CAPITOLO I.

_Del Governo di D. ANTONIO PERENOTTO CARDINAL DI GRANVELA, e de' più

segnalati successi de' suoi tempi: sua partita, e leggi che ci lasciò._

Questo Ministro, di cui altrove abbiam ragionato sotto il nome del

Vescovo d'Arras, fu figliuolo di Niccolò Perenotto Signor di Granvela,

Borgognone di nascimento, e primo Consigliero dell'Imperador Carlo V.

Nella sua giovinezza essendosi dato allo studio delle scienze, riuscì

in quelle assai rinomato: onde col favore dell'Imperador Carlo V,

per la sua letteratura, e per li meriti del padre, fu fatto Vescovo

d'Arras nel Paese d'Artois. Per la sua grande attività e saviezza fu

poi impiegato nell'Ambasciarie d'Inghilterra e di Francia; ed entrò

in tanta grazia e stima di Cesare, che quando rinunziò al Re Filippo

suo figliuolo la Corona, gli diede per guida questo Prelato, per la

buona condotta del suo Regno. Fatto poi Cardinale, ed Arcivescovo di

Malines, ebbe il peso degli affari più gravi de' Paesi Bassi sotto il

governo della Duchessa di Parma sorella naturale del Re; ma entrato

in odio di que' Popoli, i quali mal soffrivano il suo rigore, che non

ben conveniva usare in que' tempi cotanto difficili, riputò bene il

Re Filippo richiamarlo in Ispagna alla sua Corte. Quivi per la grande

capacità che avea delle cose di Stato, fu impiegato nei negozj più

gravi e rilevanti della Monarchia. Passò poi in Roma, dove, come s'è

detto, era dal Re trattenuto, affinchè, poco sperandosi della salute

del Duca d'Alcalà, potesse passar subito, come fece, al governo del

Regno.

Niuna altra più tormentosa cura agitava in questi tempi l'animo

di questo Vicerè e de' Napoletani, quanto i continui timori per le

scorrerie del Turco: onde per prevenirle, bisognava rivolgervi ogni

studio ed ogni pensiero. Non vi erano più sospetti di spedizioni

d'altri Principi: molto meno dalla Francia, cotanto allora occupata

nei suoi proprj mali e rivoluzioni. Non si temevano moti interni, e le

Province libere da' fuorusciti, erano tutte tranquille e pacate: solo

tenevano in agitazione le minacce e le frequenti sorprese, che nelle

nostre marine facevano i Turchi implacabili e fieri nostri nemici.

Si aggiungeva ancora un altro fastidioso pensiero: il Re Filippo,

oltre la guerra, che per difesa de' suoi Stati d'Italia era obbligato

mantenere col Turco, si vide in questi tempi per una condotta molto

rigida e boriosa de' suoi Ministri intrigato in un'altra guerra

non meno fiera e crudele, che dispendiosa ne' Paesi Bassi, ove per

sostenerla, non v'era denaro, che bastasse. La Spagna cominciava

a perdere le sue forze, e tuttavia s'andava desolando per li tanti

Presidj, che nelle proprie Città ed altrove manteneva, come nella

Sicilia, nel nostro Regno, nel Ducato di Milano e sopra tutto in

Fiandra, dove, oltre i Presidj, dovea mantenere numerosi eserciti

armati. Vedevasi desolata ancora ed esausta per le tante Colonie, che

si mandavano nell'Indie: per la poca attitudine degli Spagnuoli di

proccurare ne' loro Porti traffico e commercio, e molto meno nelle sue

città mediterranee: per la minor cura, che i suoi naturali prendevansi

dell'agricoltura, tanto che i loro terreni, ancorchè ampi e feraci, e

per la rarità de' coloni, e per la poca inclinazione che vi aveano,

non erano coltivati abbastanza. Da ciò nasceva un'estrema penuria

di denaro, e la mancanza delle forze per supplire a tante spese.

Per queste cagioni il Re Filippo, dovendo sostenere il peso di tanta

guerra, cominciò a dar di mano a' fondi del suo regal patrimonio, a

vendere le gabelle, ad impegnare le dogane e tutti gli altri emolumenti

delle supreme sue regalie agli Italiani, ed in particolare a' Genovesi,

ai quali, per l'impronti fattigli di rilevantissime somme, pagava

grossissime usure[314]. Quindi per soddisfare anche a' creditori

cominciarono le distrazioni delle città e terre de' Regni di Sicilia

e di Napoli, e ad esporsi venali gli onori ed i titoli di Contado,

di Marchesato, di Ducato, insino a quello di Principato, proccurando

con questi nomi senza soggetto, e con queste vane apparenze, niente

dando di fermo e di stabile, nel miglior modo che poteva quietare i

creditori, dando ombre ed onori, in vece di denari.

Si aggiungeva, che gli Spagnuoli per sostenere le guerre che il Re

Filippo teneva accese fuori della Spagna, in Fiandra ed in Italia, non

permettavano, che uscisse fuori di Spagna un soldo, nè contribuivano

a cosa veruna, ma solo contribuivano alle spese, che bisognavano per

difesa de' loro proprj confini. Le miniere, e le fodine dell'Indie

erano quasi che esauste e mancate per loro avarizia, e molto più

per non sapersene ben servire. Dalla Fiandra non vi era che sperare,

ardendo ella d'una crudele e fiera guerra, e posta in iscompiglio,

impedito ogni commercio, appena le forze di quelle province bastavano

agli stipendj dei soldati, che ivi militavano. A tutto ciò s'aggiunse

alcuni anni da poi la guerra di Portogallo, per la quale pure il nostro

Reame fu costretto far donativi, ed il Re a proseguire vie più che mai

le alienazioni del suo regal demanio, e gli emolumenti delle supreme

sue regalie.

Il Regno di Napoli per ciò era sopra tutti gli altri riserbato per

supplire a tante spese: quindi le premure e continue dimande di

donativi e tasse: quindi in decorso di tempo si venne a tale estremità,

che vendute le gabelle, impegnati i dazj, le dogane, e tutto, al Re

poco rimanesse: onde avvenne, che dovendosi all'incontro supplire a'

pesi, che porta seco la conservazione del Regno, s'imponessero nuovi

pesi e gabelle, e che i nostri Cittadini si comprassero le proprie

catene da non potersene mai prosciogliere: che si fossero le Signorie

e' Feudi e' Titoli posti in ludibrio e conceduti non per merito di

virtù, ma per denaro; e che ne nascessero in fine que' tanti mali e

disordini, che si noteranno ne' seguenti libri di quest'Istoria.

Fra le principali cure adunque che angustiavano i nostri Vicerè, non

era meno di quella del Turco, considerabile questa, vedendosi spesso

premuti dalle pressanti richieste del Re di proccurar da questo Reame

denari per sostenere le tante guerre. Nè erano agitati meno dalle

fastidiose cure, che gli Ecclesiastici lor davano per le sorprese, che

si tentavano sopra la Giurisdizione del Re e sue regali Preminenze.

Il Cardinal di Granvela intanto venuto al governo di questo Regno, per

quanto la sua condizione e quella di questi tempi comportavano, non

trascurò in tutte e tre queste occorrenze d'impiegarvi tutti i suoi

talenti e tutto il suo vigore e prudenza.

La potenza Ottomana in questi tempi erasi resa formidabile e tremenda,

non meno a' Principi vicini, che a' remoti, e l'Italia era in pericolo

di cadere nella sua virtù; quindi i più gran sensati politici, e

coloro, che più a dentro penetravano le forze di sì potente nemico, e

l'estensione smisurata del suo Imperio, non tralasciavano esclamare co'

Principi Cristiani per scuoterli dal lungo sonno, e facendo lor vedere

così da presso i loro pericoli, gl'incoraggiavano ad una gloriosa

unione per reprimere tanta potenza. Infra gli altri leggiamo tra le

opere di Scipione Ammirato[315] un lungo discorso drizzato a' Principi

della Cristianità, dove gli fa tutto ciò vedere, animando loro alla

lega. Ma niuno fu di ciò più zelante e caldo del Pontefice Pio V, il

quale dopo varie Legazioni, conchiuse quella famosa Lega, della quale

fu eletto Generalissimo _D. Giovanni d'Austria_ figliuol naturale

dell'Imperador Carlo V, il quale, ancorchè giovane di ventun'anno,

avea però dato gran saggio del suo valore contra i Mori nel Regno di

Granata.

Giunse questo Principe in Napoli a' 9 d'agosto di quest'anno 1571

dove dal Cardinal di Granvela fu ricevuto con molti segni di stima,

e da' Napoletani con quegli onori, che ad un tanto personaggio si

convenivano. S'unirono alla sua armata le Galee di Sicilia e di

Napoli, ed oltre molti Signori spagnuoli, vollero seguirlo in così

celebre espedizione i primi Baroni e molti Nobili della città e del

Regno. I Turchi dall'altra parte scorrevano con una potentissima

armata l'Arcipelago, e dopo avere saccheggiate le città di Budua,

Dolcigno, ed Antivari, erano passati sino a vista di Cattaro. Perchè

dunque non s'inoltrassero maggiormente in quel Golfo, sollecitando il

Pontefice ed i Vineziani l'unione dell'Armata, partì D. Giovanni da

Napoli nel vigesimo giorno d'agosto, e giunse a' 24 a Messina, dove

trovò le Galee del Papa e de' Vineziani, alcune dei Genovesi e tre de

Maltesi, ed altrettante di Savoia. S'intese poco da poi la perdita di

Famagosta; onde fu determinato, senza perder più tempo, di combattere

coll'inimico; ciocch'essendosi parimente risoluto da' Turchi, si

posero con questo proposito le due Armate alla vela, senza che

l'una sapesse il pensiero dell'altra. Così andavansi scambievolmente

rintracciando, fin che il settimo giorno di ottobre furono a vista,

e s'incontrarono, mentre i Cattolici uscivano dagli scogli de'

Curzolari, ed i Turchi dalla punta delle Peschiere, che i Greci

chiamano Metologni. Vennero le due Armate con uguale ardire al cimento,

e dopo un ostinato combattimento riuscì a' nostri disfare l'armata

nemica, con inestimabile loro perdita e scorno. Questa fu quella famosa

vittoria che accaduta nella prima Domenica d'ottobre, nella quale

i Frati Domenicani solevano con processioni celebrar il _Rosario_,

diede occasione al Pontefice Pio dello stesso Ordine ed a Gregorio suo

successore, in memoria di così gloriosa giornata, d'istituire per tutto

l'Orbe Cattolico una festa solenne del _Rosario_, da celebrarsi ogni

anno in quel dì: la quale vediamo mantenuta sino a' tempi nostri con

molto maggior pompa ed apparato; e fu ancora occasione d'essersi eretti

poi in Napoli Tempj ed Ospedali sotto il titolo di S. Maria della

_Vittoria_.

La sconfitta fu considerabile, poichè oltre la prigionia del Bassà

e degli altri Generali di conto, di un'Armata di poco meno di

trecento vele, appena ne scamparono quaranta, ne rimasero più di

cento affondate, ed altrettante in potere de' vincitori. D. Giovanni

fece ritorno in Italia, ed entrato trionfando in Messina, quivi si

trattenne, proseguendo gli altri Capitani il lor cammino verso Napoli,

dove a' 18 del seguente mese di Novembre approdarono, conducendo

prigioni Maometto Sangiacco di Negroponte, con due figliuoli d'Ali

Capitan Generale del Mare, rimaso estinto nella battaglia. Il Bassà col

minore de' due fratelli, giacchè l'altro morì in Napoli di cordoglio,

furono condotti in Roma al Pontefice, e rinchiusi nel Castel di S.

Angelo, furono sempre cortesemente trattati.

L'anno che seguì 1572 non fu cotanto prospero al Collegati, siccome

ognuno si prometteva da questa vittoria; i sospetti, che s'aveano, di

potersi accendere una nuova guerra colla Francia per le rivoluzioni

di Fiandra, non permisero al Re Filippo ed al suo Capitano D. Giovanni

di soccorrer tanto a' Collegati, quanto sarebbe convenuto. S'aggiunse

ancora la perdita del Pontefice Pio, il quale nel primo di maggio di

quest'anno trapassò[316]. Successegli nel Pontificato Ugo Boncompagno,

detto _Gregorio XIII_, il quale se bene avesse non minor desiderio del

suo predecessore per la continuazion della Lega, con tutto ciò, e per

esser nuovo all'impresa, e perchè i Turchi sfuggivano ogni incontro di

combattere, si passò l'anno senza far que' progressi, che si credevano.

Intanto per la morte del Pontefice Pio, essendo convenuto al Granvela

portarsi in Roma al Conclave, rimase _D. Diego Simanca Vescovo di

Badajos_ per Luogotenente nel Regno; ma pochi giorni durò la sua

amministrazione, per ciò che, seguita a' 13 di maggio l'elezione del

nuovo Pontefice Gregorio, ritornò il Cardinale in Napoli a' 19 del

medesimo mese, ed a ripigliarne il governo, insieme con le fastidiose

cure: poichè appena giunto, fu duopo spedire a Messina la squadra

delle Galee del Regno con gli Spagnuoli della guarnigione di Napoli e

cinquemila Italiani comandati da D. Orazio Acquaviva figliuolo del Duca

d'Atri per opporsi a' Turchi. S'avviarono parimente da Napoli molti

nobili venturieri di diverse Nazioni, frai quali ve ne furono settanta

Napoletani sotto il comando del Duca d'Atri lor Generale. Intanto

avanzandosi la stagione, e fatti certi i nostri della resoluzione de'

nemici di non combattere, D. Giovanni d'Austria, nel mese di novembre

di quest'anno ritornò in Napoli, dove in quell'inverno fu trattenuto

in continue feste e giuochi di tornei, giostre e barriere; sinchè

approssimandosi la primavera del nuovo anno non convenne pensare agli

apparecchi d'una nuova espedizione.

Mentre D. Giovanni col Cardinal di Granvela erano, in questo nuovo

anno 1573, tutti intesi di fornire l'armata del bisognevole per

continuar l'impresa in Levante, s'intese che per la mediazione del

Re di Francia, i Vineziani aveano conchiusa la pace col Turco, con

vergognose condizioni: ciò che recò sommo rammarico al Pontefice

Gregorio e non picciola gelosia al Re Filippo, il quale vedendo che gli

Ottomani s'affaticavano non poco per far cadere la Corona di Polonia

sopra la testa del Duca d'Angiò, fratello del Re di Francia, dubitava

non i Vineziani e' Franzesi si collegassero contra di lui. I Vineziani,

per iscusare co' Collegati il fatto, mandarono suoi Ambasciadori al

Pontefice ed al Re Filippo rappresentando loro la necessità, che gli

avea costretti alla pace.[317].

Il Re, pubblicata che fu quella pace, non volendo tener oziose le

sue arme, tosto si rivolse alle cose d Affrica, cotanto alla Spagna

unite; onde comandò a D. Giovanni d'Austria di far l'impresa di Tunisi.

Partissi questo Principe da Napoli colla sua armata verso Messina,

dove in due giorni approdò: indi proseguendo il suo cammino giunse

alla Goletta; quivi posti a terra i suoi soldati per cammin dritto

s'avviò verso Tunisi, della qual città (essendo sfornita di presidio)

si rese tosto padrone senza combattere; ma non per questo la risparmiò

dal sacco, che vi diedero i suoi soldati; ed avendo disegnato di

costruire ivi una nuova Fortezza, come fece, vi lasciò con titolo di

Vicerè Maometto figliuolo d'Assano, fratello d'Amida e fece prigioniero

Amida, meritamente sospetto agli Spagnuoli e più sospetto a' Turchi, e

mal veduto da' Tunesini, per avere con grande scelleratezza ammazzato

Assane suo padre. Mandò in Palermo prigioniero Amida con due suoi

figliuoli, il quale, per via, avendo inteso, che Maometto suo fratello

cotanto da lui odiato, era stato lasciato per vicerè di quel Regno,

venne in tanta rabbia, che se non era impedito da Amida suo figliuolo

voleva, dalla Galea, che lo portava, buttarsi in mare. Intanto, per

maggiormente porre in sicurezza quel Regno, Biserta fu anche presa; ed

avanzandosi la stagione, essendosi approssimato l'inverno, D. Giovanni

tornò in Sicilia, donde si restituì a Napoli, dove fece condurre Amida

co' suoi figliuoli, che fece porre nel Cartello di S. Ermo sotto sicura

custodia. Narra il Presidente Tuano[318], che nel seguente anno 1574

essendosi egli accompagnato con Paolo de Foix, mandato in Italia a

render le grazie a' Vineziani, al Papa ed agli altri Principi d'Italia,

che aveano mandato loro Ambasciadori in Francia a congratularsi col

Re del nuovo Principato di Polonia di suo fratello, dopo avere scorse

le città più cospicue d'Italia, venne anche in Napoli, dove giunto,

ebbe vaghezza di vedere questo Amida co' suoi figliuoli. Fu da quel

Castellano cortesemente introdotto, e vide esser un uomo molto vecchio,

e siccome dell'aspetto potè egli conghietturare, s'accostava agli

ottanta anni, ed avendo al Castellano con molta curiosità dimandato

de' costumi di colui, gli disse, che ancorchè fosse così vecchio, non

perciò s'asteneva ogni notte di dormire con una Mora sua concubina.

Di que' due suoi figliuoli amava il più brutto, ch'era anche zoppo,

ritenendolo sempre seco nella sua camera, odiava l'altro, ancorchè

molto avvenente e spiritoso, al quale, entrato per ciò in somma grazia

degli Spagnuoli, se gli permetteva andar libero per la città, cavalcare

ed armeggiare: e se le cose non si fossero da poi mutate, era stato

disegnato successore di Maometto suo zio nel Viceregnato di Tunisi, che

si credeva poter lungamente durare sotto la Monarchia di Filippo.

Ma tosto andar vote sì belle speranze; poichè nell'istesso tempo che

per lo ritorno di D. Giovanni e per la nascita del primogenito del

Re Ernando, si facevan celebrare in Napoli dal Cardinal di Granvela

pompose feste, con giuochi di Tori, di Caroselli e di Lancie, s'intese,

che i Turchi scorrendo vie più formidabili i nostri mari, s'erano

avvicinati al Capo di Otranto, ed aveano saccheggiata la picciola

città di Castro; ed in questo nuovo anno 1574 avendo discacciati

i nostri da Tunisi, s'eran impadroniti di quel Regno; poichè a'

23 agosto di quest'anno, caduta in lor mani la Goletta, presero la

città di Tunisi con la Fortezza quivi innalzata da D. Giovanni, la

quale fu da' medesimi superata a' 13 di settembre colla prigionia

di Pietro Portocarrero e di Gabriele Sorbellone; e demolirono tosto

amendue queste Piazze da' fondamenti, per torre a nostri la speranza

di riacquistarle. Ed ecco il fine di tanti travagli sostenuti per

questo Regno di Tunisi, che conquistato da Carlo V, e mantenuto con

tante spese e travagli per lo spazio di quarant'anni dal Re Filippo

suo figliuolo, finalmente si perdè senza speranza di poterlo più

riacquistare.

Queste fastidiose cure resero il governo del Cardinal di Granvela

assai travaglioso; poichè a riparare i mali, che da sì potente nemico

si temevano, bisognò usare tutta la sua vigilanza e providenza. Egli

fu il primo, che pose in effetto nel Regno la nuova milizia detta

del _Battaglione_, istituita dal Duca d'Alcalà suo predecessore; era

quella composta di soldati che a proporzione de' fuochi eran tenute

l'Università del Regno somministrare: non aveano soldo in tempo di

pace, ma solo alcune franchigie, ed in occasione di guerra tiravano le

paghe, come tutti gli altri: il lor numero era considerabile, arrivando

a venticinque e talora a trentamila persone: aveano i loro Capitani,

ed altri Ufficiali minori: ma ora di questa milizia appena sono a

noi rimasi vestigi. Non abbiamo più soldati, tutti siamo pagani, e la

milizia è ora ristretta negli stranieri, che ci governano: in mano di

costoro sono le armi, ed a noi solamente è rimasa la gloria d'ubbidire.

Per somministrar le spese a tanti bisogni era duopo che da dovero vi

si pensasse: premeva il Re al Cardinale, e lo richiedeva spesso di

sovvenzioni e donativi. Il Vicerè per adescar i popoli, e trovar modo

di ricavarli dal Regno senza molta lor difficoltà e ripugnanza, fece

dar prima esecuzione a tutte le grazie e privilegi, che nell'anno 1570

furono dal Re Filippo conceduti alla città ed al Regno. Poi avvalorato

dalla presenza di D. Giovanni d'Austria, avendo insinuato a' Baroni

il bisogno della guerra, che da dura necessità costretti era d'uopo

sostenere contra un sì formidabile nemico, che minacciava porre in

servitù il Regno, fece nel primo di novembre del 1572 convocare in

S. Lorenzo un general Parlamento, nel quale intervenne per Sindico

Cesare di Gennaro Nobile di Porto, e si fece un donativo al Re d'un

milione e centomila ducati[319]. Avutosi da poi l'avviso della perdita

di Tunisi e sue Fortezze, di nuovo per soccorrere il Re, fu unito nel

1574 un altro Parlamento, ove fu Sindico Gianluigi Carmignano Nobile

di Montagna, e si donò al Re un altro milione e ducentomila ducati.

Fu fama, che D. Giovanni pretendendo anche per se un particolar dono

dalla città, il Cardinale commiserando la strettezza de' Napoletani,

avesse destramente impedito, che non gli si fosse fatto, e che per

ciò nascessero fra loro que' disgusti, che partorirono la chiamata del

Cardinale in Ispagna, come diremo. Cotanto afflissero queste spedizioni

di Tunisi e queste guerre contra i Turchi i Napoletani. Narra il

Summonte Scrittor contemporaneo a questi successi, che per mantenere

la Fortezza della Goletta costava a Napoli prezzo di sangue; poichè

ogni volta, che in questa città era penuria di qualsivoglia sorte di

roba tutta la colpa si attribuiva al mantenimento di questa Fortezza, e

per ciò, se s'alzava il prezzo de' grani, se incariva il vino, se non

si trovavano salami, l'olio si pagava a caro prezzo, tutto si diceva

avvenire, per essersi fornita la Goletta, e così di tutte le altre cose

del vitto umano, e per insino a' carboni incarivano, tal che pareva,

che questa Fortezza inghiottisse ogni cosa; poichè per ingordigia de'

Ministri tiranni, tutte le cose si mandavano fuori di questa città,

sotto pretesto di servire alla Goletta, ma poi altrove si portavano.

Ebbe in fine il Cardinal di Granvela, come successore d'Alcalà, a

sostenere anch'egli ed opporsi all'intraprese della Corte di Roma

sopra la giurisdizione e preminenze del Re. Proseguiva ella con tenore

costante le sue imprese, e come l'esperienza ha sempre mostrato, che

morto un Pontefice, l'altro successore entra nel medesimo impegno, e

forse con maggior emulazione del suo antecessore, così morto Pio V,

Gregorio, che gli successe, seguitando le medesimo pedate, non mancò

d'imitarlo; ma in ciò fu commendabile la costanza del Vicerè Granvela,

il quale ancorchè Cardinale, seppe resistergli con vigore. In tutti gli

altri punti giurisdizionali di sopra rapportati fu imitatore d'Alcalà,

ma in quello de' _casi misti_, per un'occasione che gli si presentò, si

distinse sopra di costui assai più. Il _Sacrilegio_ vien riputato dagli

Ecclesiastici un delitto di misto Foro, e che perciò debba darsi luogo

alla prevenzione: accadde che un ladro, dopo aver commesso un furto nel

Duomo di Napoli d'alcune sagre suppellettili, riuscitogli felicemente

questa volta, volle provarsi la seconda nella Chiesa di S. Lorenzo; ma

i Frati di quel Convento, coltolo in sul fatto, dopo averlo arrestato,

e ben concio di bastonate, lo diedero nelle mani de' Bargelli

dell'Arcivescovo, allora Mario Caraffa, il quale postolo nelle sue

carceri pretendeva, ancorchè il ladro fosse laico, di conoscere egli

del delitto per aver prevenuto. Il Granvela fece richiedere più volte

all'Arcivescovo ed al suo Vicario, che rimettessero il ladro nelle mani

de' Giudici Regj, a' quali s'apparteneva la cognizione di quel delitto;

ma riuscivano inutili queste richieste, onde ostinandosi l'Arcivescovo

a non consignarlo, fu costretto il Vicerè a mandare l'Avvocato Fiscale

Pansa con famiglia armata a rompere le carceri dell'Arcivescovado,

ed a prendersi il ladro. L'Arcivescovo fece scomunicar dal Vicario

tutti coloro, che aveano avuta parte nell'accennata esecuzione, i

mandanti, i consenzienti e tutti coloro, che erano intervenuti in

quell'atto, facendo affiggere i Cedoloni per li luoghi pubblici della

città. Ma gli fu risposto dal Cardinale con maggior giunta, perchè

fece imprima covrire di carta e d'inchiostro i cedoloni: fece sbrigar

subito la causa del ladro, e lo fece appiccare a' 10 marzo del 1573

nella piazza di S. Lorenzo: ordinò, che il Vicario fra 24 ore uscisse

fuori di Napoli, e continuando il suo cammino fosse uscito dal

Regno, e non ritornasse in quello fin ad altro ordine suo o del Re,

come fu tosto eseguito: si fecero imprigionar i Cursori, che aveano

affissi i Cedoloni; i Consultori e l'Avvocato di quella Arcivescoval

Corte, i Mastrodatti ed il Cancelliere, tutti laici, furono parimente

carcerati; ed in fine furono sequestrate all'Arcivescovo tutte le sue

entrate, anche le patrimoniali. Ciò eseguito, ne fece il Cardinale

con sua Consulta de' 25 dell'istesso mese di marzo distinta relazione

al Re Filippo, il quale a' 13 luglio del medesimo anno gli rispose,

non solo approvando, quanto egli avea per la conservazione della

sua chiara giustizia adoperato, ma gli incaricò, che per l'avvenire

mirasse sempre, che la sua regal giurisdizione fosse mantenuta in

modo, che per niuna via o causa fosse pregiudicata, e che colla sua

destrezza e prudenza si governasse in modo di non permettere che niuno

de' Reggenti, nè i suoi Ufficiali, pretesi scomunicati per quella

causa, andassero in Roma per l'assoluzione, conforme avea preteso il

Pontefice passato con quelli del Senato di Milano. Parimente l'istesso

dì scrisse a D. Giovanni di Zunica suo Ambasciadore in Roma, il quale

avealo ancora ragguagliato di questo successo, dicendogli, che passasse

col Pontefice con vigore gli uffici, che si convenivano alla qualità

dell'affare; e quando si dovesse cedere al punto dell'assoluzione, si

contentasse sì bene, che i censurati si assolvessero, ma che non si

pensasse di dovere per ciò andare in Roma alcuno de' Reggenti di Napoli

e suoi Ufficiali; poichè questo sarebbe diroccare dal suolo l'autorità

de' suoi Ministri[320].

Il Pontefice Gregorio, dall'altra parte, fece dal suo Nunzio residente

in Napoli passare col Cardinale aspre doglianze miste di minacce, ma

per la mediazione dell'Ambasciadore Zunica, e per la opera d'altri

personaggi di autorità, e sopra d'ogni altro del Presidente del S. C.

Giovan Andrea di Curte, Ministro di grande efficacia e prudenza, fur

sedati gli animi, e trovato questo temperamento: che tutti coloro,

ch'erano stati scomunicati per tal cagione, fossero privatamente

assoluti nella camera del Tesoro, ed in cotal guisa questo affare

terminossi.

Dopo avere così bene adempito il Cardinal di Granvela le sue parti

nel governo di questo Reame, e sperandosene da lui ora, che le

cose erano alquanto in riposo, un migliore, per la sua integrità e

prudenza civile, fu a noi involato per un ordine del Re Filippo, che

lo richiamò in Ispagna alla sua Corte a più supremi onori, avendolo

creato suo Consigliere di Stato e Presidente del supremo Consiglio

d'Italia. Fu fama, che avesse D. Giovanni d'Austria, per le cagioni di

sopra rapportate, proccurata la sua remozione, per farvi in suo luogo

sostituire il Duca di Sessa: ma il Re tolse sì bene a sua richiesta

il Granvela dal Regno, ma ingelosito dell'autorità di D Giovanni,

per lo supremo comando che avea dell'armata, in vece di mandarvi suoi

partigiani, vi spedì il Marchese di _Mondejar_, che era di D. Giovanni

poco amorevole. Partì il Cardinale da Napoli nel principio di luglio di

quest'anno 1575, avendo governato il Regno pochi mesi più di quattro

anni. Ci lasciò 40 Prammatiche tutte sagge e prudenti, che rendono

sempre ragguardevole la memoria de' suoi talenti. Egli severamente

proibì qualunque sorte d'asportazion d'armi corte: comandò, che gli

atti tra vivi, come delle ultime volontà non potessero stipularsi,

che da Notari Regj: impose rigoroso secreto a' Ministri; ed ordinò,

che niun portiere, trombetta o servidore di Palazzo, o di qualunque

altro ministro andasse per la città cercando mancie, imponendogli

pena di quattro tratti di corda: proibì a Ministri di dimandare, nè

per suoi congiunti, nè per altri, beneficj o prebende Ecclesiastiche,

nè ufficj da' Baroni, senza espressa licenza del Vicerè. Vietò alle

persone Ecclesiastiche, ancorchè fossero Cavalieri Gerosolimitani, di

potere esercitare in Napoli e nel Regno Ufficj Regj o Baronali: che

niuna persona potesse giocarsi più di diece ducati in un giorno; proibì

tutte le sorte di contratti usurari, e diede altre leggi salutari, le

quali secondo l'ordine de' tempi possono con facilità osservarsi nella

Cronologia prefissa al primo tomo delle nostre Prammatiche.

Istoria civile del Regno di Napoli, v. 8 · 第 38 / 54 题