16 camere e 38 letti

Una colazione con carne calda o fredda, da Kr. 1 a 0,80[3]

Un pranzo con due piatti caldi di carne » 1,25

Un pranzo con un piatto di carne fredda » 0,80

Una cena con carne calda o fredda, da » 1,50 a 1

Un pane burrato » 0,10 öre

Un caffè o thè » 0,20

Una bottiglia di birra » 0,40

Un bicchiere di latte » 0,10

_Alloggio._ Una camera » 2,00

Due letti in una camera, ciascuno » 1,50

Tre o più letti in una camera, ciascuno » 1,25

Seguono poi i prezzi di due altri alberghi di secondo ordine.

Un vagone norvegiano è una guida e una scuola. Un terzo cartello in

lingua norvegiana e in inglese vi avverte di non gettar dalle finestre

i fiammiferi o i sigari accasi, perchè potrebbero incendiarsi le

foreste, che attraversate.

_Passengers are requested not to throw lighted cigars, matches etc.

out of the carriage windows. The doing so has occasionally caused turf,

heath and thereby forests to be ignited._

Intanto vengono le 10,46’ e si deve scendere dalla ferrovia alla

stazione di Eidsvold per attraversare in un battello a vapore il

lago di Mjösen, il più bello di tutta la Norvegia, che ha la forma

ad _ipsilon_ come il nostro lago di Como e che per le sue rive,

povere di villaggi, ma ricche di pini e di rupi scoscese, rammenta

i laghi scozzesi. Pranziamo a bordo serviti da bionde e robuste

amazzoni scandinave, che sono assai più lusinghiere dei piatti, che

ci sono serviti: montone allesso, l’eterno salmone, l’eterna birra e

un’insalata condita con zucchero e latte. Una crema eccellente servita

col _multeber_ (frutti del _rubus chamaemorus_) mi riconcilia però

colla cucina norvegiana e mi fa benedire la vita. Benchè lombardo,

devo per amor del vero confessare, che la panna della Norvegia è molto

superiore alla nostra, che pure è tanto squisita: essa è soave e grassa

come la lombarda, ma è più profumata e meno densa; è un vero balsamo

per i ventricoli schizzinosi e di difficile contentatura.

Alle 2,15 il lago di Mjösen è tutto percorso e si ritorna in ferrovia,

dove con grande compiacenza trovo che il mio biglietto di seconda

classe mi dà il diritto di passare in prima ed io entro col fido

amico in un vagone tutto specchi e velluto porporino. In quel grazioso

salotto si attraversano bellissimi boschi molto fitti di abeti, che

s’innalzano sopra molli tappeti della _cenomyce rangiferina_. Qua e là

vediamo casette di legno tutte coperte di terra che alberga arboscelli

e erbe, un vero giardinetto aereo posto sul capo dell’abitazione

dell’uomo. Sulla riva destra del Glommen incontro sei o sette villaggi,

sempre di legno e variopinti. Le stazioni son tutte piccine, ma

linde, ma pulite. Non mancano mai i vasi di fiori dietro le finestre

e campeggia sempre un enorme termometro, che annunzia a tutti uno dei

fatti più importanti per la salute dell’uomo in quei paesi iperborei.

Alcune stazioni sono ornate di corna di alce o di rangifero.

A destra ci accompagna sempre il fiume Glommen e qua e là grossi

ammassi di ciottoli morenici ci dicono ad alta voce, che noi

percorriamo il letto di antichi ghiacciai.

Alle stazioni osservo con attenzione di antropologo la faccia degli

abitanti. Fra le faccie lunghi e bionde e le grosse teste degli

scandinavi spiccano nel basso popolo altre faccie mongoloidi molto

larghe e con naso molto piccolo. Saranno finni o lapponoidi? Non

rispondo alla domanda, perchè troppo facile è arrischiare congetture e

fabbricare teorie, ma la scienza severa giudica le une e le altre come

altrettante pagine di romanzi storici.

La stazione di Koppang ci ferma alcuni minuti e si lascia ammirare.

La circondano belle case di legno a grosso bugnato; ma io preferisco

sempre ai lavori dell’uomo le opere della natura e sulla guida del

mio Stephen, che erborizza anche nelle stazioni, colgo in quei pressi

per la prima volta la _betula nana_, il più microscopico albero

dell’Europa, molte viole silvestri del pensiero e una bellissima

ericacea, l’_andromeda polifolia_.

Si giunge a Toenset alle 11,55’ della sera e si cena con salmone

salato, uova sode e birra. È in questa stazione che dobbiamo passare

la notte: perchè in Norvegia non si viaggia che di giorno e il treno,

come una buona e brava diligenza dei tempi passati, sta fermo dinanzi a

noi, aspettandoci al risveglio dell’indomani; mentre molti viaggiatori

lasciano nei vagoni le loro cose, sicuri di trovarvele intatte

all’indomani. Il nostro albergo, tutto di legno, ha sulla porta grandi

corna di renne e la nostra cameruccia è piccina piccina, il letto

piccino piccino e la luce pacata d’una notte che è giorno c’inonda

soavemente, cullandoci in una sonnolenza, che non può esser sonno.

La luce velata si fa poco a poco luce viva, sfacciata; i due crepuscoli

della sera e del mattino, come due ardenti innamorati, che non possono

separarsi che per pochi istanti, si son dati un nuovo bacio e si sono

confusi in un amplesso di una sola aurora. La tromba del treno ci

avverte, che convien partire; ma se qualche viaggiatore si è attardato,

o se vuole con maggior agio sorbire il suo caffè, il conduttore non

ne farà per questo una questione di gabinetto e ritarderà di qualche

minuto la partenza. Qui gli uomini non son fatti per i treni, ma i

treni per gli uomini e le ferrovie sono piene di bonomia, di pazienza e

di condiscendenza.

Siamo rientrati nel nostro elegante salottino di velluto rosso, ma lo

possiamo godere per poco più che due ore; perchè la stazione di Röros

ci arresta. È qui che dobbiamo raccogliere le notizie sui lapponi di

Ojung, è qui che il bravo ingegnere Fries deve servirci di guida e di

maestro per la nostra avventurosa spedizione. Egli è così gentile,

che mentre ci dirigiamo alla sua casa, egli ci è venuto incontro e

ci indovina, senza bisogno di fotografia o di passaporto colle note

personali. In casa sua si studia la carta geografica del luogo e si

decide di inviare un telegramma all’ingegnere Hauan, che ad Eidet

dirige un’altra fonderia di rame. Ci risponde dopo qualche ora, che vi

sono lapponi a Ojungstrakten e ch’egli all’indomani ci aspetterà alla

stazione di Eidet con tutto il necessario per la nostra spedizione.

Röros è luogo triste e che ti agghiaccia il cuore; è posto nel

centro della Norvegia sopra un altipiano a più di 2000 piedi sul

livello del mare; nessun albero: una landa quasi deserta, sparsa di

rovine di ghiacciai, monti all’intorno mal disegnati, brulli, quasi

mai abbandonati dalle nevi. Nell’inverno gela sempre il mercurio e

l’ingegnere Fries nell’ultimo inverno ha fatto un bel chiodo argentino

di mercurio, battendolo a colpi di martello sopra un’incudine. Le case

piccine, grigie; vie selciate di scorie metallurgiche; fumo, vapori di

solfo dappertutto; un torrente, che ha lacerato le viscere di quella

terra infeconda e mugge fra i massi di carbone e i cumuli del minerale

di rame, che dà a quel paese un pane, che deve sapere di solfo ed

essere freddo anch’esso.

Anche a Röros raccolgo però due sorrisi di bellezza e di vita. Nelle

aride sabbie, che circondano quel paese infernale, fioriscono spontanei

cespugli così fitti di viole del pensiero, da farne un mazzo con una

sola pianta. Nell’albergo della stazione, fragrante di resina di pino,

sorridono altri fiori: sono le bionde e rosee figlie del capostazione,

che è anche oste, e che dai loro occhi azzurri lasciano piovere raggi

di fresca giovinezza e d’innocente simpatia. Ti portano il caffè di

buon mattino, quando tu sei ancora a letto, fidando giustamente nella

loro virtù e nel rispetto dell’uomo per la purezza virginea della

giovinezza.

Da Röros la ferrovia discende fino ad Eidet e mano mano si va lasciando

l’arido altipiano, gli alberi s’innalzano e la foresta si fa più folta.

Ad Eidet è pronto l’ingegnere n.º 2, il signor Hauan, che colla sua

faccia seria si direbbe molto ammusonito per dover accompagnarci in

cima ai monti in cerca di lapponi; ma che invece è tutto cuore, ci

ha già preparato un cavallo, un carretto, e gli uomini necessarii per

portare alla sua fonderia, che è giù nel fondo della valle, i nostri

pesanti bagagli fotografici.

L’ingegnere Hauan, discepolo della scuola di Freiberg, è uomo di poche

parole, ma di molti fatti. Egli vede scendere le nostre casse dal

vagone dei bagagli e le guarda con straziante silenzio. Alle nostre

insistenze, perchè voglia tradurci in lingua tedesca, e magari anche

in lingua danese, quel suo silenzio, risponde con degli _hum hum_,

molto lunghi e di pessimo augurio. Siam dunque costretti, io ed il mio

compagno, a fare da noi stessi la traduzione di quel tenebroso silenzio

ed eccola qui in poche parole: _Questi due italiani son due veri

matti, se pensano di poter portare sulle alture di Ojung le loro casse

fotografiche e sarebbe più semplice far scendere i lapponi e fors’anche

le montagne nel fondo della valle._

Nulla di più crudele quanto il dover parlare in una lingua straniera

con poche e stentate parole con un uomo che tace in tutte le lingue. Si

sentono venire al labbro fiumi di parole e di ragioni e di persuasioni,

torrenti d’interrogazioni, di seduzioni e di argomentazioni e si

vorrebbero tutte quante schierare in legioni, in reggimenti, in

squadriglie, in batterie, per persuadere, per chiedere scusa, per farsi

perdonare; e invece da una parte un monolito umano, che vi guarda e

tace; e dall’altra le vostre poche parole, che escono ad una, ad una,

stentate, storte e sempre male a proposito. Se Dante ritornasse in

vita, assegnerebbe un nuovo girone al suo inferno, condannando tutti

gli uomini espansivi e ciarlieri alla tremenda pena, che io ho sofferto

alla stazione di Eidet nell’altipiano centrale della Norvegia.

Se non si può parlare, vediamo dunque di schierar fatti contro fatti,

e là nella stanza delle merci di Eidet, io e Sommier ci mettiamo a

semplificare il nostro bagaglio fotografico, riducendolo ai minimi

termini possibili. La camera lucida col grande obiettivo Dalmayer, la

tenda per lo sviluppo, poche lastre e pochissimi reattivi. E intanto

per colmo della nostra felicità, piove.

Il _minimum possibile_ intanto è installato in un baroccino a due ruote

tirato da un pachiderma, che ha in una volta sola dell’asino, del mulo

e del cavallo e accompagnato da noi, che camminiamo a piedi, scende

giù per la china alla fonderia diretta dal signor Hauan. Ospitalità

schietta e sincera, signore bionde e rosee, bambini di latte e di miele

ci riconciliano colla vita e coi lapponi di Ojung. Finita la colazione,

l’uomo dalle poche parole e dai molti fatti ci invita a passare nel

cortile, dove è pronta la carovana, che ci deve portare alla meta

del nostro viaggio. Un cavallo per il signor Hauan, una _cariole_ per

me, una seconda _cariole_ per Sommier, un carretto a due ruote per il

bagaglio trascinato dal pachidermo di specie incerta. Ognuno si mette

al posto assegnatogli, ed io colle mie redini in mano, per la prima

volta in mia vita guido un cavallo, senz’essere a cavallo. E su, e su

per erte pendici popolate di pini fino a Törmo, dove anche le _cariole_

non possono più avanzare e conviene trasformare gli animali da tiro in

cavalli da sella. La sola carretta e il solo cavallo _incertae sedis_

tireranno avanti così come stanno. Mentre la carovana subisce questa

radicale trasformazione, si entra in una casa di Törmo, dove ci offrono

latte freschissimo, sedie di legno bianche quasi quanto il latte e

volti sorridenti della più cara, della più simpatica ospitalità. Le

donne sono occupate nel forno a fabbricare il loro _fladbröd_ o pane

piatto. È una scena dei nostri padri dell’epoca della pietra. Una donna

dalle robuste braccia nude, con singolare agilità e prestezza foggia

un sottilissimo disco di pasta, in cui entrano molti cereali diversi,

segale, orzo, fors’anche avena; e appena è fatto lo getta sopra un gran

disco di pietra, che è stato riscaldato rapidamente da un buon fuoco

di fuscelli. L’alta temperatura di quella pietra e la sottigliezza

della pasta rendono la cottura quasi istantanea, e il cialdone scottato

sulle due faccie è raccolto secco e semitostato e già pronto ad entrare

in bocca di chi abbia appetito. Questo pane nazionale della Norvegia

dura mesi ed anni, è saporito, di facile digestione e può sembrare un

manicaretto in confronto del pane dei lapponi, più preistorico che mai.

Ma noi siamo già a cavallo, abbiamo già salutato le nostre donne del

forno e su e su per l’erta del monte, che diventa sempre più ripido.

Intanto una pioggia minuta, gelata, uggiosa ci penetra fino alle ossa e

ci rende tutti quanti più muti dei pesci. Io guardo Sommier dall’alto

della mia sella. Sommier guarda me dall’alto della sua; non possiamo

dire davvero di divertirci, ma si subisce il martirio, aspettando

i lapponi. Non dallo spegnersi della luce, che in quelle latitudini

e in quella stagione non si spegne mai, ma dalla nostra stanchezza

si capisce che l’ora d’andare a letto dovrebbe esser già venuta; ma

il direttore della carovana tira sempre via e le guide lo seguono

ammusonite e di pessimo umore. L’orologio ci dice, che le undici della

sera sono vicine e ci viene imposto di fermarci, mentre ingegnere e

guide, chi a cavallo e chi a piedi, si sbandano per diversi sentieri,

in cerca di qualcuno o di qualche cosa. Cercano forse i lapponi e

l’idea di passare la notte in una capanna lappone ci rialza gli spiriti

affranti e ci promette molta poesia. Cercavano invece un _saeter_. E

il _saeter_ fu trovato: una casuccia ridotta alle minime proporzioni,

di legno e di paglia, dove i pastori passano due mesi dell’estate

per far pascolare le loro vacche. La chiave è nascosta nel tetto, a

cui si giunge all’altezza del braccio. Si entra chinando il capo e

si accende subito la stufa di ferro, che è la parte più importante e

più cara di tutta la casa. In un momento i rami di betula schioccano,

ardono e riscaldano il piccolissimo nido in cui siamo raccolti, mentre

i cavalli lasciati in libertà sotto la pioggia minuta o gelida cercano

fra le zolle appena abbandonate dalla neve qualche filo d’erba stenta e

gialliccia. Del pane, del burro, della cioccolata e dell’acquavite ci

tengon vivi fino all’indomani e distesi sul legno ci prepariamo alle

future fatiche. Tre ore di sonno son presto passate e l’alba di un

giorno che non è mai morto ci invita a rimontare a cavallo.

Sono le tre del mattino e siamo già tutti raccolti davanti alla

porticina del _saeter_, circondati da un anfiteatro di monti coperti

di neve. Ai nostri piedi, nel fondo della valle, dorme il pittoresco

lago di Ojung, colle sue isolette multiformi, piene anch’esse di neve

e di alberetti brulli, dove col nostro canocchiale possiamo vedere le

prime gemme verdeggianti (è il 18 di giugno!). Se gli alberi lassù

dormono ancora gli ultimi sonni del lunghissimo inverno, i prati

sottili di quelli altipiani sono una vera bellezza, ed anche l’uomo

meno innamorato della natura li rassomiglierebbe subito ad un tappeto

della Persia, tanto sono variopinti e nel loro disordine policromo

seducentissimi. Il mio Stephen, che mi accompagna nel mio viaggio, che

mi conforta nella durezza del cammino coll’intelligente affetto e la

giovinezza gagliarda, battezza per via tutte quelle gentili creaturine

della flora norvegiana, ed io, conoscendole per nome, sento di amarle

meglio.

È difficile trovare una vegetazione più originale, più caratteristica

di quella che ho ammirato sugli altipiani di Ojung. Lassù alberi,

muschi ed erbette, domati dal comune nemico, il freddo, si fan tutti

piccini, si livellano alla stessa altezza e formano una superficie

a cento colori, quasi una cesoia intelligente li avesse tosati. Fra

i cespugli microscopici della _Betula nana_ tu vedi i fiori folti

della _Azalea procumbens_ di color di rosa, i cuscinetti bianchi

della _Diapensia lapponica_, i ricami rossi anch’essi della _Silene

acaulis_, le chiazze gialle della _Pedicularis oederi_, le macchie

bianche dell’_Arctostaphylos alpina_, le testoline dorate della

_Viola biflora_; mentre fra un giardinetto e l’altro si distendono i

microscopici boschetti dell’_Empetrum nigrum_ e i larghi ciuffi dei

licheni dai cento colori. Fra essi erge il suo capo molle e vaporoso la

_Cenomyce rangiferina_, che ti fa sapere come il renne non debba esser

lontano.

Ma pur troppo l’amor della vita non mi lascia ammirar lungamente quel

tappeto persiano disteso sugli altipiani della Norvegia. Le difficoltà

del cammino crescono ad ogni passo. Ora è una palude torbosa che

ci minaccia, ora è un cumulo di neve che intercetta la via e dove i

cavalli sprofondano: una volta il mio cadde sulle ginocchia e fu un

miracolo se si potè uscirne, io e lui, colle membra sane.

Pioveva, faceva freddo e il silenzio intorno a noi era più freddo della

neve; ma al di là del lago vi erano i lapponi e si tirava avanti con

molta rassegnazione. Ma ahimè, un fiume spietato, il Galoe, cresciuto

colle ultime pioggie, ci arrestava il nostro bagaglio fotografico,

e soli col nostro cavallo, a guado e con molto pericolo si passava

l’acqua scellerata, che ci impediva di fotografare i lapponi di Ojung.

A un certo punto una guida gridò: _Ecco un renne!_ Era il primo ch’io

avessi veduto e il suo bianco profilo e le sue corna gigantesche e

il suo passo calmo e compassato mi rimasero scolpiti profondamente,

là dove durano fino alla morte le memorie più spiccate dei nostri

viaggi. Era un renne sbandato o un renne selvaggio? La nostra fantasia

ci portava più volentieri alla seconda ipotesi, benchè si sappia da

chi ha viaggiato nelle regioni polari, che dove abitano i rangiferi

domestici, i selvatici si allontanano, quasi ripugnassero dall’ambiente

della schiavitù che li circonda. Questo fatto però deve avere alcune

eccezioni, dacchè il renne selvaggio si avvicina talvolta alle mandre

delle renne civili e amoreggia con esse e le feconda, come vediamo

accadere fra il cignale e il porco, tra il muflone e la pecora.

L’effetto esilarante di quel renne passò ben presto, perchè il cammino

diveniva ad ogni passo più impraticabile e conveniva lasciare i cavalli

in libertà e continuare a piedi la ricerca dei nostri lapponi. E i

piedi ora si ghiacciavano nella neve ed ora si sprofondavano nella

torba traditrice, or scivolavano lungo le pietre domate dalle lunghe

carezze del ghiacciaio; ed io, sudato di dentro, inzuppato dalla

pioggia di fuori, mi fermai più di una volta, guardando verso il sud

e pensando a Firenze, alla mia bella Firenze, che in quella stessa ora

doveva brillare nei raggi d’oro della sua aria profumata dai fiori.

L’ingegnere Hauan e le guide correvano dinanzi a noi coi loro garretti

norvegiani, ma parevano tutti di pessimo umore, perchè non trovavano

i lapponi. Alle nostre domande non rispondevano e dalla loro mimica

generale era facile comprendere come dovessero bestemmiare, magari

tra i denti, magari nel profondo silenzio della loro coscienza; ma

con bestemmie cupe, crudeli, proprio di quelle che si riservano alle

grandi occasioni, alle battaglie campali, che si devono combattere

cogli uomini e colle cose. A noi incerti se dovessimo andare o

stare, bastava vedere di quando in quando il profilo di una guida

o il cappello di Hauan; ma a un tratto sparvero le guide, sparve il

cappello dell’ingegnere e per più d’un’ora sentimmo intorno a noi il

freddo del silenzio, che insieme alla pioggia minuta e ghiacciata, ci

demoralizzava profondissimamente. Io, che colla mia fantasia e coi

miei nervi corro dalla gioia al dolore con una velocità superiore a

quella della luce, mi diedi per morto addirittura e mi sentii tutto

quanto sommerso nella più nera nebbia della disperazione. Il bagaglio

fotografico al di là del fiume in campagna rasa; i cavalli abbandonati

al di qua, ma forse spersi; noi soli nel deserto abbandonati dalle

guide e senza provviste. Mi gettai abbandonato sopra un tappeto di

neve bianchissima, non contaminata da piede d’uomo o da zampe di

animali, desiderando che esso mi avvolgesse come un lenzuolo funebre.

E incominciai le lamentazioni di Geremia, accusandomi d’imprudenza e

di leggerezza, bestemmiando anch’io come l’ingegnere e le guide contro

i lapponi e più ancora contro il mio appetito, che è sempre maggiore

del mio stomaco. Senza i conforti del mio amico, sempre sereno, sempre

calmo, sempre sicuro di se stesso io mi sarei dato per morto; ma egli

mi consolava, mi faceva vedere i lapponi a pochi passi di distanza, mi

avviava sui colli fioriti della speranza....

Ma ecco ad un tratto un lontano latrar di cani, che si va facendo

sempre più vicino.... Sono i cani dei lapponi. Sorgo dal mio lenzuolo

funebre di neve, mi sento palpitare il cuore e rinasco a nuova vita.

I piccoli cani neri son già fra noi e ci fanno festa; li seguiamo

e in breve siamo dinanzi a due capanne lappone poste nel fondo di

due piccole colline. Da una di esse esce una colonna sottile di fumo

azzurro, che sembra farci festa e invitarci al desco ospitale di quella

buona gente. Poco più che formicai di termiti, quelle due case sono

un impasto di torba e di zolle tenute su da pochi pali. Un’apertura

di sopra per lasciar escire il fumo, un’apertura triangolare davanti

per lasciare entrare gli uomini, chiusa da una tela tenuta distesa

da alcune assicelle. Essa è così stretta da dovervi passare a stento

e con una duplice operazione di curvatura. Conviene chinare il capo

e doppiare il dorso e poi mettersi di traverso. Non è comoda davvero

quella porta, ma io vi sarei entrato a carponi, pur di poter vedermi

in una capanna di lapponi. Qui convien davvero insegnare al corpo a

piegarsi ad ogni momento e nelle più strane maniere; perchè appena

entrato, devo gettarmi sul letto dei rami di betula, che formano il

pavimento della casa, onde non esser soffocato dal fumo.

L’interno di quella capanna era uno dei quadri più originali che avessi

veduto. Quanta miseria di agi e quanta ricchezza di vita, quanta

povertà di spazio e quanto addensarsi di creature, quali contrasti

di tinte per un pittore fiammingo, quante scene psicologiche per un

filosofo, quante tenerezze per un amico degli uomini! Un imbuto nero

capovolto, ecco la forma della casa; nere le pareti dal lungo bacio del

fumo, nere le faccie umane, perchè anch’esse affumicate; neri Fick,

Nump e Kiarf, che colle loro orecchie aguzze e i loro occhi più neri

e più lucenti di un carbonchio si intanavano nelle pelliccie di renne

distese sopra un elastico letto di betule; in mezzo, il fuoco contenuto

fra tanta materia combustibile da grosse pietre e sopra il fuoco una

catena che sosteneva una pentola. All’ingiro un monte di mestole, di

coltelli, di carni affumicate, di redini per le renne, un arruffio

di fanciulli, di donne, di ragazze, che sembravano rimescolarsi e

fermentare insieme. In un angolo un quadretto di genere, che spiccava

lieto e pittoresco nel quadro più grande. Era un bambino impellicciato,

che alzava la sua bionda testolina impaurita dal suo letticciuolo e coi

suoi grandi occhi ancora lucenti e istupiditi dal sonno beato di quella

età ci guardava, senza sapere se dovesse piangere o ridere. Hauan e

le guide erano anch’essi accovacciati in quell’antro, che sembrava

risolvere il grande problema, che secondo la tradizione sacra dovrà

esser risolto nel dì del giudizio universale dalla piccola Valle di

Giosafatte. In quella capanna il contenuto pareva molto maggiore del

contenente.

Nessuno di noi darebbe una simile abitazione al proprio cane o alla

propria capra; eppure quei buoni lapponi, ricchi di più che tremila

renne e che portavano anelli d’argento e che erano altrettanti

Rotschild della Lapponia, non solo erano contenti di quella casa, ma

erano gai, sereni, felicissimi. Quanto son mai diversi i gradi della

contentabilità umana! Poco a poco feci conoscenza dei miei ospiti, che

ci avevano accolti con una cordialissima stretta di mano. Gli uomini

tutti assenti, perchè seguivano le renne, che pascolavano sopra un

colle vicino. Margherita, la madre di famiglia, sui quarant’anni, dai

capelli biondi castagni, colla sua faccia mongolica, col suo nasino

piccino, colle sue mani e la sua pelle annerita dal fumo. Eva sua

figliuola, di 18 anni, coi capelli d’oro chiaro, che rideva sempre,

mostrando i suoi dentini bianchi, serrati gli uni contro gli altri.

Era ingenua, era agile, era fragrante di una selvaggia bellezza. Coi

suoi occhi azzurri, coi suoi capelli biondi, col suo piccolo nasino

impertinente, coi suoi zigomi sporgenti, colla fresca pelle abbronzata

dai lunghi geli, coi suoi piccoli piedi nudi e le sue piccole mani,

aveva tutte le pericolose seduzioni di un frutto agreste, di cui

s’ignora il sapore. Una sorellina di poco minore d’Eva, e due o tre

fanciulli completavano la famiglia.

Quella buona gente parlava discretamente il norvegiano e il bravo

ingegnere Hauan ci traduceva in tedesco ciò ch’essi dicevano,

mettendoci in continua relazione di simpatie e di idee. La madre si

mise subito a macinare dell’ottimo caffè, preparando in un batter

d’occhi colle sue mani la bevanda prediletta dei lapponi, e si bevette

raddolcita da candidissimo zucchero in pane. Dopo il caffè venne la

colazione: carne di renne affumicata con sego di renne pietrificato dal

freddo, il tutto cotto rapidamente al fuoco vivissimo di betula. Era

un cibo duro ma saporito, fragrante di un aroma ircino, direi quasi

selvaggio. Si mangiò tutto, si digerì tutto; ma si dovette lottare

contro un vero mal di mare, vedendo la strana pulizia della buona

Margherita. Essa aveva un suo grande mestolone di metallo, con cui

ci serviva ora il caffè, ora il brodo denso e grasso di renne, ed ora

l’acqua da bere. Quell’istrumento universale era sempre lavato colla

lingua, che a guisa di strofinaccio mobilissimo ripuliva ogni grassume

e rendeva il cucchiaio più terso dell’argento.

La lingua era per quella brava donna il sapone dei saponi, la scopa

delle scope; tanto è vero, che quando ci congedammo, Margherita,

prima di porgere la mano, se la leccò rapidamente e con straordinaria

agilità. Di tanto in tanto la cortese ospite nostra, colle sue dita

faceva anche la pulizia del naso, senza ricorrere in questo caso alla

lingua.

Margherita era il movimento perpetuo in azione: ora rattizzava il

fuoco; ora dava uno scapaccione ad un cane, che allungava il muso con

troppa impertinenza verso la carne o il sego; ora puliva il naso colle

mani ad una bambina, ora dava un pezzo di carne cruda ad un fanciullo,

che aveva troppa fame per aspettare che il bollito fosse fatto; e tutto

questo colla pipa in bocca, che si svuotava e si riempiva a brevissimi

intervalli.

Saziata la fame e la sete, asciugati gli abiti, innalzati a più

spirabil aere dall’ottimo caffè di quei lapponi, venne l’ora delle

cortesie squisite, dei doni e del commercio. Uomini più diversi era

difficile riunire in più piccolo spazio: latini e goti e scandinavi

e figli degli antichi mongoli dell’Altai; gente cresciuta sotto i

pampini della vite e i rami dell’ulivo o indurita dai geli sempiterni

del polo, figli di Odino e figli di Orazio; ma tutti erano stretti

in quel momento intorno ad uno stesso focolare e un unico ambiente li

ravvicinava e li riscaldava alla stessa fiamma di simpatia.

Offersi un’eccellente sigaretta a marca dorata ad Eva. La prese con

diffidenza, guardando cogli occhi timidi la mamma.

— Le fanciulle non fumano fra noi.

Ed Eva voleva restituirmi la spagnoletta.

Non la volli accettare.

— Signora Margherita, oggi, oggi soltanto per amor nostro, lasci che

Eva fumi una spagnoletta.

Chinando il capo, assentì.

Ed Eva, arrossendo di gioia e ringraziandomi soavemente con un sorriso

degli occhi, accese la sigaretta e tirò su due o tre boccate di fumo,

poi la passò alla mamma che finì di fumarla.

L’ingegnere Hauan versò del cognac ai nostri ospiti e Margherita, Eva

e tutti quanti vuotarono i bicchierini d’un fiato, dopo aver tuffato

in essi la punta dell’indice e aver segnata una croce sulla fronte....

_Perchè non faccia male_, dicevano essi.

Offersi della cioccolata. Non l’avevano mai veduta. Margherita domandò

se era sapone. Le dissi di assaggiarne e le diedi l’esempio. La trovò

eccellente; la fece gustare ad Eva e poi la nascose sotto le coscie,

dicendo di serbarla al marito. In quel luogo nascondeva ogni cosa,

denaro, sigarette, coltelli. Era il santuario della casa. Era là vicino

che aveva un suo banchetto di legno, chiuso a chiave, dove teneva

i gioielli d’argento, la bibbia norvegiana, un evangelo in lingua

lappone.

Comperai due corna stupende di renne per due corone (tre lire). Mi

innamorai di una _chatelaine_ di cuoio, che Margherita teneva al suo

fianco e che da una bella stella di ottone lasciava cadere un sonaglio

di piccoli strumenti domestici. La voleva ad ogni costo per il mio

museo di Firenze.

— Quanto volete, Margherita, per questa _chatelaine_?

— Non la posso vendere; mi accompagna dal mio matrimonio.

— Vi darò tanti quattrini che bastino per farvene fare una nuova e più

bella.

— Non posso, me ne duole.

Offersi un magnifico coltello norvegiano con astuccio scolpito di legno.

Margherita lo trovò bellissimo, lo mostrò ad Eva; fanciulli e bambini

se lo fecero passare, ammirandolo uno ad uno; ma il coltello non fu

accettato.

Offersi quattro corone, poi sei, poi sette, otto e per otto corone la

_chatelaine_ diventò mia.

Il buon ingegnere Hauan dovette però prenderne il disegno e promettere

di farne fare un’altra eguale da un orefice di Eidet.

Margherita sapeva vendere, ma non era esosa. Le volli comperare una

salciccia fatta di latte e sangue di renne, ma essa me la diede ridendo

e dicendo in cattivo norvegiano: _Ikke betale_, questa non si paga.

Più curioso di tutti fu il cambio di una ciocca di capelli per

una bella forbicina inglese, che aveva in tasca e che era piaciuta

immensamente ad Eva.

— Dammi una ciocca di capelli ed io ti do la forbice.

— Impossibile, impossibile — e rideva come una pazza.

Io rimetteva in tasca la forbice, ma poco dopo mi era domandata di

nuovo. E di nuovo la forbicina esciva dalla tasca e la bionda Eva la

apriva, la chiudeva, ammirando il congegno con cui si piegava sopra se

stessa, nascondendo le proprie punte. Ed io sperava di nuovo di avere i

capelli e di metterli nel mio museo fiorentino.

Ad un tratto Eva si mette a ridere coll’aria di chi ha trovato qualche

diavoleria, onde conciliare due opposte cose, e mi propone il cambio

della forbicina inglese coi capelli di sua sorella.

Accetto, ed essa colla stessa mia forbice recide una ciocca di capelli

alla sorellina, che avevan lo stesso colore dei suoi. Aveva vinto la

partita! aveva la forbice e non aveva sagrificato un filo dei suoi

bellissimi capelli.

Non volli darmi vinto del tutto alle furberie di una Eva lappone e le

dissi, che per di più voleva un bacio da lei.

E la innocente fanciulla mi baciò sulla bocca, senza scrupoli come

senza malizia. Ella era però troppo felice, perchè potesse contenere

la sua gioia nell’angusto recinto di quella capanna e si offerse a

chiamare le renne, perchè le potessimo vedere più da vicino. Imbottì le

sue scarpe di renne con un fieno così verde, così profumato, così ben

pettinato, ch’io le invidiai quella calzatura. E allora uscita fuori,

si mise a correre sulle rupi molli di licheni, balzando di sasso in

sasso, come camoscio petulante, coi capelli spettinati dal vento, e

aguzzando lo sguardo sul lontano orizzonte per scoprire dove fossero

le renne e per additarcele, ridendo e folleggiando. Quanto era bella

quella sua innocenza selvaggia, quanto era cara quella giovinezza senza

peccati; quella gioia senza rimpianti, quel sorriso di una vita felice,

che rispondeva a un pallido raggio di sole, che, fra le nubi rotte dal

vento, brillava in mezzo ad una pioggia fina fina di piccolissime perle

d’argento.

Eva sapeva leggere, sapeva parlar norvegiano, sapeva munger le renne e

guidarle, sapeva cucire e cucinare e vestire i fratellini. Era buona,

intelligente e, al modo lappone, sapiente, e quel che è meglio, felice.

Quante delle nostre signore non potrebbero invidiarla lassù nella sua

capanna di Ojungstrakten!

Un viaggio in Lapponia coll'amico Stephen Sommier · 第 15 / 96 题