Il professore Stoppani narra un aneddoto, secondo il quale il
giovinetto Manzoni sarebbe stato corretto dal vizio del giuoco, per un
solo affettuoso rimprovero che gli fece Vincenzo Monti. "Il così detto
_Ridotto_ del Teatro alla Scala" era allora precisamente un ridotto di
biscaiuoli. L'inesperto Alessandrino si era lasciato prendere
all'esca, confessando egli stesso più tardi che si sentiva già
fortemente invasato da quella terribile passione, che può in brev'ora
trasformare un amoroso padre di famiglia in un parricida, e in suicida
un giovine morigerato. Una sera Alessandro Manzoni sedeva al banco dei
giuocatori. Tutto a un tratto si sente leggermente battere sopra la
spalla. Voltosi indietro, si trovò in faccia lo sguardo affascinante
di Vincenzo Monti, il quale gli disse queste semplici, ma gravi
parole: "Se andate avanti così, bei versi che faremo in avvenire!"
Dopo di quella sera il Manzoni, quantunque, per avvezzarsi a
contemplare lo spettacolo del vizio, senza lasciarsene signoreggiare,
abbia continuato di proposito, per un altro mese, a frequentare ogni
sera il _Ridotto_, non giuocò più. Ma il giovinetto che nel bollore
degli anni primi aveva potuto cedere egli stesso all'impeto di qualche
passione infelice, non tardò ad acquistare non pure tra' suoi
compagni, ma presso il proprio maestro, una singolare e veramente
straordinaria autorità come consigliere sapiente. Onde, per esempio,
quando il Monti, che apparteneva forse più di ogni altro poeta
all'_irritabile genus_, entrò in lunga briga col mediocre letterato e
poeta De Coureil e sostenne contro di lui un'acerba polemica
letteraria, gravemente ammonito per lettera dal giovine suo discepolo
che quello scandalo gli avrebbe fatto gran torto e diminuito quel
prestigio che il Monti aveva sperato invece di accrescere rispondendo
al De Coureil, il maestro ne rimase così colpito, che ne fece motto in
una sua lettera del 6 febbraio 1805, diretta ad Andrea Mustoxidi,
dandogli facoltà di pubblicare, se lo credeva utile, la lettera del
Manzoni consigliatrice del partito più ragionevole, se pure non era il
più piacevole all'amor proprio ferito del poeta-storiografo delle
Alfonsine.[2] Ma nel 1805, conviene pur dirlo, il Manzoni era già
lontano da quel primo entusiasmo, col quale quindicenne, nel _Trionfo
della libertà_, ammirando più che altro la gloria di colui che
chiamavano allora il Dante ringentilito, egli aveva glorificato e
difeso contro i suoi detrattori il suo maestro Vincenzo Monti. Questo
magnifico ed enfatico elogio del Monti fatto dal giovinetto Manzoni
merita di venir riscontrato col famoso iperbolico epigramma, col quale
ei lo piangeva morto, dopo ventott'anni:
Salve, o Divino, cui largì natura
Il cor di Dante e del suo Duca il canto;
Questo fia 'l grido dell'età ventura,
Ma l'età che fu tua tel dice in pianto.
Piacque al giovine Manzoni la gloria del suo maestro, ed è ben chiaro
dal fine del saluto del nostro mirabile giovinetto al Monti, ch'egli
sperava già o ardeva, almeno, del desiderio di acquistarne una simile:
Salve, o Cigno divin, che acuti spiedi
Fai de' tuoi carmi e trapassando pungi
La vil ciurmaglia che ti striscia ai piedi.
Tu il gran cantor di Beatrice aggiungi
E l'avanzi talor; d'invidia piene
Ti rimirali le felle alme da lungi,
Che non bagnâr le labbia in Ippocrene,
Ma le tuffâr ne le Stinfalie fogne,
Onde tal puzzo da' lor carmi viene.
Oh limacciosi vermi! Oh rie vergogne
De l'arte sacra! Augei palustri e bassi;
Cigni non già, ma corvi da carogne.
Ma tu l'invida turba addietro lassi
E, le robuste penne ergendo, come
Aquila altera, li compiangi e passi.
Invano atro velen sovra il tuo nome
Sparge l'invidia, al proprio danno industre,
Da le inquiete sibilanti chiome;
Ed io puranco, ed io, vate trilustre,
Io ti seguo da lunge, e il tuo gran lume
A me fo scorta ne l'arringo illustre.
E te veggendo su l'erto cacume
Ascender di Parnaso, alma spedita,
Già sento al volo mio crescer le piume.
Forse, ah che spero? io la seconda vita
Vivrò, se alle mie forze inferme e frali
Le nove suore porgeranno aita.
Notiamo presso quell'ambizioso _io, vate trilustre_, quel prudente, ma
non meno ambizioso forse tutto manzoniano, messo innanzi al _vivrò_
immortale che ci prenunzia già l'Autore del _Cinque Maggio_
predestinato a sciogliere all'urna del primo Napoleone un cantico
Che _forse_ non morrà.
Quando il Manzoni scrive, nell'anno 1803, al Monti, lo fa già in un
tuono di una certa famigliare baldanza che rivela la poca soggezione,
e gli dà del _voi_. Il Monti invitato a dir la sua opinione sopra
l'Idillio del Manzoni, gli risponde lodandolo sinceramente, facendo i
migliori augurii al giovinetto e dicendogli finalmente: "Io non sono
da tanto da poterti fare il dottore." Fra maestro e discepolo un tale
linguaggio colpisce. Nella risposta del Monti, il maestro dice che
egli ha incominciata la stampa del _Persio_. Nel marzo dell'anno 1804,
il Manzoni si trovava a Venezia e scriveva di là al suo amico Pagani,
studente di giurisprudenza a Pavia; nella sua lettera è una parola
impaziente contro il Monti, che può già dimostrare la scaduta
riverenza del discepolo. "Se Monti (egli scrive) vuol mandarmi il
_Persio_, lo faccia avere, nel nome di Dio, a mio padre, a Milano."
Questi indizii mi bisognava raccogliere per ispiegare non pure la
vivacità del battibecco letterario che nacque dipoi fra i Manzoniani e
i Montiani sopra l'argomento della mitologia nella poesia moderna, ma
ancora per illustrare qualche passo del Carme _In morte
dell'Imbonati_. Il giovine Poeta rammentando l'indegna educazione ed
istruzione ch'egli avea ricevuta specialmente nel Collegio de' Nobili,
non rattiene, com'è ben noto, il proprio sdegno, e lo sfoga in una
forma intemperante che non si trova poi più in alcun altro suo
scritto; ed accennando in particolare ad un maestro di poesia che lo
disgustò, dice che da lui si rivolse, invece, agli antichi poeti:
Questa
Qual sia favilla, che mia mente alluma,
Custodii com'io valgo e tenni viva
Finor. Nè ti dirò com'io, nodrito
In sozzo ovil di mercenario armento,
Gli aridi bronchi fastidendo, e il pasto
Dell'insipida stoppia, il viso torsi
Dalla fetente mangiatoia, e franco
M'addussi al sorso dell'ascrea fontana;
Come, talor, discepolo di tale,
Cui mi sarìa vergogna esser maestro,
Mi volsi ai prischi sommi, e ne fui preso
Di tanto amor, che mi parea vederli
Veracemente e ragionar con loro.
Qui mi arresta un dubbio assai penoso. Chi fu mai codesto maestro, da
cui il Manzoni, sentendo vergogna di lui, si diparte per correre ad
inspirarsi direttamente presso i poeti antichi? Io so bene che, a
questo punto, qualche amico discreto mi raccomanderà discrezione,
invitandomi a passar oltre, a non arrischiar congetture che potrebbero
riuscir vane ed ingiuriose. Ma passar oltre vuol dire o non capire o
non voler capire. E se noi contemporanei ci contentiamo di leggere
così il primo fra i nostri scrittori viventi, come potranno sperare
d'intenderlo meglio quelli che verranno dopo di noi? So bene che il
vivente discepolo del vecchio Vincenzo Monti, l'illustre Andrea
Maffei, il quale ricorda pur sempre come, dopo l'anno 1820, il Manzoni
visitasse spesso il Monti infermo, come nel mandargli la _cantafera_
de' suoi _Promessi Sposi_ glieli raccomandasse affettuosamente,[3]
come lo encomiasse morto con lodi iperboliche, non farà buon viso alla
nostra congettura; ed essa ripugna pure vivamente a me stesso, come
ripugna, per dire il vero, ogni maniera o specie d'ingratitudine. Ma
io non posso tacere che corsero parecchi anni, ne' quali il Manzoni ed
il Monti apparvero veramente come avversarii; la storia letteraria ha
i suoi diritti, e, per quanto c'incresca vedere il Manzoni, che aveva
egli stesso fatto grande abuso, ne' primi suoi studii poetici, della
mitologia, divenirci aperto derisore del Monti che volea mantenerla in
onore, e colpirlo direttamente con l'Ode satirica intitolata: _L'ira
d'Apollo_, ove, con nuova malizia, s'imita pure lo stile cancelleresco
della Polizia austriaca, quale era adoprato allora da un poeta da
strapazzo, Pietro Stoppani di Beroldinghen, e da un giornalista
venduto, il Pezzi, grandi lodatori entrambi di Vincenzo Monti divenuto
buon servitore dell'Austria, il Manzoni, che giovinetto avea molto
ammirato e lodato, come sappiamo, il suo maestro Monti, divenuto amico
di Ugo Foscolo, imparò forse da lui a giudicarne con minore indulgenza
la condotta politica; e nella diminuzione di stima per l'uomo è assai
probabile che siasi pure diminuito il concetto che il Manzoni si
formava del Monti poeta. Recatosi poi a Parigi, in mezzo a una
società, per la massima parte repubblicana, anzi che pietà, parve
ch'egli concepisse un vero disprezzo pel Monti. Il Manzoni dice che
tra i _prischi sommi_, egli cercò prima di Omero, per la traduzione
del quale specialmente nacque tra il Foscolo ed il Monti così fiero
dissenso, e, nominando Omero, sembra volerne, per antitesi, ferire il
traduttore:
.... Non ombra di possente amico,
Nè lodator comprati avea quel sommo
D'occhi cieco e divin raggio di mente
Che per la Grecia mendicò cantando.
Nè era, io debbo pur ripeterlo, forse intieramente innocente e fuor
d'ogni intendimento malizioso Ugo Foscolo, quando in una nota al suo
Carme de' _Sepolcri_, volendo nominare il Manzoni, per mostrargli il
conto ch'ei ne faceva e com'ei fosse memore di lui lontano, citava
precisamente que' versi relativi ad Omero, ove si dice più tosto
quello che non era stato Omero e quello ch'era invece qualche altro
moderno poeta. L'amico Pagani, che ristampava a Milano il Carme per
l'Imbonati, desiderava egli forse distruggere il sospetto che si
alludesse con que' versi al Monti, quando, senza averne avuto
l'incarico, dedicava, anche a nome dell'Autore, il poemetto a Vincenzo
Monti? Lo ignoriamo; ma ci è noto intanto che l'imprudenza e
l'arbitrio del Pagani maravigliarono ed irritarono grandemente il
giovine Poeta, e furono per guastare l'amicizia di que' due buoni
compagni di scuola. Il Manzoni voleva, invero, obbligare il Pagani a
pubblicar subito una protesta che disdicesse la dedicatoria. Il Pagani
gli opponeva che il dedicare non è un avvilirsi; che anche l'Alfieri
avea fatto delle dedicatorie, e nessuno potrebbe negarlo uomo libero
ed indipendente. Il Manzoni rispondeva esser vero, ma l'Alfieri essere
stato "un modello di pura, incontaminata, vera virtù, di un uomo che
sente la sua dignità e che non fa un passo, di cui debba
arrossire."--"Ebbene (soggiungeva ancora da Parigi il nostro giovine
Poeta), Alfieri dedicò; ma a chi, e perchè dedicò? Dedicò a sua madre,
al suo amico del cuore, a Washington, al popolo italiano futuro." Ci è
noto finalmente come il Manzoni deplorava il Carme per l'Imbonati per
altre ragioni più gravi che non fossero le allusioni al Collegio de'
Nobili. Una di queste ragioni può essere stato il tacito biasimo del
Monti, e l'altra ragione la vedremo in breve. Fu detto da qualche
biografo che, quando nel 1801 il Manzoni pubblicò l'_Urania_, il Monti
abbia esclamato: "Questo giovine incomincia dove vorrei finire." È
possibile che un giorno il Monti abbia reso un tale omaggio al suo
discepolo; ma a questo detto suppongo che siasi attribuita un'origine
troppo recente. Il Manzoni non incominciava più con l'_Urania_; da ben
sette anni egli scriveva, ed i primi suoi componimenti il Monti aveva
letti e lodati; è assai probabile quindi che il complimento, di cui si
tratta, siasi fatto veramente dal Monti, ma nel 1801, poich'egli ebbe
conosciuto il _Trionfo della libertà_, poema che il discepolo avea
scritto per imitare, forse per emulare il maestro, e che termina in
ogni modo, come abbiamo già udito, con la esaltazione del Monti sopra
lo stesso Dante.
[1] Cfr. il paragrafo VI.
[2] La lettera è questa; il Manzoni era ancora in Milano, onde partì
soltanto nella primavera, dopo la morte dell'Imbonati:
Ad Andrea Mustoxidi.
"In appendice alla mia del passato ordinario ve ne acchiudo
un'altra del nostro amico Manzoni. Egli ha voluto farla passare
per le mie mani, perchè mi risguarda direttamente e contiene una
sua onesta disapprovazione dell'essermi io avvilito a parlare di
De Coureil. Del quale mio errore io non meriterei veramente
perdono, se non mi scusasse il fatto di quelli che hanno confuso
il reverendo lor nome con quello d'un pazzo, e si sono condotti
peggio di me, e non veggo che abbiano ancor redenta questa
ignominia, separandosi da così vile e disonesta compagnia. Vera è
pur troppo la riflessione di Manzoni che, prendendo briga col De
Coureil, è _forza che i buoni si scordino di quella gentilezza che
pure è il primo frutto delle lettere,_ vero per conseguenza che in
quella mia nota sono corsi dei termini non gentili. Ma se un
facchino imbriaco, mentre io vado per la mia strada, mi viene
addosso con villanìa, e mi lorda di fango, dovrò io
dirgli:--Signore, siate più rispettoso coi galantuomini; signore,
maltrattatemi con più discrezione; considerate, vi prego, che mi
si deve un poco più di rispetto--e altre simili gentilezze? Chi
può dunque incolparmi d'aver dato al mio critico i nomi ch'ei
merita? Le creanze si usano con chi le pratica, e il bastone con
gli asini mal educati. Ma parlerò con altro linguaggio, se avverrà
che io sia forzato a drizzare più alto il mio giusto risentimento.
Il contegno che così si usa con me, ha ormai irritata tutta
l'Italia, e la sana porzione dei letterati, anche stranieri, ha
già manifestato il suo sdegno su queste vili e scandalose
ingiustizie. Della lettera di Manzoni fate l'uso che più vi piace,
anche pubblico. Milano, 6 febbraio 1805"
[3] Il Monti non fu, tuttavia, a quanto pare, de' lettori più
solleciti de' _Promessi Sposi_, secondo quanto trovo scritto nelle
_Memorie autografe di un ribelle_, di Giuseppe Ricciardi (Milano,
1873): "Recatici a visitare l'Osservatorio astronomico posto nel
Palazzo di Brera, trovammo quivi l'Oriani e il Carlini. Altri
uomini, più o meno illustri, conoscemmo indi a poco, fra cui
nominerò primo il Manzoni. Il quale io vidi la prima volta in
Milano, nel giugno del 1827. Sedeva in mezzo alla sua bella e
numerosa famiglia e ad un nobile crocchio d'amici, in cui tenevano
il primo luogo Ermes Visconti, Tommaso Grossi e Giovanni Torti,
cioè, quasi tutta la così detta Scuola romantica. Ci fu
introduttore in casa Manzoni il Rosmini, giovanissimo allora, ed
il quale avevo conosciuto per mezzo di un assai colto e gentil
veneziano, per nome Antonio Papadopoli. I _Promessi Sposi_ erano
usciti in luce pochi dì prima, ed io li avevo divorati con un
piacere infinito, tanto più poi in quanto che m'avevo sott'occhio
i luoghi, dei quali parla quel mirabile libro. Desiderosi
oltremodo di salutare il decano dei poeti allora viventi, Vincenzo
Monti, n'andammo a Monza col Papadopoli. Trovammo il povero
vecchio adagiato, o, per dir meglio, giacente in un seggiolone.
Teneva gli occhiali inforcati sul naso, e leggicchiava non so qual
commedia di Goldoni. Scorta sur un tavolino una copia dei
_Promessi Sposi_, mio padre chiese al buon vecchio che ne
pensasse, e quegli rispose aver provato alquanto fastidio nel
leggere il primo capitolo, ma pur voler trapassare al secondo. Ne
mostrò poi una bella lettera scrittagli dal Manzoni nell'inviargli
in dono il suo libro."