Dal 1865 al 1870 618 865 673 611
Dal 1871 al 1875 259 229 526 504
Il renne selvaggio non si trova oggi che nelle parti più solitarie
della Lapponia ed anche l’alce è divenuto animale molto raro. Se si
trova ancora al sud di Cristiania, è perchè è difeso da una legge, che
proibisce di distruggerlo. E in quel paese le leggi sono ubbidite.
[5] In Scandinavia non ci sono accattoni. Vedi a questo proposito un
lavoro molto interessante _Sulla beneficenza ed assistenza pubblica in
Norvegia_, negli Annali di Statistica, serie 2ª, vol. 11, pag. 157.
[6] Un miglio quadrato corrisponde a circa 130 chilometri quadrati.
[7] Il nostro Bove trovò che i ciukci non usano occhiali, benchè molti
di essi abbiano gli occhi in tali condizioni da far pietà. Invece gli
indigeni delle coste americane polari e gli esquimesi usano occhiali
di legno con una strettissima fessura longitudinale, che non lascia
passare che pochi raggi luminosi.
[8] ECKER, _Einige Bemerkungen über einen schwankenden Charakter in
der Hand der Menschen._ (_Archiv., für Anthropologie_), MANTEGAZZA,
_Della lunghezza relativa dell’indice e dell’anulare._ (_Archivio per
l’Antropologia e l’Etnologia_, vol. 7, Firenze 1877, pag. 19).
[9] B. SEEMANN, _On the Anthropology of Western Eskimo Land etc._
(_Journ. of the anthrop. society_ 1864, pag. CCCIII).
[10] KNUD LEEM, op. cit., pag. 101.
[11] KNUD LEEM, op. cit., pag. 109.
[12] Leem racconta di aver percorso in una slitta lappone 88 chilometri
nello spazio di sei ore.
[13] In Kautokeino ed Enare diverse famiglie di lapponi hanno una razza
di cani che nascono senza coda. Naturalmente non è una razza propria,
ma quella particolarità proviene in origine da ciò che per dei secoli,
generazione dopo generazione, si è tagliato loro la coda finchè alcuni
individui finalmente nascessero senza. Questo è talmente inerente alla
razza adesso, che cani di quella razza, anche accoppiati con cani colla
coda producono dei piccoli che ne sono privi.
[14] L’abbiamo fotografato. Ebeltoft ci diceva che aveva duemila renne
e 4000 _sp. daler_ alla banca.
[15] È bello raffrontare il carattere dei ciukci con quello dei
lapponi. Anche quei fratelli orientali dei nostri buoni amici di
Scandinavia sono benevoli, teneri in famiglia; nè ladri, nè omicidi.
Se date ad un bambino un dolce o una leccornia qualunque, invita
fratellini ed amici a dividere il dono con essi. Nulla assaggiano
i figliuoli senza prima offrire ai genitori e ottenere licenza di
mangiare. Quei poveri fanciulli a sette od otto anni incominciano a
seguire le carovane, che vanno alla pesca della foca, a 9 o 10 anni
guidano già un _equipaggio_ di sette od otto cani; a 13 o 14 hanno
già un arpone, una lancia ed un arco, armi che non poseranno più fino
all’ultimo respiro. Son gente allegra e felice. I ciukci sono molto
ospitali e un tempo offrivano le loro donne al loro ospite. Ciò non
avviene più, benchè si debba dir che le donne ciukce non conoscono
affitto il pudore.
Anche i ciukci amano poco la musica e non hanno altri strumenti
musicali che un tamburo fatto colla vescica di foca ed una viola ad
una corda. Conoscono poche canzoni con ritornelli monotoni e dolci. Le
sole ragazze ballano e la loro danza consiste in piccoli salti, ora a
destra ed ora a sinistra, storcendo orribilmente gli occhi e gemendo e
soffiando come le loro belve e i loro cetacei.
Molte analogie esteriori si trovano fra i nostri lapponi e i ciukci.
Anche questi portano nell’inverno due vesti di pelliccia, una col pelo
all’infuori, l’altra col pelo all’indentro. Anch’essi, quando riposano,
sogliono con un rapido movimento ritirare un braccio o ambedue
le braccia dalle maniche, onde riscaldarle meglio. Anch’essi non
abbandonano mai il coltello, la pipa e la borsa di tabacco. Il nostro
Bove vide più d’una volta ciccare le donne dei ciukci e i bambini
lasciare il capezzolo materno per prendere in bocca la pipa.
[16] Lo schizzo psicologico che abbiam dato dei lapponi sarà giudicato
da taluno un po’ prolisso; ma noi speriamo che il ritratto sia
rassomigliante. In questi casi la concisione è sempre a scapito della
verità e basterebbe a provarlo il quadro dato dall’illustre Castren:
«Son gente lenta, malinconica e burbera. Sono accusati di invidia,
di implacabilità, di scaltrezza e di altri vizii inerenti a questo
carattere. Si lodano invece per il loro animo mite, per il loro buon
volere, per essere servizievoli ed ospitali, per il loro timor di Dio
e la loro continenza.» È questo un ritratto che può servire per molti
altri popoli!
[17] Fra gli altri Valdemar Schmidt combatte la credenza che i lapponi
abbiano abitato la Danimarca all’epoca della pietra.
Nel nord della penisola scandinava non si trovano _dolmen_ e i cranii
dei _dolmen_ danesi sono molto diversi da quelli dei lapponi. _Le
Danémark à l’Exposition universelle._ Paris, 1868, in-8.
[18] J. A. FRIIS, _Lappiske sprogpröver. En samling of lappiske
eventyr, ordsprog og gaader, med orbog_. Christiania, 1856.
[19] SCHEFFER, _Lapponia_. Francofurti, 1673, pag. 282.
[20] Eppure un passo del _Kalevala_, l’antico poema epico dei finni,
avrebbe dovuto farci cercare i canti lapponi. Là dove Lemmin-Käine
narra il suo arrivo alla casa di Pohjola in Lapponia, si legge (Canto
XII):
La stanza era piena di maghi
I cantori erano seduti sulle panche
Gli uomini sapienti presso la porta
Gli indovini sulla prima panca
Gli scongiuratori presso la stufa;
_Tutti cantavano canti lapponi_.
. . . . . . . . . . . . . . . . .
Come è noto il _Kalevala_ non fu raccolto dalla bocca del popolo che
sul principio di questo secolo.
[21] O. DONNER, _Lieder der Lappen_. Helsingfors, 1876.
[22] Lästadius riferì a Marmier una vecchia leggenda lappone, nella
quale una madre mangia il bambino della propria figlia.
[23] Deserti della Siberia.
[24] Questi versi suonano anche in lappone dolcissimi:
Nabbudalla cabbudalla
Nammositis nalkutalla
Vuoinumitis vilutalla.
[25] _Sarakka_ era la Dea, che presiedeva all’allevamento dei figli.
[26] Sul valore dei tre nodi delle castità Van Düben dice: «Sanguis in
coitu primo effusus lavando colligitur in linteolo et adservatur; nodi
tres in tali linteolo facti nodi virginitatis appellantur et de his in
poemata loquitur.»
[27] Questi ultimi versi furono aggiunti modernamente al poema antico.
[28] Non si deve intendere però che si parli di elmo di ferro, ma solo
di cappello da guerra. Donner crede che questo canto sia tanto antico
da giungere al di là dell’epoca del ferro.
[29] La moglie di Stalu è chiamata _Ludac_ (cimice), perchè essa
succhia con una canna di ferro il sangue dal corpo degli uomini.
[30] Si chiamano con parola vezzeggiativa di _civetta_ i piccoli
bambini perchè aprono grandi i loro occhi per guardare.
[31] Una regione della Finlandia settentrionale.
[32] Il Frijs, fa precedere le sue novelline da una pittoresca
descrizione della vita intima dei lapponi nomadi:
«È specialmente fra i nomadi che ancora si raccontano di queste favole.
Se le raccontano da generazione in generazione nelle lunghe, chiare
notti d’estate accanto all’accampamento nel bosco, o nelle oscure
serate d’inverno intorno al focolare, quando la tenda è impiantata
sulle deserte pianure di neve dell’altipiano.
«Diamo uno sguardo all’interno di una di queste tende in una serata
d’inverno. Là dietro al _Boasshjo_, l’ultima divisione della tenda,
proprio dietro il focolare, sta seduta una vecchia nonna col viso
grinzoso e bruno come una indiana, fissando il fuoco coi suoi occhi
rossi e lacrimosi. In bocca tiene una pipa, il cui corto tubo sparisce
interamente tra le sue labbra sottili. Essa con voce seria racconta le
storie dei tempi passati. Intorno ad essa stanno seduti rannicchiati
colle gambe in croce alcuni bambini, che ascoltano il racconto
con avida attenzione, mentre il figlio e la nuora stan seduti nel
_Loaiddo_, cioè nella divisione al lato del fuoco e lavorano lui ad un
cucchiaio di corno di renna, lei ad un _komagband_ (nastro col quale
al malleolo si lega la scarpa e il pantalone), che si tesse con uno
strumento molto primitivo che s’impiegava nei tempi passati anche in
Norvegia.
«A un tratto può essere disturbata la quiete dai cani, che fin lì
erano rimasti rincantucciati in qualche angolo della tenda, ma che
ora ad un tratto si precipitano abbaiando fuori della porta della
tenda. Vi deve essere qualcosa di nuovo. Può essere uno dei servi che
la notte doveva stare a guardia delle renne, che arriva col grido il
più terribile per il lappone: _Gumpe lae botsuin!_ (Il lupo è tra le
renne!). Tutti quelli che possono mettersi i _ski_ (pattini) allora
saltan su e corrono per salvare quel che si può ancora salvare. — Può
essere un viaggiatore. Per esso l’abbaiar dei cani è sempre un grato
suono, perchè è sicura prova che non è lontana una capanna di lapponi.
Per quanto ristretta sia, essa gli darà un riparo al freddo e al vento,
che soffia sul deserto di neve dell’altipiano. Gli vien dato subito
il posto migliore presso al focolare ospitale del Fjeldlappe, e senza
esserne richiesta viene spesso una delle donne a levargli i _komager_
(le scarpe) e a dargli nuovo fieno morbido e asciutto. Forse anche
avrà del buon brodo e della carne di renna. — Può anche essere stato
un falso allarme. Il marito che è andato fuori dietro ai cani non può
scorger nulla: sarà stato l’odore di qualche animale minore che avrà
dato l’allarme ai cani. Tutto è tranquillo e non vi è nessun pericolo.
Il marito rientra nella capanna e con lui i cani: questi cercano di
prendersi con mille furberie il posto l’uno all’altro, e finalmente
si rimettono alla cuccia brontolando. Ognuno riprende le proprie
occupazioni, e la vecchia nonna ritrova il filo della sua narrazione,
che spesso è lunga quanto le lunghe e buie serate dell’inverno.»
[33] Lo stesso Knud racconta come alcune vecchie da lui conosciute
continuassero, benchè cristiane, a prestar culto ad idoli antichi. Vi
fu quindi, benchè fugacissima, anche tra essi un’epoca di transizione,
nella quale si poteva dire che servissero due dèi: «Praeter faedam
illam et abominandam, cui olim dediti erant lappones, idolatriam, verum
et trinum Deum, in cujus nomen baptizati erant, cujus verbum audiebant,
cujus sacramentis utebantur, colere etiam videri volebant; priscis
Samaritanis non dissimiles, qui verum Israelis Deum et vicinarum
gentium ficta numina junctim et promiscue adorabant.»
[34] I lapponi non hanno capito che la parte più grossa e più
superficiale della religione cristiana. Von Buch racconta al principio
di questo secolo, che essi si accostavano alla Comunione con molta
frequenza, ma soltanto perchè la riguardavano come una specie di
sortilegio, che li preservava dall’influenza degli spiriti maligni.
Non è ancora molto tempo, dice egli, ch’essi portavano alla Chiesa un
panno bianco, e vi inviluppavano con grandissima cura il pane santo,
che dividevano poi alle loro case in una quantità di piccoli pezzi, che
davano poi ai loro rangiferi per difenderli da ogni pericolo.
[35] MANTEGAZZA, _Quadri della natura umana_. Milano, 1871, vol. II,
pag. 317.
[36] Manoscritto di Naerö, pag. 11-13.
[37] Quando a _Mace_ cercavo l’antico cimitero trovai sopra un’area
estesa delle depressioni regolari nel suolo, delle quali non capivo
l’origine. La mia guida non sapeva neppure cosa fossero, ma suggerì
che potessero essere i luoghi dove i lapponi costruivano le loro
capanne; egli supponeva che avessero scavato la terra, perchè non
elevandosi i tetti al disopra degli alberi non si potessero vedere da
lontano poichè, mi diceva, anticamente il paese era sempre soggetto
alle scorrerie dei russi, ed i lapponi cercavano più che potevano di
nascondersi, spegnendo i loro fuochi, perchè non se ne vedesse il fumo
quando sapevano che il russo era vicino. Non so se questa spiegazione
valga, ma prova per lo meno che esiste ancora tra i lapponi la memoria
delle incursioni dei loro vicini e delle astuzie a cui dovevano
ricorrere per nascondersi. In quanto al nome di russi, è probabile
che abbia sostituito quello di qualche popolo, come: tchudi, kareli o
altri, essendo oggi i russi i soli vicini temibili che abbiano.
La voce _cutte_ dal significare _Tschudi_ è passata nella lingua
lappone a significar nemici.
[38] Questa credenza delle mosche _ganiche_ è nata sicuramente da
qualche infezione prodotta dalle punture di una mosca, che aveva
assorbito il virus di un animale domestico o selvaggio malato di
pustola maligna.
[39] Questa superstizione si trova sotto forme poco diverse presso
popoli delle più lontane parti del mondo ed è giunta fino a noi e tra
noi coll’_impiccamento in effigie_.
[40] Di questo libro esiste un’edizione latina, che porta la stessa
data dell’edizione bilingue: LEEMIUS (CANUTOS). _De Lapponibus
Finmarchiae, eorumque lingua, vita et religione pristina, cum notis_ J.
E. GUNNERI. Abbiamo pure una traduzione tedesca stampata a Lipsia nel
1771, in-8.
Lo stesso Leem ha pubblicato una grammatica e un dizionario della
lingua lappone.