Il Discorso che segue, col quale tentai di studiare la vita del primo
fra i nostri moderni scrittori, fu letto in tre giorni consecutivi
dello scorso maggio in una sala della _Taylorian Institution_ di
Oxford, innanzi ad eletto uditorio che mi è venuto intorno, fino
all'ultimo, crescendo per numero e benevolenza. Dovendo ogni lettura
restringersi al breve giro di un'ora, dovetti pure, per non abusare
della pazienta de' miei cortesi uditori, sopprimere parecchie parti
del Discorso che io avea preparato per la importante & splendida
occasione, e che un'ora non avrebbe bastato a svolgere. Desidero ora
dunque ricolmare nella stampa le inevitabili lacune di que' discorsi,
lieto d'offrire, per intiero, ai dotti e gentili Curatori
dell'Istituto Oxoniano e a' miei proprii concittadini il frutto di
que' pochi studii da me fatti sopra lo scrittore italiano, che ho più
ammirato nell'età nostra e dal nome del quale tolse pure il proprio il
carissimo fanciullo nel quale io ho riposto le mie migliori speranze.
Mi sia ora indulgente la critica, com'io sono sicuro che furono onesti
tutti gl'intendimenti che mi hanno mosso a scrivere; e chi ha poi
qualche cosa di meglio e di più da dire intorno al Manzoni lo dica,
che non troverà, per un tèma così simpatico, alcun lettore più attento
di me e più desideroso d'imparare. Io non sono, e lo dichiaro subito,
idolatra d'alcun nome; ma è pure tanto in me il sentimento della
grandezza dell'uomo che ha chiuso in Italia tutto un secolo di storia
letteraria, che spero di non essere accusato per falsa modestia, s'io
confesso ingenuamente che il tèma altissimo mi sgomenta, e ch'io lo
riconosco, pur troppo, superiore ad ogni mia virtù. S'io dovessi qui
solamente discorrere degli scritti di Alessandro Manzoni, mi farei
animo a ragionarne, reso forte ed illuminato dal consenso ammirativo
dell'universo che legge; ma quando un uomo s'inalza alla grandezza del
Manzoni, quando, dopo avere contemplato questo mirabile gigante
dell'arte nostra, è necessità persuadersi che la sua originalità è
specialmente riposta nel suo modo particolare di sentire, e questo
modo di sentire non si può bene comprendere e non si ha quindi il
diritto di giudicarlo, se non fa germogliare insieme il proponimento
virtuoso di conformare la propria vita a que' sentimenti medesimi, io
mi domando con piena sincerità: "Sono io degno di parlare di
Alessandro Manzoni?" Io non voglio inalzarmi qui come critico sopra di
esso; voglio anch'io guardare in su, e con tanto maggior obbligo di
Giuseppe Giusti che pure avrebbe avuto per la qualità dell'ingegno il
diritto di guardare il Manzoni in faccia; ma le parole verrebbero a
morirmi sopra le labbra, se io non sapessi ammirare il Manzoni
altrimenti che come un altro uomo che sia stato più grande di noi
tutti, per sè stesso soltanto, e non ancora per lasciarci alcun
memorabile esempio. Ora io che ho sempre desiderato richiamare molta
gioventù della mia terra a ristudiarlo con me, io che lo propongo
sicuramente ad esempio[1] non lo potrei, non dovrei poterlo fare, se
prima non avessi fatto promessa a me medesimo di seguire docilmente i
principii di quella filosofia letteraria che ammiro sovra ogni altra.
E, pur troppo, per quanto sia grande in me il desiderio, sento povere
le forze ed insufficienti all'uopo; e ripeto, pieno di confusione e di
sincerità, il _domine, non sum dignus_. Ma io prevedo, pur troppo, a
questo punto il moto impaziente di alcuni lettori, i quali prima di
proseguire avranno già sentenziato presso a poco così: "Abbiamo
capito, l'Autore ci promette un panegirico, invece d'uno studio
critico; invece d'un Manzoni diminuito e fatto minutamente, come ora
si deve, in pezzi, avremo un Manzoni altissimo, iperbolico, messo
sugli altari ed idealeggiato, per edificazione de' buoni." Chi ha di
tali impazienze non legga più oltre. Io voglio sì, io spero provare
come il Manzoni fu grande, com'egli è stato, e sarà forse ancora per
molto tempo, il massimo de' nostri scrittori; ma chi teme una tale
dimostrazione, chi non la permette, chiuda il libro; che, in verità,
io non lo scrivo con la speranza di convertire alcun profano, ma nel
desiderio, il quale può ingannarmi, ma è onesto, di delineare il
Manzoni quale mi apparve, dopo averlo ricercato attentamente ne' suoi
scritti e nelle memorie del nostro tempo; e, poichè ne verrà fuori,
come io spero, non solo la figura di un grande scrittore, ma ancora
quella di un grand'uomo, sì mi tenta anche la speranza che alcuno già
ben disposto, innamorandosi più forte della sua figura, si giovi
dell'esempio che sotto di essa si cela, come tento io stesso di
cavarne come posso alcun profitto non solo per l'arte dello scrivere,
ma per quella assai più difficile del vivere. Da queste stesse parole
si deve, parmi, capire che io non mi propongo di scrivere la vita d'un
Santo; se il Manzoni fosse stato un uomo perfetto in ogni cosa, non ci
rimarrebbe altro che adorarlo. Ma poich'egli era mortale come noi e
soggetto ad errare ed alcuna volta può avere anch'esso umanamente
errato, sarà utile a noi l'apprendere in qual modo egli vincesse le
sue battaglie ideali, e quale ostinazione virtuosa egli abbia messo
per vincere. "Ma noi non vogliamo più la noia di libri siffatti, che
ci diano la biografia d'uno scrittore, con l'intendimento dichiarato
di offrirci un modello virtuoso. Dateci l'uomo come l'avete visto.
Penseremo noi alla conclusione, se ce ne sarà da farne alcuna, o non
ne faremo, che sarà il meglio. Risparmiateci dunque i vostri
fervorini." Sento già correre in aria queste parole più di minaccia
che di consiglio; e, mettendomene in pensiero, prometto, fin d'ora,
che risparmierò i fervorini, quanto mi sarà possibile, ma non prometto
poi nulla di più: perchè, se, nello scrivere, mi accadrà, in qualche
momento, che il cuore mi batta un poco più rapido, e mi esca per
avventura una parola più calda, io non sacrificherà quel po' di fuoco
che m'accende ancora, ad alcun domma della nuova critica; poichè io
non ammetto, e lo dichiaro subito, in alcuna opera d'arte, principii,
i quali escludano il principale, anzi il solo creatore d'ogni arte
grande, che è il sentimento.
[1] Che la mia venerazione pel Manzoni sia óramai antica, ne recherò
qui un breve documento. Ero studente nella Università di Torino;
nella Facoltà di lettere si era disegnata la fondazione di un
giornale letterario; io doveva esserne il direttore e proporne il
titolo. Posi innanzi il nome di _Alessandro Manzoni_. Ma, temendo
pure che al Manzoni potesse non piacere che da lui s'intitolasse
un giornale di studenti, il quale avrebbe potuto riuscir
battagliero, gli scrissi, in nome de' miei compagni, per domandare
un permesso che alla nostra fiera, ma pur delicata, baldanza
giovanile pareva necessario. Il venerando uomo si turbò all'idea
che il suo nome potesse diventar simbolo di una battaglia di
giovani, e c'indirizzò la lettera seguente, finqui inedita,
l'autografo della quale trovasi ora nelle mani dell'egregio
Antonio Ghislanzoni a Lecco: "Pregiatissimi Signori, Non ho mai
avuto nell'animo un conflitto d'opposti sentimenti, come quello
d'una profonda riconoscenza e d'un vivo dispiacere che m'ha fatto
nascere la troppo cortese lettera, di cui m'hanno voluto onorare.
Ma la benevolenza che attesta in ogni sua parte, mi da la certezza
che di que' sentimenti non mi rimarrà che il primo. Per codesta
così spontanea e per me preziosa benevolenza, Vi prego dunque, o
Signori, di non dare al giornale, l'annunzio del quale mi
rallegra, il titolo che v'eravate proposto. Sarebbe una cagione di
vero e continuo turbamento alla mia vecchiezza, che, per quaggiù,
non aspira ad altro che alla quiete. L'indulgentissimo vostro
giudizio è già una gran ricompensa per de' lavori che non hanno
altro merito, che d'esser fatti in coscienza. Confido, anzi mi
tengo sicuro che non me la vorrete cambiare in un castigo, e che
potrò goder subito in pace la speranza de' frutti che mi promette
il saggio del vostro ingegno e del vostro cuore. Chiudo in fretta
la lettera, perchè arrivi a tempo, come desidero ardentemente, e
mi rassegno
_Milano, 1 novembre 1859_.