cenno negli scolii di Tzetzes

all'_Alessandra_ o _Cassandra_ di Licofrone, e nel medio evo essa non

era ancora del tutto perduta, perchè se ne trova un curioso ricordo in

un racconto tedesco del secolo XIII[44].

Ho detto che la latitudine del Paradiso occidentale variava, quando

più verso Settentrione, quando più verso Mezzodì. Che le fantasie lo

venissero respingendo talvolta nelle regioni più inospitali del globo,

verso i ghiacci e le nebbie del polo, non deve far troppa meraviglia,

se si pensa che già gli antichi ebbero alcune immaginazioni consimili;

che gl'Iperborei, i quali menavano vita felicissima, furono da essi

cacciati nell'estremo settentrione, di là dai monti Rifei[45]; che

nell'isola Prodesia, vicina a Tule, fu posto l'Elisio; e che tra

gl'Iperborei furono collocati da taluno gli Orti delle Esperidi[46].

Ed è curioso vedere come, nella seconda metà del secolo XI, Adamo

Bremense tramuti sulle rive del Baltico le Amazzoni, i Cinocefali, i

Macrobii, gl'Imantopodi, altri popoli strani e mostri varii, tolti la

più parte all'Asia leggendaria, e i Ciclopi per giunta[47]. Incoraggito

da sì fatti esempii, nel sec. XVI, il famoso Guglielmo Postel, che, fra

molt'altre cose, pretendeva d'essere ringiovanito e risuscitato, asserì

nel suo _Compendium cosmographicum_ che il Paradiso terrestre era sotto

il polo artico.

Ma, di solito, si preferivano latitudini alquanto più basse. A dispetto

d'Isidoro di Siviglia, alcuni seguitarono a credere che il Paradiso

fosse in quelle Isole Fortunate di cui tanto aveva favoleggiato

l'antichità, e dove pure erano stati messi gli Elisii. E a questo

proposito è da ricordare che i geografi arabici chiamarono le isole

che si trovano a occidente dell'Africa con due nomi diversi, Isole

Eterne e Isole della Felicità, e che queste Isole della Felicità pare

fossero le Canarie[48], che poi dovrebbero essere le Fortunate. E

dico _dovrebbero_, perchè nel medio evo ci fu grandissima confusione a

questo riguardo. Così, per citare qualche esempio, una delle carte di

Marin Sanudo (1306) pone a occidente dell'Irlanda nientemeno che 358

isole beate e fortunate, e sulla mappa di Fra Mauro (1457-9) si trovano

le _insule de Hibernia dite Fortunate_. Verso la fine del secolo XV

(1471) Grazioso Benincasa segna ancora due gruppi d'Isole Fortunate,

l'uno a ponente dell'Africa, l'altro a ponente dell'Irlanda[49]. Nel

primo gruppo sembra che ponesse il Paradiso terrestre Cristina di

Pisan, la quale visse sino all'anno 1431[50].

La vicinanza delle Isole Fortunate all'Africa doveva, o prima o poi,

suggerire l'idea che il Paradiso fosse appunto nel continente africano,

tanto più che si credeva da molti, come vedremo, essere il Nilo uno dei

quattro fiumi ricordati dalla Bibbia. Abbiam già veduto che Giovanni

de' Marignolli situava il Paradiso fra la terza India e l'Etiopia:

Lodovico Ariosto, più risoluto, lo pone senz'altro sul monte onde nasce

il Nilo, vicino al paese del Senapo, o Prete Gianni, mutato ancor esso

di luogo, e Giovanni Milton ne segue l'esempio[51]. Più d'uno udrà con

meraviglia che il celebre Livingstone cercava ancora il Paradiso nel

cuore dell'Africa, nella regione dei grandi laghi equatoriali.

Cristoforo Colombo ricorda la opinione di coloro che ponevano in Africa

il Paradiso, ma non vi si acconcia; anzi vuole ch'esso sia nelle nuove

terre da lui scoperte, non molto lungi dall'isola di Trinità e dalla

foce dell'Orenoco[52]. E con lui il Paradiso terrestre, dopo aver fatto

in certo modo il giro del mondo, ritorna in Oriente, giacchè, com'è

noto, il sommo navigatore morì senza sapere d'avere scoperto un nuovo

continente, anzi credendo d'aver raggiunto, navigando a occidente,

le isole e la costa orientale dell'Asia; la qual credenza gli faceva

dire che la terra non è così grande come dai più si crede. Si dovrà,

per la stessa ragione, riportare in Oriente il paradiso dei Gaeli?

Ebbero veramente costoro cognizione della rotondità della terra, come

fu da taluno asserito, e scoprirono essi, insieme con gli Scandinavi,

l'America, più secoli prima che il Colombo nascesse? e in che misura

la scoprirono? Non bisogna esser troppo corrivi nè ad affermare nè

a negare in così fatta materia. Se avessero proprio avuta quella

cognizione, e fatta quella scoperta, l'estremo Occidente, ov'essi tante

meraviglie ponevano, ridiventava, in certo modo, l'estremo Oriente dei

Padri e della più comune credenza. Ma sia di ciò come si voglia, non

è da dimenticare il fatto che parecchie mitologie, oltre alla greca e

alla romana, posero in Occidente paesi di delizie e di beatitudine. In

Occidente sorgeva, secondo gl'Indiani, Kanaka-puri, la Città d'oro; in

Occidente immaginano gli abitatori della Polinesia un'isola paradisiaca

detta Bulotu[53].

Chiudiamo questa ormai lunga rassegna con dire che non vi fu parte

della terra dove non si ponesse il Paradiso. Giorgio Federico Daumer,

nato nel 1800, lo pose in Australia, dove cresce l'albero del pane; il

celebre Giacomo Casanova lo cacciò insieme coi Megamicri, non degeneri

discendenti di Adamo, nell'interno del pianeta[54].

In leggende popolari tuttora vive, il Paradiso è in luogo prossimo a

chi le va rinarrando, nelle Alpi, per esempio, o nel Fichtelgebirge.

Miti, leggende e superstizioni del Medio Evo, vol. I · 第 10 / 46 题