III.

Il Manzoni a scuola.

Io non mi fermerò ora a darvi notizie della culla del Manzoni, che fu

ritrovata e si conserva in una villa del signor Rosinelli a Mozzana

sopra Galbiate; nè della cascina detta _La Costa_, ove il grand'uomo

fu allattato da Caterina Zanzeri, nè di questa nutrice, la quale

vogliono che fosse svelta, vivace e piacevolona.[1]. Ma non è senza

importanza il fatto che a soli sei anni il fanciullo Manzoni fu

allontanato da casa sua e chiuso nel Collegio de' Frati Somaschi di

Merate, ove rimase dall'anno 1791 all'anno 1796.[2] La mamma ve

l'accompagnò, ma scomparve intanto che il fanciullo era tenuto a bada

da un frate maestro. Si possono facilmente immaginare gli strilli del

povero fanciullo non appena egli s'accorse che la mamma sua l'aveva

lasciato; ma, poichè ad uno de' prefetti parve pure che il pianto

durasse troppo, il fanciullo ricevette un colpo sulla guancia

accompagnato da queste parole: "E quando la finirete di piangere?"

Quello fu il primo dolore provato dal grand'uomo, che se ne rammentava

anche negli ultimi anni della sua vita. "Buona gente (del resto egli

concludeva, parlando di que' suoi primi istitutori), quantunque, come

educatori, lasciassero troppo a desiderare che fossero prima un po'

più educati loro stessi." I frati di Merate lo avvezzarono dunque ai

primi castighi. Ad undici anni, Alessandro Manzoni passò nel Collegio

di Lugano, ove gli toccò la buona fortuna di avere tra i suoi maestri

il buon padre Francesco Soave,[3] onesto letterato e, per quei tempi,

educatore assai liberale, sebbene s'indispettisse contro il nostro

piccolo scolaro, che s'ostinava a scrivere le parole _Re, Imperatore e

Papa_ con la prima lettera minuscola. Il Manzoni parlando un giorno

del Soave a Cesare Cantù gli disse, tra l'altre cose: "Teneva nella

manica della tonaca una sottile bacchetta, presso a poco come quella

che fa i miracoli dei giocolieri; e quando alcuno di noi gli facesse

scappare la pazienza, egli la impugnava, e la vibrava _terque

quaterque_ verso la testa o le spalle del monello, senza toccarlo; poi

la riponeva e tornava in calma." Al Manzoni rincresceva d'avere

talvolta inquietato quel Padre, che tanto fece, sebbene non sempre il

meglio, per l'istruzione della gioventù. Narrava pure il Manzoni come

una volta gli scappasse detto in iscuola "ne faremo anche a meno,"

quando il Padre Soave annunziò che fra poco ci sarebbe stata la

lezione d'aritmetica. Il Padre maestro si levò allora dalla cattedra,

e si mosse gravemente verso il piccolo ribelle, che si sentiva già

agghiacciare per lo sgomento il sangue nelle vene; gli si accostò, gli

pose sulla guancia legermente due dita, come per carezzarlo, ma

dicendogli con voce grossa: "E di queste ne farete a meno?" come se lo

avesse percosso ferocemente. Il Manzoni, come assicura lo Stoppani e

come si può ben credere, rimase "profondamente colpito da tanta

mitezza, e ne parlava ancora con vera compiacenza quasi 70 anni più

tardi." Ma la _via crucis_ de' collegi non era ancora finita pel

nostro piccolo proscritto. Verso il suo tredicesimo anno, lasciati i

Somaschi di Lugano, egli veniva raccomandato ai Barnabiti del Collegio

di Castellazzo, poscia a quelli del Collegio de' Nobili di Milano; e

qui sebbene egli n'abbia poi detto un gran male nei noti versi _In

morte di Carlo Imbonati_, nacque e si rivelò fra il tredicesimo e il

quindicesimo anno il suo genio poetico, o per lo meno, la sua felice

attitudine al poetare.[4]

[1] Cfr. _I primi anni di Alessandro Manzoni_, spigolature di Antonio

Stoppani.

[2] La poca armonia che dovea regnare in casa di Don Pietro Manzoni

fra moglie e marito, onde sappiamo che, alcuni anni dopo, la

signora Giulia Beccaria si trasferiva con l'Imbonati a Parigi,

dovette essere una delle principali cagioni, per le quali il

Manzoni, in così tenera età, fu rinchiuso in collegio. Il Manzoni

concepì poi per la vita di collegio una tale avversione, che, al

dire del Loménie, egli non volle mandare in collegio alcuno de'

suoi figli, ch'egli educò, invece, presso di sè. "On dit (aggiunge

il Laménie) que, par suite de son excessive tendresse de père,

l'expérience de l'éducation domestique ne lui a pas parfaitement

réussi." Ed è vero, pur troppo, per quello che riguarda i maschi,

i quali, ad eccezione forse del primogenito Pietro, che gli fece

almeno buona compagnia negli ultimi anni della vita, non

risparmiarono al grand'uomo noie e dolori.

[3] Francesco Soave era nato in Lugano nel giugno dell'anno 1743; avea

fatto i suoi primi studii a Milano, quindi a Pavia, finalmente a

Roma nel Collegio Clementino. Soppressa la Compagnia di Gesù,

della quale faceva parte, andò nel 1767 ad insegnare poesia a

Parma; fu allora che pubblicò la sua _Grammatica ragionata_ della

lingua italiana. Non è inutile avvertire che il primo impulso agli

studii di lingua, che poi l'occuparono tanto, può esser venuto al

Manzoni dai primi insegnamenti del Soave. Avendo, dice un biografo

del Soave, la Reale Accademia di Berlino proposto il quesito: "Se

gli uomini abbandonati alle loro facoltà naturali sieno in grado

per sè medesimi d'istituire un linguaggio, e in qual modo

potrebbero pervenirvi," il Soave vi mandò una dissertazione latina

che ottenne il primo _Accessit_. Lo stesso Padre Soave la tradusse

poi in italiano e la pubblicò in Milano nel 1772; quantunque

Gesuita, il Padre Soave vi sosteneva arditamente il concetto poco

ortodosso, che l'uomo può da sè stesso istituire il proprio

linguaggio. Nello stesso anno 1772, il conte Firmian elesse il

Padre Soave a leggere nel Collegio di Brera la filosofia morale,

quindi la logica e la metafisica; nel tempo stesso egli coltivava

le scienze fisiche e adopravasi a divulgare le nuove scoperte

scientifiche; alcune delle sue osservazioni parvero anzi vere

invenzioni. Per eccitamento del conte Carlo Bettoni di Brescia, il

Padre Soave scrisse pure le _Novelle morali per la Gioventù_, e ne

ottenne un premio di cento zecchini. Un altro riscontro curioso si

può notare fra la vita del maestro Soave e quella del discepolo

Manzoni. Il primo, inorridito nell'anno 1789 e ne' successivi per

i rivolgimenti di Francia, imprese a scrivere un libro storico,

sotto l'anagramma grecizzato di _Glice Coresiano _(Soave

Luganese), col titolo: _La vera idea della rivoluzione di

Francia_; il secondo termina la sua vita scrivendo per l'appunto

un libro sopra la rivoluzione di Francia, per disapprovarla

(sebbene in modo e per motivi assai diversi) come il suo primo

vero maestro. Quando il Soave riparò nel 1796 in Lugano e vi

ammaestrò il nostro piccolo Manzoni, era fuggiasco da Milano, ove

spadroneggiavano vittoriosi i Sanculotti. Si capisce pertanto qual

animo fosse allora il suo contro i repubblicani e come li dovesse

rappresentare a' suoi piccoli alunni del Collegio di Lugano. Da

Lugano lo richiamava poi in Napoli il principe d'Angri per

affidargli l'educazione del proprio figliuolo. Il Manzoni dovette

rivedere il Soave nel 1803 a Pavia, ove il buon Padre insegnava

l'analisi delle idee; chi sa che il Manzoni non abbia pure

frequentate le sue nuove lezioni di logica. Accennerò finalmente

come, a promuovere le idee del giovine stoico Manzoni, può avere

pure conferito alcun poco l'esempio del Soave che ci è

rappresentato come uomo "d'ingenui e sinceri costumi, dal parlare

lento e grave, dal viso alquanto austero, dal far contegnoso, non

ostante il quale, la bontà sua lo rendea caro e venerato."

[4] "I locali del _sozzo ovile_ (scrive Carlo Morbio, che fu egli pure

alunno nel Collegio de' Nobili) non avevano subìto cambiamento

importante dall'epoca in cui fuvvi Manzoni; così almeno

assicuravano i vecchi del Collegio, che si ricordavano benissimo

del vispo e caro Don Alessandro o Lisandrino. Verso la seconda

corte ed i giardini, il Collegio spiegava un aspetto grandioso, ma

melanconico e severo. Nell'interno, ampi eranvi i corridoi e le

camerate. Era, per dir così, la fronte d'un vasto caseggiato, che

non venne poi condotto a compimento. Verso il Naviglio poi

l'Imperiale Collegio presentava una fronte ignobile e bassa. Gli

alti pioppi di quella seconda corte già avevano ombreggiato il

capo del giovane Poeta, il cui ritratto ad olio, grande al vero,

stava appeso fra quelli dei più distinti allievi (Principi) del

Collegio. È quindi troppo assoluta la sentenza della signora Dupin

che i ritratti di Manzoni giovane sarebbero apocrifi. Questo

all'incontro è bene autentico e genuino. È anche fama che a

vent'anni Manzoni si facesse ritrarre a Parigi, a guisa

d'inspirato, colle chiome sciolte e collo sguardo volto al cielo.

(Con gli occhi rivolti in su lo rappresentava pure nella virilità

il pittore Molteni in un quadro ad olio, che si conserva presso la

marchesa Alessandrina Ricci D'Azeglio.) Fu scritto da quasi tutti

i biografi di Manzoni, che egli da giovinetto fosse di tardo

ingegno, e punto non istudiasse. Non ignoro che il grande Poeta,

forse burlando, lasciò creder ciò; ma io combatto Manzoni colle

stesse sue anni, coi bellissimi suoi _Versi giovanili_ alla mano;

ma io cito l'onoranza del ritratto, certamente non sospetta, che

egli ottenne nello stesso Collegio Longone, ove fu alunno dal 1796

all'anno 1800."

Alessandro Manzoni, Studio Biografico Letture fatte alla Taylorian Institution di Oxford nel maggio dell'anno 1878, notevolmente ampliate · 第 11 / 35 题