I _Promessi Sposi_.

I _Promessi Sposi_ furono qualche cosa d'impreveduto e di singolare,

non pure nella letteratura italiana, ma nella vita stessa del Manzoni.

Per quanto i Cattolici abbiano desiderato farne il loro proprio

romanzo, nessuno avrebbe mai immaginato che dalle mani dell'Autore

degl'_Inni Sacri_ e delle _Osservazioni sulla Morale cattolica_

sarebbero usciti i tipi di Don Abbondio e della Signora di Monza. Come

intorno alla conversione religiosa, furono fatte e scritte parecchie

congetture intorno alla vera origine dei _Promessi Sposi_. Pare che,

nel primo concetto, il soggetto principale del romanzo dovesse essere

la conversione dell'Innominato; e ci vuol poca fatica a indovinare da

quella scelta, che il Manzoni voleva ancora col proprio romanzo

adombrarci un episodio della propria vita. Secondo il Sainte-Beuve,

l'idea di eleggere la forma del romanzo sarebbe venuta al Manzoni

dall'intendere che in quel tempo il Fauriel meditava anch'esso un

romanzo storico, del quale pare che la scena dovesse collocarsi in

Provenza.[1] Ma poichè l'affermazione del Sainte-Beuve mi pare

alquanto vaga o non è probabile che il Manzoni abbia fatto un romanzo

solamente perchè il Fauriel ne volea fare un altro, ma più tosto si

crederebbe vero il contrario, cioè che il Fauriel trovandosi a

Brusuglio, quando il Manzoni avea già terminato e stava correggendo i

_Promessi Sposi_, potesse pensare esso a qualche cosa di simile,

gioverà ricorrere ad altre spiegazioni. Camillo Ugoni, che poteva

forse averne avuto alcun sentore in casa stessa del Manzoni che lo

amava e stimava moltissimo, lasciò scritto nella sua _Biografia del

Filangieri_, che l'idea di eleggere ad un suo lavoro educativo la

forma di romanzo venne al Manzoni dal leggere un passo della _Scienza

detta Legislazione_ del Filangieri, ove si raccomanda come ottima

lettura educatrice ai fanciulli, che entravano nel decimo anno, i

romanzi storici.[2] La congettura dell'Ugoni mi pare avere qualche

grado probabile, in quanto che, nell'anno in cui il Manzoni incominciò

a scrivere i _Promessi Sposi_ cioè nel 1821 (e non dopo pubblicato

l'_Adelchi_, come afferma il Sainte-Beuve), la sua figlia primogenita

Giulia avea per l'appunto undici anni, e il figlio Pietro dieci.

Alieno com'egli era dal mandare i figli a scuola, dopo il duro

esperimento che della scuola aveva fatto egli medesimo, il Manzoni

dovette, senza dubbio, desiderare di potere scrivere, se gli riusciva,

prima d'ogni cosa, un buon romanzo storico, che in Italia non esisteva

pur troppo, per i suoi proprii figliuoli. E mi reca meraviglia che tra

le tante cagioni astruse che s'andarono a cercare per chiarirsi come

il Manzoni si fosse indotto a scrivere un romanzo, quest'una così

ovvia, così semplice, non siasi ancora indicata. Il Manzoni, come ho

già avvertito, era un lettore e un postillatore di libri infaticabile;

la biblioteca di Don Ferrante dovea, per la varietà, somigliare alcun

poco alla sua. Egli era dell'opinione non molto comune, o almeno poco

ascoltata, che i libri si stampassero per venir letti; e leggeva di

tutto; di storia e di poesia, di teologia e di filosofia, di agronomia

e di giurisprudenza; e di tutto facea tesoro nella sua memoria

prodigiosa, e succo di vera sapienza più ancora che di semplice

dottrina. Egli discorreva volentieri coi libri che leggeva come se

fossero persone vive, ed entrava volentieri con essi in segreta e

minuta polemica, quando gli pareva che sragionassero. Altre volte egli

se ne lasciava inspirare, e questo fu appunto il caso che gli dovette

occorrere prima di scrivere i _Promessi Sposi_. Quando il Manzoni ebbe

letto in uno Studio biografico del tedesco Sauer, per quali ragioni

artistiche, politiche, religiose, egli si fosse condotto a scrivere i

_Promessi Sposi_, accompagnando le parole con un arguto sorriso,

sclamò: _Cospetto! questo signore deve essere un gran dotto, perchè di

me e delle cose mie ne sa assai più che non ne sappia io_. E, dopo

aver dichiarato che di quelle intenzioni _sotterranee_, sintetiche,

subbiettive o che so io egli non ne avea avute mai, raccontò per la

centesima volta ad uno de' suoi amici presenti come l'idea del romanzo

gli fosse nata a Brusuglio, dove egli avea per qualche tempo creduto

cosa prudente il ritirarsi con Tommaso Grossi e con la famiglia,

quando a Milano erano incominciati gli arresti de' Carbonari. Egli

s'era portato in campagna due libri: la _Storia milanese_ del

Ripamonti, scritta, com'è noto, in latino, ed un'opera del Gioia:

_Economia e Statistica_. Il Ripamonti gli suggerì l'episodio che,

fin dal principio, fissò in particolar modo la sua attenzione e

poco mancò non diventasse il pernio di tutta l'opera; l'episodio

dell'_Innominato_. Dal Gioia gli venne l'idea della inutilità delle

leggi, quando queste non siano in armonia coi costumi, ed i

legistatori rimangano stranieri al paese.[3] È lecito il supporre

che, prima di accingersi a scrivere i _Promessi Sposi_, il Manzoni

siasi consigliato col suo confessore canonico Tosi; è lecito il

supporre che, nel primo disegno, annunziando il Manzoni di voler

narrare la conversione d'un reprobo alla fede, egli abbia incontrato

un'approvazione piena ed assoluta. L'Innominato che si convertiva

pubblicamente nel cospetto del cardinal Federigo, era il Manzoni

stesso che, dopo avere per dodici anni lottato per credere, annunziava

finalmente che il canonico Tosi gli avea toccato il cuore, lo avea

vinto e fatto cosa di Dio; era il Manzoni stesso che confessava, anzi

esagerava ai proprii occhi ed agli altrui la sua antica empietà, per

far più grande il miracolo della Chiesa, la quale avea avuto la virtù

di attirarlo nel proprio seno. Chi cerca ora in qual modo il Manzoni

siasi condotto a credere, non ha da fantasticar molto, ma

semplicemente da rileggere con un po' d'attenzione la scena commovente

dell'incontro dell'Innominato col cardinal Federigo. Con pochissime

mutazioni, si può sostituire al nome dell'Innominato quello del

Manzoni, al nome del cardinal Borromeo quello di monsignor Tosi, con

la sicurezza d'avere scritta ne' _Promessi Sposi_ la propria

confessione autentica, ma trasformata, dissimulata ed ingrandita in

opera d'arte, del poeta convertito.[4] Aggiungiamo che, quando i

_Promessi Sposi_ si pubblicarono, il Tosi era già vescovo, e sarebbe

forse stato assunto all'onore del cappello cardinalizio, senza quel

po' di giansenismo ch'era rimasto nella sua dottrina, e che dovea

dispiacere alla Curia Romana quanto piaceva, invece, al Manzoni.

Ciascuno che rilegga que' capitoli de' _Promessi Sposi_, e li

confronti con la diligente biografia che di Luigi Tosi scrisse il

professor Magenta, si persuaderà facilmente che il Manzoni innestò la

figura del cardinal Federigo sopra quella del proprio santo

confessore. Ma ciò che da principio doveva essere l'intiero libro,

diventò poi un semplice episodio di esso. Il Manzoni, riuscito, di

giorno in giorno più, realista o verista nell'arte sua, desideroso di

fare sopra il suo tempo, sopra la gioventù che doveva educarsi per

mezzo della lettura, una impressione durevole e profonda, dopo aver

concepito un alto e vasto poema, disegnò di scriverlo in prosa. Nel

tempo in cui l'amico suo Tommaso Grossi venuto con lui a Brusuglio si

provava a vestire di forme più popolari l'ottava epica, scrivendo il

poema de' _Lombardi alla prima Crociata_, il Manzoni intraprendeva una

riforma più radicale. Egli era d'avviso che si dovesse pensare e

sentir alto, ma scriver piano; e come Dante avea creata la lingua

poetica italiana, il Manzoni, anco se non vi pretendeva, riuscì a

fondare veramente la nuova prosa italiana. Si dirà; ma come? Il

Foscolo ed il Monti non avevano forse preceduto il Manzoni? Sì, ma

oltre che nessuno de' due ha presentato all'Italia una prosa così

ricca di fatti, di osservazioni, d'idee originali, di affetti veri e

di tipi scolpiti come i _Promessi Sposi_, l'uno e l'altro scrisse

sempre con un po' di enfasi rettorica, con un po' di pompa teatrale,

che ad ogni lettore di buon senso, per poca che sia, deve sempre

apparire soverchia. Il Manzoni dovea fin da giovinetto aver meditato

il libretto del suo nonno Beccaria sopra lo _Stile_, un libretto

scritto male, ma pensato bene;[5] l'articolo del Verri intitolato:

"Ai giovani d'ingegno che temono i Pedanti," e i discorsi che si

facevano contro l'Arcadia e contro la Crusca nell'Accademia, della

quale l'Imbonati era stato presidente; ma, trovando poi giusto tutto

ciò che si scriveva contro i parolai, gli Aristotelici della

letteratura, i pedanti, i retori, egli credeva pure che si dovesse far

qualche sforzo per mostrare che lo stile poteva acquistar nuova

nobiltà dalla sua stessa naturalezza. Il Manzoni contribuì ad

innamorare più fortemente l'odierna Italia della sua lingua, con

l'occuparsene egli stesso per un mezzo secolo, col tornare

pazientemente per tre lustri sopra la lingua de' _Promessi Sposi_, col

fine di purgarla dalle sue voci improprie; l'efficacia che per tale

riguardo egli esercitò col proprio esempio, si sente ancora e non può

venir disconosciuta. Ma la letteratura italiana gli deve molto più,

per avere il Manzoni con l'autorità del suo nome e con la prova

vivente ed immortale d'un capolavoro avvezzata la lingua ad uno stile

così facile, così chiaro, e, ad un tempo, così virile e sostenuto, da

rendere impossibile il ritorno alle viete forme accademiche e

scolastiche, alla nostra stilistica tradizionale e così detta

classica, senza pericolo di cadere nel ridicolo. Dalla descrizione che

il Manzoni ci fa della libreria di Don Ferrante ne' _Promessi Sposi_,

rileviamo che quest'uomo enciclopedico (mettendogli solamente

dappresso il piemontese Botero) prediligeva sovra tutti un autore

"mariuolo sì, ma profondo," il Machiavelli, di cui non si stancava di

leggere e di ammirare il _Principe_ e i _Discorsi sopra la Prima Deca

di Tito Livio_. C'è da scommettere che una parte dell'ammirazione di

Don Ferrante non andava al pensatore ed al politico unitario,[6] ma

allo scrittore, il quale nella prosa non fu superato fin qui da

alcuno, ma emulato dal solo Manzoni, il quale partecipava senza dubbio

in proposito dell'opinione di Don Ferrante. Qual merito maggiore per

uno scrittore che la sua virtù non solo di dir molto in poco, ma di

dire facilmente le cosa difficili, l'arte di far diventare universali

le idee più elevate ed originali? E bene questa virtù, quest'arte il

Manzoni possedette, come autore de' _Promessi Sposi_? in grado supremo

e singolarissimo. Sotto questo aspetto, la sua prosa è la più

democratica che sia stata scritta in Italia. Ma il Manzoni dovette ben

presto accorgersi che, ov'egli avesse fatto l'Innominato il centro di

tutto il suo poema o romanzo, oltre allo scoprir troppo sè medesimo,

non avrebbe mancato di dare al suo romanzo un'aria reazionaria che

veramente non ha e che ingiustamente gli fu attribuita dal

Settembrini. Chè se nell'_Innominato_ che potremmo chiamare della

prima maniera, come già nel _Carmagnola_, vi è qualche cosa del

_Wallenstein_ dello Schiller e del _Goetz von Berlichingen_ del

Goethe, cioè uno spirito ribelle a leggi che gli paiono ingiuste, del

secondo Innominato, dell'Innominato convertito, proposto a modello, i

Gesuiti non avrebbero mancato di fare il loro uomo-tipo, il loro

modello ideale; e tutto il buon effetto della conversione molto più

morale che religiosa operata dal cardinal Federigo si sarebbe

guastato, col mettere sul volto dell'Innominato la brutta maschera di

Tartufo. Consoliamoci dunque che il Manzoni abbia voluto egli stesso

allargare il proprio soggetto, opporre al cardinal Federigo Don

Abbondio e la Monaca di Monza, e fra questi due mettere quella brava

Donna Prassede che si proponeva di far l'educazione di Lucia, su per

giù a quel modo con cui credono di potere educare le famose Dame del

Sacro Cuore. Il Manzoni doveva aver conosciuto qualche Donna Prassede;

quindi fa vivezza e finitezza del suo malizioso ritratto: "Era Donna

Prassede una vecchia gentildonna molto inclinata a far del bene;

mestiere certamente il più degno che l'uomo possa esercitare; ma che

pur troppo può anche guastare, come tutti gli altri. Per fare il bene,

bisogna conoscerlo; e, al pari d'ogni altra cosa, non possiamo

conoscerlo che in mezzo alle nostre passioni, per mezzo de' nostri

giudizii, con le nostre idee, le quali bene spesso stanno come

possono. Con l'idee Donna Prassede si regolava come dicono che si deve

far con gli amici; n'aveva poche, ma a quelle poche era molto

affezionata. Tra le poche ce n'era, per disgrazia, molte delle storte;

e non eran quelle che lo fossero meno care. Le accadeva quindi, o di

proporsi per bene ciò che non lo fosse, o di prender per mezzi cose

che potessero piuttosto far riuscire dalla parte opposta, o di

crederne leciti di quelli che non lo fossero punto, per una certa

supposizione in confuso che chi fa più del suo dovere possa far più di

quel che avrebbe diritto; le accadeva di non vedere nel fatto ciò che

ci era di reale, o di vederci ciò che non ci era; e molte altre cose

simili, che possono accadere, e che accadono a tutti senza eccettuarne

i migliori; ma a Donna Prassede troppo spesso e, non di rado, tutte in

una volta."--"... Fin da quando aveva sentito la prima volta parlar di

Lucia, s'era subito persuasa che una giovine, la quale aveva potuto

promettersi a un poco di buono, a un sedizioso, a uno scampaforca, in

somma, qualche magagna, qualche pecca nascosta la doveva avere. Dimmi

chi pratichi, e ti dirò chi sei. La vista di Lucia aveva confermata

quella persuasione. Non che, in fondo, non le paresse una buona

giovine; ma c'era molto da ridire. Quella testina bassa col mento

inchiodato sulla fontanella della gola, quel non rispondere, o

risponder secco secco, come per forza, potevano indicar verecondia; ma

denotavano sicuramente molta caparbietà; non ci voleva molto a

indovinare che quella testina aveva le sue idee. E quell'arrossire

ogni momento, e quel rattenere i sospiri.... Due occhioni poi, che a

una Donna Prassede non piacevano punto. Teneva essa per certo, come se

lo sapesse di buon luogo, che tutte le sciagure di Lucia erano una

punizione del cielo per la sua amicizia con quel poco di buono, e un

avviso per far che se ne staccasse affatto; e, stante questa, si

proponeva di cooperare a un così buon fine. Giacchè, come diceva

spesso agli altri e a sè stessa, tatto il suo studio era di secondare

i voleri del cielo; ma taceva spesso uno sbaglio grosso, ch'era di

prender per cielo il suo cervello." Qui metteremo un punto

d'interrogazione. Quando si pensi che il Manzoni avea corso rischio

nella primavera del 1821, di andare a morire sulle forche, a motivo

del suo Inno rivoluzionario e della sua amicizia pel Confalonieri, non

è egli probabile che sotto quel "_poco di buono_, quel _sedizioso_"

quello _scampaforca_ di Renzo sia da ravvisarsi per un momento il

Manzoni stesso, in Lucia che avrebbe dovuto staccarsi da lui la

signora Blondel, in Donna Prassede qualche sua bigottissima amica, a

cui il Manzoni non dovea parere convertito abbastanza e in ogni modo

Un di que' capi un po' pericolosi,

come il poeta Giusti nel _Sant'Ambrogio_ definiva per l'appunto

l'Autore de' _Promessi Sposi_? Mi provo a indovinare, e malgrado

dell'industria grande del Manzoni a mescolar bene le sue carte, mi

studio di capire la malizia del suo giuoco. La Blondel, com'è noto,

era nella sua nuova fede cattolica molto più ardente dello stesso

Manzoni, ed avrà, senza dubbio, cercato o trovato fra le sue nuove

amiche qualche consigliera del tipo di Donna Prassede. Noi non

sapremmo essere attratti molto, per dire il vero, dalle idee di una

povera e rozza contadina come Lucia; ma se si fosse, per un'ipotesi,

travestita, anche un solo momento, da Lucia la signora Blondel, quando

il Manzoni ci assicura che "quella testina aveva le sue idee," non ne

faremmo più le meraviglie. Non dimentichiamo poi che il Manzoni si

lagnava spesso della cura d'anime che i così detti amici, e con gli

amici si comprendano pure l'amiche, si erano assunta presso la

famiglia Manzoni, gli uni per fare di Don Alessandro un santo, gli

altri per salvare in lui il liberale, e troveremo, senza dubbio, molto

più gustoso il ritratto di Donna Prassede, che, per dire tutta la

verità, collocato nel secolo decimosettimo, presso quello di una

semplice contadinella, ci riesce quasi strano, ed in ogni modo,

indifferente. Il Manzoni voleva bensì credere, ma non passare per un

ipocrita; egli si sentiva capace e volonteroso di far del bene, di

farne molto, ma anche debole all'occasione e soggetto a cadere; nè

desiderava infingersi agli occhi altrui migliore di ciò che egli

poteva essere. Ricordiamo il principio del ventesimosesto capitolo dei

_Promessi Sposi_: quanta delicatezza in quel suo interrompersi, quando

il cardinal Federigo rimprovera Don Abbondio di non aver resistito a

Don Rodrigo, d'avere avuto paura, d'avere preferito al dovere la sua

tranquillità; Don Abbondio, confuso, non sa che rispondere e rimane

senza articolare parola; l'Autore è preso da uno scrupolo personale, e

soggiunge: "Per dir la verità, anche noi, con questo manoscritto

davanti, con una penna in mano, non avendo da contrastare che con le

frasi, nè altro da temere che le critiche dei nostri lettori, anche

noi, dico, sentiamo una certa ripugnanza a proseguire, troviamo un non

so che di strano in questo mettere in campo con così poca fatica tanti

bei precetti di fortezza e di carità, di premura operosa per gli

altri, di sacrifizio illimitato di sè. Ma pensando che quello cose

erano dette da uno che poi le faceva (il Manzoni alludeva, senza

dubbio, a monsignor Tosi), tiriamo avanti con coraggio." Ciò che nel

libro del Manzoni piace è il Manzoni stesso. Inconsapevolmente que'

passi, ove egli entra, più o meno dissimulato, in iscena, ove passano

i suoi pensieri, le sue impressioni, ci attirano e ci seducono

piacevolmente; con quanto maggior diletto li rileggeremo noi dunque

ora sapendo che egli, come il Goethe, si è diviso un poco fra tutti i

suoi personaggi! Il forestiero ha cercato tutta l'attrattiva del

Romanzo manzoniano nella semplice storia dei due fidanzati; ed ha

ragione di conchiudere che l'attrattiva è piccola, che il libro si

distende troppo a raccontarla; ha ragione ancora s'egli sente qualche

po' di dispetto contro l'Autore, il quale, invece di farlo correre

speditamente verso lo scioglimento, lo interrompe con descrizioni

infinite, e con la citazione di documenti legali poco intelligibili.

Se Aristotile avesse dato le regole del romanzo storico, è probabile

che il Romanzo manzoniano si troverebbe scritto contro tutte le

regole; vi mancano le giuste proporzioni: vi manca pure quel

_crescendo_ d'attrattiva che si vuol trovare in quasi tutti i romanzi;

l'azione principale è poco importante, od almeno pare di piccola

importanza, considerata in sè e non negl'intendimenti sociali

dell'Autore, il quale, per mezzo d'un caso minuto e specialissimo,

volle rappresentare l'eterna lotta fra oppressori ed oppressi, fra

padroni e servi, fra grandi e popolo, aggruppando intorno a questa

lotta alcune gravi questioni sociali, come quella del caro dei viveri,

della salute pubblica, della legislazione penale, dell'amministrazione

delle Opere Pie, de' mali che reca con sè la guerra, del clero, de'

conventi, ed altre più, ciascuna delle quali potrebbe dar materia,

anco più che a nuovi libri, a nuove ed opportunissime leggi, che,

quando fossero veramente buone ed osservate, varrebbero meglio di

qualsiasi libro pure ottimo, poichè la più difficile di tutte le

traduzioni umane è quella delle idee nei fatti, della teoria nella

pratica, della sapienza intellettuale in tanta eccellenza di virtù

operativa. Il Romanzo manzoniano di per sè, come invenzione di casi,

dice poco; di grandi e forti passioni non vi è quasi traccia; il

lettore non rimane stordito e sorpreso da alcuna grande novità; ma è

singolare, che in questo solo romanzo si cerchi meno quello che piace

di più negli altri, l'elemento romanzesco, e molto più singolare che,

privandosi quasi di questo elemento che pare così necessario negli

altri romanzi, l'Autore de' _Promessi Sposi_ trovi fuori di esso tanta

materia di lettura viva ed attraente. Egli trattò il romanzo come

l'Autore comico la commedia; vi rappresentò la società nella sua vita

solita ed ordinaria, per mostrare che questa vita stessa è una

commedia che si rinnova di secolo in secolo, eternamente. L'ingegno

satirico che tentava naturalmente il Manzoni giovinetto, gli giovò

mirabilmente nella commedia, o nel dramma, o nel poema, o nel romanzo

che si voglia chiamare, de' _Promessi_ _Sposi_, i quali sono tutte

queste cose insieme, ora molto, ora poco, ed entrano nella condizione

privilegiata, e disperante, più che disperata, di tutti i grandi

capolavori letterarii, che non si lasciano classificare in verun

genere, perchè hanno essi stessi creato un genere nuovo, di cui, per

lo più, non essendo l'originalità cosa molto imitabile, rimangono poi

soli rappresentanti. Ciò che nella _Divina Commedia_ attrae più non è

il suo soggetto, ma la maniera con cui l'Autore lo pensa, lo sente e

lo tratta; il medesimo si può ripetere de' _Promessi Sposi_: nel

primo, cerchiamo la poesia di Dante, l'anima e la mente di Dante; nel

secondo; la poesia del Manzoni, l'anima e la mente del Manzoni, e il

modo con cui il reale e l'ideale gli appaiono. Chi legge i _Promessi

Sposi_ come un libro ordinario, non può gustarli se non mediocremente;

chi vi cerca tutto ciò che l'Autore ha voluto mettervi, non può

mancare di trovarvelo, e di ammirare, senza fine, l'Autore che, con

mezzi quasi umili, seppe ottenere effetti massimi. Si, Renzo e Lucia

sono povera e zotica gente, e se il Manzoni ce li figurasse soltanto

come tale, senz'altre sue malizie, comprenderemmo poco i motivi che

spinsero un così alto ingegno a raccogliersi tutto negli anni più

vigorosi e potenti della sua vita sopra una materia così scarsa

d'inspirazione. Ma il Manzoni ha voluto appunto l'opposto di quello

che si vuole generalmente, non inalzare sè sopra un soggetto nobile,

ma inalzare e nobilitare un soggetto quasi ignobile, col versarvi

dentro la miglior parte di sè. Egli adopera i suoi poveri contadini

con quella stessa malizia, con la quale egli si serve talora di

similitudini volgari per dichiarare meglio certi pensieri che, alla

prima, non appaiono nella loro piena evidenza. Sotto i grossi panni

del villano di Lecco si trova sempre il cervello sottile del Manzoni.

Se la fine ironia che vi è dentro non si coglie, il racconto può

talora riuscire insipido, e le riflessioni che lo accompagnano

sembrare superflue. Quando l'Autore intraprende, per esempio, a

descriverci quello che sia propriamente un carteggio fra contadini, i

quali sogliono ricorrere ad un letterato della loro condizione per far

sapere i loro negozii ai lontani, osserva: "al letterato suddetto non

gli riesce sempre di dire tutto quel che vorrebbe, qualche volta gli

accade di dire tutt'altro; accade anche a noi altri, che scriviamo per

la stampa;" questa specie di prima punta maliziosa c'incomincia ad

avvertire di che veramente si tratta; e il fine della descrizione

riesce a persuadercene del tutto: "Quando la lettera così composta

arriva alle mani del corrispondente, che anche lui non abbia pratica

dell'abbicci, la porta a un altro dotto dello stesso calibro, il quale

gliela legge e gliela spiega. Nascono delle questioni sul modo

d'intendere: perchè l'interessato, fondandosi sulla cognizione dei

fatti antecedenti, pretende che certe parole voglian dire una cosa; il

lettore, stando alla pratica che ha della composizione, pretende che

ne vogliano dire un'altra. Finalmente bisogna che chi non sa si metta

nelle mani di chi sa, e dia a lui l'incarico della risposta: la quale,

fatta sul gusto della proposta, va poi soggetta a un'interpretazione

simile. Che se, per di più, il soggetto della corrispondenza è un po'

geloso; se c'entrano affari segreti, che non si vorrebbero lasciar

capire a un terzo, caso mai che la lettera andasse persa; se, per

questo riguardo, c'è stata anche l'intenzione positiva di non dire le

cose affatto chiare; allora, per poco che la corrispondenza duri, le

parti finiscono a intendersi tra di loro come altre volte due

scolastici che da quattr'ore disputassero sull'entelechia; per non

prendere una similitudine di cose vive, che ci avesse poi a toccare

qualche scappellotto." Le cose vive, alle quali il Manzoni faceva

allusione, potevano essere benissimo le famose polemiche sorte in quel

tempo, da una parte fra Classici e Romantici, dall'altra fra il Monti

e gli Accademici della Crusca: polemiche, le quali sembravano fatte

molto più per imbrogliare le idee che per renderle più chiare e

popolari. Così non s'intenderebbe come il Manzoni, dopo aver lasciato

fare a Lucia quell'imprudente suo voto di non più sposare Renzo, si

désse poi tanta pena per rappresentare l'immagine di un Renzo ideale

che le tornava, malgrado del voto, nella mente, se non fosse lecito il

supporre che in quelle immagini entrasse la reminiscenza di qualche

scena domestica manzoniana. "Lucia, quando la madre ebbe potuto, non

so per qual mezzo, farle sapere che quel tale era vivo e in salvo e

avvertito, sentì un gran sollievo, e non desiderava più altro, se non

che si dimenticasse di lei; o, per dir la cosa proprio a un puntino,

che pensasse a dimenticarla. Dal canto suo, faceva cento volte al

giorno una risoluzione simile riguardo a lui; e adoperava anche ogni

mezzo per mandarla ad effetto. Stava assidua al lavoro, cercava

d'occuparsi tutta in quello, quando l'immagine di Renzo le si

presentava, e lei a dire o a cantare orazioni a mente. Quell'immagine,

proprio come se avesse avuto malizia, non veniva per lo più così alla

scoperta; s'introduceva di soppiatto dietro all'altre, in modo che la

mente non s'accorgesse d'averla ricevuta, se non dopo qualche tempo

che la c'era. Il pensiero di Lucia stava spesso con la madre; come non

ci sarebbe stato! e il Renzo ideale veniva pian piano a mettersi in

terzo, come il reale avea fatto tante volte. Così con tutte le

persone, in tutti i luoghi, in tutte le memorie del passato, colui si

veniva a ficcare. E se la poverina si lasciava andar qualche volta a

fantasticar sul suo avvenire, anche lì compariva colui, per dire, se

non altro: io, a buon conto, non ci sarò. Però, se il non pensare a

lui era impresa disperata, a pensarci meno, e meno intensamente che il

cuore avrebbe voluto, Lucia ci riusciva fino a un certo segno; ci

sarebbe anche riuscita meglio, se fosse stata sola a volerlo. Ma c'era

Donna Prassede, la quale, tutta impegnata dal canto suo a levarle

dall'animo colui, non aveva trovato migliore espediente che di

parlargliene spesso. "Ebbene?" le diceva, "non ci pensiam più a

colui?"--"Io non penso a nessuno," rispondeva Lucia. Donna Prassede

non s'appagava d'una risposta simile, replicava che ci volevan fatti e

non parole; si diffondeva a parlare sul costume delle giovani, "le

quali," diceva, "quando hanno nel cuore uno scapestrato, ed è lì che

inclinano sempre, noa se lo staccan più. Un partito onesto,

ragionevole, d'un galantuomo, d'un uomo assestato, che, per qualche

accidente, vada a monte, son subito rassegnate; ma un rompicollo, è

piaga incurabile." E allora principiava il panegirico del povero

assente, del birbante venuto a Milano, per rubare e scannare; e voleva

far confessare a Lucia le bricconate che colui doveva aver fatte,

anche al suo paese. Lucia con la voce tremante di vergogna, di dolore,

e di quello sdegno che poteva aver luogo nel suo animo dolce e nella

sua umile fortuna, assicurava e attestava che, al suo paese, quel

poveretto non aveva mai fatto parlar di sè altro che in bene; avrebbe

voluto, diceva, che fosse presente qualcheduno di là, per fargli far

testimonianza. Anche sull'avventure di Milano, delle quali non era ben

informata, lo difendeva, appunto con la cognizione che aveva di lui e

de' suoi portamenti fin dalla fanciullezza. Lo difendeva o si

proponeva di difenderlo, per puro dovere di carità, per amore del

vero, e, a dir proprio la parola con la quale spiegava a sè stessa il

suo sentimento, come prossimo. Ma da questa apologia Donna Prassede

ricavava nuovi argomenti per convincere Lucia, che il suo cuore era

ancora perso dietro a colui. E, per verità, in que' momenti, non

saprei ben dire come la cosa stésse. L'indegno ritratto che la vecchia

faceva del poverino, risvegliava, per opposizione, più viva e più

distinta che mai nella mente della giovine l'idea che vi si era

formata in una così lunga consuetudine; le rimembranze, compresse a

forza, si svolgevano in folla; l'avversione e il disprezzo

richiamavano tanti antichi motivi di stima; l'odio cieco e violento

faceva sorger più forte la pietà; e con questi affetti, chi sa quanto

ci potesse essere o non essere quell'altro che dietro ad essi

s'introduce così facilmente negli animi; figuriamoci cosa farà in

quelli, donde si tratti di scacciarlo per forza. Sia come si sia, il

discorso per la parte di Lucia non sarebbe mai andato molto in lungo;

che le parole finivan presto in pianto." Io mi potrei facilmente

ingannare; ma queste parole che mi parrebbero troppe se fossero dette

per ispiegare i sentimenti d'una rozza contadina lombarda, hanno tutto

il loro senso se Lucia deve in questo caso nascondere un'altra persona

che ci sta a cuore assai più, la quale poteva benissimo trovar qualche

piccola imperfezione nel Manzoni, reale e vicino, salvo a sognarlo

come un ideale, quand'egli stava lontano, quando lo sapeva

perseguitato ed in pericolo, quando, peggiore di tutte le malvagità

umane, essa sentiva che la calunnia voleva indegnamente colpirlo.

Renzo è compromesso anch'esso quasi involontariamente come il Manzoni

ne' casi politici di Milano; e se non ci fosse stato per l'Autore il

proposito di mettersi un poco in iscena, ma di farsi povero contadino,

per lasciarsi scorgere meno, avrebbero avuto ragione que' primi

critici de' _Promessi Sposi_, quando biasimavano l'Autore d'aver fatto

andare Renzo a Milano solamente per avere un'occasione di fare nuovo

sfoggio d'ingegno nelle descrizioni del tumulto, della fame e della

peste di Milano. E qui prevedo un'obbiezione: non ci diceste che il

Manzoni ha forse voluto rappresentare nella conversione

dell'Innominato la propria? Ora se egli è l'Innominato, come potrebbe

essere ancora Renzo? Egli è l'Innominato, per un verso, Renzo per un

altro, Don Ferrante, Fra Cristoforo in altri momenti. I lettori del

Goethe conoscono bene questa specie di _avatar_ del genio, questa

potenza tutta divina di staccar da sè un attributo per farne un nuovo

tipo umano vivente, come nell'Olimpo dalla testa di Giove esce una

Minerva, come dagli attributi di un solo Dio vien fuori la pluralità

degli Dei. Il Manzoni si moltiplica e si riproduce quasi senza fine

ne' _Promessi Sposi_, non meno che il Goethe nel _Faust_, nel _Wilhelm

Meister_, nel _Werner_, nell'_Egmont_, nel _Tasso_ e in altri suoi

drammi, per tacere delle _Elegie Romane_, ov'egli entra direttamente e

quasi furiosamente in iscena. L'aver condensato ad un tempo e

distribuito ed esaurito quasi tutto sè stesso in un solo capolavoro è

gloria maggiore nel Manzoni, e principal fascino, quasi misterioso,

de' _Promessi Sposi_. Il centro simpatico di tutto il libro è l'Autore

stesso, come accade pure nel _Don Chisciotte_. Tra i due lavori vi è

anzi qualche affinità di tóno umoristico; ma nel libro italiano la

varietà è molto maggiore, ed i pensieri e i sentimenti si levano più

alto. S'io li riscontro qui è perchè oramai stimo necessario che ci

avvezziamo a studiare i _Promessi Sposi_, come si studiano i libri già

divenuti classici, i quali si pigliano come sono, senza pretendere,

che dovessero riuscire diversi da quelli che i loro grandi Autori gli

hanno voluti. Noi non possiamo volere che in questi classici si

approvi e si ammiri tutto; crediamo invece che tutto meriti di venire

studiato, e che la conclusione di un tale studio sia sempre, per un

verso, una somma di maggiore ammirazione, per l'altro, una somma di

maggior profitto. Fra le tante cose che s'ammirano nei _Promessi

Sposi_, la più mirabile, se si consideri la difficoltà artistica della

composizione, pare a me e ad altri la grande varietà, con la quale

l'Autore ci presenta quadri e tipi paralleli, che sono simili senza

monotonia, e dissimili senza stonatura. Presso la conversione di Fra

Cristoforo noi troviamo quella dell'Innominato, presso la descrizione

della fame quella della peste, presso il cardinal Federigo Fra

Cristoforo, presso Don Rodrigo il conte Attilio e l'Innominato, presso

Don Abbondio Fra Galdino, presso il conte zio il Ferter, Renzo presso

Bortolo, e così di seguito, si riproducono ne' _Promessi Sposi_ casi e

tipi analoghi, con caratteri distintivi che scusano pienamente, anzi

glorificano l'Autore d'averli immaginati. Non vi è nulla di più facile

in arte che il creare de' contrasti forti; mettendo dall'un lato chi è

tutto buono, dall'altro chi è tutto tristo, la maggior parte degli

autori ha combinato rumorosi e stupendi effetti drammatici; il Manzoni

sentiva che le proprie forze bastavano a superare maggiori difficoltà;

se le creò e le vinse. Nell'arte de' chiaroscuri, delle mezze tinte,

nessuno lo supera; ad egli tira ogni linea con mano tanto sicura, che

anche i suoi personaggi secondarii diventano tipi popolari, non

escluso quel buon sarto di villaggio che pizzicava del letterato

perchè sapeva leggere ne' _Reali di Francia_, divenuti suo Vangelo.

S'io non erro, il professore Stoppani fu il primo a cercare ne' tipi

de' _Promessi Sposi_ le persone reali, delle quali il Manzoni,

avendole conosciute, si ricordava nell'immaginarli. Egli credette

ravvisarne alcune; così dalla Caterina Panzeri contadina di Galbiate

suppose che s'inspirasse per disegnare la figura della Lucia. Ma la

Lucia Mondella, in quanto è contadina, non dice nulla; in quanto dice

qualche cosa, noi l'abbiamo già accennato, nasconde la signora

Blondel. Il Manzoni andò a cercarsi la sposa in un paesello del

Bergamasco, come Renzo va nel Bergamasco a metter su casa. Come la

Edmengarda dell'_Adelchi_, anche la Lucia è pudica con lo sposo e

parca di parole; ma le poche parole che essa dice a lui, valgono più

delle molte dette ad altri. Quando Lucia, uscita dal Lazzeretto,

rivede Renzo, non sa dirgli altro che questo: "Vi saluto. Come state?"

L'Autore soggiunge: "E non crediate che Renzo trovasse quel fare

asciutto, e se l'avesse per male. Prese benissimo la cosa per il suo

verso; e come tra gente educata si sa far la tara ai complimenti, così

lui intendeva bene che quelle parole non esprimevan tutto ciò che

passava nel cuore di Lucia. Del resto, era facile accorgersi che aveva

due maniere di pronunziarle: una per Renzo, e un'altra per tutta la

gente che potesse conoscere." Quando Renzo passa in rassegna, al fine

della sua storia, tutti i brutti casi che gli sono intervenuti e

gl'insegnamenti che gliene rimasero, onde egli non si mescolerà più

nei tumulti, non si lascerà più andare a bere oltre il bisogno,

eviterà di dar sospetto di sè come testa calda, fuggirà, in somma, con

una maggior prudenza e moderazione ogni maniera d'impicci, sentiamo

ch'è presente il Manzoni; come abbiamo il Manzoni in questo

proponimento finale di Renzo: "Prima d'allora era stato un po' lesto

nel sentenziare, e si lasciava andar volentieri a criticare la donna

d'altri, e ogni cosa. Allora s'accorse che le parole fanno un effetto

in bocca, e un altro negli orecchi; e prese un po' più d'abitudine

d'ascoltar di dentro le sue, prima di proferirle. Il Manzoni, in

verità, pubblicati i _Promessi Sposi_, si mostrò nel suo contegno

pubblico e nei suoi discorsi che potevano esser riferiti, d'un riserbo

ebe parve eccessivo; anche le sue lettere, dopo quel tempo, prendono

quasi tutte un carattere uniforme di convenienza, in qualche modo,

diplomatico e stereotipato; nella lettera straordinariamente sincera

ch'egli scrisse venti e più anni dopo a Giorgio Briano, per iscusarsi

di non poter fare il deputato, se il Collegio di Arona, come gli

veniva scritto, si fosse ostinato a volerlo eleggere, troviamo parole

che consuonano perfettamente con gli ultimi propositi pacifici di

Renzo, e li dichiarano, "Quel senso pratico delle opportunità, quel

saper discernere il punto o un punto, dove il desiderabile s'incontri

col riuscibile, e attenercisi, sacrificando il primo, con

rassegnazione non solo, ma con fermezza, fin dove è necessario (salvo

il diritto, s'intende) è un dono che mi manca, a un segno singolare. E

per una singolarità opposta, ma che non è nemmeno un rimedio, perchè

riesce non a temperare, ma impedire ciò che mi pare desiderabile, mi

guarderei bene dal proporlo, non che dal sostenerlo. Ardito, finchè si

tratta di chiacchierare tra amici, nel mettere in campo proposizioni

che paiono, e saranno, paradossi; e tenace non meno nel difenderle,

tutto mi si fa dubbioso, oscuro, complicato quando le parole possono

condurre a una deliberazione. Un utopista e un irresoluto sono due

soggetti inutili per lo meno in una riunione, dove si parla per

concludere; io sarei l'uno e l'altro nello stesso tempo. Il fattibile

le più volte non mi piace. E dirò anzi, mi ripugna; ciò che mi piace,

non solo parrebbe fuor di proposito e fuor di tempo agli altri, ma

sgomenterebbe me medesimo, quando si trattasse non di vagheggiarlo o

di lodarlo semplicemente, ma di promuoverlo in effetto, d'aver poi

sulla coscienza una parte qualunque delle conseguenze. Di maniera che,

in molti casi, e singolarmente ne' più importanti, il costrutto del

mio parlare sarebbe questo: nego tutto, e non propongo nulla. Chi

desse un tal saggio di sè, è cosa evidente che anco i più benevoli gli

direbbero: ma voi non siete un uomo pratico, un uomo positivo; come

diamine non vi conoscevate? dovevate conoscervi; quando è così, si sta

fuori degli affari. È una cosa dolorosa e mortificante il trovarsi

inutile a una causa che è stata il sospiro di tutta la mia vita. Ma

_Ipse fecit nos et non ipsi nos_; e non ci chiederà conto

dell'omissione, se non nelle cose, alle quali ci ha data attitudine.

Scampato al gravissimo pericolo dell'anno 1821 al Manzoni non dovette

parer vero, quando pubblicò i _Promessi Sposi_, di potersi finalmente

riguardare al sicuro; quella specie di bando che esisteva contro di

lui pareva levato; ed egli vi alluse, come parmi, quando nel fine

della storia di Renzo già compromesso ne' tumulti di Milano, si

domandò; "Come andava col bando? L'andava benone; lui non ci pensava

quasi più, supponendo che quelli, i quali avrebbero potuto eseguirlo,

non ci pensassero più nè anche loro; e non s'ingannava. E questo non

nasceva solo dalla peste che aveva fatto monte di tante cose; ma era,

come s'è potuto vedere anche in varii luoghi di questa storia, cosa

comune a que' tempi che i decreti tanto generali, quanto speciali

contro le persone _se non c'era qualche animosità privata e potente

che li tenesse vivi e li facesse valere_, rimanevano spesso senza

effetto, quando non l'avesse avuto sul primo momento." Il Manzoni non

ebbe di questi nemici privati e potenti che lo volessero perdere ad

ogni costo; e però tenuto fuori dai primi processi, quando i processi

si chiusero, non si parlò altro di lui; non già per questo ch'egli

fosse contento dell'andamento delle cose, e rassegnato al Governo

straniero; vi è anzi un passo dei _Promessi Sposi_, che potrebbe anche

essere di Tacito o del Machiavelli, ov'è chiaro che l'Autore intende

muover rimprovero agl'Italiani, i quali dopo aver levato alte grida

pel supplizio di pochi generosi tollerano poi in pace l'ignominia

d'oltraggio di una lunga servitù. "Noi uomini siamo, in generale,

fatti così: ci rivoltiamo sdegnati e furiosi contro i mali mezzani, e

ci curviamo in silenzio sotto gli estremi, e sopportiamo, non

rassegnati, ma stupidi, il colmo di ciò che da principio avevamo

chiamato insopportabile." Altrove l'Autore, nel tempo stesso che gli

scusa, sembra rivolgere un biasimo delicato a que' patrioti, i quali

espatriavano senza una vera necessità; naturalmente l'Autore vuole

aver aria di parlare soltanto di Renzo e di Lucia, che lasciano il

loro villaggio per recarsi nell'ospitale e laborioso Bergamasco; ma il

Bergamasco potrebbe assai bene nel caso nostro nascondere

l'Inghilterra ed il Belgio. "Chi domandasse se non ci fu anche del

dolore in distaccarsi dal paese nativo, da quelle montagne, ce ne fu

sicuro; chè del dolore ce n'è, sto per dire, un po' per tutto. Bisogna

però che non fosse molto forte, giacchè avrebbero potuto

risparmiarselo, stando a casa loro, ora che i due grand'inciampi, Don

Rodrigo e il bando, eran levati. Ma già da qualche tempo erano avvezzi

tutt'e tre a riguardar come loro il paese dove andavano. Renzo l'aveva

fatto entrare in grazia alle donne, raccontando l'agevolezze che ci

trovavano gli operai; e cento cose della bella vita che si faceva là.

Del resto, avevan tutti passato de' momenti ben amari in quello, a cui

voltavan le spalle; e le memorie tristi, alla lunga, guastan sempre

nella mente i luoghi che le richiamano. E se que' luoghi son quelli,

dove siam nati, c'è forse in tali memorie qualcosa di più aspro e

pungente. Anche il bambino, dice il manoscritto, riposa volentieri sul

seno della balia, cerca con avidità e con fiducia la poppa che l'ha

dolcemente alimentato fino allora; ma se la balia, per divezzarlo, la

bagna d'assenzio, il bambino ritira la bocca, poi torna a provare, ma

finalmente se ne stacca; piangendo sì, ma se ne stacca." Renzo, che

cessa di essere un eroe di romanzo, rimane alcun tempo incerto sul

modo d'impiegare quel po' di danaro ch'egli ha, se nell'agricoltura o

nell'industria; il Manzoni, che ha rinunciato alla vita politica, si

ritira a Brusuglio per darsi tutto all'agricoltura ed a' suoi studii

di lingua, lieto di trovarsi fuori delle tempeste. Quando Renzo dice

alla sua Lucia ch'egli dai molti guai ha imparato almeno molte cose

che non sapeva, Lucia, assai dotta e fine e intelligente per una

contadina, risponde al suo moralista: "E io cosa volete che abbia

imparato? Io non sono andata a cercare i guai; son loro che son venuti

a cercar me. Quando non voleste dire" aggiunge soavemente sorridendo

"che il mio sproposito sia stato quello di volervi bene, e di

promettermi a voi."--"Renzo (prosegue il Manzoni) alla prima rimase

impicciato. Dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che

i guai vengono bensì spesso, perchè ci si è dato cagione; ma che la

condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani e che

quando vengono, o per colpa, o senza colpa, la fiducia in Dio li

raddolcisce, e li rende utili per una vita migliore. Questa

conclusione, benchè trovata da povera gente, ci è parsa così giusta,

che abbiam pensato di metterla qui, come il sugo di tutta la storia."

Questa conclusione del libro riesce un vero accento acuto; ed è

meraviglia che, invece di accusare, come fecero alcuni critici, il

Manzoni di aver talora imprestato a "povera gente" sentimenti troppo

elevati, non siasi capito alla prima che, da profondo umorista, il

Manzoni avea voluto far passare sè stesso per un povero diavolo che

s'impicciò da poeta in avventure troppo romanzesche, per le quali non

si sentiva nato, riserbandosi poi il diritto di burlarsene come

critico, su per giù come il Cervantes avea fatto prima di lui, ma con

maggior caricatura, nel suo immortale _Don Chisciotte_. In ciascuno di

noi vi è un lato comico e un lato drammatico; il proprio lato comico

il Manzoni rappresentò talora in Renzo, talora in quel Don Ferrante

che in casa sua non voleva nè _comandare nè ubbidire_, proprio come il

Manzoni, ma era _despota in fatto di ortografia_; è noto lo scrupolo

che il Manzoni metteva nella punteggiatura; nessun autore forse fece

un maggior consumo di virgole; e nell'ortografia italiana tanto più

legittimamente poteva egli comandare in una casa, ove la padrona, come

la signora Blondel, era forestiera; il lato drammatico lo abbiamo

personificato in Fra Cristoforo e nell'Innominato. Nella Prefazione un

po' stramba ai _Promessi Sposi_, il Manzoni mette già da sè stesso il

lettore sull'avviso che nel preteso vecchio manoscritto da lui

ritrovato e rimaneggiato s'incontrano casi e persone ch'egli credeva

ricordarsi unicamente da esso, quando invece gli accadde poi di

riscontrarli con casi e persone che le storie rammentano. "Taluni di

que' fatti (egli dice) certi costumi descritti dal nostro Autore,

c'eran sembrati così nuovi, così strani, per non dir peggio, che prima

di prestargli fede, abbiam voluto interrogare altri testimoni; e ci

siam messi a frugar nelle memorie di quel tempo per chiarirci se

veramente il mondo camminasse allora a quel modo. Una tale indagine

dissipò tutti i nostri dubbii; a ogni passo ci abbattevamo in cose

consimili, e in cose più forti e, quello che ci parve più decisivo,

abbiam perfino ritrovati alcuni personaggi, dei quali non avendo mai

avuto notizie fuor che dal nostro manoscritto eravamo in dubbio se

fossero realmente esistiti. E, all'occorrenza, citeremo alcuna di

quelle testimonianze, per procacciar fede alle cose, alle quali, per

la loro stranezza, il lettore sarebbe più tentato di negarla." Con

questa sua malizia l'Autore vuole lasciarci intendere che egli, dopo

aver messo in scena sè stesso o persone da lui conosciute, ha voluto

cercare se, per caso, esse potessero avere qualche riscontro con

persone vissute nella stessa Lombardia due secoli innanzi; e poichè,

in tal sorta d'investigazioni, si trova quasi sempre quello che si

cerca, poichè gli uomini si modificano nelle forme, ma nel fondo sono

sempre gli stessi, egli non dovette troppo meravigliarsi nel trovare

ch'egli ed i suoi conoscenti presentavano sotto parecchi aspetti

caratteri di molta somiglianza con alcuni veri ed autentici personaggi

storici. Così l'Innominato egli non l'inventò tutto; era Bernardino

Visconti, a proposito del quale la duchessa Visconti rallegravasi un

giorno che il Manzoni le avesse messo in casa "prima un gran birbante,

ma poi un gran santo;" il poeta Giusti soleva _e converso_ chiamare il

Manaoni "un santo birbone," alludendo alla santità della sua vita e

della sua fede e all'infinita malizia del suo ingegno. L'Innominato

aveva dunque esistito; ma il Manzoni lo riscaldò coi proprii

sentimenti e ne fece un gran tipo.[7] Chi dubita dell'esistenza del

cardinal Federigo? ma il Manzoni si ricordava la nobile condotta di

monsignor Opizzoni innanzi al Buonaparte, e il suo confessore Tosi e

il vicario Sozzi, e delle loro virtù riunite animava anco più la bella

figura del Borromeo, ed in parte ancora quella di Fra Cristoforo. Si

trovò poi che un Fra Cristoforo da Cremona avea realmente sacrificato

la propria vita per gli appestati di Milano; ma, in quanto il Manzoni

se ne servì per farne un tipo immortale, oltre alla sua particolare

simpatia per i Padri Cappuccini, che risaliva alle prime vivaci

impressioni d'infanzia, ci doveva entrare lo studio dell'Autore a

rappresentarci la vittoria riportata sopra sè stesso dal violento

Lodovico che diventa un monaco piissimo, per meglio persuadere sè

stesso che nella prima gioventù non avea sempre dovuto essere moderato

e temperato, della necessità di domare gl'istinti e di vincere le

passioni. Qualche cosa del giovine Manzoni, qualche pagina della sua

prima vita è lecito argomentare che si trovi accennata nel racconto

della gioventù di Lodovico. Noi non sappiamo se il Manzoni abbia avuto

duelli nella sua gioventù; delle cosidette leggi cavalleresche egli ne

parla come un uomo che le conosce, meglio che dai libri di cavalleria,

i quali si trovano nella biblioteca di Don Ferrante, per un po' di

pratica; ed è possibile che qualche caso di provarsi alla scherma, se

non di un serio duello, gli sia occorso in Milano innanzi al suo primo

viaggio di Parigi; ma non abbiamo per ora alcuno indizio per

affermarlo.[8] In ogni modo, Lodovico convertito in Fra Cristoforo

rassomiglia tanto all'Autore che par proprio lui, eccetto il tono di

predica che non era del Manzoni. "Il suo linguaggio, è detto, era

abitualmente umile e posato; ma, quando si trattasse di giustizia o di

verità combattuta, l'uomo s'animava, a un tratto, dell'impeto antico,

che, secondato e modificato da un'enfasi solenne, venutagli dall'uso

di predicare, dava a quel linguaggio un carattere singolare. Tutto il

suo contegno, come l'aspetto, annunciava una lunga guerra, tra

un'indole focosa, risentita, e una volontà opposta, abitualmente

vittoriosa, sempre all'erta, e diretta da motivi e da ispirazioni

superiori. Un suo confratello ed amico, che lo conosceva bene, l'aveva

una volta paragonato a quelle parole troppo espressive nella loro

forma naturale, che alcuni anche ben educati pronunziano, quando la

passione trabocca, smozzicate con qualche lettera mutata: parole che

in quel travisamento fanno però ricordare della loro energia

primitiva." Il professore Stoppani dice aver conosciuto da fanciullo

il parroco, che dovette servire al Manzoni come tipo del suo Don

Abbondio. Il Manzoni era ancora giovinetto, quando conobbe quel

curato, il quale gli raccontava in qual modo avesse preso gli ordini:

"Quando mi presentai all'esame, l'esaminatore mi domandò se i parroci

erano d'istituzione umana o divina. Io sapeva benissimo che loro

volevano si rispondesse che erano d'istituzione umana, e, furbo,

risposi tosto: d'istituzione umana, d'istituzione umana!" Il giovine

Manzoni si permise domandargli se fosse quello il suo convincimento;

il parroco ripose: "Oh! giusto! a me avevano insegnato ben

diversamente a Pavia. Ma se avessi risposto come la pensava io, non mi

lasciavano dir Messa." Il Manzoni voleva fare qualche obbiezione; ma

il curato troncò il discorso con questa sentenza: "Quando i superiori

domandano, bisogna saper rispondere a seconda del come la pensano

loro." Questo aneddoto è autentico; il Manzoni stesso lo fece

conoscere a' suoi amici, e dalla bocca di questi lo Stoppani lo

raccolse. È evidente la rassomiglianza di questo curato con Don

Abbondio;[9] ma per formarne quel tipo che riuscì, occorreva il

concorso di un genio, e la conoscenza de' materiali, dei quali il

Manzoni si servì, giova soltanto a mostrare che i grandi poeti son

quasi come Domeneddio, poichè, con l'attenuazione di un quasi, creano

anch'essi opere divine, _ex nihilo._ Storico è pur troppo il

personaggio della Geltrude, la Monaca di Monza; ma quando il Manzoni

ne lesse la storia, per tornare a colorirla potentemente gli giovò il

ricordarsi la zia ex-monaca, già da me ricordata, la quale ebbe cura

ch'egli imparasse la musica, il ballo, forse pure la scherma, su per

giù come quel Lodovico, a cui il padre fece dare un'educazione

"secondo la condizione de' tempi e per quanto gli era concesso dalle

leggi e dalle consuetudini; gli diede maestri di lettere ed esercizii

cavallereschi, e morì, lasciandolo ricco e giovinetto." Ma, senza i

frequenti richiami de' tipi manzoniani alla vita dell'Autore e a' suoi

conoscenti, che accrescono vivacità o naturalezza alle sue mirabili

ipotiposi, per tacere de' casi, ne' quali egli nomina direttamente o

sottintende troppo chiaramente i suoi amici Giovanni Torti e Tommaso

Grossi, di cui loda i versi "pochi e valenti" di cui raccomanda, con

molta industria, la diavoleria ch'egli stava scrivendo a Brusuglio,

ossia il poema de' _Lombardi alla prima Crociata_, i _Promessi Sposi_

sono pieni zeppi di osservazioni maliziose tutte manzoniane, traendone

talora materia dalle occasioni più impensate. Tutti ricordano il

viaggio di Renzo allo studio del dottor Azzeccagarbugli, coi quattro

capponi che doveano servirgli di commendatizia. Renzo, agitato dalla

viva passione, "dava loro di fiere scosse e faceva balzare quelle

quattro teste spenzolate," al qual punto l'Autore soggiunge: "le quali

intanto s'ingegnavano a beccarsi l'una coll'altra, come accade troppo

sovente tra compagni di sventura." Quest'osservazione messa lì, come

per sotterfugio, è forse più potente, pel suo effetto, di tutto il

bellissimo Coro della battaglia di Maclodio, che lamenta le discordie

italiane, più potente perchè meno enfatico, e più opportuno, più

speciale. Gli esuli italiani che si laceravano, talora, senza pietà,

da quelle poche parole erano invitati a pensare. Ed il pensare, in

simili casi, è, quasi sempre, un rimediare. Quanta forza satirica in

una sola frase manzoniana! La serva del dottor Azzeccagarbugli, per un

esempio, sa bene che il suo padrone è così abile, così destro avvocato

da far parere galantuomo qualsiasi birbante che si raccomandi a lui;

non vi è causa spallata che nelle sue mani non sia diventata buona;

perciò, dopo ch'ella serve il dottore, non ha mai visto tornar via il

ricorrente co' suoi doni rifiutati; il primo caso è quello di Renzo

venuto dal dottore a domandar giustizia contro un prepotente; ma alla

serva non può venire in capo che si tratti d'un innocente

perseguitato; nel restituirgli dunque le quattro bestie per ordine del

padrone, le dà a Renzo "con un'occhiata di compassione sprezzante, che

pareva volesse dire: _bisogna che tu l'abbia fatta bella_." Bisogna

che Renzo sia più birba di tutte le altre birbe che il dottore ha

rivendicate all'onore del mondo, perch'egli si decida a lasciarlo

partire col suo vistoso regalo. Il torto che la serva fa a Renzo,

pensando così male di lui, è men grave della condanna del dottore e di

tutti i dottori di legge che gli somigliano, sottintesa in quel

giudizio temerario. Renzo torna a casa indignato, e non sa dir altro

col cuore in tempesta, se non queste parole: "Saprò farmi ragione, o

farmela fare. A questo mondo c'è giustizia finalmente." Al che il

Manzoni è pronto a soggiungere: "Tant'è vero che un uomo sopraffatto

dal dolore non sa più quel che si dica." Quanta profonda ironia in

questa frase! Renzo torna da una spedizione, nella quale ha pur troppo

potuto accorgersi che giustizia nel mondo proprio non ce n'è; ma vi

sono parole che si dicono senza alcun perchè; Renzo vuole la

giustizia, e non la trova; per rendere questo suo sentimento usa

un'espressione popolare, e dice che la giustizia finalmente c'è,

quando ha proprio fatto esperimento del contrario; il Manzoni, da quel

fine umorista che è, nota la contradizione che esiste talora fra le

cose che si dicono e quelle che si pensano, e come nel dolore si

ragioni meno e si dica qualche volta precisamente l'opposto di quello

che si pensa. E, in somma, la conclusione vera del terzo capitolo è,

che non c'è da fare assegnamento di sorta su quella che si chiama

giustizia umana, in genere, ma che nel caso nostro, nell'intendimento

manzoniano; dovea chiamarsi giustizia straniera, giustizia de' signori

in Lombardia, ossia nessuna giustizia, arbitrio, violenza, che le

leggi in parte mantenevano e l'abuso delle leggi accresceva a

dismisura. Talora incontriamo qualche passo che appare una stonatura.

Renzo non ha ancora avuto il tempo di far chiasso in paese pel caso di

Don Rodrigo; anzi il caso è tale, che non se ne può parlare con alcuno

senza grave pericolo di guastarlo. Non è verosimile dunque che Renzo

ne abbia fatto rumore nel villaggio; e pure, malgrado della

inverosimiglianza, il Manzoni ci lascia credere che Renzo siasi

sfogato con gli amici, e che questi, invece di prestargli una mano al

bisogno, siansi ritirati tutti; onde Renzo se ne sfoga con Fra

Cristoforo: "Oh, lei non è come gli amici del mondo! Ciarloni! Chi

avesse creduto alle proteste che mi facevan costoro, nel buon tempo;

eh! eh! Eran pronti a dare il sangue per me; m'avrebbero sostenuto

contro il diavolo. S'io avessi avuto un nemico? Bastava che mi

lasciassi intendere; avrebbe finito presto di mangiar pane. E ora, se

vedesse come si ritirano!" Per Renzo e pel caso suo queste parole ci

paiono troppe e sproporzionate e strane; ma se il Manzoni si nasconde

sotto Renzo, alludono a qualche abbandono simile da lui patito, e

poich'egli ci preme, in verità, molto più di Renzo, prendiamo a cuore

il suo caso. Vi è una scenetta domestica fra Renzo e Lucia, che il

Manzoni deve aver colta proprio sul vivo, Renzo va in collera,

vorrebbe uccidere Don Rodrigo, rovinarsi, se Lucia non consente a

recarsi con lui dal curato per sorprenderlo. Lucia si spaventa e gli

si butta in ginocchi, e promette che farà tutto quel che egli vorrà,

pur che diventi più trattabile, più umano, pur che torni buono.

L'Autore a questo punto si fa una domanda, che obbliga molto

naturalmente un lettore intelligente a farsene un'altra. Siamo noi in

casa Mondella, od in casa Manzoni? E la domanda è questa: In mezzo a

quella sua gran collera, aveva Renzo pensato di che profitto poteva

esser per lui lo spavento di Lucia? E non aveva adoperato un po' di

artifizio a farlo crescere, per farlo fruttare? Il nostro Autore

protesta di non saper nulla; e io credo che nemmen Renzo non lo

sapesse bene. Il fatto sta che era realmente infuriato contro Don

Rodrigo, e che bramava ardentemente il consenso di Lucia; e quando due

forti passioni schiamazzano insieme nel cuor di un uomo, nessuno,

neppure il paziente, può sempre distinguer chiaramente una voce

dall'altra, e dire con sicurezza qual sia quella che predomini, "Ve

l'ho promesso," rispose Lucia, con un tono di rimprovero timido e

affettuoso; "ma anche voi avevate promesso di non fare scandoli, di

rimettervene al padre...."--"Oh via! per amor di chi vado in furia?

Volete tornare indietro ora? e farmi fare uno sproposito?"--"No, no,"

disse Lucia, cominciando a rispaventarsi, "Ho promesso e non mi

ritiro. Ma vedete come mi avete fatto promettere. Dio non

voglia...."--"Perchè volete far de' cattivi augurii, Lucia? Dio sa che

non facciam male a nessuno."--"Promettetemi almeno che questa sarà

l'ultima."--"Ve lo prometto, da povero figliuolo."--"Ma questa volta,

mantenete poi," disse Agnese.--Qui l'Autore confessa di non sapere

un'altra cosa; se Lucia fosse, in tutto e per tutto, malcontenta

d'essere stata spinta ad acconsentire. Noi lasciamo, come lui, la cosa

in dubbio.[10] La persona dell'Autore viene, per lo più, ad

accrescere la forza de' sentimenti de' suoi personaggi; a colorirli

più gagliardamente; occorreva un grande poeta per far così commovente

l'addio di Lucia ai suoi monti, occorreva un buon patriotta per far

sentire con tanta tenerezza il dolore di chi si stacca dalla patria.

Ma talora i sentimenti dell'Autore che si mettono fra quelli de' suoi

personaggi appaiono soverchianti e guastano una parte dell'effetto

artistico. Chi è rimasto veramente commosso, per un esempio,

dall'addio di Lucia, desidera rimanere in quella commozione, e non

vorrebbe accogliere nell'animo alcun sentimento diverso da quello. Ma

il Manzoni vuole ad ogni costo che prevalga ne' dolori umani il

sentimento della rassegnazione cattolica; quindi, senza pure

accorgersi che la commettitura o la toppa cattolica riesce troppo

evidente, non badando ad alcuna regola di transizione, dopo l'ultimo

addio di Lucia, soggiunge senz'altro: "Chi dava a voi tanta giocondità

è per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli se non per

prepararne loro una più certa e più grande." Per arrivare a un tal

sentimento, Lucia avea bisogno di un po' di preparazione; e il

Manzoni, da quel profondo psicologo che era, lo dovea sentire meglio

d'ogni altro. Ma è assai possibile che nella prima composizione del

romanzo quella pia appendice non esistesse, e che per solo

suggerimento di alcuno dei suoi revisori egli l'abbia introdotta nel

secondo manoscritto o sulle prove di stampa. Sappiamo invero che il

Manzoni avendo incominciato il romanzo il 24 aprile dell'anno 1821,

cioè appena fallita la rivoluzione piemontese, e dopo i primi arresti

de' patriotti lombardi, lo avea terminato nel 1823, e precisamente il

17 settembre. Il Grossi ch'era con lui a Brusuglio dovette essere il

primo a leggerlo, _in camera charitatis_; ma il Grossi, l'amico e

collaboratore di Carlo Porta, poteva al Manzoni parere un confessore

di manica larga. Un lettore più difficile fu di certo l'amico critico

e filosofo Ermes Visconti, al quale il Manzoni passò la sua prima

minuta de' _Promessi Sposi_; il Visconti la copri di note, appunti,

correzioni; il Manzoni ne tenne buon conto nella nuova trascrizione

del proprio lavoro ch'egli fece nell'anno 1824; la diede quindi a

ricopiare per passarla ad altri amici; il Fauriel, il Tosi, Gaetano

Giudici, il Tommaseo, furono nel numero de' lettori privilegiati;

ricevute le osservazioni, egli corresse nuovamente di proprio pugno

tutta la copia, che passò quindi alla Censura, e finalmente alla

Tipografia; sulle prove di stampa che si conservano, il Manzoni fece

nuove correzioni; la stampa del primo volume incominciò nell'anno

1825, quella del secondo nel 1826, il terzo ed ultimo volume si finì

di stampare nella primavera dell'anno 1827.[11] L'aspettativa del

romanzo era grande; il Fauriel ne parlava a' suoi amici in Francia;

Victor Cousin che avea visitato il Manzoni a Brusuglio ne recava

notizie al vecchio Goethe a Weimar. In Italia, alla sola notizia che

il Manzoni stava scrivendo un romanzo storico, parecchi letterati si

misero a scrivere romanzi storici, confondendo la speranza di far più

presto con quella di far meglio.[12] Non sapevano, non pensavano che

il Romanzo manzoniano avrebbe tratto tutta la sua gloria non

dall'essere storico, ma dall'averlo immaginato, sentito e scritto a

modo suo, e come sapeva farlo egli solo, il Manzoni. Il 12 marzo

dell'anno 1827, ad una domanda della contessa Diodata Saluzzo relativa

al romanzo il Manzoni rispondeva: "La filastrocca, della quale Ella ha

la bontà di richiedermi, è bensì stampata in gran parte, ma nulla ne è

ancor pubblicato, nè sarà che ad opera compiuta. Del quando non posso

fare alcuna congettura un po' precisa; perchè di quel che manca alla

stampa, una parte manca ancora allo scritto; e il compimento di questo

dipende da una salute incerta e bisbetica, la quale spesso mi fa

andare assai lento, e talvolta cessare affatto per buon numero di

giorni. Dell'essersi poi, come Ella mi accenna, veduto costi il già

stampato, io non so che mi dire nè che pensare, non ve ne avendo io

spedita certamente copia, nè in altra parte d'Italia. Nè anche posso

tacere che, siccome l'aspettazione di alcuni mi aveva già posto in

gran pensiero, così in grandissimo mi pone codesta ch'Ella si degna

mostrarmi: che, riguardando al mio lavoro, sento troppo vivamente

quanto sia immeritevole di una sua curiosità; e troppo certamente

prevedo quanto questa sia per essere mal soddisfatta. Ma, ad ogni

modo, la prova non sarà terribile che per la vanità; e io confido

ch'Ella si contenterà di dimenticare il libro noioso, senza cacciar

per questo l'autore dal posto accordatogli nella sua benevolenza." Da

questa lettera rileviamo che nel marzo 1827 il libro era al suo fine,

ma che il Manzoni doveva ancora scriverne gli ultimi fogli. È potuto

parere strano ai lettori de' _Promessi Sposi_ che il Manzoni fissasse

il numero de' suoi lettori a soli venticinque; o eran troppi, o troppo

pochi; si disse che in quel caso il Manzoni affettava soverchia

modestia; ma è difficile il cogliere il Manzoni in fallo; il buon

senso è stato forse più vicino a lui che a qualsiasi altro mortale.

Ora noi sappiamo che, prima di venir pubblicati, i _Promessi Sposi_

furono veramente letti e talora molto criticati da un numero scelto di

amici, che potrebbero per l'appunto sommare insieme al numero di

venticinque. Essi furono, dal 1823 in cui i _Promessi Sposi_ furono

finiti di comporsi, al 1827, ossia per ben quattro anni, per un caso

singolare, il solo vero pubblico de' _Promessi Sposi_; e, per quanto

nel trovarsi così limitato ci fosse da sperare che usasse discrezione

e riserbo, non pare che una tal regola siasi osservata da tutti;

sembra anzi che alcuno de' venticinque lettori parlasse troppo e che

si permettesse un genere di censure irritante per ogni autore, ma

specialmente per un autore come il Manzoni; ond'egli preparò per la

stampa e pubblicazione definitiva del libro, destinato da prima ai

soli amici fidati, una frecciata delle sue, e la lanciò in modo che il

pubblico potesse non capire, e la dovessero sicuramente sentire gli

amici indiscreti, ai quali essa era diretta.[13] Non sarà troppa

temerità la nostra il supporre che una delle persone più colpite

doveva essere Niccolò Tommaseo: l'articolo critico ch'egli pubblicò

nel fascicolo di ottobre del 1827 nell'_Antologia_, è forse, fra tutti

gli articoli che si scrissero allora sopra i _Promessi Sposi_, il più

malizioso, Il Tommaseo parla della "degnazione," con la quale il

Manzoni "si è abbassato a voler fare un romanzo," e si domanda: "Chi

mi sa dire per quali pensieri e sentimenti passasse lo spirito di

quest'uomo singolare nel corso del suo lavoro? Chi mi sa dire se egli

non l'abbia compiuto in uno stato di opinione molto diverso da quello,

in cui l'ha cominciato?" Dopo aver censurato i caratteri de' _Promessi

Sposi_, trovato Renzo, per un villano, troppo gentile, Lucia priva di

carattere, troppo poco villana, Agnese pesante, avvertito che il

cardinal Federigo compare troppo tardi, che l'Innominato si converte

troppo presto, dice: "Quel della Signora sarebbe più individuale e più

vivo, se l'Autore, _come la pubblica voce afferma_, non avesse per

eccesso di delicatezza troncata la parte de' suoi traviamenti;" trova

Don Abbondio quasi noioso, perchè troppo simile a sè stesso; il lepore

manzoniano gli sa talvolta "del mendicato e del picciolo." E qui, nel

tempo stesso che l'accusa, vuole parer di scusarlo, accusandolo un po'

di più: "Se non che (scrive il Tommaseo) da un uomo che segue con

amabile semplicità i miti impulsi del suo bel cuore e del suo raro

ingegno, non è poi da esigere un freddo rigore in seguire quella certa

convenienza di tuono, ch'è così facile a degenerare in sistema, ed a

farsi monotonia. Egli è lecito però l'affermare, che nel tuono di

questo libro domina insieme col vasto non so che di vago, che alla fin

fine potrebbe essere il difetto di chi si abbassa a soggetti minori

della propria grandezza. Perchè se quel libro è fatto pel volgo, è

tropp'alto; se per gli uomini colti, è tropp'umile. In questo libro

sarebbe a desiderare un far più svelto e più franco. La modestia

dell'Autore si spinge, se è lecito dire, talvolta sino a diventare

orgogliosa. Egli teme di non iscolpire abbastanza i caratteri, di non

fare abbastanza impressione; perciò si ferma su tutto. Se invece di

mostrarsi conoscitore degli uomini in genere, Manzoni avesse voluto

spiegarci solamente i misteri di quel pezzo d'uomo che è l'uomo

morale, allora egli sarebbe stato sempre grande; ma allora non avrebbe

fatto un romanzo. Manzoni talvolta lascia immaginar troppo al lettore,

talvolta nulla; il suo tuono è il tuono d'un uomo superiore che si

abbassa per giovare altrui, ma talvolta par non si abbassi che per

piacere; e questo lo fa troppo lepido. La sua naturalezza è quasi

sempre artifiziata, ma di un'arte sublime; le sue intenzioni vanno

sempre al di là delle sue parole; e per gustare molte espressioni,

molti tratti, e lo spirito dominante dell'opera, bisognerebbe aver

conosciuto l'Autore, dappresso. Si conosce più il libro dall'Autore,

che non l'Autore dal libro." A malgrado del bisticcio, si capisce

quello che il Tommaseo voleva dire; egli era stato in casa Manzoni,

avea letto in casa sua i _Promessi Sposi_ prima che si pubblicassero,

ed era di quelli che potevano legger molto fra le linee. L'articolo

che il Tommaseo amico osò stampare in Firenze, quando il Manzoni si

trovava con la sua famiglia festeggiato, ammirato, invidiato forse

anco, non è punto simpatico, e ci lascia facilmente supporre quali

altri giudizii il Tommaseo dovesse permettersi contro il romanzo nei

privati discorsi, prima che si pubblicasse. Quelle censure anticipate,

per la maggior parte ingiuste e piene di sofisticherie, irritarono,

senza dubbio, il Manzoni, al quale vennero riportate; perciò,

nell'ultimo foglio del suo romanzo, poco prima di mandarlo in giro,

egli volle inserire una sua pagina tutta significativa: il lettore di

romanzi che arriva al fine de' _Promessi Sposi_ ed intende che quella

Lucia e quel Renzo, ai quali o poco o molto s'è affezionato, vanno a

finire in un paese, dove non sono poi bene accolti, ha un po' ragione

di mettersi di malumore contro l'Autore, che non seppe immaginare

alcun'altra miglior conclusione; ma, se il lettore di romanzi è

persona intelligente, la quale più de' casi straordinarii di un eroe o

di un'eroina sappia ammirar l'arte, con la quale l'Autore crea, egli

passerà invece, tosto, dal breve malumore ad una viva e durevole

ammirazione. Dopo il cenno che ho qui fatto sopra il modo singolare

con cui si preparò in Milano la stampa de' _Promessi Sposi_, tutti

possono intendere la finezza di questa pagina, che si può pertanto

tornare a rileggere: "Il parlare che, in quel paese, s'era fatto di

Lucia, molto tempo prima che la ci arrivasse, il saper che Renzo aveva

avuto a patir tanto per lei, e sempre fermo, sempre fedele; forse

qualche parola di qualche amico parziale per lui e per tutte le cose

sue, avevan fatto nascere una certa curiosità di veder la giovine, e

una certa aspettativa della sua bellezza. Ora sapete come è

l'aspettativa: immaginosa, credula, sicura; alla prova poi, difficile,

schizzinosa; non trova mai tanto che le basti, perchè, in sostanza,

non sapeva quello che si volesse; e fa scontare senza pietà il dolce

che aveva dato senza ragione. Quando comparve questa Lucia, molti, i

quali credevan forse che dovesse avere i capelli proprio d'oro, e le

gote proprio di rosa, e due occhi l'uno più bello dell'altro". e che

so io? cominciarono a alzar le spalle, ad arricciare il naso, e a

dire: "Eh! l'è questa? Dopo tanto tempo, dopo tanti discorsi,

s'aspettava qualche cosa di meglio. Cos'è poi? Una contadina come

tant'altre. Eh! di queste e delle meglio ce n'è per tutto." Venendo

poi a esaminarla in particolare, notavan chi un difetto, chi un altro;

e ci furon fin di quelli che la trovavan brutta affatto. Siccome però

nessuno le andava a dir sul viso a Renzo queste cose, così non c'era

gran male fin lì. Chi lo fece il male, furon certi tali che gliene

rapportarono; e Renzo, che volete? ne fu tocco sul vivo. Cominciò a

ruminarci sopra, a farne di gran lamenti, e con chi gliene parlava, e

più a lungo tra sè "E cosa v'importa a voi altri? E chi v'ha detto

d'aspettare? Son mai venuto io a parlarvene? a dirvi che la fosse

bella? E quando me lo dicevate voi altri, v'ho mai risposto altro, se

non che era una buona giovine? È una contadina! V'ho detto mai che

v'avrei menato qui una principessa? Non vi piace? non la guardate.

N'avete delle belle donne? guardate quelle." E vedete un poco come

alle volte una corbelleria basta a decidere dello stato di un uomo per

tutta la vita. Se Renzo avesse dovuto passar la sua in quel paese,

secondo il suo primo disegno, sarebbe stata una vita poco allegra. A

forza d'esser disgustato, era ormai diventato disgustoso. Era sgarbato

con tutti, perchè ognuno poteva essere uno de' critici di Lucia. Non

già che trattasse proprio contro il Galateo; ma sapete quante belle

cose si possono fare senza offender le regole della buona creanza;

fino sbudellarsi. Aveva un non so che di sardonico in ogni sua parola;

in tutto trovava anche lui da criticare, a segno che, se faceva

cattivo tempo due giorni di seguito diceva: "Eh già, in questo paese!"

[14] Vi dico che non eran pochi quelli che l'avevan già preso a noia,

e anche persone che prima gli volevan bene; e col tempo, d'una cosa

nell'altra, si sarebbe trovato, per dir così, in guerra con quasi

tutta la popolazione, senza poter forse nè anche lui conoscer la prima

cagione di un così gran male." Così il Manzoni pigliava non due, ma

tre colombi ad una fava; conchiudeva la sua storia in un modo

certamente insolito, per quanto sia sembrato umile; alludeva forse ai

discorsi che si fecero in Milano intorno alla sua sposa, quando egli

la menò dal contado bergamasco in Milano; e dava una sferzata allegra

a que' critici impazienti, che si preparavano a gettare il discredito

sul libro prima che venisse pubblicato. Io potrei ora proseguire

questa indagine biografica manzoniana sopra i _Promessi Sposi_, ma

temerei recarvi tedio. Non terminerò tuttavia senza avvertire come

l'ottimo commento ai _Promessi Sposi_ si possa fare soltanto a Lecco.

Chi voglia ammirare veramente tutta la potenza artistica dell'ingegno

manzoniano deve recarsi sopra la scena stessa del romanzo. Non mai si

è rivelata meglio la virtù d'uno scrittore a idealeggiare il reale.

Quello che il Manzoni aveva fatto degli uomini, lo fece pure de'

luoghi; col suo genio plastico gli espresse, con la sua fantasia

poetica li sollevò, col suo proprio sentimento diede loro una tinta

calda ed un calore simpatico. Il Manzoni, io l'ho già detto, aveva

dovuto con suo grave dolore vendere la propria palazzina detta il

_Caleotto_ che sorge presso Lecco (ove il Manzoni possedeva pure

alcune terre, come il suo Renzo un orto), in faccia ad Acquate ed al

bel Resegone, e sovrasta all'Adda. V'è una leggenda a Lecco, che io vi

ripeto come la intesi: secondo essa, dopo la vendita dolorosa de' beni

paterni, il Manzoni non sarebbe più tornato a Lecco, ma a ricordo de'

vecchi, un giorno, nel tempo in cui egli scriveva i _Promessi Sposi_,

una vettura si sarebbe fermata in vista del _Caleotto_ e di Acquate;

in quella vettura vogliono che si trovasse il Manzoni, e che alla

vista de' cari luoghi della sua infanzia abbia dato in uno scoppio di

pianto, e mancatogli il coraggio di scendere, egli sia invece

ripartito prontamente per Milano, per sottrarsi alla vivezza del

dolore subitamente provato. Sia storia o storiella, questo racconto

esprime, in ogni modo, il sentimento vivissimo che il Manzoni aveva,

senza dubbio, del panorama incantevole ch'egli aveva più volte,

essendo fanciullo, ammirato dal suo _Caleotto_. Si direbbe che di là

tutti i luoghi principali de' _Promessi Sposi_ non solo s'abbracciano

con gli occhi, ma si pigliano, per così dire, con le mani. La

viottola, per la quale passeggiava Don Abbondio, la chiesa d'Acquate,

la casa di Agnese e di Lucia, la palazzina di Don Rodrigo, il

Resegone, il convento di Pescarenico, il passo del Bione, le rovine

del supposto castello dell'Innominato, tutto si spiana alla vista di

chi contempli la scena ridente e svariata dal _Caleotto_. Chi visita

ora que' luoghi li trova certamente bellissimi; ma bisogna proprio

visitarli per vedere coi proprii occhi, con piena evidenza, quale

meraviglioso artista, quale stupendo poeta anche scrivendo in prosa

siasi rivelato il Manzoni.[15] Nessuno che legga i _Promessi Sposi_

in vista d'Acquate troverà una sola linea che si discosti dal vero; ma

la poesia di quel vero prima di lui l'aveva forse sentita in parte

qualcuno, egli la sentì e la espresse tutta; ecco dunque, in qual modo

il Manzoni è stato verista; ecco in qual modo io vorrei pure che lo

diventassimo noi tutti, imparando nel tempo stesso da lui a fare molto

con assai poco e non viceversa assai poco con molto. Di montagne come

il Resegone se ne trovano certamente in Italia parecchie altre; ma

quella è la montagna d'Acquate, cioè del villaggio, ove Renzo e Lucia

son nati e cresciuti; tutti i loro ricordi, tutti i loro affetti sono

là, ma un signore prepotente viene a cacciare dal loro tetto, dal loro

nido e disperde nell'esiglio i giovani fidanzati; allora il Resegone

appare più bello, più grande, più poetico di tutti gli altri monti,

perchè quel monte vuol dire ai fuggiaschi la patria; ed ecco, in qual

modo naturale, il Manzoni converte l'addio di una povera contadina al

suo villaggio in un vero inno commovente dell'esule italiano alla

patria.

[1] Il Fauriel, scrive il Sainte-Beuve, s'andava proponendo, circa

quel tempo, di comporre un romanzo storico, di cui avrebbe

certamente collocata la storia nel Mezzodì della Francia, in una

di quelle epoche ch'egli conosceva così bene. Dopo aver finito

l'_Adelchi_, il Manzoni, abbandonata l'idea di una tragedia

_Spartaco_, si mise anch'egli a pensare di comporre il romanzo

_Promessi Sposi_. Circa lo stesso tempo, il suo amico Grossi

s'occupava intorno ad un grande poema storico: _I Lombardi atta

prima Crociata_. Era il tempo del grande ardore per l'_Ivanhoe_.

Di qui nuove attivissime discussioni, e nuovo moto alle idee, sia

per lettera, sia a voce, nel soggiorno del Fauriel in Italia (la

Prefazione che precede il supplemento al secondo volume dei _Canti

popolari della Grecia_ del Fauriel reca la data di _Brusuglio

vicin di Milano_) dal 1823 al 1825. Discutevasi, per esempio, come

questione principale, tra i due amici, intorno al modo d'innestare

la storia con la poesia, senza che l'una noccia all'altra. Il

Fauriel inclinava a credere che, quindi in poi, la lotta

condurrebbe la poesia propriamente detta a rimanere ogni dì più

soccombente. Il Manzoni pensava altrimenti, e sosteneva contro le

apparenze e i cattivi pronostici che _la poesia non ha volontà di

morire_. E tutti due s'accordarono a dire che, in un certo sistema

di romanzo, "c'è posto per l'invenzione de' fatti nella

rappresentazione di costumi storici." Ebbene, la è questa appunto,

replicava il Manzoni, una di quelle forze potentissime che restano

tuttavia alla poesia, la quale, com'io vi diceva, non ha volontà

di morire. La narrazione storica non è fatta per lei; giacchè il

racconto de' fatti ha virtù di svegliare nell'uomo, naturalmente e

ragionevolmente curioso, una tale attrattiva da disgustarci delle

invenzioni poetiche che vi si volessero mescolare fino a farle

parere puerili. Ma riunire i caratteri distintivi di un'epoca

della società, rischiararli o porli in moto con un'azione,

profittar della storia senza mettersi in concorrenza con essa,

senza pretender di fare quel che esse sa far meglio sicuramente,

ecco ciò che mi sembra tuttavia riservato alla poesia; che anzi

essa sola può fare. "Non crediamo ingannarci (soggiunge il

Sainte-Beuve), epilogando per tal modo l'opinione del poeta."

[2] Ecco le parole proprie del Filangieri, quali si possono leggere

nel libro IV, capo 40, art. 3°, della _Scienza della

Legislazione_: "Io propongo la lettura de' romanzi pe' fanciulli

che sono giunti all'età che si richiede secondo l'ordine da noi

esposto (cioè l'età di nove anni compiuti), per assistere ai

morali discorsi. Ma quali debbono essere questi romanzi? quali i

soggetti, sui quali formar si dovrebbero? Ogni condizione può

avere i suoi eroi, può avere i suoi mostri. Presso tutte le

nazioni, in tutte l'età, in tutti i Governi, se ne trovano in

tutte le classi dello Stato. I cenci dell'ultimo cittadino e la

toga del primo magistrato nascondono spesso le più grandi virtù e

i vizii più vili. L'occhio del filosofo penetra a traverso di

questo velo, nel mentre che il volgare non vi vede che cenci e

toga. Su questi fatti che l'istorie di tutti i tempi ci

manifestano, formar si dovrebbero i romanzi, de' quali io parlo.

L'eroe esser dovrebbe della classe, della quale son coloro, a'

quali ne vien destinata la lettura. L'agricoltore dunque, il

fabbro, il semplice soldato, o il duce che ha cominciato

dall'esserlo, e che ha condotto l'aratro prima di condurre la

legione, somministrar dovrebbero il soggetto e l'eroe dei romanzi

che pe' fanciulli di questa classe io propongo. L'arte dello

scrittore esser dovrebbe di mettere nel maggior aspetto quelle

virtù così civili come guerriere che sono più alla portata

degl'individui di questa classe; di dipingere co' colori più neri

que' vizii, ai quali sono più esposti; di fecondare que' semi

dell'amor della patria o della gloria, che si van gittando in

tanti modi nel cuore de' nostri allievi, e d'ispirare

quell'elevazione di animo, ch'è altrettanto più gloriosa, quanto

meno si combina colla ricchezza delle fortune e coll'originaria

dignità della condizione. _Io vorrei che il soggetto del romanzi

fosse per lo più un fatto vero, e non interamente immaginato, e

vorrei che l'autore ne assicurasse colui che legge. È incredibile

quanto questa prevenzione ne renderebbe più efficace la lettura_.

La moltiplicità e l'eccellenza delle opere che son comparse in

questo genere presso tutte le nazioni, ed in tutte le lingue

dell'Europa, renderebbe molto facile la collezione di questi

romanzi d'educazione che io propongo. Gli effetti e i vantaggi,

che ne produrrebbe la lettura, sono noti a chiunque conosca la

forza dei sentimenti e l'influenza che questi aver possono sulla

formazion del carattere e sullo sviluppo delle passioni."

[3] Questa notizia ch'io rilevo da una lettera del professore

Giovanni Rizzi, trova pure conferma nelle seguenti parole del

Buccellati: "Rattristato, per i rovesci del 1821, la morte e la

prigionia degli amici, (il Manzoni} disse a Grossi ch'egli non

potendo più vivere a Milano, intendeva ritirarsi colla famiglia a

Brusuglio. Grossi trovò savio il pensiero di Manzoni, e se ne

valse anche per suo conto, seguendo l'amico nel suo eremitaggio.

Tra i libri che Manzoni portava seco da Milano eravi la _Storia_

del Ripamonti e l'_Economia e Statistica_ del Gioia, in cui si

trovano citate le Gride contro i Bravi e gl'inconsulti Decreti

annonarii. Oh! che tempi, diceva Manzoni a Grossi, segnando

specialmente le pagine del Ripamonti che alludono all'Innominato.

Sarebbe bene porre sottocchio in modo evidente queste istorie...."

[4] Lo riferisco, quantunque notissimo, perchè nella biografia

manzoniana sembrami avere una importanza speciale: ".... La

presenza di Federigo era infatti di quelle che annunziano una

superiorità, e la fanno amare. Il portamento era naturalmente

composto, e quasi involontariamente maestoso; non incurvato, nè

impigrito punto dagli anni; l'occhio grave e vivace, la fronte

serena e pensierosa; con la canizie nel pallore, tra i segni

dell'astinenza, della meditazione, della fatica, una specie di

floridezza verginale; tutte le forme del volto indicavano che, in

altra età, c'era stata quella che più propriamente si chiama

bellezza; l'abitudine de' pensieri solenni e benevoli, la pace

interna d'una lunga vita, l'amore degli uomini, la gioia continua

d'una speranza ineffabile, vi avevano sostituita una, direi quasi,

bellezza senile, che spiccava ancor più in quella magnifica

semplicità della porpora. Tenne anche lui, qualche momento, fisso

nell'aspetto dell'Innominato il suo sguardo penetrante; ed

esercitato da lungo tempo a ritrarre dai sembianti i pensieri; e,

sotto a quel fosco e a quel turbato, parendogli di scoprire sempre

più qualcosa di conforme alla speranza da lui concepita al primo

annunzio d'una tal visita, tutt'animato; "Oh!" disse, "che

preziosa visita è questa! e quanto vi devo esser grato d'una sì

buona risoluzione: quantunque per me abbia un po' del rimprovero!"

"Rimprovero!" esclamò il signore maravigliato, ma raddolcito da

quelle parole e quel fare, e contento che il Cardinale avesse

rotto il ghiaccio, e avviato un discorso qualunque. "Certo, m'è un

rimprovero," riprese questo, "ch'io mi sia lasciato prevenir da

voi; quando, da tanto tempo, tante volte, avrei dovuto venir da

voi io." "Da me voi! sapete chi sono? V'han detto bene il mio

nome?" "E questa consolazione ch'io sento, e che, certo, vi si

manifesta nel mio aspetto, vi par egli ch'io dovessi provarla

all'annunzio, alla vista d'uno sconosciuto? Siete voi che me la

fate provare; voi, dico, che avrei dovuto cercare; voi, che almeno

ho tanto amato e pianto, per cui ho tanto pregato; voi de' miei

figli, che pure amo tutti e di cuore, quello che avrei più

desiderato d'accogliere e d'abbracciare, se avessi creduto di

poterlo sperare. Ma Dio sa fare Egli solo le meraviglie, e

supplisce alla debolezza, alla lentezza, de' suoi poveri servi."

L'Innominato stava attonito a quel dire così infiammato, a quelle

parole, che rispondevano tanto risolutamente a ciò che non aveva

ancor detto, nè era ben determinato di dire; e commosso, ma

sbalordito, stava in silenzio. "E che?" riprese ancor più

affettuosamente Federigo: "voi avete una buona nuova da darmi, e

me la fate tanto sospirare?" "Una buona nuova, io? Ho l'inferno

nel cuore; e vi darò una buona nuova? Ditemi voi, se lo sapete,

qual'è questa buona nuova che aspettate da un par mio." "Che Dio

v'ha toccato il cuore e vuol farvi suo," rispose pacatamente il

Cardinale. "Dio! Dio! Dio! Se lo vedessi! Se lo sentissi! Dov'è

questo Dio?" "Voi me lo domandate? voi? E chi più di voi l'ha

vicino? Non ve lo sentite in cuore, che v'opprime, che v'agita,

che non vi lascia stare, e nello stesso tempo v'attira, vi fa

presentire una speranza di quiete, di consolazione, d'una

consolazione che sarà piena, immensa, subito che voi lo

riconosciate, lo confessiate, l'imploriate?" "Oh, certo! ho qui

qualche cosa che mi opprime, che mi rode! Ma Dio! Se c'è questo

Dio, se è quello che dicono, cosa volete che faccia di me?" Queste

parole furon dette con un accento disperato; ma Federigo, con un

tono solenne, come di placida ispirazione, rispose; "Cosa può far

Dio di voi? cosa vuol farne? Un segno della sua potenza e della

sua bontà: vuol cavar da voi una gloria che nessun altro gli

potrebbe dare. Che il mondo gridi da tanto tempo contro di voi,

che mille e mille voci detestino le vostre opere...."

(l'Innominato si scosse, e rimase stupefatto un momento nel sentir

quel linguaggio così insolito, più stupefatto ancora di non

provare sdegno, anzi quasi un sollievo): "Che gloria," proseguiva

Federigo, "ne viene a Dio? Son voci di terrore, son voci

d'interesse, voci forse anche di giustizia, ma d'una giustizia

così facile, così naturale! Alcune forse, pur troppo, d'invidia di

codesta vostra sciagurata potenza, di codesta, fino ad oggi,

deplorabile sicurezza d'animo. Ma quando voi stesso sorgerete a

condannare la vostra vita, ad accusar voi stesso, allora....

Allora Dio sarà glorificato! E voi domandate cosa Dio possa far di

voi? Chi son io, pover'uomo, che sappia dirvi fin d'ora che

profitto possa ricavar da voi un tal signore? Cosa possa fare di

codesta volontà impetuosa, di codesta imperturbata costanza,

quando l'abbia animata, infiammata d'amore, di speranza, di

sentimento? Chi siete voi, pover'uomo, che vi pensiate d'aver

saputo da voi immaginare e fare cose più grandi nel male, che Dio

non possa farvene volere e operare nel bene? Cosa può Dio far di

voi? E perdonarvi? e farvi salvo? e compiere in voi l'opera della

redenzione? Non son cose magnifiche e degne di Lui? O pensate! se

io omiciattolo, io miserabile e pur così pieno di me stesso, io

qual mi sono, mi struggo ora tanto della vostra salute, che per

essa darei con gaudio (Egli m'è testimonio) questi pochi giorni

che mi rimangono, oh pensate! quanta, quale debba esser la carità

di Colui che m'infonde questa, così imperfetta, ma così viva, come

vi ami, come vi voglia Quello che mi comanda e m'ispira un amore

per voi che mi divora!" A misura che queste parole uscivan dal suo

labbro, il volto, lo sguardo, ogni moto ne spirava il senso. La

faccia del suo ascoltatore, di stravolta e confusa, si fece da

principio attonita e intenta; poi si compose a una commozione più

profonda e meno angosciosa; i suoi occhi che dall'infanzia più non

conoscevan le lacrime, si gonfiarono; quando le parole furon

cessate si coprì il viso con le mani, e diede in un dirotto

pianto, che fu come l'ultima e più chiara risposta."

[5] "Nell'Italia nostra (vi si diceva) vi sono tuttavia gli

Aristotelici delle Lettere, come vi furono della Filosofia; e sono

quei tenaci adoratori delle parole, i quali fissano tutti i loro

sguardi sul conio di una moneta, senza mai valutare la bontà

intrinseca del metallo e corron dietro e preferiscono nel loro

commercio un pezzo d'inutile rame, ben improntato e liscio, a un

pezzo d'oro perfettissimo, di cui l'impronta sia fatta con minor

cura. Immergeteli in un mare di parole, sebben anche elleno non

v'annuncino che idee inutili o volgarissime, ma sieno le parole ad

una ad una trascelte, e tutte insieme armoniosamente collocate nei

loro periodi, sono essi al colmo della loro gioia. Mostrate loro

una catena ben tessuta di ragionamenti utili, nuovi, ingegnosi,

grandi ancora, se una voce, se un vocabolo, una sconciatura

risuona al loro piccolissimo orgtano, ve la ributtano come cosa

degna di quella."

[6] "Due però (scrive il Manzoni) erano i libri che Don Ferrante

anteponeva a tutti e di gran lunga in questa materia; due che,

fino a un certo tempo, fu solito di chiamare i primi, senza mai

potersi risolvere a qual de' due convenisse unicamente quel grado:

l'uno, il _Principe_ e i _Discorsi_ del celebre Segretario

fiorentino; mariuolo sì, diceva Don Ferrante, ma profondo: l'altro

la _Ragion di Stato_ del non men celebre Giovanni Botero;

galantuomo sì, diceva pure, ma acuto." Il Manzoni dovea pensare

ne' suoi studii storici un po' come il suo Don Ferrante: "Ma cos'è

mai la storia senza la politica? Una guida che cammina, cammina,

con nessuno dietro che impari la strada, e, per conseguenza, butta

via i suoi passi; come la politica senza la storia è uno che

cammina senza guida." L'Autore entra spesso in iscena anche come

attore. Così dopo aver fatto una descrizione, forse un po' troppo

minuta della biblioteca di Don Ferrante, soggiunge: "Noi

cominciamo a dubitare se veramente il lettore abbia una gran

voglia di andar avanti con lui in questa rassegna, anzi a tornerò

di non aver già buscato il titolo di copiator servile per noi, e

quello di seccatore da dividorsi con l'anonimo sullodato, per

averlo bonariamente seguito fin qui, in cosa estranea al racconto

principale, e nella quale probabilmente non s'è tanto disteso, che

per isfoggiar dottrina, e far vedere che non era indietro del suo

secolo. Però lasciando scritto quel che è scritto per non perder

la nostra fatica, ometteremo il rimanente, per rimetterci in

istrada."

[7] È il Manzoni stesso che ce lo fa sapere in una sua lelterina a

Cesare Cantù, il quale, valendosi, com'è noto, in gran parte dei

materiali di studio dei _Promessi Sposi_ che avevano servito al

Manzoni, compose il suo _Commento storico_ ai _Promess Sposi_:

"L'Innominato (scriveva il Manzoni) è certamente Bernardino

Visconti. Per l'_aequa potestas quidlibet audendi_ ho trasportato

il suo castello nella Valsássina. La duchessa Visconti si lamenta

che le ho messo in casa un gran birbante, ma poi un gran santo."

Nella Valsássina aveva avuto signorìa, nel tempo in cui è

collocata l'azione del romanzo, la casa Manzoni. L'aver fatto

l'Innominato il signore della Valsássina parmi un altro segno

evidente che il Manzoni voleva, in qualche modo, rappresentar sè

stesso nell'Innominato, per l'_aequa potestas quidlibet audendi_.

Vogliono che il Manzoni un giorno a chi lo ringraziava del bene

ch'egli avea fatto co' suoi scritti, rispondesse; "Senta, se c'è

un nome che non meriti autorità, questo nome è il mio. Lei forse

non sa che io fui un incredulo e un propagatore d'incredulità e

_con una vita conforme alla dottrina, che è il peggio_. E se la

Provvidenza mi ha fatto vivere tanto, è perchè mi ricordi sempre

che fui _una bestia e un cattivo_."

[8] "Lodovico (scrive il Manzoni) aveva contratte abitudini

signorili; e gli adulatori, tra i quali era cresciuto, l'aveano

avvezzato ad esser trattato con molto rispetto. Ma, quando volle

mischiarsi coi principali della sua città, trovò un fare ben

diverso da quello, a cui era accostumato; e vide che a voler esser

della loro compagnia, come avrebbe desiderato, gli conveniva fare

una nuova scuola di pazienza o di sommissione, star sempre al di

sotto e ingozzarne una ogni momento. Una tal maniera di vivere non

s'accordava, nè con l'educazione, nè con la natura di Lodovico.

S'allontanò da essi indispettito. Ma poi ne stava lontano con

rammarico, perchè gli pareva che questi veramente avrebber dovuto

essere i suoi compagni; soltanto gli avrebbe voluti più

trattabili."

[9] Forse vi è pure qualche cosa delle idee di quel parroco

conosciuto dal Manzoni, nel battibecco fra Agnese e Don Abbondio

sul titolo da darsi al cardinal Federigo "illustrissimo" o

"monsignore" o "eminenza," ove Don Abbondio prova che il Papa ha

decretato che i Cardinali si chiamino eminenze, perchè troppi si

appropriarono il titolo d'illustrissimi. Un giorno, è vero, si

chiameranno tutti eminenze, gli abati, i proposti, ma intanto per

un po' di tempo, perchè gli uomini son fatti così, sempre voglion

salire, sempre salire, i soli curati a tirar la carretta, e a

pigliarsi del reverendo fino alla fine del mondo. Piuttosto, non

mi meraviglierei punto che i cavalieri, i quali sono avvezzi a

sentirsi dar dell'illustrissimo, a esser trattati come i

Cardinali, un giorno volessero dell'eminenza anche loro. E se lo

vogliono, vedete, troveranno ehi gliene darà. E allora il Papa che

ci sarà allora, troverà qualche altra cosa per i cardinali.

[10] Enrichetta Blondel, moglie del Manzoni, morì cinque anni dopo la

pubblicazione dei _Promessi Sposi_ nel 1833, e il Manzoni ne

rimase per lungo tempo inconsolabile. Il Tommaseo ricordava, in

proposito; un aneddoto commovente: "Il Manzoni era a Stresa per

assistere all'agonìa dell'amico Antonio Rosmini; e fu soggetto

d'ammirazione agli astanti la venerazione figliale di lui più

vecchio ed il cordoglio di quella morte; e io posso dire quanto

profondamente (non parendo ai profani) egli sentisse i dolori.

Rincontratomi seco a Stresa, a caduto il discorso su Virgilio

{religione dell'anima sua) rammentando io quel sovrano concetto

d'Evandro; _Tuque o santissima coniux, felix morte tua_, egli

continuava la citazione: _neque in hunc servata dolorem_,

accompagnandola coll'atto del viso e della mano abbandonata sul

ginocchio, e sentì la _diletta e venerata sua moglie_, la sua

ispiratrice, della quale consunta da lento languore ei diceva con

parole degne di chi ci ritrasse Ermengarda morente:,--Tutti i dì

la offro a Dio, e tutti i dì gliela chieggo.--Veggasi pure quanto

scrive in proposito il professor Prina nel suo diligente _Studio

biografico sopra il Manzoni._

[11] Il Tommaseo, scrivendo al signor Giovanni Sforza, gli diceva:

"Nel marzo (1827) egli (Manzoni) stava scrivendo gli ultimi fogli,

e io sul principio di quell'anno o sulla fine del precedente lessi

buona parte del terzo volume all'abate Rosmini che, passeggiando

la sua stanza, sorrideva e ammirava. Un giorno che Don Alessandro

correggeva le bozze e le metteva al sole che s'asciugassero: _vede

che ho qualcosa anch'io al sole_, coll'arguzia solita, nel vedermi

entrare, sorridendo egli disse."

[12] Del rumore che fecero al loro apparire, i Promessi Sposi, possiam

prendere argomento dalle seguenti parole di Paride Zajotti, il

critico detta _Biblioteca Italiana_: "Alessandro Manzoni conduce

in Italia la scuola romantica; nè la placidezza della sua vita, nè

la dignitosa temperanza dell'alto suo ingegno valsero a liberarlo

da questo onore pericoloso, cui necessariamente lo solleva la fama

universale delle sue opere, e il bisogno riconosciuto da' suoi

seguaci di ripararsi sotto un gran nome. Non è quindi a

maravigllare, se le sue scritture al primo venire in luce destano

una commozione sì viva, e chiamano tosto i partiti a sdegnose e

gareggianti parole; i classicisti non gli vogliono permettere

d'acquistar tanta gloria violando i loro antichi precetti, e i

romantici menano un romoroso trionfo, attribuendo alla bontà de'

nuovi principii le lodi unicamente debite all'eccellenza del loro

maestro." Più volgarmente il prete Giuseppe Salvagnoli Marchetti,

il quale nell'anno 1829 pubblicava in Roma un opuscolo contro

gl'_Inni Sacri_ di Alessandro Manzoni, per far dispetto al Borghi

che gli ammirava, gl'imitava e non volea le lodi del Salvagnoli se

quelle lodi doveano tacitamente contenere un biasimo agl'Inni

manzoniani, confessa la popolarità, di cui godevano fin da

quell'anno i _Promessi Sposi_. Dicendo egli al proprio libraio che

non avea ancora letto il romanzo del Manzoni, fa poi che il

libraio malignamente gli soggiunga: "Si tollererebbe più

volentierl il non aver letto Dante che i _Promessi Sposi_ oggidì."

Il libraio gli offre venticinque zecchini, a patto ch'ei scriva

contro i _Promessi Sposi_; il Salvagnoli finge ricusare il

compenso larghissimo, per questa sola ragione, ch'egli non suol

leggere nè insegnare "una storia _corretta e rifatta_ in un

romanzo." Che se consente a scrivere contro gl'_Inni Sacri_,

l'invidia non c'entra. "Non invidio (egli scrive) il Manzoni,

perchè non ho mai invidiato chi segue false immagini di bene e di

vero." La critica dell'opera manzoniana fu in parte pubblica, in

parte privata. Lo stesso critico della _Biblioteca Italiana_ fin

dall'anno 1827 ce ne avverte: "I varii giudizii, che diedero di

quest'opera le pubbliche stampe e i privati discorsi, cominciarono

a dividersi già sul principio di essa, dove si venne a disputare

se le convenisse il nome di romanzo che l'Autore non le aveva

assegnato.... troppo oziosa è la disputazione de' nomi, quando il

giudizio della cosa stessa non ne dipende. Non manca mai chi

voglia seguire l'esempio dell'Addison, il quale, negandosi il

titolo di poema epico al _Paradiso perduto_, solea chiamarlo poema

divino; e noi medesimi, quando veggiamo per un sì tenue soggetto

così accese battaglie, amiamo ripetere sotto voce la sentenza del

poeta persiano: _che importa alla rosa che le si cambi il nome, se

le rimane il suo usato profumo?_ E pure lo stesso critico, da

principio al fine del suo esame, si mostra incontentabile, fin che

conchiude lagnandosi che il Manzoni non abbia frammischiato al suo

racconto qualche lirica potente sacra o guerresca o cittadina. Il

critico non dovette esser solo a muover questo lamento, e chi sa

che non gli tenesse bordone in quell'anno lo stesso Grossi, il

quale nel _Marco Visconti_ introdusse poi le sue due più belle

liriche. Lo stesso critico Zajotti, dopo aver notato come, per

cagione dell'abate Chiari, fosse caduto in basso il romanzo

italiano, avverte quello che occorreva per farlo vivere onorato:

"A cancellare quella macchia, a rimettere nella vera sua sede

l'onesto romanzo, era necessario che sorgesse un uomo ricco di

qualità rarissime, e troppo difficili ad essere congiunte in un

solo. Ei doveva aver bollente l'ingegno ed il cuore, ma saperli

tenere a freno, chè la fantasia non gli avesse a travolgere; dovea

conoscere gli uomini, e tuttavia poterli amare, conoscere le

passioni, ma, coll'averne trionfato, sapere come si vincano.

All'antica erudizione gli era d'uopo unire la nuova sapienza, e

l'una e l'altra ravvivare col fuoco d'una splendida immaginativa.

Nè questo ancora gli poteva bastare. Bisognava che la sua fama

fosse superiore non all'invidia, ch'è impossibile, ma sì alla

calunniai bisognava che, circondato da bellissima gloria

acquistata con opere di alta letteratura, non avesse a temere la

taccia di frivolità impressa da noi agli Studii del romanziere;

bisognava finalmente che il suo nome amato dai buoni e riverito

anche dai malvagi presentasse l'idea delle più insigni virtù

religiose e morali, e solo bastasse colla sua dignità a liberare

da ogni sospetto i romanzi. Ma dove rinvenire quest'uomo e come

sperarlo? La fortuna ha prosperato l'Italia, e quest'uomo è

Alessandro Manzoni. La sola notizia che l'Autore dell'_Adelchi_,

il Poeta degl'_Inni Sacri_ scriveva un romanzo, nobilitò la

carriera, e trasse alcuni chiari intelletti ad entrarvi. {Camillo

Laderchi, traducendo nel 1846 il giudizio del Sainte-Beuve sopra

il Fauriel e il Manzoni, scriveva: "Allorquando Manzoni sta per

dar fuori uno scritto, possiam esser sicuri che n'escono in

precedenza cento altri a trattare l'argomento che deve essere

oggetto della sua pubblicazione, quasi intendendo prevenirlo e

torgli la materia di mano. Ciò avvenne per la _Storia degli

Untori_, quando si seppe vicina la stampa del suo libro sulla

_Colonna infame_. Ma poi, tostachè il suo lavoro comparisce, si

trova che siffatti tentativi non valsero a impedirgli di

conquistare una nuova gloria, camminando per vie prima intentate,

e nondimeno sempre sul vero, lontano lontanissimo da tutto ciò che

può sapere d'esagerato e di stravagante.") "Il vero ostacolo, il

solo che l'ingegno abbandonato a sè stesso non potea vincere, fu

pienamente atterrato; gli altri impedimenti, che sarebbe troppo

facile annoverare, cadranno di leggieri innanzi al passo animoso

degl'Italiani. Nei due secoli della nostra gloria noi avemmo

romanzi eccellenti: perchè dovrebbero mancarci nel terzo, ora ch'è

sgombra la strada a raccor questa palma? Tutta la terra è scena

conveniente ai racconti del romanziere; ma se, com'è desiderio

giusto comune, gl'Italiani vorranno rimanersi in Italia, chi potrà

sorpassarli nella varia descrizione dei costumi e dei luoghi? Ov'è

il paese più favorito dalla natura e del cielo? Ove sono i campi

guardati con più amore dal sole? Ed infinita è la diversità delle

costumanze e degli usi. Ogni montagna, quasi ogni fiume, divide

due popoli vicini, e tuttavia fra loro distinti come due

lontanissime genti. Roma, Napoli, Firenze, Milano, Venezia,

sembrano altrettante nazioni, che risalendo fino alle loro origini

si trovano sempre uguali a sè medesime, ma sempre differenti nelle

pratiche della vita civile. L'indole e perfino il modo di pensare

n'è diverso, come la storia. Quale mèsse ricchissima pel

romanziere che ha da descrivere una tanta delizia, un tanto orrore

di luoghi, e può rappresentare sì svariati costumi e con sì facili

combinazioni metterli insieme a contrasto! Non ci rimane alcun

dubbio, la vittoria in corto volgere d'anni sarà nostra, se il mal

augurato _romanzo storico_ non affascina gl'ingegni." Imprende

quindi il critico a biasimare l'uso di mescolare il romanzo con la

storia, e il biasimo suo conforta di molte buone ragioni,

parecchie delle quali dovettero far pensare e persuadere il

Manzoni, che s'accinse quindi egli medesimo a giudicare il

_romanzo storico_, per condannarlo senza riguardo.

[13] Il Manzoni si destreggiava contro i suoi critici e contro gli

amici dissidenti press'a poco come quel giudice di pace, di cui

egli stesso ci ha parlato nel suo ingegnoso e formidabile

_Discorso sul Romanzo storico_: "Un mio amico, di cara e onorata

memoria, raccontava una scena curiosa, alla quale era stato

presente in casa di un giudice di pace in Milano, val a dire

molt'anni fa. L'aveva trovato tra due litiganti, uno de' quali

perorava caldamente la sua causa; e quando costui ebbe finito, il

giudice gli disse: Avete ragione. Ma, signor giudice, disse subito

l'altro, lei mi deve sentire anche me, prima di decidere. È troppo

giusto, rispose il giudice, dite pure su, che v'ascolto

attentamente. Allora quello si mise con tanto più impegno a far

valere la sua causa; e ci riuscì così bene, che il giudice gli

disse: Avete ragione anche voi. C'era lì accanto un suo bambino di

sette od ott'anni, il quale, giocando pian piano con non so qual

balocco, non aveva lasciato di stare anche attento al

contradittorio; e a quel punto alzando un visino stupefatto, non

senza un certo che d'autorevole, esclamò: Ma babbo! non può essere

che abbiano ragione tutt'e due! Hai ragione anche tu, gli disse il

giudice. Come poi sia finita, o l'amico non lo raccontava, o m'è

uscito di mente; ma è da credere che il giudice avrà conciliate

tutte quelle sue risposte, facendo vedere tanto a Tizio, quanto a

Sempronio, che se aveva ragione per una parte, aveva torto per

un'altra."

[14] Si confronti quello che fin da giovine il Manzoni scriveva da

Parigi a' suoi amici lombardi, e ciò che la moglie scriveva di lui

nel 1820 al Tosi. Probabilmente il Manzoni avrà parecchie volte

prima della pubblicazione de' _Promessi Sposi_ lamentata la

indifferenza, la malignità italiana, la quale doveva rincrescergli

tanto più dopo essere stato ammirato dal Fauriel e dal Goethe.

[15] Colgo l'occasion per ringraziare l'egregio Antonio Ghislanzoni

che mi fu guida intelligente e simpatica nel mio pellegrinaggio

artistico ai luoghi manzoniani.

Alessandro Manzoni, Studio Biografico Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford nel maggio dell'anno 1878, notevolmente ampliate · 第 32 / 35 题